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Piccola storia di Enzo Baldassi, partigiano Bragadin

24 Aprile 2026/1 Commento/in News/da redazione

Il reading di Fabio Pasini verso il 25 aprile, 81° anniversario della Liberazione

Chi se lo ricorda, Enzo Baldassi? Il suo ruolino recita: classe 1924, partigiano dall’ottobre 1943, combatte nel piacentino e in Liguria, nome di battaglia “Bragadin”, commissario di brigata, partecipa alla liberazione di Genova il 25 aprile 1945. In seguito sindaco di Parma per 7 anni (1963-1970) e deputato del PCI per tre legislature.

“Vincenzo Baldassi, detto Enzo, ci siamo dimenticati di lui” dice sornione Fabio Pasini, narratore e documentarista, alla platea che gremisce la sala dei concerti della Casa della Musica, per ascoltare il reading spettacolo. Un anteprima dell’81esimo anniversario del 25 aprile, della Festa di Liberazione, ed è anche un evento anteprima del Festival della Parola, giunto alla tredicesima edizione.

Forse è proprio per contrastare l’oblìo che il pubblico è numerosissimo, perché vuole sapere, rinfrescare la memoria e si identifica nell’esercizio maieutico che enuncia Pasini: “Faccio parte di quella schiera di persone che si emoziona quando sente storie partigiane”.

E allora via con il racconto, accompagnato dalle note al pianoforte di Alberto Leoni.

Pasini spiazza d’acchito: è il 6 aprile 1941 e l’Italia attacca il regno di Iugoslavia, 29 mesi di occupazione fascista: 12 mila civili e 3mila partigiani slavi uccisi. Si dilunga Pasini, snocciola date, circostanze, non cita mai, mai le foibe, ma sono lì sullo sfondo a venire e le provocazioni e le responsabilità appaiono chiare.

Il nesso lo scopriamo sul Monte Nero bedoniese: il primo comandante di quel nucleo di Resistenza sarà Ernesto Poldrugo, già partigiano comunista italiano tra Venezia Giulia e Slovenia che, stretto tra i fascisti e i titini, sceglierà l’appennino emiliano-ligure, portandosi il soprannome di “Istriano” quale comandante di una brigata mista e atipica, in cui entrerà il 19enne Baldassi, dopo varie vicissitudini.

Diplomatosi al liceo classico Romagnosi nel luglio 1943, influenzato dalle idee antifasciste del padre, capostazione a Pola, in Istria appunto, e dagli insegnanti cattolici Vignali e don Cavalli, Enzo accetta suo malgrado di arruolarsi nell’esercito della RSI per assecondare l’incarico di fare propaganda ai commilitoni, a disertare e unirsi ai partigiani. Quando c’è il rischio di venire intruppato verso la Germania, scappa e sale a Compiano e da qui al Monte Nero, spartiacque di val Ceno, val Nure e Liguria. I compagni gli affibiano il nome di battaglia “Bragadin”, per le sue origini venete. Il comandante, come detto, è l’Istriano.

In maggio e in giugno gli attacchi ai presidi fascisti nella val Nure, la liberazione dei paesi, l’autogoverno, i rastrellamenti nazisti: lo sviluppo di una coscienza di lotta. Lui, Baldassi, si è autodefinito comunista fin dai tempi della scuola, pur non avendo mai letto testi marxisti, né conoscendo alcun iscritto al PCI clandestino. Affinerà idee e pensieri di libertà in montagna, tanto che dopo essere diventato comandante del Sip (servizio informazione polizia partigiana) diverrà commissario politico della 59^ Brigata Garibaldi “Caio”, operante a scavalco tra appennino piacentino e genovese. Intitolata a “Caio”, Ferdinando Guerci, coetaneo di Enzo, operaio alla Bormioli, che scelse i monti per sfuggire a Salò. Coraggioso e temerario, Guerci, perì nel giugno ‘44, nella liberazione del paese di Farini.

Sale sul palco Riccardo Dodi e strimpallando la chitarra canta la canzone della brigata, dedicata a Caio, col suo motto: “Dai, dai, dai”.

“L’inverno ‘44-’45 fu gelido e funesto – ricorda Pasini – ma a febbraio la 59^ Brigata contava su 150 elementi, di cui 50 sovietici e uno di Capo Verde. La primavera in Liguria arriva prima, e si comincia a pensare anche all’amore, ma a metà aprile ecco l’ordine: organizzarsi che c’è da liberare Genova”.

Dal 23 al 26 aprile la popolazione insorge e le brigate partigiane costringono alla resa il comando nazifascista: “A sfilare nella centralissima via De Ferrari in prima fila c’è il commissario Bragadin: Vincenzo Baldassi!”.

Pasini, già autore della biografia di Giacomo Ferrari “Arta”, spiega a margine: “Capire l’antifascismo significa capire da dove veniamo e chi dobbiamo ringraziare, non c’era un confine geografico per la libertà. Ben vengano tutte le piccole grandi storie dei nostri eroi normali, tutti uguali, tutti fratelli. La mia paura è che qualcuno venga dimenticato, Enzo Baldassi forse lo è stato”.

Pasini centra il punto. Al di là dell’impegno nelle ricorrenze di istituzioni, enti e associazioni, ora che vengono a mancare i testimoni diretti, i partigiani e le staffette, tocca alle persone comuni “divenire” narratori, alimentare la fiammella del racconto, riscoprendo le storie di chi si oppose, i luoghi impervi e nascosti, nelle montagne e nelle città, dove attraverso la Resistenza si è rifondata l’Italia, libera e democratica. I valori e gli ideali si colgono meglio se incarnati nelle storie personali di quei giovani di ottanta anni fa, tra sacrifici, eroismi o banalmente nella scelta da che parte stare.

Bella, Ciao.

(dra.fra)

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/04/FestParola_Pasini_Image-0.jpeg 1362 2048 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-04-24 13:33:292026-04-24 13:33:31Piccola storia di Enzo Baldassi, partigiano Bragadin

Il lupo che ho in testa: a Fidenza l’arte dei giovani rompe i pregiudizi

24 Aprile 2026/0 Commenti/in News/da redazione

C’è un predatore che abita i boschi e uno, spesso molto diverso, che popola il nostro immaginario. È su questo dualismo che si sviluppa la mostra “Il lupo che ho in testa“, ospitata nei magnifici spazi del Palazzo delle Orsoline a Fidenza, fino al 26 aprile. L’esposizione raccoglie circa cinquanta opere realizzate dagli studenti delle classi 2ªA e 2ªD del Liceo Artistico “Paolo Toschi” di Parma, sotto la guida della professoressa Giulia Panizza.

Il progetto patrocinato dal Comune di Fidenza, è nato dalla collaborazione tra l’Osservatorio Lupi Fidenza, gruppo di volontari del WWF Parma, e il Liceo Toschi. È stato chiesto ai ragazzi di rappresentare il lupo partendo dalle proprie suggestioni interiori e in parallelo è stata data loro l’opportunità di capirne di più, sotto la guida degli esperti del WWF. Hanno potuto approfondire molti aspetti della vita e della biologia di questo affascinante predatore, e allo stesso tempo hanno potuto lasciare fluire le proprie emozioni. Il risultato è un’esplosione di libertà creativa che ha sorpreso, affascinato e emozionato le tantissime persone che hanno visitato la mostra.

Come sottolineato dall’Osservatorio Lupi Fidenza, l’obiettivo è spezzare la catena di “veleni” – odio, false notizie e pregiudizi – che le vecchie generazioni hanno spesso alimentato. I ragazzi del Toschi, con la freschezza dei loro quindici anni, hanno invece guardato al lupo con occhi nuovi, facendone un simbolo di fierezza e forza, ma anche fragilità e protezione. Nelle loro opere, il lupo smette di essere materiale per speculazioni mediatiche per diventare uno specchio dell’anima adolescenziale.

L’inaugurazione, aperta dai saluti del Sindaco di Fidenza, Davide Malvisi, è stata arricchita dai contributi del prof. Marzio Dall’Acqua, dello scrittore Mario Ferraguti, con un messaggio video del maestro Bruno Bozzetto e una performance di danza contemporanea a cura di Pietro Mattioli. La mostra, inserita nel programma “Terra Incognita 2026“, invita il visitatore a riflettere su quanto le immagini mentali, veicolate da narrazioni spesso distorte, influenzino il nostro rapporto con la natura. È un invito a guardare il mondo con uno sguardo più libero e consapevole, facendosi guidare da questi giovani artisti.

La mostra è visitabile fino al 26 aprile: oggi e domani dalle 17 alle 19, domenica anche dalle 10 alle 12.


https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/04/opera.jpg 1092 1971 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-04-24 10:22:362026-04-24 10:22:37Il lupo che ho in testa: a Fidenza l’arte dei giovani rompe i pregiudizi

A Parma il Green Economy Festival alla prova della crisi geopolitica

14 Aprile 2026/0 Commenti/in News/da redazione

     Dal 17 al 19 aprileParma ospiterà per la sedicesima volta il Green Economy Festival, un’occasione di riflessione di portata nazionale per le tante imprese che aspirano a crescere in modo “sostenibile”, ma anche un momento di incontro tra imprenditori, istituzioni, società civile, scienziati e giornalisti. Il titolo di questa edizione sarebbe stato già sufficiente per raccogliere l’attenzione di un pubblico vasto e attento alle questioni ambientali: “Il Mondo tra 20 anni. Progettare prodotti e servizi per un Pianeta a risorse limitate” (per programma, informazioni, accesso libero con accredito: www.greeneconomyfestival.it)

    Ma è quasi inutile sottolineare che alla luce del caos energetico-geopolitico che stiamo vivendo a causa della rimodulazione della politica imperiale americana, l’incontro assume un’importanza che forse neppure gli organizzatori immaginavano e il titolo “Il Mondo tra 20 anni” andrebbe a questo punto riformulato così: “Il Mondo da ADESSO IN POI”. Non basterà infatti avere di nuovo gas e petrolio dalla Russia o riaprire lo Stretto di Hormuz per mettere in sicurezza l’Occidente industrializzato: la dipendenza dai combustibili fossili è un cappio al collo di cui non abbiamo il controllo e la Green Economy non è più una scelta tra le tante possibili ma una drammatica necessità.

       I tanti e qualificati relatori del Festival non dovrebbero sprecare questa opportunità di confronto: ci auguriamo sappiano formulare proposte – rivolte al mondo economico, scientifico e alla politica – capaci di tenere il passo con l’accelerazione imposta da questa “Terza Guerra Mondiale a pezzi”.

     I momenti di incontro previsti sono una quarantina distribuiti in tre giorni, con circa un centinaio di relatori, molti in contemporanea. Presuppongono dunque da parte del pubblico una scelta mirata e, anche se a ingresso libero, richiedono un accredito. Sul sito www.greeneconomyfestival.it si può studiare il programma.

Alcuni incontri si annunciano fin dal titolo molto interessanti:

  • Fossili, rinnovabili, nucleare: quale futuro per l’energia dell’Italia e dell’Europa,
  • Escaping the Elite Illusion (con Joshua Angrist, premio Nobel per l’Economia del 2021),
  • Elettrificare per crescere: la sfida per la politica e le imprese,
  • Il diritto alla Natura,
  • Sostenibilità indietro tutta? Il cambio di rotta di Usa, Cina e Germania,
  • Filiera agricola organica e rigenerativa: impatti concreti su sostenibilità e benessere,
  • Geopolitics of Raw Materials,
  • Come rendere le città sostenibili?,
  • “La grande transizione del capitalismo” (presentazione del libro con l’autore Giuseppe Sabella),
  • Primo, non sprecare (presentazione del libro “Contro lo spreco. Cibo, valore, futuro” con l’autore Andrea Segrè)
  • “Il mito infranto. Come la falsa sostenibilità ha reso il mondo più ingiusto” (con l’autore Antonio Galdo),
  • La ricerca tra competenze e AI: sfide per il futuro,
  • Cos’è l’energia senza le reti?,
  • La promessa africana,
  • L’innovazione veicolo di sostenibilità ambientale e sociale,
  • Oltre l’algoritmo: l’umanità al centro del progresso,
  • Nuove frontiere del turismo: l’ospitalità rigenerativa
  • L’evoluzione della cucina: cosa cambierà nei prossimi 20 anni?
  • “Energia. Una storia di creazione e distruzione” (con l’autore Roberto Battiston),
  • “I vagabondi del mare. Le tante vite del plancton” (con le autrici Giorgia Bollati e Marta Musso).

     Tra i circa cento relatori, oltre al citato Joshua Angrist e agli autori delle pubblicazioni, vale forse la pena menzionare Federico Faggin, Vito Mancuso, Maria Chiara Carrozza, Alessandra Prampolini, Angelo Bonelli, Paolo Giordano, Gunter Bloschl, Giorgio Gori, don Dante Carraro, Aurora Cavallo.

     Il Festival è promosso da ItalyPost e dal Corriere della Sera, con il patrocinio del Comune di Parma e dell’Unione Parmense degli Industriali e ha come partner principali Crèdit-Agricole Italia, Davines Group e Iren.

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png 0 0 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-04-14 09:04:272026-04-14 09:04:30A Parma il Green Economy Festival alla prova della crisi geopolitica

Nel nome dei bambini di Gaza, bende sul mondo ferito

3 Aprile 2026/0 Commenti/in News/da redazione

Sembra di entrare in un ospedale da campo in zona di guerra, nel varcare la soglia dell’Oratorio Novo. Lunghe strisce bianche, come bende cucite una ad una, penzolano appese, ricoprono pareti, si perdono in ghirigori a terra. L’allestimento in questa veste dell’Oratorio Novo (sala conferenze della biblioteca civica) restituisce una sensazione di sacralità, come fosse una sala del commiato, o ben di più: un memoriale dove raccogliersi, inchinarsi e porgere l’ultimo saluto agli oltre 20mila bambini palestinesi vittime del genocidio a Gaza. Sperando, pregando per una pace che oggi sembra impossibile.

5,7 km di grida nel silenzio è il nome di questa mostra speciale, itinerante, che fa tappa a Parma proprio nel periodo pasquale e diventano un grido di pace, o forse solo un sussurro ma almeno quello, in questi tempi di guerra guidati da Israele, paese e popolo passato da vittima a carnefice, nel contrappasso della storia.

Il progetto di questa esposizione artistica si deve a Cristina Pedrocco (W. Camicie) ed Elena Gradara e vede l’adesione di centinaia di volontari artisti, artigiani tessili, associazioni, che hanno accolto l’idea di trascrivere, ricamare o dipingere su un pezzetto di stoffa bianca i nomi delle giovanissime vittime dell’occupazione israeliana. Ne è uscito un nastro lungo 5,7 chilometri che ora gira le città italiane.

A Parma è arrivato grazie all’impegno della Casa della Pace e del Comune di Parma che ha messo a disposizione l’Oratorio Novo, grazie alla sensibilità dell’assessora Caterina Bonetti.

Nel corso dell’inaugurazione, dai toni commossi, è stato ricordato l’input dato da Cristina Pedrocco “Ho fatto una chiamata agli aghi” perché “I nomi sono importanti, cucirli significa farli esistere” … Aida Abu, Mervat Abdel, Kamel, Mohammed, Sham, Zain, leggiamo sulle bende … di tutti questi nomi qualche mese fa era già stato evocato il ricordo, in una maratona di memoria promossa dalla Casa della Pace e dalle Donne in nero.

Il violoncellista Enrico Contini ha ricordato la figura di un maestro musicista ebreo-palestinese che, come tanti, si è speso forse invano per una convivenza fra popoli, e poi ha liberato nell’aria una sonata struggente. Quindi la parola è passata ad un esule libanese, a Parma da molti anni, la cui famiglia originaria ha avuto la casa semidistrutta, pochi giorni fa, da un bombardamento israeliano; uno dei tanti che stanno scacciando la popolazione dal sud del Libano per quel disegno di espansione sionista in una spirale di morte che sembra inarrestabile.

I 5,7 km di grida nel silenzio sono visitabili ancora per oggi e domani con orario 10:30 -13 / 16-19 e martedì 7 aprile (h 10-13). Oratorio Novo, Biblioteca Civica, vicolo Santa Maria 5, Parma.

dra.fra

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_9052-scaled.jpeg 2560 1920 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-04-03 09:41:132026-04-03 09:41:16Nel nome dei bambini di Gaza, bende sul mondo ferito

Da Parma a Sarajevo per il “safari umano”

2 Aprile 2026/1 Commento/in News/da redazione

9. Parma

Il nome della nostra città compare così, laconico, al capitolo 9 nell’indice del libro “I cecchini del week-end” in cui lo scrittore e giornalista freelance Ezio Gavazzeni ricostruisce con dovizia di testimonianze la storia raccapricciante dei “turisti” italiani che andavano a uccidere per divertimento donne, bambini e chiunque si muovesse nella Sarajevo assediata durante la guerra in Bosnia dal 1992 al 1996.

Il libro di Gavazzeni è uscito da due settimane e sta facendo scalpore. In estrema sintesi: la vicenda dei cecchini del week-end è rimasta coperta per trent’anni fino all’uscita del docufilm “Sarajevo Safari” che ha aperto uno squarcio, nel 2022 (l’immagine di copertina è tratta da un fotogramma del film). Lì si è infilato Gavazzeni andando a fondo nella raccolta di testimonianze, coadiuvato dagli avvocati Guido Salvini e Nicola Brigida .

Nell’autunno scorso, col materiale raccolto, hanno fatto un esposto alla Procura della Repubblica di Milano che ha aperto un fascicolo. Le indagini sono affidate al sostituto procuratore Alessandro Gobbis. Le ipotesi di reato sono crimine contro l’umanità e omicidio volontario. Al momento gli indagati sono otto ma la stima del numero totale di cecchini, seconda una testimonianza attendibile raccolta da Gavazzeni, sarebbe di 230 italiani e altrettanti da altri paesi europei: Germania, Francia e anche Russia.

Scoprire che dalla nostra città i cecchini del week-end partivano alla volta delle colline di Sarajevo per quello che è stato definito “safari umano” trasmette una sensazione di inquietudine. Ancor di più se, come soffia una voce, c’era una o più persone con un ruolo organizzativo e il nome che spunta è quello di Parmatour, l’agenzia di viaggi della galassia Tanzi, finita nel ciclone del crack Parmalat nel 2003.

Qui siamo dieci anni indietro, periodo 1992-95, e da quel che si desume dalla testimonianza fornita a Gavazzeni, è ipotizzabile che Parmatour fosse utilizzata come paravento (con o senza il coinvolgimento di uno o più manager della società di Tanzi) per organizzare il viaggio in aereo dall’aeroporto Giuseppe Verdi di Parma all’aeroporto Ronchi dei Legionari con il trasbordo fino a Trieste. Nel capoluogo giuliano c’era la base operativa, una sorta di centro di smistamento per il trasferimento a Belgrado e poi a Sarajevo. Non è escluso che alcuni viaggi abbiano seguito altre rotte: Albania, Ungheria. Il trasporto avveniva in aerei executive, aerei privati per il trasporto di gruppetti di cinque-sei persone.

Le testimonianze raccolte da Gavazzeni a riguardo di Parma non sono dirette, la prima è di un autista che in quegli anni conduceva i convogli della solidarietà in Bosnia, con beni di sussistenza raccolti nelle parrocchie e donati in beneficenza. La seconda di un operatore televisivo.

Si tratta di persone bene informate, che hanno sentito conversazioni in Bosnia e in altri luoghi, e fissato nella memoria circostanze precise. Dunque sono testimonianze da ritenere attendibili e che collocano a Parma lo “snodo” emiliano di questa organizzazione criminale clandestina che aveva i suoi centri a Milano e Trieste.

Le domande sorgono spontanee: chi c’era dietro? Chi partiva da Parma? C’erano parmigiani coinvolti? Questi turisti, con tute mimetiche e scarponi, portavano con sé imbarcando sugli aerei i propri fucili, per la caccia grossa, o li trovavano sul posto forniti dall’organizzazione? Sono spunti da approfondire in via giudiziaria, prima di tutto.

Chi erano i cecchini? Gavazzeni è stringato: imprenditori e professionisti. Sicuramente persone amanti delle armi, molto probabilmente cacciatori, e con una cospicua disponibilità economica. Per poter sparare ai bersagli umani pagavano cifre non banali. Il solo viaggio “turistico” per il safari costava sui 30 milioni. Il tariffario della morte è agghiacciante: 100 milioni di lire per uccidere un bambino o una ragazza, 70 milioni per una donna e, a scendere di prezzario, uomini e anziani.

La guerra in Bosnia fece 100mila morti; solo a Sarajevo 14mila di cui la metà civili. In tutto furono 1.601 i bambini uccisi durante la guerra, il 10% dai cecchini. Numerosi gli episodi di granate lanciate verso i bambini che giocavano. Uccisi senza pietà in ogni occasione. Come accade oggi in Ucraina, in Palestina e in tanti altri teatri di guerra.

Altrettanto sicuramente i cecchini hanno goduto di copertura istituzionale che ha portato a un oscuramento delle loro posizioni, benché sospetti e anche articoli di giornali fossero usciti, al tempo. Il Sismi ne bloccò 5 sulle alture di Sarajevo nel 1994, dopo una segnalazione delle forze militari bosniache. Di questa operazione non uscì niente.

È una delle pagine più squallide e densa di orrore, che manda definitivamente in soffitta la frase fatta degli “Italiani, brava gente”.

Ci sono altre domande da porsi. Tra cui queste, avanzate da un operatore della solidarietà, parmigiano:

1. Com’è possibile che i serbo bosniaci che erano militarmente di gran lunga superiori ai bosniaci non occuparono mai Sarajevo per 4 anni e la tennero assediata? Domanda che Paolo Rumiz si pose e scrisse in numerosi articoli e libri.

2. Come si autofinanziavano l’assedio? Vedendo le tariffe è logico supporre che il business del “safari” giustificasse la cosa.

In attesa degli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria milanese per approfondire la storiaccia dei cecchini del week-end potete vedere:

– la puntata di Presa Diretta su Raiplay, dal minuto 10’30”

– l’intervista a Ezio Gavazzeni realizzata da Telereggio, che si sofferma sullo snodo emiliano di Parma

– un articolo del Post riassuntivo sulla Guerra in Bosnia e dei bombardamenti Nato che la fecero terminare

E naturalmente potete leggere il libro “I cecchini del week-end” (Paper First edizioni) che trovate in libreria.

dra.fra

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/04/sarajevo_safari.jpg 777 1397 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-04-02 10:28:182026-04-02 22:31:24Da Parma a Sarajevo per il “safari umano”

La foglia di fico “outdoor” della fiera delle armi

27 Marzo 2026/4 Commenti/in News/da redazione

Da oggi a domenica Parma ospiterà EOS – European Outdoor Show.

Sotto un anglicismo che evoca ampi orizzonti e amore per la natura, si cela in realtà quella che l’opinione pubblica ha sempre conosciuto come la “Fiera delle Armi”. Dopo le contestazioni che l’hanno accompagnata nelle precedenti tappe di Brescia, Vicenza e Verona, l’evento approda in terra emiliana portando con sé una storia ormai lunga di ambiguità e polemiche. Se si aggiunge la concomitanza con un momento storico in cui il mondo è in fiamme, sull’orlo di un conflitto globale, ecco che l’insensatezza della situazione si manifesta in modo plastico.

(L’immagine di copertina è una crasi tra le locandine delle due manifestazioni previste nel week-end, composta esercitando il diritto di cronaca)

​L’illusione del Codice Etico

​Negli anni, grazie alla costante e ammirevole pressione delle associazioni ambientaliste e pacifiste (particolarmente durante l’edizione veronese), la fiera si è dotata di un codice etico. Questo codice vieta tra l’altro l’esposizione di armi da guerra o per difesa personale, concentrandosi esclusivamente sul settore venatorio e sportivo.

​Tuttavia se osservata con attenzione, questa distinzione appare pretestuosa e tutt’altro che risolutiva: i produttori sono le stesse grandi aziende italiane, leader mondiali del settore, che producono sia il fucile da caccia che l’arma destinata a eserciti e milizie sui teatri bellici. La filiera industriale è la stessa, così come le tasche in cui finiscono i profitti.

Il regolamento presuppone che l’uso venatorio sia un impiego “buono”, o comunque tollerabile dell’arma. Ma è una distinzione accettabile, se la finalità primaria rimane la soppressione della vita, tra l’altro per puro diletto?

​È necessario scardinare un dogma spesso ripetuto dai sostenitori dell’attività venatoria, e malauguratamente diffuso anche nell’opinione pubblica e dentro enti e istituzioni: la caccia non è, né può essere considerata, un servizio pubblico. Si tratta di un’attività ludica privata, ancorché regolamentata dalla legge.

​Nonostante la retorica del “cacciatore sentinella dell’ambiente”, non esiste alcun beneficio dimostrato e concreto per la collettività. La logica secondo cui la fauna selvatica si gestisce come un rubinetto — se sono pochi si reintroducono, se sono troppi si abbattono a fucilate  — è un modello in larga parte fallimentare, che ignora la complessità dei cicli naturali e le basi della biologia e dell’ecologia.

​L’esempio più lampante del fallimento della gestione venatoria è la questione dei cinghiali. La storia è nota: negli anni ’60 e ’70, i cinghiali erano rari in Italia. Sono stati i cacciatori a reintrodurli massicciamente, spesso importando sottospecie più prolifiche dall’Est Europa, per fini puramente ricreativi. Oggi, quegli stessi soggetti che hanno causato uno squilibrio ecologico ormai irrimediabile e danni incalcolabili all’agricoltura e alla biodiversità – per non parlare della recente epidemia di peste suina africana – si propongono come gli unici in grado di risolvere il problema. Nonostante decine di migliaia di abbattimenti ogni anno, la popolazione di cinghiali continua a crescere, così come i rimborsi che le Regioni devono versare agli agricoltori. È la prova provata che il fucile non è uno strumento di riequilibrio, ma un fattore di ulteriore instabilità per gli ecosistemi.

Il silenzio dell’assessorato alla Pace

La fiera EOS non è dunque solo un evento commerciale, ma il palcoscenico di una narrazione che tenta di normalizzare il possesso delle armi e l’uccisione per sport, contrabbandandole per vita all’aria aperta e gestione ambientale. Crediamo che a partire da lunedì Parma farà bene a chiedersi se sia questa l’idea di “outdoor” e di rapporto con la natura che vuole promuovere. Lo potrà fare solo a cose fatte, in previsione del prossimo anno, visto che fino a questo momento l’Amministrazione Comunale si è fatta trovare totalmente impreparata, messa di fronte al fatto compiuto dai manager delle Fiere, di cui pure il Comune detiene una quota di proprietà (35%) e uno scranno in CDA. Sindaco e assessori alle Partecipate e alla Pace (sì, a Parma abbiamo l’assessora alla Pace) non hanno potuto fare altro che prendere atto della situazione, senza toccare realmente palla nella gestione del problema, potendosi giusto limitare a balbettare generiche stigmatizzazioni e timidi moniti dalla dubbia efficacia. I rappresentanti delle Istituzioni hanno il potere di fare di più: se non altro prendere pubblicamente una posizione contraria.

Errata corrige

Il Comune di Parma ha una quota azionaria del 15,96% di Fiere di Parma spa; quota identica della Provincia di Parma (15,96%) mentre la Regione Emilia-Romagna ha una partecipazione del 4,14%, per un totale del 36,6% degli enti pubblici locali.

La contromanifestazione

Quello che stanno facendo le associazioni riunite nel “Coordinamento contro la Fiera delle Armi” che vede il consigliere comunale Enrico Ottolini (Europa Verde – AVS) tra i più attivi.

La contro-manifestazione più rilevante si terrrà domani, sabato 28, con un corteo. Ritrovo alle ore 15 in piazzale Santa Croce, termine in piazza Garibaldi dove da sabato mattina a domenica pomeriggio ci sarà un presidio permanente.

Sul sito della Casa della Pace potete trovare il dettaglio delle iniziative.

Ci sarà una coda mercoledì 1° aprile ore 18: “Vorrei che fosse pace – Da Sarajevo a oggi, 30 anni di parole contro la pace” con Antonella Iaschi nel ricordo del padre Franco, presso la Piccola Biblioteca Partigiana in via Nullo 2/b.

Nel frattempo si è tenuto l’incontro “Una fiera da cacciare” dove le associazioni Legambiente, WWF e Lipu hanno preso posizione affermando che “La caccia non è l’uso buono delle armi”.

“La questione della caccia è un po’ rimasta sullo sfondo. – ha detto Rolando Cervi, presidente WWF– L’uso venatorio delle armi è considerato “buono” ma il tema non è trascurabile. È pretestuoso il taglio netto tra uso venatorio e uso personale, la preponderanza è di persone over 65 anni. Ma la lobby è molto attrezzata a livello mediatico e fa godere la caccia di un buon nome”.

“Sulla Fiera – ha affermato Chiara Bertogalli, presidente Legambiente– una cosa che lascia sbigottita è l’ingresso gratuito ai minori di 12 anni. Le armi da svago diventano un gioco, L’altra ambiguità sta nel nome stesso della fiera: outdoor , è un’altra cosa che non ha niente a che fare con l’uso delle armi. Outdoor significa di più fare escursioni in bicicletta piuttosto che l’uso delle armi all’aperto”.

Infine le ADA, Associazione Donne Ambientaliste hanno scritto una lettera aperta al Comune di Parma contro la Fiera delle Armi. “Mentre si celebrano gli 800 anni dalla morte di S.Francesco, evento significativo anche per i laici  e si cerca di fermare le guerre dilaganti nel mondo, la scelta di ospitare questo evento ci sembra anacronistica e diseducativa. L’unica giustificazione appare l’interesse economico che gravita intorno al mondo delle armi. … ADA odv associazione donne ambientaliste si appella al Comune di Parma  che ha un ruolo all’interno del Consiglio di Amministrazione dell’Ente Fiere di Parma ed ha istituito un Assessorato alla Pace, affinchè questo sia l’ ultimo anno in cui Parma ospita manifestazioni pubbliche di questo genere”.

Redazione

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/03/EosNofieraarmi.jpg 532 1210 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-03-27 09:37:382026-03-29 10:38:22La foglia di fico “outdoor” della fiera delle armi

Potere al Popolo assieme al Pd, indagati per l’occupazione dei binari

20 Marzo 2026/0 Commenti/in News/da redazione

La manifestazione Pro Pal e Sumud Flotilla lo scorso 1° ottobre

C’è anche Andrea Bui, coordinatore di Potere al Popolo, tra gli indagati “in concorso” per il reato di “interruzione di pubblico servizio” tramite occupazione dei binari ferroviari, lo scorso 1° ottobre, in occasione della manifestazione in solidarietà pro Palestina e la Global Sumud Flotilla. Assieme a Bui hanno ricevuto l’avviso di garanzia altri 3 iscritti a Pap. Come già noto, nel registro degli indagati vi sono anche 4 esponenti di primo piano del Partito Democratico: gli assessori Francesco De Vanna e Caterina Bonetti, le consigliere comunali Gabriella Corsaro e Victoria Oluboyo.

Chiamatela coincidenza, curiosità, comunanza, strategia processuale dell’accusa… come che sia, si fa notare questa abbinata Potere al Popolo – Partito Democratico.

L’occupazione e le indagini

Sorge l’interrogativo sull’intento del pm Alfonso D’Avino, procuratore della repubblica, al di là delle ipotesi di reato, ossia se voglia dimostrare una saldatura politica tra le diverse anime della sinistra. Oppure nell’individuare i “concorrenti” al reato di interruzione di pubblico servizio abbia volutamente cercato persone note per suscitare un “processo mediatico”; obiettivo che non sarebbe stato raggiunto se l’avviso di garanzia fosse giunto ai soli occupanti dei binari i cui nomi sono sconosciuti ai più. Va detto, peraltro, che esponenti di rilievo di altri partiti, pur presenti alla manifestazione, sono rimasti fuori, non indagati.

A quanto appreso anche in altre città, dove vi è stata occupazione di binari, la notte del 1° ottobre o nei giorni seguenti, le Procure si sarebbero mosse per le relative indagini e avrebbero già emesso avvisi di garanzia, ma senza nomi “eccellenti”, e sarebbe il caso di Reggio Emilia.

«Io quella sera c’ero e penso fosse il posto giusto dove stare – afferma Andrea Bui – per la necessità di manifestare il dissenso rispetto ai 75mila morti causati dall’aggressione israeliana nella striscia di Gaza, assediata senz’acqua e luce. Quel pomeriggio avevamo tenuto un presidio in piazza, fino alle 20 e tornai a casa esausto.In serata vi fu l’arresto illegale degli equipaggi della Flotilla da parte dell’esercito israeliano e fui avvisato da diverse persone del corteo spontaneo , decisi così di unirmi e mi diressi verso la stazione che il corteo era praticamente arrivato. Un corteo grosso, TV Parma, non certo una testata a noi vicina, parlerà di 1500 persone, le persone applaudivano dalle finestre, si respirava un’atmosfera molto diversa dalla descrizione di assalti e violenze che vedo girare in questi giorni. Mi piacerebbe aggiungere altre considerazioni, ma per il momento preferisco non dire altro poiché il procedimento giudiziario è aperto».

La strategia del pm

Ci sono quattro indagati principali per l’occupazione dei binari 1, 2 e 3. A scendere sulle traversine sono stati almeno in 50 su un totale di 350-400 persone entrate in stazione (così è accertato dalle indagini, in realtà le cronache parlano di una manifestazione con 1.500 partecipanti. Nella foto il corteo in via Mazzini quella sera). E la prima cosa che balza all’occhio nel leggere la lista degli indagati è che ognuno dei 4 è qualificato per l’appartenenza a un gruppo (o “collettivo”, come scritto nell’atto giudiziario): Rete Diritti in Casa, Art Lab, Fronte della Gioventù Comunista, Udu (Unione degli Universitari, sindacato studentesco). Sembrano scelti col lanternino: uno di questi, una di quelli, e così via, per identificarli con una sigla diversa. Ce n’era bisogno?

È la stessa domanda che possiamo porre a riguardo dei quattro esponenti Pd, qualificati per il ruolo politico che ricoprono. Ovvio che la risonanza mediatica sia più elevata.

Prima di arrivare a loro, ci sono le posizioni intermedie di due indagati che “oltrepassavano abbondantemente la linea gialla di sicurezza”: qui, nell’ipotesi di reato, c’è già il giudizio insito del pm che quelle “gambe sporgenti” ostruiscono l’eventuale passaggio del treno, anziché poter essere tirate prontamente indietro. Insomma, pare un processo alle intenzioni. Sarà ovviamente oggetto di contestazione. Anche queste due persone sono qualificate una come Diritti in casa e sindacato ADL Cobas, l’altra genericamente come facente parte dell’area della sinistra antagonista e anarchica.

Dal punto di vista legale e giudiziario possono essere elementi di banale circostanza, dal punto di vista politico e mediatico specificare queste qualificazioni hanno un effetto volano. Sono supposizioni, ma risuonano così e d’altronde i titoli sui giornali e tv nazionali parlano da soli.

Le ipotesi di reato

Chiariamo subito: i nuovi decreti sicurezza del governo Meloni non c’entrano. I reati contestati sono agli art. 340 (interruzione di pubblico servizio) con le aggravanti del 110 e 112 e risalgono al “Codice Rocco” del 1930 poi inglobato nel Codice Penale. In più il Pm contesta il mancato rispetto dell’art. 18 del RD del 773/1931 che prevede il preavviso all’Autorità di pubblica sicurezza dell’effettuazione di un corteo. Questo preavviso dev’essere di almeno tre giorni, ma se il corteo nasce spontaneo sull’onda di fatti immediati e urgenti, come si fa a preavvisare? Materia per avvocati e giudici.

L’importante – da cronisti – è ribadire che il Pm non contesta la manifestazione in sé, cosa che non potrebbe fare poiché manifestare la libertà di pensiero è un diritto costituzionale (art. 21). Quindi parlare come fa qualcuno di “manifestazione non autorizzata” è improprio. Si tratta dunque di vedere le modalità, e il corteo , secondo il Pm, andava “preavvisato”. In questo caso la pena prevista è un’ammenda pecuniaria.

Per l’interruzione di pubblico servizio (art. 340) le pene previste prevedono la reclusione fino a 2 anni se ci sono le aggravanti (art. 110 e 112). Per i capi o i promotori della protesta la pena sale fino a 5 anni di carcere. Tuttavia nelle sue indagini il Procuratore D’Avino non è riuscito a individuare nessun promotore o, almeno, non è indicato nell’informazione di garanzia.

Il concorso

Ben 17 persone sono indagate perché “pur senza scendere materialmente sui binari, stazionavano lungo i marciapiedi ferroviari; concorrendo nella attività illecita di invasione dei binari i quali -con la loro perdurante presenza all’interno della stazione ferroviaria e nelle immediate vicinanze dei binari- di fatto approvavano, incoraggiavano e collaboravano con i materiali invasori dei binari, fornendo loro supporto e contribuendo -con la loro presenza ed il loro appoggio- a rafforzare il proposito criminoso dei primi sette” (in realtà sei, errore formale, ndr).

Si rileva facilmente che si tratta di supposizioni del Pm, poiché non vi è alcuna prova addotta a carico dei 17, tra cui appunto Bui, De Vanna, Corsaro, Oluboyo, Bonetti, che abbiamo materialmente agito supportando gli occupanti dei binari.

La strategia difensiva

Gli indagati hanno venti giorni per circostanziare la propria posizione. Alcuni non hanno ancora ricevuto l’informazione di garanzia pertanto si può prevedere che il procedimento finirà davanti al Gup (Giudice dell’udienza preliminare) non prima di metà aprile. In questo momento le bocche sono cucite, la strategia difensiva è in via di definizione per tutti. L’assessore De Vanna e la consigliera Corsaro sono difesi dall’avvocato Salvatore Tesoriero (foro di Bologna), l’assessora Bonetti dall’avvocato Sergio Ghiretti. Gli altri indagati stanno vagliando un pool di legali.

La sensazione è che in prima battuta, davanti al Gup, gli indagati in concorso chiederanno l’archiviazione perché il reato non sussiste o per tenuità del fatto. Inoltre, a quanto pare, ci sono un paio di persone, riprese dalle videocamere di sorveglianza in via Garibaldi, che poi giunte in stazione non si sono recate sulla banchina, e dunque la loro posizione dovrebbe essere facilmente stralciata.

Se poi il procedimento giudiziario dovesse instaurarsi, cosa praticamente certa per i quattro occupanti dei binari, si dovrà dibattere su quanto il “blocco ferroviario” a Parma abbia influito sui ritardi dei treni (otto convogli passeggeri e nove treni merci).

È presumibile che poi sarà invocato l’art. 62 del codice penale per chiedere le attenuanti per motivi di particolare valore morale e, in questo senso, protestare pacificamente contro il genocidio in Palestina dovrebbe essere riconosciuto.

L’Oltretorrente

Una curiosità è constatare che almeno la metà degli indagati abita o frequenta quotidianamente l’Oltretorrente, che si conferma essere un quartiere ribelle e solidale.

I precedenti illustri

A proposito di treni bloccati per proteste pacifiste a Parma abbiamo due precedenti. Il più illustre, riguarda Guido Picelli. La sera del 28 giugno 1920 Picelli, conducendo un gruppo di “Guardie Rosse”, risalì la massicciata ferroviaria dalle parti di via Trieste. L’intento era di fermare un treno di soldati granatieri inviati in Albania. Già in stazione era in corso un presidio pacifico. Picelli non si accontentò e col suo gruppo srotolò sui binari un carico di legname, per obbligare i treni a fermarsi. Per poco non avvenne un guaio. Fu arrestato qualche giorno dopo e trascorse in carcere dieci mesi, prima di venir eletto in Parlamento. Da lì la sua ascesa politica e il ruolo di comandante delle Barricate. Nota bene: da quelle accuse per l’assalto al treno, Picelli fu prosciolto.

Il secondo precedente riguarda i giorni nostri. Nel febbraio 2003, Roberto Bernardini, allora sindaco di San Secondo Parmense, si unì a un’azione dimostrativa per fermare un convoglio carico di armi destinate alla guerra in Iraq. Anche lui fu assolto. Al proposito potete leggere qui l’intervista a Bernardini.

Le reazioni

L’obiettivo mediatico è stato raggiunto, quello politico di perpetrare la divisione tra le parti, pure. Era questo quanto voleva raggiungere il procuratore D’Avino?

Nelle immediatezze della “fuga di notizie” sui nomi degli indagati del Pd si è scatenata la ridda di dichiarazione pro e contro, come se l’avviso di garanzia fosse già una sentenza di condanna.

Lo stravolgimento pieno di quello che dovrebbe essere un equo processo di giustizia. Casi già visti, purtroppo.

Le richieste di dimissioni (per un avviso di garanzia, vale la pena di ribadirlo nuovamente) sono giunte da Priamo Bocchi (FDI), Agoletti (Forza Italia), Seletti (Gruppo Vignali), Missione Parma, appena più prudente la deputata Laura Cavandoli (Lega) .

Più ragionata la posizione di Marco Adorni per ChiAmaParma (movimento promosso da Federica Ubaldi) che richiama le “responsabilità politiche” degli assessori che, in estrema sintesi, in quanto amministratori dovrebbero avere la “prudenza” di non partecipare a manifestazioni politiche. Qui il suo intervento integrale.

Dall’altro lato, gli occupanti e gli indagati in concorso sembrano già assurti a “eroi del popolo”.

La posizione del Pd è inevitabilmente asciutta (e imbarazzata): “Il partito democratico di Parma è certo dell’estraneità ai fatti contestati ai due assessori comunali Bonetti e De Vanna e alle due consigliere Corsaro e Oluboyo, sicuri che chiariranno la loro posizione e dimostreranno la correttezza dei loro comportamenti durante la manifestazione alla quale hanno partecipato” ha dichiarato Andrea Bernardi, segretario provinciale del Pd.

Su Voladora potete leggere tutte le posizioni in solidarietà agli indagati espresse da Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, Alleanza Verdi Sinistra, Usi-Cit e Gruppo Anarchico “Cieri”, Casa delle Donne e , in chiusura, la posizione del Ciac con altre quindici associazioni che già avevamo pubblicato (Un’indagine che colpisce tutti noi).

Una riflessione, sulle indagini e le ipotesi di reato avanzate del procuratore della repubblica Alfonso D’Avino, l’ha scritta Luca Marola, imprenditore del Canapaio Ducale reduce nell’estate scorsa dall’assoluzione completa per il processo “cannabis light”, intentato proprio da D’Avino, un processo durato cinque anni.

“Gran clamore per un’inchiesta che sembra tutto fuorché un’inchiesta”, scrive Marola (qui potete leggere l’intervento integrale) che imputa D’Avino di essersi “appena inventato nuovi fantasmagorici reati”. “Il mio preferito – prosegue – è quello di interruzione di traffico ferroviario per mezzo di… gamba perché, e cito dallo scritto del D’Avino stesso, “oltrepassavano abbondantemente la linea gialla di sicurezza posta sul marciapiedi antistante il binario, sedendosi su detto marciapiedi con le gambe sporgenti verso i binari … Per cui il reato di interruzione di traffico ferroviario attraverso coscia (propria, a quanto pare non valgono i prosciutti) pare possa avere una sua specifica gradazione: se si compie con oltrepassamento abbondante, pena piena!”

“L’altro fanta reato – ironizza Marola – è il concorso in interruzione di traffico ferroviario mediante telepatia. … Con la sola presenza stabile, perdurante (a proposito, come si calcola la perduranza nella fanta giurisprudenza?) ma ben al di qua della linea gialla, fissi, immobili, muti, con entrambe le gambe non utilizzate per bloccar treni, di fatto… Alt. “Di fatto”?!? Quindi il solo star in piedi, zitti e buoni, su un marciapiedi per un tempo che il Nostro giudica un po’ troppo, DI FATTO, ti fa compiere una serie di azioni come, in ordine cronologico: approvare, incoraggiare, collaborare, supportare, contribuire, appoggiare, rafforzare, quindi concorrere a determinare il perturbare del circolare”.

“Vi auguro il processo, – dice Marola agli indagati – perché quest’esperienza surreale è giusto che venga vissuta fino in fondo consapevoli che una roba del genere può capitare solo una volta nella vita e poi vi guadagnerete l’attenzione, e un certo numero di bicchieri offerti ad ogni bancone di bar, ogni volta che racconterete l’eventuale fanta processo. E allo stesso tempo vi auguro che ve lo viviate con leggerezza, con irriverenza e con la giusta dose di rabbia per il disturbo che l’uso distorto di un potere sta arrecando alle vostre vite”.

(dra.fra)

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/10/7ff042c1-8574-4553-989e-16da07bda487.jpeg 2040 1536 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-03-20 13:08:482026-03-20 14:27:05Potere al Popolo assieme al Pd, indagati per l’occupazione dei binari

Acqua pubblica: un gestore invece di tre. Chi rimarrà tra Ireti (Iren), Emiliambiente e Montagna 2000?

13 Marzo 2026/3 Commenti/in News/da redazione

Quindici anni fa, il 12 e 13 giugno 2011, i cittadini italiani si pronunciarono attraverso un referendum – uno dei pochi che li convinse a uscire di casa per andare al seggio – perché “il governo e la gestione dell’acqua “restassero pubbliche ed “estranee alle logiche del profitto”. La volontà popolare fu allora chiarissima: affluenza del 60,37% e 95,57% di sì per il quesito che abrogava la “determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito”. Ma è stata finora largamente disattesa, dal momento che l’attore pubblico (l’ente locale, azionista a vario titolo delle società che si occupano di acqua) ha continuato in parte a vestire in questi anni gli abiti dell’attore privato.

Il sistema idrico integrato a Parma

L’argomento torna in primo piano per via della rivoluzione che riguarda il nostro sistema idrico integrato (acqua potabile, depurazione, fognature) per Parma e provincia. Si tratta del passaggio al gestore unico, su indicazioni europee e nazionali, volto a superare affidamenti diretti o non conformi per evitare la frammentazione gestionale, migliorare l’efficienza infrastrutturale, uniformare le tariffe e garantire la qualità dell’acqua in un “ambito territoriale ottimale” quasi sempre coincidente con le province. La Regione ha fissato al 31 dicembre 2027 il termine ultimo per garantire la continuità degli investimenti, in particolare quelli finanziati dal PNRR, evitando interruzioni o rallentamenti causati dal cambio di gestori, visto la quantità di questi ultimi e le diverse scadenze degli affidamenti.

Di tre gestori ne rimarrà uno

L’orizzonte sembra lontano ma non lo è affatto perché i problemi da risolvere non sono semplici. Attualmente, infatti, i gestori parmigiani dell’acqua sono ben tre: Iren, tramite Ireti, per Parma e la zona Est della provincia (circa 330.000 abitanti); EmiliAmbiente, per la Bassa Ovest, tra cui Fidenza e Salsomaggiore (circa 105.000); Montagna 2000, per le valli Taro e Ceno (Borgotaro, Fornovo… circa 30.000). Ridisegnare un servizio fondamentale per 450.000 abitanti e un comparto economico che vale oltre 100 milioni di euro l’anno non sarà uno scherzo. Tenuto conto poi che la gestione del sistema idrico genera attualmente un profitto, cioè quel vantaggio economico per il gestore, che il referendum escludeva.

Le grandi manovre sono iniziate lo scorso settembre con il convegno “Acqua pubblica e governance locali: quali prospettive”, organizzato a Fidenza da EmiliAmbiente, a cui hanno partecipato rappresentanti di tutti i settori coinvolti. Gli stessi temi sono stati rilanciati e approfonditi nell’incontro del 7 febbraio scorso – intitolato “Gestione dell’acqua pubblica a Parma e Provincia” – promosso dal Coordinamento Acqua Pubblica Parma a cui aderiscono Associazione Donne Ambientaliste, Federconsumatori, Legambiente, Parma Sostenibile, WWF: realtà diverse accumunate dalla stessa attenzione al rispetto del risultato referendario e del pronunciamento della Corte Costituzionale (sentenza 26/2011) che nel valutare la legittimità dei quesiti, e decretandone l’ammissibilità, affermò che “mediante l’eliminazione della voce “adeguatezza della remunerazione del capitale investito” da quelle che formano la tariffa, si persegue, chiaramente, la finalità di rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua …coessenziale alla nozione di “rilevanza” economica del servizio è la copertura dei costi (sentenza n. 325 del 2010), non già la remunerazione del capitale.

Aggirata la Corte Costituzionale, per… il profitto

Come spesso succede, però, ad aggirare l’indicazione politica, e giuridica, arrivò l’interpretazione dell’organo amministrativo: così l’ ARERA (Autorità statale di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) – a cui spetta il compito di definire il quadro normativo e approvare le tariffe locali – ha aperto un varco nella chiarissima disposizione della Corte riconoscendo la legittimità per il sistema idrico integrato, di richiedere agli utenti, oltre alla percentuale necessaria a coprire i costi di gestione (investimenti compresi), anche una quota che garantisse un margine di remunerazione in relazione al capitale investito, tenendo conto pure degli oneri fiscali. In pratica, la bolletta pagata dai cittadini copre i costi e assicura un profitto. Amen e così sia.

La gestione dell’acqua genera profitti anche perché le società gestiscono strutture in larga parte già esistenti, cioè che non hanno costruito ex novo e quindi in larga parte già “ammortizzate”. Ma l’asso nella manica è che si tratta di un mercato stabile (non si cambia fornitore per l’acqua come per l’energia), con tariffe stabili garantite fuori da ogni concorrenza, quindi con margini di profitto costanti e garantiti. Non stupirà a questo punto che, ad esempio, quasi un quarto dell’utile netto di Iren provenga dal settore idrico, che rappresenta solo il 7% delle attività del gruppo (leggi: L’indebitamento netto di Iren sale a 4,3 miliardi. È preoccupante? ).

Elementi di ambiguità

C’è poi un secondo elemento di ambiguità: le società di gestione dell’acqua pubblica possono essere solo S.p.A. o S.r.l., magari quotate in borsa, enti che operano in regime di diritto privato, del tutto legittimati a perseguire appunto il profitto. Torniamo a Parma: anche qui, tutti e tre gli affidatari del servizio idrico della provincia sono società di diritto privato (non esistono più le vecchie “municipalizzate”), e dunque guadagnano sulla gestione dell’acqua pubblica: ma mentre Iren, che controlla la concessionaria Ireti, è una multiutility quotata in borsa, con il 55,69% di capitale pubblico e quasi il 44% di capitale privato (il Comune di Parma ne possiede una quota di circa il 3,29%), EmiliAmbiente e Montagna 2000 sono società “in house”, a capitale 100% pubblico derivante dai Comuni soci. In altre parole, EmiliAmbiente e Montagna2000 rispondono direttamente ed esclusivamente ai comuni soci, mentre Iren deve anche produrre dividendi per gli investitori privati oltre che per i Comuni. Malgrado il referendum, e malgrado le pronunce della Corte Costituzionale, l’acqua pubblica, insomma, in questi anni ha continuato a produrre profitto.

Come applicare, finalmente, la volontà referendaria

C’è un modo per risolvere le ambiguità e applicare finalmente la volontà referendaria?

Il Coordinamento Acqua Pubblica Parma risponde di sì: bisogna che una scelta politica “obblighi” qualunque società operi nel settore idrico a reinvestire tutte le risorse derivanti dalla gestione dell’acqua pubblica nel continuo miglioramento del servizio. I soldi dei cittadini non dovrebbero più alimentare i profitti di azionisti privati, e anche i Comuni, da parte loro, dovrebbero utilizzarli solo per il settore idrico per prendersi cura di un bene via via sempre più prezioso nel tempo della crisi climatica. Una scelta politica decisamente più semplice se riguardasse una società “in house” interamente pubblica. È questo il problema, etico e politico insieme, che l’operazione “gestore unico”, da risolvere nei prossimi mesi, ha rimesso sotto i riflettori.

La scelta della Regione Campania, a guida M5S

Pochi giorni fa su questi problemi è esplosa una “bomba”: la giunta regionale della Campania guidata da Roberto Fico ha fermato il progetto di gestione pubblico-privata dell’acqua varato nella scorsa consiliatura sotto Vincenzo De Luca. Progetto che prevedeva un bando di gara per la selezione del socio privato al 49%. Quindi solito schema: maggioranza pubblica (51%!) ma anche una bella fetta di affari privati. Fico è stato molto chiaro dicendo che “l’interesse collettivo è la priorità dell’azione amministrativa. In questo solco si inserisce la delibera che riguarda il servizio idrico”. (Ansa, 6 marzo 2026).

Decidono i sindaci

A Parma e in Provincia saranno i sindaci a decidere a chi e come affidare il servizio idrico integrato. Il percorso decisionale verrà come sempre seguito, organizzato e formalizzato da ATERSIR (Agenzia Territoriale Emilia Romagna per i Servizi Idrici e Rifiuti), l’agenzia di regolazione dei servizi pubblici locali ambientali, a cui partecipano obbligatoriamente tutti i Comuni e le Province. Le strade percorribili per arrivare all’affidamento sono tre. Gara a evidenza pubblica: affidamento a terzi tramite procedure trasparenti a cui possono partecipare tutte le aziende europee; società mista, cioè partenariato pubblico-privato come modello organizzativo, con ulteriore gara per la selezione del socio operativo (detta per questo anche gara a “doppio oggetto); infine affidamento a società cosiddetta “in house” – a capitale totalmente pubblico, la sola che garantisce, come già visto, una gestione diretta della società controllata. Quest’ultima è al momento preferita da diversi sindaci, dal momento che quelle private o miste, che rispondono a logiche aziendali più vaste e diversificate, possono risultare meno attente e reattive alle esigenze del territorio, soprattutto riguardo ai Comuni più piccoli.

Gli studi di fattibilità

Diversi studi di fattibilità sono in corso, tra cui quello di ATERSIR assieme alle università di Parma – per la parte tecnica – e di Modena-Reggio – per la parte economica. Queste analisi potrebbero indicare che il servizio idrico su scala provinciale sarebbe adeguatamente garantito, tecnicamente e finanziariamente, sia da società pubbliche (anche se più “piccole”, come EmiliaAmbiente, magari assieme a Montagna 2000), sia da società miste pubbliche-private più “grandi” (come Ireti-Iren). A quel punto, se così fosse, la scelta dei sindaci diventerebbe solo politica: tornare nel solco del referendum e della volontà dei cittadini oppure accettare di restare dentro al modello dei profitti privati con un bene pubblico. In ogni caso, verso qualunque scelta si orientino, i sindaci dovranno spiegarla con chiarezza agli elettori, e assumersene la responsabilità agendo – è davvero il caso di dirlo – con la massima trasparenza.

La partita è aperta e avrà bisogno di approfondimenti, ad esempio riguardo alle tariffe. Staremo a vedere.

La Redazione

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/03/running-water.jpg 1280 1920 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-03-13 08:22:412026-03-13 08:22:43Acqua pubblica: un gestore invece di tre. Chi rimarrà tra Ireti (Iren), Emiliambiente e Montagna 2000?

Referendum Magistratura, gli incontri pubblici del Si e del No (13 – 20 marzo)

13 Marzo 2026/0 Commenti/in News/da redazione

Informazioni di servizio

Sul sito web www.elezioni.comune.parma.it sono disponibili informazioni su:

– Normativa e Circolari;

– Istruzioni su come si vota;

– Elenco delle sezioni di voto;

– Possibilità di ricercare in quali sezioni votano i residenti di una via dello stradario comunale;

– Orari degli uffici;

– Informazioni su iscrizione Albo Scrutatori e Albo Presidenti di seggio;

– Servizi online:

 richiesta duplicato della tessera elettorale;

 iscrizione e cancellazione dall’Albo dei Presidenti di seggio elettorale;

 iscrizione e cancellazione dall’Albo degli Scrutatori di seggio elettorale;

 domanda di voto a domicilio.

-/-

I Comitati per il Sì al referendum organizzano i seguenti incontri:

* Venerdì 13 Marzo – ore 21 – Medesano, Sala civica, via Europa 9

Incontro con On. Gaetana Russo, Marco Bongiorno, Cristina Sirignano, Massimo De Matteis

* Sabato 14 marzo alle ore 17.30, Sorbolo, centro civico di via Gruppini 4

Incontro introdotto da Luca Amadasi e Serena Brandini. Intervengono Elisabetta Gualmini, Giorgio Pagliari, Andrea Marcucci

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Il Comitato per il No organizza i seguenti incontri:

Appuntamenti a Parma

* venerdì 13 marzo ore 17:30 Sala Fondazione ARTA via Treves. Incontro con Antonella Mascali, giornalista e Piergiorgio Morosini, presidente Tribunale di Palermo. Organizzato da Libera.

* venerdì 13 marzo, ore 20:45 Circolo Arci Il Castelletto, Incontro con Albertina Soliani e lo scrittore Valerio Varesi, e Cesare Parodi, Presidente ANM. ANPI

* martedì 17 marzo, ore 17:30 Circolo Arci Aquila Longhi, vicolo santa Maria 1/a. Incontro con Giovanni Bachelet, Luca Poniz, Lorenzo Lavagetto. Introduce Ludovico Valotti

-/-

Appuntamenti in provincia

* venerdì 13 marzo, ore 20:30 Fidenza Auditorium Ex Orsoline. Incontro con Pollio Salimbeni, Fabio Salvatore Cassibba e Giulia Sarti, modera Michele Vanolli.

* Sabato 14 Marzo ore 16:30 Circolo La Ricreativa di Tortiano, Via Stanislao Solari 59. Incontro con Francesca Merli e Fabio Cassibba.

* Sabato 14 Marzo ore 16:30 Harry’s Bar, Beduzzo – Corniglio. Incontro con Luca Agostini

* Sabato 14 Marzo ore 16:00 Circolo Maria Luigia Colorno – Incontro con Brusati e Mauro Mazzoni

* Domenica 15 Marzo ore 10 Teatro Comunale Soragna. Incontro con Camilla Sommariva

* Domenica 15 Marzo, ore 11 Sala Civica la Peschiera – Bedonia. Incontro con Francesca Merli e Sarah Dell’Accantera

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png 0 0 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-03-13 07:42:002026-03-13 11:44:24Referendum Magistratura, gli incontri pubblici del Si e del No (13 – 20 marzo)

«Occorre uno scatto di coraggio negli enti per assumersi la responsabilità, quando avvengono casi di violenza»

6 Marzo 2026/0 Commenti/in News, Interviste/da redazione


Intervista a Marco Deriu, sociologo, cofondatore di Maschi che si immischiano

La Giornata internazionale della Donna, 8 marzo, quest’anno vede sul tavolo due temi rilevanti, uno di spessore nazionale (Disegno di legge di contrasto alla violenza sessuale), l’altro di livello locale se pur anch’esso con riflessi nazionali (la vicenda del Teatro Due).

È interessante ascoltare il punto di vista maschile, alla luce dell’esperienza dell’associazione Maschi Che Si Immischiano. Ne parliamo con Marco Deriu, sociologo, docente con vari incarichi presso l’Università di Parma, autore e saggista di studi sulla mascolinità e relazioni di genere (foto in riquadro).

Partiamo dal DDL di contrasto alla violenza sessuale, che approvato all’unanimità alla Camera prevedeva l’esplicito consenso ai rapporti sessuali. Consenso che invece, nella discussione in Senato, è stato espunto dalla modifica apportata dalla senatrice e, nota avvocata penalista, Bongiorno, che ha inserito invece il “dissenso”. È più tutelante o è un arretramento, rispetto al contrasto degli stupri?

È un arretramento rispetto alla convenzione di Istanbul che l’Italia ha ratificato nel 2013, che già riconosceva la violenza a fronte di atti sessuali compiuti su una persona senza il suo consenso libero e volontario. Quella era già una legge dello Stato e si trattava di perfezionare e migliorare, di certo non di tornare indietro. Al di là dell’aspetto normativo è nei fatti un arretramento perché parlare di volontà contraria all’atto sessuale è qualcosa di più riduttivo che non riconoscere pienamente il consenso come diritto all’autodeterminazione della donna nel rapporto sessuale. È un po’ come se si dicesse che la donna e il suo corpo sono disponibili per il piacere maschile “fino a prova contraria”. In un processo cambia la dinamica, perché nell’ipotesi del consenso chi viene accusato di un atto di violenza sessuale deve spiegare cosa gli ha fatto credere che la donna fosse consenziente, invece nell’ipotesi del dissenso è la donna che dovrà dimostrare di aver espresso la propria “volontà contraria” fuori da ogni possibile dubbio.

L’onere della prova si inverte?

Esatto, e in più rischia di rafforzare le forme di vittimizzazione secondaria, perché sposta tutto l’onere della prova sulla persona che subisce. Se guardiamo questo arretramento dal punto di vista di chi si impone, emerge un interrogativo su che idea hanno i maschi della sessualità, del piacere, della corporeità. Questo è un tema che si fatica ad affrontare fino in fondo, cioè esprime una sessualità come forma di piacere che non è costruita sulla libertà, sul desiderio di entrambi, sulla fiducia, sull’appagamento reciproco, ma è costruita su un’affermazione unilaterale o addirittura su un godimento del predominio. Questo è un sintomo della cultura nella quale siamo immersi e che fatichiamo a mettere in discussione.

La Fondazione Giulia Cecchettin ha diffuso uno spot con quattro giovani uomini a tavola che chiacchierano del loro rapporto con le donne dicendo “comunque non si può più dire niente”, “io ho solo fatto così”. Come valuti questo spot? È efficace? Può incidere sulla cultura patriarcale?

Lo giudico interessante perché fa parte di una trasformazione che c’è stata nell’ambito della pubblicità sociale sul tema della violenza che per tanti anni si è concentrata sulla vittima, con effetti un po’ paradossali. In questa campagna ci sono alcune cose molto buone, in particolare la critica della banalizzazione e della normalizzazione di una serie di comportamenti a partire dal linguaggio, e poi il tema della collusione o della complicità maschile in molti di questi atteggiamenti.

C’è il tema dell’escalation perché si parte dal commento, poi il non vestirsi in un certo modo, il controllo del telefono, la diffusione delle foto, il pugno sul muro fino alla minaccia di femminicidio. Infine il focus sul cambiamento maschile. Questi sono gli aspetti interessanti. Credo che in queste campagne la cosa più difficile sia lavorare sull’insight, cioè sulla capacità di questi spot di entrare nel modo di pensare dell’interlocutore, in questo caso di giovani uomini, per trovare un aggancio e introdurre uno spunto per modificare il pensiero, l’atteggiamento. In questo caso l’aggancio sembra l’invito a riflettere sull’escalation, non so se è sufficiente.

Venendo a Parma, al caso del Teatro Due, del regista condannato per violenza sessuale su due attrici dal tribunale del lavoro, con la correità del Teatro per non aver fatto tutto quello che poteva per evitare gli atti compiuti dal regista. La ferita è ancora aperta?

Penso che la ferita sia ancora aperta per vari motivi. La sentenza riconosceva una responsabilità primaria dell’autore ma contemporaneamente anche quella del teatro per mancata vigilanza o mancato accertamento. Ha pesato l’oscuramento, la non pubblicazione, nella sentenza del nome dell’autore. Questo ha contribuito a rendere più difficile la discussione e anche a spingere più al centro della scena il Teatro. Il fatto che l’autore sia rimasto nell’ombra è comunque un problema pubblico. Per esempio recentemente questa persona ha ottenuto un riconoscimento con un incarico da parte di un soggetto politico. Fatico a credere che i responsabili di quel partito non fossero a conoscenza di quelle sentenze. In tutti i modi viene da chiedersi se la dirigenza di quel partito politico non sapeva o se ha voluto non solo legittimare o sostenere una persona, ma anche in qualche modo sdoganare un certo tipo di cultura e di comportamenti.

Parliamo della DC, un partitino…

Certo, però è significativo perché viene troppo a ridosso dei fatti, quindi questa cosa fa pensare.

Un altro elemento che lascia aperta la ferita è il fatto che il CDA del Teatro ha esplicitamente affermato di voler far ricorso, almeno per la parte che riguarda la responsabilità del teatro, quindi questo farà sì che la questione si trascinerà per lungo tempo. Questo ha una ricaduta anche sulle persone che hanno subito, sulla comunità, e accresce i dubbi sulla rielaborazione da parte del teatro di questa faccenda. Il nodo da mettere a fuoco è che questa vicenda, come altre analoghe, segnala la difficoltà di aprire un percorso di riflessione sul perché queste violenze continuano ad accadere e quali elementi culturali, sociali, o quali dinamiche di potere, permettono o addirittura favoriscono questo tipo di condotta portando all’isolamento delle persone abusate e ostacolando l’emersione e il contrasto di questi crimini.

Occorre evidenziare la fatica dei “contesti” – intesi come enti, aziende, istituzioni – nell’affrontare adeguatamente questo genere di problematiche. Nel caso del Teatro penso che sia stato un errore da parte della direzione non assumersi immediatamente una responsabilità in termini concreti. Quando avviene qualcosa di grave dentro un’istituzione che si dirige, e questa cosa non è semplicemente un evento isolato ma una condotta o addirittura un costume, occorre immediatamente riconoscere la gravità del fatto, rimettere il proprio mandato e dire onestamente: non abbiamo fatto a sufficienza, non abbiamo riconosciuto, non abbiamo capito la gravità, però ci assumiamo la nostra responsabilità e così apriamo la possibilità di una riflessione su cosa non ha funzionato e su come evitare che si ripeta. Non è una questione personale ma un atto di responsabilità istituzionale.

A mio avviso, il fatto di avere rifiutato questo passaggio, paradossalmente ha messo il Teatro più al centro della discussione. Perché le associazioni del territorio e l’opinione pubblica, hanno visto nella postura del CdA una forma di negazione delle proprie responsabilità e degli aspetti contestuali che hanno permesso queste situazioni. Evidentemente c’è stato un timore, la paura di una perdita di immagine, la paura di perdere la faccia. Però questo, in realtà, ha peggiorato la situazione.

Alla fine la direttrice del Teatro Due ha dato le dimissioni, con la maschera dell’autosospensione. E a giugno ci sarà il rinnovo del cda. Che riflessione si può fare in vista di quel passaggio?

Ribadisco, secondo me, è emersa una fragilità del contesto, al di là delle persone e delle responsabilità che molto laicamente ci si dovrebbe assumere. E devo dire che anche con l’iniziativa delle lettere di sostegno alla Direzione, e con le dichiarazioni pubbliche – comprese quelle degli ultimi giorni del Direttore ad Interim – il Teatro continua a dare l’idea di voler chiudere la faccenda, normalizzare la situazione, pensare ad altro e allontanare qualsiasi tentativo di una riflessione più aperta e profonda che farebbe maturare il teatro e la città.

Ma ci tengo a dire che non stiamo parlando di un caso isolato, ma di una dinamica relativa alle violenze di genere che abbiamo visto in tanti contesti diversi anche nella nostra città. Quando la violenza avviene vicino a noi nei contesti di vita, di lavoro, di formazione, di impegno politico è difficilissimo parlarne pubblicamente e liberamente. Scattano tutta una serie di meccanismi di tutela, di autotutela, di prudenza. Si cerca di svicolare, di nascondersi, di tenere il profilo più basso possibile. È una forma di “diniego”: sappiamo ma non vogliamo saperne, non vogliamo interrogarci. Ma questo non ci fa maturare: né le persone che si trovano direttamente coinvolte, né le istituzioni, né la comunità. Occorre davvero uno scatto di coraggio nel provare a riconoscere che cosa avviene in queste situazioni, cosa blocca la discussione, come evitare le negazioni e le proiezioni, e quali percorsi si possono costruire per migliorare la risposta della comunità in termini di prevenzione, ma anche in termini di rielaborazione e maturazione collettiva. Su questo tema ci siamo interrogati con alcune colleghe in università e prossimamente proporremo un percorso laboratoriale di riflessione coinvolgendo diverse realtà del territorio.

Nel 2026 sono dieci anni di Maschi Che Si Immischiano (MCSI). C’è la sensazione di aver cambiato qualcosa nell’approccio culturale maschile alle relazioni con il femminile?

Qualcosa io credo che sia cambiato, e non solo per merito di Maschi che si immischiano o di altri gruppi di uomini, ma in generale; cioè credo che negli ultimi dieci anni sia diventato patrimonio un pochino più diffuso il fatto che in questa vicenda del contrasto alla violenza, del contrasto al sessismo, al machismo, alle forme di cultura patriarcale, si è colto che il ruolo degli uomini è determinante in termini di autoconsapevolezza e di cambiamento, ma anche in termini di capacità di sviluppare strumenti e percorsi che danno vita a forme di maschilità e a forme di relazione tra i generi più libere, non solo nelle relazioni personali, ma anche appunto nei differenti contesti sociali.

Credo che anche dentro la città questa cosa un po’ sia avvenuta, tant’è che Maschi che si immischiano è chiamata a partecipare ad incontri pubblici, a scuola, nelle imprese, nei luoghi dello sport. È richiesta una collaborazione, una forma di alleanza per un cambio di civiltà. Non è sempre facile ma ci si prova. Tutto questo avendo ben presente cosa sta succedendo a livello internazionale con il proliferare delle guerre, il diffondersi della violenza e della legge del più forte come forma di gestione dei rapporti al proprio interno e tra Stati. Anche la distruzione dell’ambiente e del vivente ci dice che un certo tipo di cultura della violenza non solo non è scomparsa, ma sta assumendo forme nuove e quindi occorre migliorare la nostra capacità di lettura e di intervento.

Credo che la cosa però importante da dire è che il lavoro con il mondo maschile a tutti i livelli è una partita determinante e che occorre da questo punto di vista certamente riconoscere e definire delle responsabilità, ma anche riconoscere e valorizzare le risorse e le opportunità che si aprono quando gli uomini scelgono di mettersi in gioco, piuttosto che nascondersi. Quando provano a lavorare sulle proprie relazioni e portare così un contributo a questa trasformazione culturale.

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_8091-scaled.jpg 1164 2560 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-03-06 10:07:312026-03-06 10:07:33«Occorre uno scatto di coraggio negli enti per assumersi la responsabilità, quando avvengono casi di violenza»
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