Era un sabato pomeriggio, quel 22 febbraio 2003, e per bloccare un treno carico di armi in transito a Fornovo Taro ci fu un sindaco che scese sui binari indossando “addirittura” la fascia tricolore.
Quel sindaco era Roberto Bernardini, primo cittadino di San Secondo Parmense dal 2002 al 2010.
«Ricordo bene quel giorno, anzi quei giorni – racconta Bernardini – per tutta la settimana c’erano state manifestazioni pacifiste in tutta Italia. Si profilava la guerra in Iraq da parte degli americani, definita anche seconda guerra del Golfo. E in preparazione, l’esercito USA, stava raccogliendo armi da tutte le sue basi per farle confluire a Camp Derby, in Toscana per imbarcarle. C’era molto fermento e le varie organizzazioni prevedevano di fermare il passaggio dei treni militari. A quel punto, dopo essermi consultato col vicesindaco, avevo ritenuto di essere presente come rappresentante della cittadinanza, avendo giurato sulla Costituzione e, dunque, nel pieno rispetto dell’articolo 11 che sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa o risoluzione delle controversie internazionali».
E come andò? Fermaste davvero il treno militare?
«Si ritrovarono a Fornovo un paio di centinaia di persone con l’intento di manifestare… fermarlo se ci fosse stata la possibilità. Occupammo i binari ma all’arrivo del treno i carabinieri e le forze dell’ordine ci fecero sgomberare e così facemmo, nessuno voleva lo scontro ma solo manifestare per la pace. L’atto dimostrativo era riuscito, tanto che uscì un’Ansa e finì sui giornali di tutta Italia. Ancora non c’erano i social network».
Per questo “atto dimostrativo” finì a processo. Di quello si seppe meno, come spesso accade.
«Sì, arrivò l’avviso di garanzia al sottoscritto e al consigliere regionale Renato Del Chiappo. Solo a noi due, in quanto identificati come “capi” della protesta, cosa che non eravamo ma sì, solo noi eravamo rappresentanti delle istituzioni. Il reato contestato era interruzione di pubblico servizio».
Come visse quel periodo?
«Si ricorda di “Cuore”, il settimanale satirico che aveva una rubrica “visto da destra, visto da sinistra” … legga l’informativa dei carabinieri… e poi quella della Digos».
Bernardini scartabella dal fascicolo processuale che ha conservato e tira fuori l’informativa dei carabinieri. È una fotocopia dove sotto una foto, che è una macchia scura, si legge: “Panoramica dell’intervento delle forze dell’ordine per sgomberare la ferrovia, si nota solo l’indagato Bernardini in piedi quasi a voler dimostrare la sua parte di leader nella manifestazione” … «in realtà – dice l’ex sindaco – mi stavo alzando per obbedire all’ordine di sgomberare… la cosa divertente è però mettere a confronto la relazione della Digos sugli stessi fatti… “I due, Bernardini e Del Chiappo, si sono prodigati affinché la manifestazione avesse buon fine e dunque per un verso il treno non fosse realmente bloccato e d’altro canto fosse evidente il risultato dei manifestanti” … sembrano due film diversi» sorride Bernardini.
Come finì il processo? Condannato o assolto?
«La prima udienza doveva tenersi il 7 febbraio 2006, tre anni dopo i fatti, ma quel giorno fui colpito da una gastroenterite, ho ancora qui il certificato medico, e ottenemmo un rinvio. Iniziò sei mesi dopo e durò tre udienze. Alla fine, nel 2008, venimmo assolti perché il fatto non costituiva reato, nel senso che il treno oggetto della manifestazione arrivò a destinazione con 10 minuti di ritardo che, per quella linea ferroviaria, era considerato un ritardo ordinario, anzi forse meno del solito…» sorride ancora, Bernardini.
«L’accusa la sostenne il procuratore capo, Panebianco. Io fui difeso dall’avvocata Pezzoni, mentre il compagno Del Chiappo volle un principe del foro, anche se il suo linguaggio era più colorito…»
In che senso?
«Io ero del Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) mentre lui era in Rifondazione Comunista. Con qualche esagerazione diceva: per difenderci da questa accusa destrorsa, ci vuole un avvocato di destra… morale, volle affidare la difesa all’avvocato L’Insalata, che in effetti fu molto bravo».
Insomma scene alla Peppone e Don Camillo. Cosa ricorda ancora di quel periodo?
«Ovviamente la minoranza di centrodestra chiese le mie dimissioni, ma peraltro le chiedeva tutte le settimane, mentre alla notizia del fatto che eravamo indagati ci fu un’ondata di solidarietà. Venne Don Vitaliano Della Sala, che all’epoca era molto attivo, prese posizione il presidente della Provincia, Andrea Borri, mi contattò l’allora deputata Carmen Motta e tanti altri. Don Luciano Scaccaglia organizzò una raccolta firme in Santa Cristina… conservo ancora il pacco di fogli. Arrivarono lettere da ogni dove, compresa una dalla Tunisia, di un signore che mi ringraziava».
L’articolo scritto da Bernardini per il settimanale Rinascita (28/02/2003)
A distanza di oltre vent’anni come valuta quell’azione?
«La considero uno dei momenti in cui ho svolto meglio il ruolo di rappresentante dei cittadini nelle istituzioni democratiche. Credo che anche il giudice, nell’assolverci, ritenesse che alla fin fine eravamo imputati per un reato di opinione… Vede io credo che per un politico, un amministratore pubblico, la legalità è importante anzi imprescindibile nella gestione dei soldi pubblici, mentre manifestare le proprie idee, anche con azioni eclatanti, se lo si fa pacificamente, sia un valore democratico che va difeso. E colgo l’occasione per dare la mia solidarietà a tutti gli indagati per la manifestazione del 1° ottobre scorso».
Fa ancora politica? A che partito è iscritto?
«Oggi ho solo tre tessere: Anpi, Fiab e Legambiente. Il clima della politica è cambiato molto e non in meglio. All’epoca la mobilitazione contro la guerra in Iraq fu forte e molto ampia. Oggi, al di là del grande impegno nel settembre e ottobre scorso per la Palestina, dove ho visto una forte presenza di giovani cosa che fa piacere, si manifesta poco. L’unico rimasto in prima fila, di allora, è Emilio Rossi a cui va tanto di cappello, e certo ci sono anche altre presenze attive. Tuttavia vi è un disimpegno generale e non so dire se è dovuto al fatto che siamo assuefatti o rassegnati. Purtroppo le guerre sono aumentate e noi, cittadini comuni, ci sentiamo impotenti a chiedere la pace».
Francesco Dradi
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_8899-scaled-e1774005652332.jpeg10881993redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2026-03-20 12:31:512026-03-20 12:31:53Quel sabato a bloccare il treno delle armi, con la fascia tricolore. Intervista a Roberto Bernardini
Intervista a Marco Deriu, sociologo, cofondatore di Maschi che si immischiano
La Giornata internazionale della Donna, 8 marzo, quest’anno vede sul tavolo due temi rilevanti, uno di spessore nazionale (Disegno di legge di contrasto alla violenza sessuale), l’altro di livello locale se pur anch’esso con riflessi nazionali (la vicenda del Teatro Due).
È interessante ascoltare il punto di vista maschile, alla luce dell’esperienza dell’associazione Maschi Che Si Immischiano. Ne parliamo con Marco Deriu, sociologo, docente con vari incarichi presso l’Università di Parma, autore e saggista di studi sulla mascolinità e relazioni di genere (foto in riquadro).
Partiamo dal DDL di contrasto alla violenza sessuale, che approvato all’unanimità alla Camera prevedeva l’esplicito consenso ai rapporti sessuali. Consenso che invece, nella discussione in Senato, è stato espunto dalla modifica apportata dalla senatrice e, nota avvocata penalista, Bongiorno, che ha inserito invece il “dissenso”. È più tutelante o è un arretramento, rispetto al contrasto degli stupri?
È un arretramento rispetto alla convenzione di Istanbul che l’Italia ha ratificato nel 2013, che già riconosceva la violenza a fronte di atti sessuali compiuti su una persona senza il suo consenso libero e volontario. Quella era già una legge dello Stato e si trattava di perfezionare e migliorare, di certo non di tornare indietro. Al di là dell’aspetto normativo è nei fatti un arretramento perché parlare di volontà contraria all’atto sessuale è qualcosa di più riduttivo che non riconoscere pienamente il consenso come diritto all’autodeterminazione della donna nel rapporto sessuale. È un po’ come se si dicesse che la donna e il suo corpo sono disponibili per il piacere maschile “fino a prova contraria”. In un processo cambia la dinamica, perché nell’ipotesi del consenso chi viene accusato di un atto di violenza sessuale deve spiegare cosa gli ha fatto credere che la donna fosse consenziente, invece nell’ipotesi del dissenso è la donna che dovrà dimostrare di aver espresso la propria “volontà contraria” fuori da ogni possibile dubbio.
L’onere della prova si inverte?
Esatto, e in più rischia di rafforzare le forme di vittimizzazione secondaria, perché sposta tutto l’onere della prova sulla persona che subisce. Se guardiamo questo arretramento dal punto di vista di chi si impone, emerge un interrogativo su che idea hanno i maschi della sessualità, del piacere, della corporeità. Questo è un tema che si fatica ad affrontare fino in fondo, cioè esprime una sessualità come forma di piacere che non è costruita sulla libertà, sul desiderio di entrambi, sulla fiducia, sull’appagamento reciproco, ma è costruita su un’affermazione unilaterale o addirittura su un godimento del predominio. Questo è un sintomo della cultura nella quale siamo immersi e che fatichiamo a mettere in discussione.
La Fondazione Giulia Cecchettin ha diffuso uno spot con quattro giovani uomini a tavola che chiacchierano del loro rapporto con le donne dicendo “comunque non si può più dire niente”, “io ho solo fatto così”. Come valuti questo spot? È efficace? Può incidere sulla cultura patriarcale?
Lo giudico interessante perché fa parte di una trasformazione che c’è stata nell’ambito della pubblicità sociale sul tema della violenza che per tanti anni si è concentrata sulla vittima, con effetti un po’ paradossali. In questa campagna ci sono alcune cose molto buone, in particolare la critica della banalizzazione e della normalizzazione di una serie di comportamenti a partire dal linguaggio, e poi il tema della collusione o della complicità maschile in molti di questi atteggiamenti.
C’è il tema dell’escalation perché si parte dal commento, poi il non vestirsi in un certo modo, il controllo del telefono, la diffusione delle foto, il pugno sul muro fino alla minaccia di femminicidio. Infine il focus sul cambiamento maschile. Questi sono gli aspetti interessanti. Credo che in queste campagne la cosa più difficile sia lavorare sull’insight, cioè sulla capacità di questi spot di entrare nel modo di pensare dell’interlocutore, in questo caso di giovani uomini, per trovare un aggancio e introdurre uno spunto per modificare il pensiero, l’atteggiamento. In questo caso l’aggancio sembra l’invito a riflettere sull’escalation, non so se è sufficiente.
Venendo a Parma, al caso del Teatro Due, del regista condannato per violenza sessuale su due attrici dal tribunale del lavoro, con la correità del Teatro per non aver fatto tutto quello che poteva per evitare gli atti compiuti dal regista. La ferita è ancora aperta?
Penso che la ferita sia ancora aperta per vari motivi. La sentenza riconosceva una responsabilità primaria dell’autore ma contemporaneamente anche quella del teatro per mancata vigilanza o mancato accertamento. Ha pesato l’oscuramento, la non pubblicazione, nella sentenza del nome dell’autore. Questo ha contribuito a rendere più difficile la discussione e anche a spingere più al centro della scena il Teatro. Il fatto che l’autore sia rimasto nell’ombra è comunque un problema pubblico. Per esempio recentemente questa persona ha ottenuto un riconoscimento con un incarico da parte di un soggetto politico. Fatico a credere che i responsabili di quel partito non fossero a conoscenza di quelle sentenze. In tutti i modi viene da chiedersi se la dirigenza di quel partito politico non sapeva o se ha voluto non solo legittimare o sostenere una persona, ma anche in qualche modo sdoganare un certo tipo di cultura e di comportamenti.
Parliamo della DC, un partitino…
Certo, però è significativo perché viene troppo a ridosso dei fatti, quindi questa cosa fa pensare.
Un altro elemento che lascia aperta la ferita è il fatto che il CDA del Teatro ha esplicitamente affermato di voler far ricorso, almeno per la parte che riguarda la responsabilità del teatro, quindi questo farà sì che la questione si trascinerà per lungo tempo. Questo ha una ricaduta anche sulle persone che hanno subito, sulla comunità, e accresce i dubbi sulla rielaborazione da parte del teatro di questa faccenda. Il nodo da mettere a fuoco è che questa vicenda, come altre analoghe, segnala la difficoltà di aprire un percorso di riflessione sul perché queste violenze continuano ad accadere e quali elementi culturali, sociali, o quali dinamiche di potere, permettono o addirittura favoriscono questo tipo di condotta portando all’isolamento delle persone abusate e ostacolando l’emersione e il contrasto di questi crimini.
Occorre evidenziare la fatica dei “contesti” – intesi come enti, aziende, istituzioni – nell’affrontare adeguatamente questo genere di problematiche. Nel caso del Teatro penso che sia stato un errore da parte della direzione non assumersi immediatamente una responsabilità in termini concreti. Quando avviene qualcosa di grave dentro un’istituzione che si dirige, e questa cosa non è semplicemente un evento isolato ma una condotta o addirittura un costume, occorre immediatamente riconoscere la gravità del fatto, rimettere il proprio mandato e dire onestamente: non abbiamo fatto a sufficienza, non abbiamo riconosciuto, non abbiamo capito la gravità, però ci assumiamo la nostra responsabilità e così apriamo la possibilità di una riflessione su cosa non ha funzionato e su come evitare che si ripeta. Non è una questione personale ma un atto di responsabilità istituzionale.
A mio avviso, il fatto di avere rifiutato questo passaggio, paradossalmente ha messo il Teatro più al centro della discussione. Perché le associazioni del territorio e l’opinione pubblica, hanno visto nella postura del CdA una forma di negazione delle proprie responsabilità e degli aspetti contestuali che hanno permesso queste situazioni. Evidentemente c’è stato un timore, la paura di una perdita di immagine, la paura di perdere la faccia. Però questo, in realtà, ha peggiorato la situazione.
Alla fine la direttrice del Teatro Due ha dato le dimissioni, con la maschera dell’autosospensione. E a giugno ci sarà il rinnovo del cda. Che riflessione si può fare in vista di quel passaggio?
Ribadisco, secondo me, è emersa una fragilità del contesto, al di là delle persone e delle responsabilità che molto laicamente ci si dovrebbe assumere. E devo dire che anche con l’iniziativa delle lettere di sostegno alla Direzione, e con le dichiarazioni pubbliche – comprese quelle degli ultimi giorni del Direttore ad Interim – il Teatro continua a dare l’idea di voler chiudere la faccenda, normalizzare la situazione, pensare ad altro e allontanare qualsiasi tentativo di una riflessione più aperta e profonda che farebbe maturare il teatro e la città.
Ma ci tengo a dire che non stiamo parlando di un caso isolato, ma di una dinamica relativa alle violenze di genere che abbiamo visto in tanti contesti diversi anche nella nostra città. Quando la violenza avviene vicino a noi nei contesti di vita, di lavoro, di formazione, di impegno politico è difficilissimo parlarne pubblicamente e liberamente. Scattano tutta una serie di meccanismi di tutela, di autotutela, di prudenza. Si cerca di svicolare, di nascondersi, di tenere il profilo più basso possibile. È una forma di “diniego”: sappiamo ma non vogliamo saperne, non vogliamo interrogarci. Ma questo non ci fa maturare: né le persone che si trovano direttamente coinvolte, né le istituzioni, né la comunità. Occorre davvero uno scatto di coraggio nel provare a riconoscere che cosa avviene in queste situazioni, cosa blocca la discussione, come evitare le negazioni e le proiezioni, e quali percorsi si possono costruire per migliorare la risposta della comunità in termini di prevenzione, ma anche in termini di rielaborazione e maturazione collettiva. Su questo tema ci siamo interrogati con alcune colleghe in università e prossimamente proporremo un percorso laboratoriale di riflessione coinvolgendo diverse realtà del territorio.
Nel 2026 sono dieci anni di Maschi Che Si Immischiano (MCSI). C’è la sensazione di aver cambiato qualcosa nell’approccio culturale maschile alle relazioni con il femminile?
Qualcosa io credo che sia cambiato, e non solo per merito di Maschi che si immischiano o di altri gruppi di uomini, ma in generale; cioè credo che negli ultimi dieci anni sia diventato patrimonio un pochino più diffuso il fatto che in questa vicenda del contrasto alla violenza, del contrasto al sessismo, al machismo, alle forme di cultura patriarcale, si è colto che il ruolo degli uomini è determinante in termini di autoconsapevolezza e di cambiamento, ma anche in termini di capacità di sviluppare strumenti e percorsi che danno vita a forme di maschilità e a forme di relazione tra i generi più libere, non solo nelle relazioni personali, ma anche appunto nei differenti contesti sociali.
Credo che anche dentro la città questa cosa un po’ sia avvenuta, tant’è che Maschi che si immischiano è chiamata a partecipare ad incontri pubblici, a scuola, nelle imprese, nei luoghi dello sport. È richiesta una collaborazione, una forma di alleanza per un cambio di civiltà. Non è sempre facile ma ci si prova. Tutto questo avendo ben presente cosa sta succedendo a livello internazionale con il proliferare delle guerre, il diffondersi della violenza e della legge del più forte come forma di gestione dei rapporti al proprio interno e tra Stati. Anche la distruzione dell’ambiente e del vivente ci dice che un certo tipo di cultura della violenza non solo non è scomparsa, ma sta assumendo forme nuove e quindi occorre migliorare la nostra capacità di lettura e di intervento.
Credo che la cosa però importante da dire è che il lavoro con il mondo maschile a tutti i livelli è una partita determinante e che occorre da questo punto di vista certamente riconoscere e definire delle responsabilità, ma anche riconoscere e valorizzare le risorse e le opportunità che si aprono quando gli uomini scelgono di mettersi in gioco, piuttosto che nascondersi. Quando provano a lavorare sulle proprie relazioni e portare così un contributo a questa trasformazione culturale.
Francesco Dradi
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_8091-scaled.jpg11642560redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2026-03-06 10:07:312026-03-06 10:07:33«Occorre uno scatto di coraggio negli enti per assumersi la responsabilità, quando avvengono casi di violenza»
Intervista a Emma Nicolazzi Bonati, presidente del comitato per Parma European Youth Capital 2027
Secondo una ricerca internazionale effettuata su 23.000 persone in 29 paesi di tutto il mondo la Generazione Z (i nativi digitali, tra il 1997 e il 2012) ha posizioni molto conservatrici rispetto al ruolo della donna nella società e nel proprio nucleo familiare. Insomma sembra proprio che la donna debba ancora dover lottare contro gli stereotipi che si porta da secoli. Partiamo da questo spunto nell’intervistare Emma Nicolazzi Bonati, presidente del comitato per Parma European Youth Capital 2027 (foto in riquadro).
Come ci si sente nel festeggiare l’8 marzo (link alle iniziative a Parma) per la prima volta sotto le luci della ribalta visto il suo impegno civico, sociale, culturale negli ultimi mesi? Com’è rappresentare una fetta di società?
La parola “rappresentare” mi mette un po’ in crisi: io non sono una bandiera, e soprattutto non voglio parlare “a nome di”. Se c’è una cosa che cambia, è che quando ti ascoltano ti accorgi di una responsabilità semplice: dire meno cose “giuste” e fare più cose utili. L’8 marzo non è una passerella, è un promemoria del fatto che non possiamo permetterci di archiviare certi temi nel ristretto di una “giornata speciale”. Parma EYC 2027, nel mio piccolo, mi aiuta proprio a stare su questo: concretezza, comunità, e niente eroismi.
Possiamo definirla astro nascente nelle comunità parmigiana?
“Astro nascente” è bellissimo, ma io sono più da… lampadina: funziona se c’è corrente, e la corrente è la rete. Scherzi a parte: non mi riconosco molto nelle etichette. Mi riconosco nel lavoro, nel tempo, nella costanza. Se Parma EYC 2027 sta costruendo qualcosa, è perché c’è un “noi” che si rimbocca le maniche — non perché qualcuno brilla. E a me va benissimo restare una parte del coro, purché la canzone sia quella giusta.
Per anni si è detto che in Italia la politica non era una questione per donne: con un premier donna e la leader donna del principale partito d’opposizione crede che il gap sia diminuito? È sufficiente avere un premier donna per avere un paese votato alle tematiche del femminismo storico italiano?
Sì, il gap si è mosso — sarebbe disonesto negarlo. Vedere donne ai vertici rompe un immaginario e sposta l’asticella del “possibile”. Però l’immagine non basta. Perché il punto non è “una donna al comando”: è che idea di potere portiamo dentro le istituzioni. Se il potere resta identico e cambia solo il volto, rischiamo di fare la parità come certe ristrutturazioni: nuova facciata esterna, ma dentro gli impianti continuano a perdere. Il femminismo storico italiano ci ha insegnato che la misura del cambiamento dev’essere concreta: autonomia economica, lavoro, servizi, sicurezza, libertà reale, tempo di vita, possibilità. Insomma: non basta chi governa. Conta come e per chi.
E a proposito, visto che tra un anno ci saranno le comunali lo vede un suo futuro in politica? (Emma Nicolazzi Bonati è già stata candidata alle scorse elezioni amministrative, ndr)
Io non ho il culto della carriera, ho il culto dell’impatto. Se per “politica” intendiamo i palazzi, non lo so. Se intendiamo prendersi cura della polis, allora sì: ci sono già dentro, come tante e tanti, in forme diverse.
Mi piacerebbe che Parma EYC 2027 fosse anche questo: una generazione che non chiede permesso per partecipare, ma impara a farlo bene. E se un domani servirà entrare nelle istituzioni per cambiare le regole del gioco, non mi tirerò indietro. Però con una premessa: non voglio diventare “la giovane promessa” di qualcuno. Voglio restare una persona libera.
Cosa pensa quando nel parlare delle donne sia in ambito familiare, che civico e politico, si ricorre sempre ad una categorizzazione di genere?
Ho avuto la fortuna di nascere e crescere in un contesto familiare in cui le donne sono sempre state libere ed indipendenti e, di conseguenza, in quanto donna non ho mai sentito di avere dei limiti. Per me si va verso un appiattimento mentale e sociale considerare le donne in tante e diverse categorie: ad esempio la donna che vuole avere figli quindi è sotto il patriarcato, oppure la donna consapevole di non volerne, allora considerarla una donna libera. Per me è molto importante il contesto, è la cornice che da il significato a tutto. Credo che bisogna normalizzare il ruolo della donna in posizioni apicali e che non si debba considerarlo un traguardo raggiunto grazie ad “aiutini”, ad esempio le cosiddette quote rosa, che è una concezione che personalmente non condivido. Finché ci saranno queste formule che giustificano l’ascesa delle donne in posizioni importanti e strategiche nella vita sociale di questo Paese allora rimarrà sempre la sensazionalità della questione che pone un’ombra su ciò che una donna è e che può dare e fare.
Da figlia degli anni Duemila, come percepisce il divario tra generazione Z e le donne delle generazioni che si sono succedute?
Lo percepisco come un dialogo tra due forme di coraggio. Le millennials, ad esempio, spesso hanno dovuto “entrare” in spazi che non le aspettavano: hanno imparato il codice, hanno resistito, hanno pagato il prezzo della credibilità. Noi Gen Z siamo cresciute con più parole per dire le cose — consenso, gaslighting, carico mentale — e con più strumenti per organizzarci, anche se a volte ci accusano di essere “troppo sensibili”.
La verità è che siamo due capitoli dello stesso libro: loro hanno aperto porte, noi proviamo a tenere aperte anche le finestre. E Parma EYC 2027 può essere il posto dove smettiamo di fare la “gara tra generazioni” e iniziamo a fare alleanze intelligenti: meno giudizi, più ponti.
Ha fatto riferimento alla parola “consenso” e il riferimento non può che andare al DDl Bongiorno, la proposta di riforma della norma sulla violenza sessuale.
La Gen Z ha la fortuna di avere parole per potersi esprimere: le parole che diventano di uso comune concretizzano qualcosa e le parole sono fondamentali in questo cambiamento visto che grazie anche alle parole si riesce a costruire la speranza. La speranza va costruita tutti i giorni. Due anni fa ad un corso di linguistica generale all’università il nostro professore aveva deciso di fare lezione sul linguaggio e sul genere e prese ad esempio la parola sindaca spiegandoci che l’utilizzo di un parola deve associarsi alla realtà. Se la parola “consenso” esiste, e si fanno delle battaglie in merito, e in un contesto così delicato come quello della violenza sessuale si decide di eliminare questa parola significa che stai cercando di togliere dalla realtà qualcosa per cui alcune persone hanno lottato per affermarla. Fino a qualche anno fa la parola consenso non era correlata a questo tipo di lotta, cosa che invece oggi è. L’inversione nel DDl Bongiorno è un qualcosa che mi fa rabbia ma allo stesso tempo mi rincuora perché vedo che le piazze si riempiono.
Parma negli ultimi tempi è salita alla cronaca per vicende legate a violenze sulle donne da parte di personaggi del mondo culturale e istituzionale locale: cosa ne pensa?
Penso che la cosa peggiore, oltre alla violenza, sia il riflesso automatico di una parte della società: minimizzare, spostare l’attenzione, cercare il “però”. Quando la violenza attraversa ambienti culturali o istituzionali fa ancora più male, perché tocca luoghi che dovrebbero essere educativi, non intimidatori. E ci ricorda una cosa scomoda: la violenza non è “un mostro lontano”, è spesso una normalità tollerata.
Per questo mi interessa una risposta adulta, non teatrale: ascolto delle vittime, responsabilità, procedure chiare, prevenzione, educazione affettiva e sessuale, e una rete che funzioni davvero. Se no restiamo alla cronaca; io preferisco che si parli di cambiamento.
Cosa augurarsi in questo 8 marzo, che non sia un messaggio sterile e che scada nel cliché?
Mi auguro una cosa poco poetica, ma rivoluzionaria: normalità. La normalità di poter tornare a casa senza dover adottare strategie di sopravvivenza. La normalità di non dover essere “eccezionale” per essere ascoltata. La normalità di non dover scegliere tra voce e serenità. E poi mi auguro una comunità che faccia una cosa semplice: quando una donna parla di violenza o discriminazione, smettiamo di chiederle di essere perfetta nel racconto.
Chiediamo piuttosto a chi ascolta di essere responsabile. Se devo chiuderla con un sorriso: mi auguro che in futuro l’8 marzo sia un giorno noioso. Il che significherebbe che il resto dell’anno funziona. Di questo approccio alla normalità ce ne ricorderemo fino al prossimo 8 Marzo?
Stefano Frungillo
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_8076-scaled.jpg12562560redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2026-03-06 10:06:032026-03-06 10:10:51«Vorrei un 8 marzo noioso. La normalità è la vera rivoluzione per le donne»
“ChiAma Parma” verso le elezioni 2027: “Costruiamo un programma coi cittadini, per cambiare le cose”.
Disponibile al confronto sia con Guerra sia con Vignali.
«Certe sere mio padre mi faceva salire in macchina e giravamo per la città. Guardava che fosse in ordine e si appuntava tutto: un lampione spento, una deviazione stradale segnalata male, ogni cosa che non funzionasse. La mattina dopo, prima delle 8, inviava mail agli assessori di riferimento, chiedendo un pronto intervento. Quelle mail erano l’incubo degli assessori. Erano le sue celebri sfuriate perché, da sindaco, il bene di Parma era sempre il suo primo pensiero».
L’approccio alla politica di Maria Federica Ubaldi discende «in maniera viscerale» direttamente dal padre Elvio, sindaco di Parma dal 1998 al 2007. «Ma più che passione per la politica direi che amo la mia città, ed è un amore trasmessomi appunto da mio padre».
Bisogna partire da qui per capire cosa ha spinto Federica, come la chiamano tutti, a lanciare ChiAma Parma, che vuole essere un grande progetto civico in vista delle elezioni del 2027. Dopo tre anni di “apprendistato” come consigliera comunale è pronta a ricoprire un ruolo da protagonista di primo piano nella vita cittadina. Laureata in economia ha lavorato per alcuni anni all’estero, come responsabile di punti retail di noti brand dell’abbigliamento. Rientrata a Parma, dal 2017 lavora nel back office commerciale estero della Cft. Tre anni fa ha ricostituito Civiltà Parmigiana, la storica lista civica del padre Elvio, ed è stata eletta in consiglio comunale con 521 voti, nella coalizione “Ora” guidata da Dario Costi.
Oggi Federica ha 40 anni, è sposata e mamma di due bambine di 3 e 6 anni: «Mi sono accorta che la mia città non era più curata. E a un certo punto della vita ti interroghi: o ti adegui alle cose o cerchi di cambiarle, in meglio».
A chi darà più fastidio Maria Federica Ubaldi? Al sindaco Michele Guerra o al competitor reloaded Pietro Vignali ? O sarà lei, da terzista, a godere tra i due litiganti? Domande premature.
Partiamo piuttosto da capire come mai “ChiAma Parma” ? Che fine fa Civiltà Parmigiana? «ChiAma Parma è una chiamata ai cittadini, un progetto con il fine di costruire un programma per la città, che sia ambizioso. Civiltà Parmigiana è il movimento civico risorto tre anni fa e si è rafforzato, contiamo oltre 100 iscritti. Resta il cuore del progetto civico ma con ChiAma Parma vogliamo aprirci di più, verso chi è interessato a lavorare a favore della città, senza blocchi ideologici».
Però, di fatto, la sua “chiamata” parte da una critica a chi amministra Parma, ossia il centrosinistra, dunque forse si rivolge più agli elettori di centrodestra. «Non guardo necessariamente verso destra; ripeto, il nostro è un posizionamento civico, al di là delle appartenenze politiche. Abbiamo presentato un progetto e vogliamo costruire un programma insieme ai cittadini. E stiamo ricevendo richieste e contatti oltre le aspettative. Stiamo cercando una sede per strutturarci e accogliere meglio le disponibilità».
Se la chiamasse il sindaco Guerra o un esponente del Pd per un confronto, su temi e programmi, andrebbe all’appuntamento? «Assolutamente sì. Peraltro già tre anni fa, dopo il risultato elettorale, avevamo ascoltato con fiducia le aperture del sindaco a un dialogo che però, purtroppo, non si è trasformato in realtà. Le belle intenzioni si sono sciolte come neve al sole». Ad esempio? «Il primo tema erano i servizi educativi, per trovare una soluzione alle liste d’attesa. Ma quando abbiamo presentato una mozione affinché fosse condivisa abbiamo trovato un muro. E tuttora è così. Abbiamo trovato un dialogo più costruttivo su diversi temi con tanti altri consiglieri tra cui ad esempio anche il consigliere Ottolini, esponente dei Verdi».
Stessa domanda ma con interlocutore Vignali, che possiamo dire da candidato sindaco sconfitto nel ’22 è un po’ il capo dell’opposizione. Andrebbe all’appuntamento? «Sì, ma non so se definirlo capo dell’opposizione. Anzi, vede io preferisco la definizione di minoranza che di opposizione, perché la minoranza è costruttiva, fa proposte, come in effetti facciamo. Ad ogni modo con Vignali ci ritroviamo su temi comuni e spesso ci siamo espressi in maniera compatta, con tutti i consiglieri dei vari gruppi in minoranza».
Vignali però le ha fatto uno sgarbo, presentando a sorpresa il suo rinnovato movimento civico “Parma siamo noi” qualche giorno prima del suo annunciato evento di “Chiama Parma”. Le ha dato fastidio? «La nostra intenzione è di parlare con tutti e non esiste alcun dualismo con Vignali. D’altronde il nostro è un percorso che nasce tre anni fa, con le elezioni e l’ingresso in consiglio comunale. È un progetto ambizioso e, ripeto, svincolato dai partiti, e non c’è alcuna guerra in corso con Vignali o con altri; d’altronde credo che lui stesse lavorando per cambiare la dizione del gruppo consiliare che porta il suo nome, dato che in fondo le persone nel nuovo soggetto sono già quelle presenti in consiglio».
Ecco, invece, può dire qualcosa in più su chi ha aderito a Chiama Parma? Abbiamo letto dell’endorsement di Marco Adorni, già candidato sindaco con il gruppo L’altra Parma… «L’ingresso di Adorni è un primo segnale e altri arriveranno, c’è un gruppo forte di Civiltà parmigiana, quelli che erano in lista nel 2022 e sono ancora attivi. Ma ci stiamo allargando».
In consiglio siedono anche Brandini e Costi. Che rapporti ha con loro? Eravate nella stessa coalizione.
«Serena Brandini è in un partito, Azione, e quindi segue quella linea. Ci confrontiamo sempre sui temi e non c’è nessun problema di intesa personale. Con Costi abbiamo fatto una bellissima campagna elettorale, con un programma costruito da semplici cittadini. Il rapporto poi non è andato avanti una volta eletti, e onestamente non so quali saranno le sue intenzioni. L’esperienza in Consiglio comunale mi ha reso più consapevole della complessità delle questioni amministrative: per questo, a differenza della scorsa campagna, ora lavoreremo a un programma più solido e approfondito».
Veniamo allora a temi concreti. Non possiamo parlare di tutto, ma quali sono i tre problemi o priorità per la città? «Prima cosa è il sistema degli Educativi e del supporto alle famiglie. Non ci siamo. È un tema non banale, le liste d’attesa per nidi e scuole infanzia sono ancora fuori controllo, il servizio pre e post scuola inadeguato». Però, scusi, il dopo-scuola è stato allungato dalle 16 alle 18. «È vero ma mi riferisco alla centralizzazione di questo servizio, che prima era affidato in autonomia alle singole scuole. Questo ha causato problemi, i tempi di attivazione del servizio si sono allungati e non sono coincisi con l’avvio dell’anno scolastico, e poi sono aumentati esponenzialmente i costi. Infine l’aumento delle tariffe delle mense. Per chi è appena sopra la soglia Isee di 11.764 euro è un salasso di 190 euro in più all’anno. L’aumento se proprio necessario – e su questo in realtà io credo andasse fatta una scelta politica diversa di allocazione risorse – doveva essere più graduale».
Secondo punto? «Il decoro e la gestione dei rifiuti è uno dei primi temi che andremo ad affrontare in un incontro dedicato. Il livello raggiunto di raccolta differenziata è lodevole ma qualcosa va cambiato, al di là degli abbandoni incivili. In tante città stanno tornando a mettere i cassonetti, a cui l’Amministrazione Pizzarotti aveva fatto il funerale. Forse un sistema misto, in base alle diverse zone della città, è la soluzione da perseguire».
Una terza priorità? «La mobilità. Le criticità sono parecchie e il trasporto pubblico (tpl) è rigido, vanno ripensate le direttrici degli autobus che sono immutate da decenni, nord-sud e est-ovest, con tutti i mezzi che passano dal centro, mentre oggi ci si sposta da una zona esterna all’altra. E poi il Pums (Piano urbano mobilità sostenibile) è stato un fallimento, dato che prende atto che non sono aumentati i passeggeri sugli autobus né gli spostamenti in bicicletta. E il Pums nuovo è un semplice aggiornamento. In più ora c’è un aumento del costo del biglietto autobus e, ultima cosa, i parcheggi scambiatori sono usciti dai radar. Né credo che sia sensata la linea filobus-tramviaria ipotizzata dalla stazione al Campus (per la quale sono stati chiesti finanziamenti statali). Sembra il compitino fatto per non presentarsi a mani vuote. Ma non è quello che serve, basti dire che ignora completamente il collegamento verso nord con San Leonardo e l’Autostrada. Ci vuole qualcosa di più efficace».
Mi scusi ma una linea dall’autostrada al campus fa venire in mente il progetto della metropolitana… cosa dice a riguardo? «Che se avessimo la metropolitana oggi non parleremmo in questi termini del problema trasporto pubblico. Dopo il tramonto di quel progetto non si è stati capaci di proporre nessuna alternativa valida per un trasporto di massa. Sicuramente subentrò un periodo di crisi ma si scelse di perdere i finanziamenti stanziati… Oggi non si può pensare di riproporre le stesse cose di vent’anni fa, però va impostato un ragionamento nuovo sul tpl, che sia più rapido, magari non solo su gomma, sapendo che nella nostra città le corsie preferenziali non sono facili da ricavare».
C’è qualcosa da salvare dell’attuale Amministrazione? «L’organicità del lavoro dell’assessore al welfare, Brianti. Le politiche sulla casa stanno seguendo un percorso interessante ma derivano da una precisa scelta politica su temi e risorse, che è quello che è mancato in altri settori, come dicevo prima. Positivo è anche il piano di adeguamento strutturale delle scuole, non solo in funzione antisismica, tuttavia manca poi la parte di integrazione nel tessuto sociale dei quartieri. Le scuole rinnovate devono poter aprire i loro ambienti, penso alle palestre in particolare, anche ad altre funzioni fuori dall’orario scolastico».
Francesco Dradi
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/10/Mf_Ubaldi.jpg6801583redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2025-10-17 09:05:432025-10-17 11:06:56Ubaldi terza incomoda, ripropone il civismo puro
Intervista sul nuovo movimento “Parma siamo noi”, sull’antagonismo con la Ubaldi, aeroporto e zone rosse, le assenze dal consiglio comunale, la polizia locale e il caso Bonsu.
Non c’è dubbio che Pietro Vignali sia un volpone della politica e che sappia fiutare l’aria. Ed è così che nel principiar dell’autunno, bruciando tutti sul tempo, ha piantato i paletti nel campo del centrodestra, avvisando che lui ci sarà tra due anni, alle elezioni comunali del 2027.
Vignali, 57 anni, già sindaco di Parma dal 2007 al 2011, ora è capogruppo in consiglio comunale della lista “Vignali sindaco” e dal novembre 2024 consigliere regionale di Forza Italia.
Allora Vignali, ha già deciso di ricandidarsi sindaco?
«Approfitto della domanda per fare chiarezza. Tutto nasce da una domanda di Ferraguti (conduttore della trasmissione ParmaEuropa, su 12 TvParma, ndr) che mi ha colto di sorpresa. Non ho detto che mi candido, ma è bene circostanziare il messaggio: sarò in campo, vedremo in che modo».
Può spiegare un po’ meglio cosa intende? Perché in diversi hanno inteso che si vuole ripresentare come candidato sindaco, nell’ambito di questo nuovo movimento “Parma siamo noi”.
«Assolutamente non intendevo questo, d’altronde non ha alcun senso candidarsi a sindaco due anni prima, il candidato sindaco si sceglie sei mesi prima dell’elezione. E, ripeto, in questo momento non penso a candidature né a sindaco, né a consigliere. Abbiamo invece deciso di esserci fra due anni a seguito degli incontri molto partecipati che ho svolto nei quartieri tra la primavera e l’estate. Ho fatto tredici incontri e mi ha colpito come vi sia molto disagio tra i cittadini, soprattutto per la mancata cura della città. Ricevo di continuo sollecitazioni, la gente mi vede come un paladino e d’altronde l’anno scorso sono stato eletto in Regione con 8mila preferenze».
Cosa vuol essere il movimento “Parma siamo noi”?
«È l’evoluzione del mio gruppo consiliare, Vignali sindaco, una lista civica che alle scorse amministrative ha preso il 14%, la seconda lista più votata dopo il Pd. La facciamo evolvere in un movimento, “Parma siamo noi” appunto, che possa inglobare altre realtà civiche a partire dalle 9 associazioni di quartiere che sono nate recentemente. Ognuna di queste associazioni vede la presenza di circa 50 persone. Ecco, una gamba del movimento saranno le associazioni di quartiere, l’altra saranno dei dipartimenti tematici per sviluppare idee. Le attività si vedranno in itinere. E poi si sono uniti altri gruppi e associazioni civiche come Missione Parma che esprime Virginia Chiastra , I Nostri Borghi, l’associazione storica di Fabrizio Pallini…»
Ma loro sono già consiglieri comunali nel suo gruppo…
«Sì, ma sono realtà importanti che confermano l’impegno. E poi c’è SoS Parma, gruppo di Devis Brozzi, molto partecipato, che ha dato il là alle manifestazioni sulla sicurezza».
Prima citava la sua elezione in Regione, che è avvenuta nelle fila di Forza Italia, partito nel quale a gennaio scorso è entrato nella segreteria nazionale… adesso però si ripresenta civico?
«Intanto in Comune sono stato eletto tre anni fa con una lista civica e gli altri quattro consiglieri del gruppo sono tutti rimasti civici e poi Forza Italia è sempre stato un interlocutore privilegiato del civismo parmigiano, già col sindaco Ubaldi. E non dimentichiamo che quando Berlusconi fondò Forza Italia agli inizi la volle come una lista civica nazionale, senza politici».
Ad ogni modo con la sua uscita ha bruciato sul tempo la presentazione del nuovo gruppo di Maria Federica Ubaldi…
«Io non volevo bruciare nulla, io è da marzo che faccio incontri nei quartieri, li ho fatti tutta l’estate, sono tutti rendicontati e poi, ripeto, l’accelerata l’ha data l’intervista di Ferraguti con quella domanda imprevista».
Comunque sia anche la Ubaldi ha lanciato un nuovo movimento civico “ChiAma Parma”, un percorso analogo, ci possono essere convergenze?
«Anche la Ubaldi è già consigliera comunale, eletta in Civiltà Parmigiana, e non ci vedo nulla di nuovo».
Tuttavia in vista delle elezioni tra due anni forse dovrete trovare un’intesa, anche con altri soggetti. Come la vede in prospettiva?
«È difficile prevedere adesso cosa succederà da qui al 2027. Tre anni fa emersero delle candidature che non erano previste, come la lista “Ora” di Dario Costi che fece una performance importante».
Le sue critiche all’Amministrazione Guerra sono parecchie. C’è qualcosa di salvabile?
«Salvo le politiche per la casa. Su quello c’è grande dinamismo, forse potrebbe fare uno sforzo per aumentare la dote del patrimonio pubblico. Vedremo alla fine quanti saranno gli immobili risistemati. Importante è stata la delibera sulle Fiere, che anche noi abbiamo votato. E d’altronde il patto di non belligeranza tra Cibus e Tuttofood cominciò con me. Poi vedo delle buone intenzioni sull’Alta Velocità. Su questo, per una fermata in linea, si deve lavorare a prescindere dagli schieramenti politici, per il bene della città e vedo che lo si sta facendo. Cosa che invece non successe sull’aeroporto, quando fu grazie ai nostri voti che passò la delibera per lo sviluppo aeroportuale, con la maggioranza spaccata».
Ecco, le chiedo, non fu un errore politico? Intendo dire: se aveste votato contro, la delibera non sarebbe passata, ciò avrebbe causato una pesante crisi in maggioranza e forse avrebbe portato alla caduta del sindaco.
«Non fu un errore, noi agimmo con grande senso di responsabilità, per dare una prospettiva all’aeroporto, se no come città saremmo stati tagliati fuori dal mondo. Io ho sempre creduto nell’aeroporto, tanto che, sotto il mio mandato, un anno ricapitalizzammo per 6,5 milioni di euro. Dopo sono stati fatti passi indietro come i gamberi. Ora siamo in una situazione difficile ma è dovere di tutti rilanciarlo».
Lei ha mai interloquito con i canadesi di Centerline?
«No, mai. Da consigliere regionale ho fatto interrogazioni per chiedere alla Regione di spingere su un sistema aeroportuale regionale. Oggi ci troviamo Bologna satura, Rimini che va per conto suo, peraltro con fondi regionali del turismo, e Parma e Forlì che stanno morendo. La Regione avrebbe dovuto muoversi prima, adesso vediamo cosa dirà il piano nazionale aeroporti».
Una critica che le viene mossa è di “saltare” i consigli comunali, risulta presente alla metà dei consigli.
«Io vado quando posso. Da un anno sono consigliere regionale e il mio lavoro, di revisore e consulente creditizio mi trattiene spesso fuori città. Però io faccio opposizione con iniziative nei quartieri».
Sembra un po’ snobbare il consiglio comunale.
«No, nessun snobismo, ripeto quando posso vado. Bisognerebbe però misurare l’attività politica anche in base agli atti. Il mio gruppo consiliare ha prodotto 60 mozioni, non sono poche».
Cambiando argomento. Zone rosse. Ha letto le critiche della Camera Penale di Parma (gli avvocati penalisti, ndr)?
«No, cosa dicono?»
In sostanza che è un provvedimento che limita le libertà personali e che, in altra regione, è già stato destituito dal Tar.
«Non è mio compito dare pareri di legittimità su provvedimenti ministeriali. L’altro giorno ho incontrato il ministro Piantedosi il quale mi ha detto che con le zone rosse sono stati effettuati, in tutta Italia, più di due milioni di controlli e duemila gli arrestati. Al di là di questo le zone rosse servono a dare un impulso ai controlli nelle zone critiche».
Questo provvedimento, le zone rosse, conferma che c’è un problema di ordine pubblico, di spettanza del governo e meno dei Comuni…
«Non proprio, perché la circolare ministeriale dice anche “cari sindaci potete fare ordinanze che introducano il divieto di vendita di alcolici in determinati orari e con tante casistiche. Ci sono poi linee sulla rigenerazione urbana e altro. A Parma abbiamo un forte problema nella zona nord, in via Palermo e dintorni, c’è poi il tema dei mini-market che vendono gran quantità di alcolici e andrebbero regolamentati. O meglio un regolamento valido c’era, emanato sotto il sindaco Pizzarotti dall’assessore Casa, ma poi il Pd lo ha annacquato e non lo stanno attuando. E queste sono competenze del Comune: commercio, riqualificazioni, ordinanze. Certo ci vogliono i controlli di polizia di stato e carabinieri, ma il Comune può agire, anche con la polizia locale, ad esempio ripristinando il nucleo investigativo».
Mi scusi, però il “nucleo investigativo” fa venire in mente il caso Bonsu.
«Non è che per un errore fatto da un vigile, annulli il tutto. Sarebbe come dire che per il caso Cucchi si dovrebbe azzerare l’Arma dei Carabinieri… poi che la polizia locale si debba occupare di sicurezza urbana e prevenzione l’ha detto il decreto Minniti, che era un ministro del Pd. In consiglio comunale diversi mesi fa avevo detto che era meglio se il sindaco fosse andato a Roma a chiedere le zone rosse, come aveva fatto il sindaco di Reggio Emilia, invece di scrivere le letterine a Repubblica, a seguito di quel caso del vigile investito in via D’Azeglio».
Francesco Dradi
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/10/vignali_quartieri-e1759391414453.jpg8231878redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2025-10-02 09:59:382025-10-02 09:59:39Vignali scalda i muscoli per il 2027 e ritorna “civico”
Intervista a Enrico Ottolini (Europa Verde – AVS) verso il 2027
I 96 platani di via Spezia sono l’imprevisto che sblocca la situazione. Serviva un atto, un gesto concreto per avviare il dialogo tra Pd ed Europa Verde (AVS) verso le elezioni amministrative del 2027, dopo l’apertura del neo-segretario cittadino del Pd, Francesco De Vanna, che auspica un allargamento della maggioranza. Nella permanenza di visioni diverse è spuntata l’occasione inattesa di trovarsi sulla stessa linea per la salvaguardia dei platani: il ritiro della delibera sull’abbattimento del lungo filare di alberi è avvenuto senza bisogno di discuterne.
Abbiamo intervistato il consigliere comunale di Europa Verde-Verdi-Possibile, Enrico Ottolini. I segnali che registriamo sono ancora da decifrare, tra molte critiche e qualche apertura. E il balenare di un passo indietro.
Ottolini “nasce” come biologo con una grande passione per i corsi d’acqua e, da qualche anno, è impegnato come politico con buoni risultati per far risorgere i Verdi. Eletto in consiglio comunale tre anni fa, nel novembre scorso ha sfiorato l’elezione in Regione Emilia-Romagna nella lista AVS (Alleanza Verdi Sinistra) e da marzo è co-portavoce (cioè segretario) regionale di Europa Verde-Verdi.
Partiamo da qui, Ottolini. Che bilancio trarre dopo quattro mesi?
Io direi intanto che c’è tutta la consapevolezza che la mia elezione assieme a Sara Londrillo (i Verdi ripartiscono il ruolo di segretario tra due co-portavoce di genere diverso) è venuta a seguito di un vero congresso, dove si sono confrontate due idee diverse che in fondo sono le due anime che ci sono sempre state nei Verdi, quelle che i Grunen tedeschi chiamano “realos” e “fundis”.
Così all’impronta direi che da questo percorso lei è nei “realos”.
Esatto. Non lo si direbbe eh? Però sono convinto che queste due anime debbano convivere ed è giusto che ci siano tutte e due. Poi, alternativamente, una è maggioranza e l’altra è minoranza, però sono entrambe rappresentative dei Verdi. Un aspetto di rilievo è che abbiamo visto una crescente partecipazione dei giovani che, dopo le recenti amministrative, hanno assunto in alcuni comuni dei ruoli importanti per noi.
Penso a Rubiera con Nora Boccolini, 22 anni, che ha una delega ai giovani e Hiba Alif, studentessa di 20 anni nominata assessora a Ravenna. Sono entrambe giovanissime e possiamo dire che si comincia finalmente a notare una presenza e una partecipazione significativa dei giovani al nostro partito, che è in prima fila al contrasto della crisi climatica, tema che qualche anno fa vide grosse manifestazioni giovanili.
E in Regione come stanno andando le cose?
È una sfida interessante avere tre consiglieri in regione, eletti in AVS e ognuno esponente di un pezzo dell’alleanza: c’è Paolo Burani di Europa Verde, Simona Larghetti di Coalizione Civica di Bologna, e Paolo Trande che entrato come civico, del movimento Insieme a Sinistra ora si è iscritto in Sinistra Italiana. E naturalmente c’è l’assessore Giovanni Paglia, di Sinistra Italiana, in rappresentanza di Alleanza Verdi Sinistra.
Dopo una fase di rodaggio, stiamo cominciando a ingranare una collaborazione day by day con il gruppo consiliare che è eterogeneo e rappresenta tutti e, peraltro, avere un consigliere di Europa Verde è un valore aggiunto. I tre consiglieri sono molto attivi, affiatati e anche ben attrezzati. Dobbiamo imparare a dare più risonanza sui territori al lavoro che stiamo facendo a livello regionale.
In questo contesto com’è quindi il rapporto e la valutazione sull’operato del presidente De Pascale e della giunta nel suo complesso, dopo il primo semestre?
Enrico Ottolini alla chiusura della campagna elettorale di AVS per le elezioni regionali. Il primo a sinistra è Giovanni Paglia, ora assessore a casa, lavoro e politiche giovanili (novembre 2024).
Stiamo ottenendo dei risultati in alcuni settori nostri in cui viene riconosciuta una nostra competenza, per esempio sta andando in porto la legge regionale sul clima. Però non stiamo ancora contaminando come vorremmo le politiche regionali nel loro complesso. Una prima verifica di questa nostra capacità di incidere sarà l’attuazione delle politiche per la gestione dei corsi d’acqua, dove abbiamo una visione diversa rispetto al presidente De Pascale; però confidiamo nell’impegno di entrambi a trovare un’intesa efficace, concreta, effettiva per intervenire sulla base delle conoscenze tecnico-scientifiche più innovative che vengono indicate dall’Unione Europea.
Parlando di corsi d’acqua ci si riferisce anche al tema alluvioni, giusto?
Esatto. Noi comprendiamo l’esasperazione dei cittadini, tuttavia la tabula rasa non è la soluzione per i corsi d’acqua. Gli approfondimenti e la normativa tecnica sviluppata dalla Regione negli ultimi decenni, le esperienze realizzate e la competenza acquisita da tanti tecnici, dimostrano che un fiume sano dal punto di vista ecologico è un fiume più sicuro. E poi vanno fatte distinzioni tra i fiumi romagnoli che scorrono in pianura, dove c’è effettivamente un conflitto molto forte, e i torrenti emiliani, più ampi e diversificati.
Nel rapporto con la Regione si avvantaggia dell’esperienza in consiglio comunale a Parma, tre anni di opposizione. Che valutazione dà dell’operato del sindaco Guerra e della sua giunta?
Direi che sono evidenti alcuni grandi bluff che ci hanno tenuto impegnati dalla campagna elettorale a questi primi tre anni di consigliatura: l’aeroporto e il Tardini. Di fatto nel momento in cui l’Amministrazione è voluta andare a vedere le carte, si sono rivelati progetti del tutto inconsistenti, come quello dell’ampliamento dell’aeroporto, o con molti più problemi di quelli che inizialmente erano taciuti, e lo vediamo con lo stadio… Direi che, al dunque, non rimane niente di una visione e progettualità di chi ha governato Parma nei decenni precedenti.
Peraltro non si vedono grandi trasformazioni nella città e gli obiettivi che secondo noi dovrebbero guidare il cambiamento, cioè la transizione ecologica, la neutralità carbonica verso una sostenibilità ambientale, non sono supportati da una volontà politica forte di raggiungerli davvero. C’è una totale mancanza di coraggio, ad esempio i risultati ottenuti nella transizione ecologica, penso alle fonti rinnovabili, sono state realizzati quasi esclusivamente dai privati con le loro risorse e progetti. L’Amministrazione Comunale al di là di fare eventi, assemblee e documenti di contratto climatico non ha di fatto posto in essere ad ora delle iniziative concrete, visibili e importanti di transizione ecologica.
Lei è critico anche su altri aspetti.
Ci vorrebbe più coraggio anche nell’affrontare gli errori del passato, penso alle tante strutture vuote che abbiamo e in particolare a quella forse più simbolica di tutte che è il ponte Nord sulla quale io avrei fatto almeno un’ipotesi di demolizione rispetto agli altri scenari. Comunque ne parleremo quando andrà deserto il bando per la manifestazione d’interesse.
Un’altra cosa che non le va giù è il centro sportivo all’ex Cral Bormioli.
Oltre al poco coraggio c’è poca coerenza, sembra che la giunta lavori per compartimenti stagni. Da una parte abbiamo le politiche della mobilità che dicono di ridurre l’uso delle auto e dall’altra parte a settembre apriremo l’ex Cral Bormioli senza una pista ciclabile, senza una fermata dell’autobus, senza marciapiede e con un parcheggio da 250 posti. Direi che è proprio l’emblema dell’incapacità del Comune di lavorare in modo coerente.
Con queste premesse come si fa allora a pensare di andare in coalizione con il centrosinistra alle prossime elezioni? L’assessore De Vanna ha fatto delle aperture, come le valuta?
Apprezziamo che vi sia un’apertura e un’interlocuzione con Europa Verde rispetto al futuro, però è chiaro che stiamo parlando del 2027, nel frattempo il mio ruolo non cambierà, sono stato eletto come candidato sindaco in alternativa a Guerra e credo sia corretto rimanere coerenti nello svolgere un ruolo di opposizione propositiva. Abbiamo sempre fatto proposte con una valenza di governo e continuerò a farle e non trincerarmi nel mio orticello verde. Sono proposte mirate che possono essere acquisite da una maggioranza di centrosinistra, in una regione storicamente di sinistra, che voglia intendere l’ecologismo non come un settore di un’amministrazione ma come un nuovo punto di vista per affrontare tutte le politiche locali.
Faccia un esempio.
Le mie proposte non sono quasi mai massimaliste. Ad esempio non è passata una mozione per non cementificare le aree verdi e un’altra per applicare un articolo del reglamento del verde sul censimento degli alberi di pregio. Mentre è stata accolta la proposta di istituire un’Area di Riequilibrio Ecologico nel torrente Parma. Un gran bel segnale, rispetto a quanto prevedeva il progettista del Pug, di stravolgimento del torrente, e sono certo che darà i suoi frutti in futuro.
Insomma, cosa deve accadere a Parma affinché ci sia un accordo politico che veda AVS integrarsi con l’attuale maggioranza di centrosinistra?
Ci sono passaggi da compiere. Io ho fatto la mia parte in una stagione importante dei Verdi, con il ritorno in consiglio comunale dopo 30 anni, il partito è cresciuto, si è affermato e poi il passaggio con Alleanza Verdi Sinistra che alle ultime regionali ci ha visto raggiungere l’8,2% in città, e come detto svolgo un’opposizione costruttiva per dare un peso da esterno alla maggioranza, che porti a una consapevolezza dei limiti entro i quali lo sviluppo di una città si deve realizzare. Ma il mio ruolo potrebbe fermarsi a questa fase. Di sicuro la crisi climatica e ambientale incombe e vi è la necessità di affrontarla con un’Amministrazione che abbia al suo interno una forza ecologista con un peso reale in una maggioranza di centrosinistra. Si vedrà come e con chi.
Un’ultima domanda sui platani di via Spezia. Per il momento è scongiurato il rischio che si abbattano 96 platani ed anzi c’è un impegno politico alla loro salvaguardia e, dalle ultime informazioni raccolte, sembra proprio che in autunno sarà presentato un progetto rivisto per la riqualificazione di via Spezia. Che sentimento prova oggi sapendo che è merito suo aver scovato in tempo utile, tra le carte del progetto, la previsione dell’abbattimento delle piante?
Mi sono messo un’oretta prima della riunione di commissione consiliare a guardare le carte e tra tanti elaborati mi è saltato all’occhio la tabella con l’abbattimento degli alberi. Il sentimento è di sentire un’enorme responsabilità sulle spalle, nel senso che se io per un qualche motivo non fossi stato in quella commissione, quell’attenzione sui platani non saltava fuori. È una cosa enorme, anche rispetto a procedure amministrative che sottovalutano gli effetti macroscopici sulla vita delle persone, non solo della tutela ambientale, come abbiamo visto dalla sollevazione popolare.
Quello che un po’ stempera la responsabilità e mi alleggerisce è la presenza delle associazioni che sono intervenute subito e stanno dialogando con le amministrazioni. . Mi piace il fatto che questo stop sia servito a creare lo spazio per una partecipazione diretta, perché è importante che la politica apra degli spazi alla partecipazione dei corpi intermedi che ragionano con finalità ampie di bene comune. Se no rischiamo di ritrovarci solo un comitatismo con vanghe e picconi.
C’è poi la questione del limite. Intendo dire che in tanti casi gli atti di questa Amministrazione per me superano i limiti di quanto è tollerabile per una politica che sia un minimo decente in termini ambientali. Quando ho segnalato il rischio di abbattimento dei platani mi sono detto che era un limite da non oltrepassare, se poi si vuole andare insieme in futuro. Ecco per la prima volta la maggioranza in modo compatto non ha oltrepassato il limite. Per la prima volta quello che per me era un limite invalicabile lo è diventato anche per l’Amministrazione, certo all’ultimo momento, all’ultimo secondo, però non è stato oltrepassato. È stato un segnale importante.
(dra.fra)
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_6366-scaled-e1752827305439.jpeg22902027redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2025-07-18 09:54:262025-07-18 09:54:27Qualcosa sta cambiando sotto l’ombra dei platani
La lunga storia della veterinaria Maria Fausta Melley
In via Langhirano, a Parma, c’è un ambulatorio veterinario dove in 49 anni è transitata l’Arca di Noè. È la lunga storia della veterinaria Maria Fausta Melley che ha visitato e curato migliaia di animali di tantissime specie. Aquile, gufi e altri uccelli rapaci; un puma, boa, pitoni, iguane, lupi e un leopardo, oltre a una miriade di cani e gatti.
Il suo ambulatorio Airone ha compiuto 49 anni di attività e Melley sta passando la conduzione a due giovani veterinari, ma non ha ancora intenzione di ritirarsi.
Era il 14 luglio 1976 e il primo giorno lo ricorda ancora come fosse oggi. Maria Fausta si era laureata il 2 aprile e assieme al suo fidanzato di allora, Giorgio Mezzatesta, decise di aprire l’ambulatorio.
Lui ci teneva moltissimo che aprissimo uno studio insieme, eravamo negli anni ’70 e teniamo conto di questo. C’erano pochissimi ambulatori in città, uno era quello del dottor Zis, Spiros, che era un greco, molto simpatico. Feci il tirocinio presso di lui. In quegli anni hanno aperto tanti altri che ci sono tuttora, per esempio il dottor Gazzola, il “Dog center” con Mario Leccisi, poi la Marta Petrolini, il dottor Conforti, eravamo i primi.
Insomma, lei si laurea e apre l’ambulatorio, come se fosse una strada già segnata.
Avevamo già deciso tutto, perché già da studenti curavamo gli animali degli amici, dei conoscenti. Quindi sì, non è come oggi che magari si fanno i master, un po’ di esperienza e si rimane indecisi. No, io avevo già deciso tutto durante il percorso universitario.
Quante ragazze studiavano veterinaria?
Pochissime, io e pochissime altre. E in effetti, quando ho aperto l’ambulatorio, a volte più di uno, entrando, mi aveva detto, ma scusi c’è il dottore, pensando che io fossi un’infermiera, un’assistente.
E quando diceva sono io, che reazioni c’erano?
Allora ti guardavano un po’ così, in modo strano, quando dicevo sì, sono io il medico veterinario. perché ci tenevo a dire medico veterinario, perché sembrava che il veterinario non fosse un medico.
Quando iniziò che animali venivano portati in ambulatorio?
All’inizio erano solo cani. I gatti non venivano curati, erano lasciati liberi, specialmente in campagna.
La prima visita, se la ricorda?
Aprii il 14 luglio 1976, in un buchetto, c’erano anche meno norme particolari da rispettare. Era carino, una stanzetta per la visita e un’altra come sala d’aspetto. Per aprire abbiamo chiesto in prestito un milione di lire alla nonna. Serviva per acquistare un tavolo da visita, un bel tavolo in acciaio che è ancora di là, un microscopio, una scrivania e poche altre cose.
Si cominciò così e io dicevo, ma verrà qualcuno? Perché all’epoca via Langhirano era defilata. E invece è andata bene così. Mi chiesero allora 55 mila lire di affitto, a me sembravano tante… il primo giorno sento questo scalpiccìo nelle scale e già ero emozionata, non glielo nascondo, perché comunque era la prima volta.
Era una signora, di cui non ricordo il nome, che abitava in via Langhirano con due cagnolini chihuahua, mordaci. Sa quelli piccolini che proprio abbaiano, ringhiano, ti vogliono mordere? E io li visitai entrambi, piano piano, cercando di non farmi mordere, e dopo andava tutto bene. Lei voleva un controllo, forse voleva anche prendere visione di questa nuova struttura, perché avevo messo fuori un cartello, come c’è adesso, un cartello luminoso in cui c’era scritto Ambulatorio Veterinario. E alla fine… per me venne il momento più difficile, perché non avevo mai chiesto una parcella. E nel momento dell’onorario le dissi: guardi, sono 4.000 lire a visita, perché avevo deciso questa tariffa, ma invece di farle 8 le farò 6.000 lire. Ma la signora protestò, questo mi è rimasto impresso, protestò perché disse “ma come, se andavo dal dottor Zis spendevo meno”. Il famoso dottor Zis, che era stato il mio maestro peraltro. E quindi un po’ mi era dispiaciuta questa cosa. Poi però sono andata avanti e ho lavorato sempre tanto.
E pochi anni dopo c’è la novità di aprire un centro rapaci. Giusto?
Sì, questa era una novità, che per me è stata anche una grande opportunità, perché proprio in quegli anni il fratello del mio ex marito, Francesco Mezzatesta, era diventato segretario nazionale della LIPU, la Lega italiana protezione uccelli che aveva la sede a Parma. E si dava molto da fare, mi ricordo che facevamo delle campagne promozionali contro la caccia. Avevamo fatto un grande manifesto, con scritto “il gufo è stufo”, che ancora ho in casa.
Si creò questa opportunità del centro rapaci che fu realizzato nei Boschi di Carrega, con delle grandi voliere. Naturalmente erano più i rapaci che non ce la facevano che quelli che riuscivamo a liberare. Perché, purtroppo, venivano impallinati. Di là ho ancora uno scheletro di aquila reale, cui manca un’ala; l’avevamo amputata, perché era piena di impallini, andava in necrosi. Avevamo cercato di recuperarla, ma morì, e allora grazie a un preparatore anatomico dell’università, feci conservare lo scheletro, come reperto anatomico importante. E da lì ho curato molti rapaci, che venivano da tutta Italia.
Ne ho maneggiati talmente tanti che mi ritengo fortunata: dal gufo di palude, all’aquila reale, dal barbagianni al gufo reale, dal gheppio, al falco pellegrino, al proposito lo sa che il falco pellegrino vola a 300 km all’ora?
Sono animali meravigliosi e credo che nessun veterinario ne abbia visti tanti come me.
Quanti ne avrà visti? Quanto tempo è rimasto in funzione il centro rapaci?
Dieci anni, diciamo dall’85 al 94, non di più. Ne arrivavano di continuo, almeno uno al giorno. E la maggior parte erano feriti d’arma da fuoco, … facevamo la radiografia, si vedeva che erano impallinati. Quelli che riuscivamo a salvare poi aspettavamo il 25 aprile, che è il giorno della Liberazione, noi liberavamo i rapaci in campagna, nei posti giusti.
Come si cura un rapace?
Già il fatto di curarli era per gli uccelli un evento da paura, hanno molta paura di noi. Coprivamo sempre la testa, fondamentale era coprire la testa, se stanno al buio sono più tranquilli. Tenevamo fermi gli artigli, perché il pericolo sono gli artigli e questo becco, questo rostro, quindi si maneggiavano così, se si poteva senza anestesia. Ne abbiamo veramente curati tantissimi ed è stato questo che poi mi ha portato a chiamare l’ambulatorio Airone. Da allora io ho sempre curato tutti gli animali che mi portavano, dal passerotto al merlo, dal rapace al riccio.
Come si fa? Intendo dire, gli animali hanno delle caratteristiche molto diverse tra di loro
Ogni animale è differente, bisogna sapere gestirli, nella contenzione soprattutto. Con il tempo l’ho imparato, anche perché ho fatto dei corsi, e poi nel 1984 nacque la SCIVAC, società culturale veterinaria animali da compagnia, di cui io facevo parte, che raggruppava un po’ tutte le società culturali d’Italia dei piccoli animali e faceva capo a Cremona e lì ho fatto anche diversi corsi per animali non convenzionali.
Nel sito web c’è una foto sua con un iguana, giusto?
Sì, ma lei non ha visto la foto con il boa. Perché ho curato anche un boa.
E da dove è arrivato?
Qualche anno fa, purtroppo da privati che tengono questi animali in cattività, in una teca. Questi signori avevano un maschio e una femmina e li avevano fatti accoppiare e volevano sapere se la boa femmina era gravida e l’hanno portata qui. Era lunga un metro e mezzo e pesava 15 kg. Una collega è scappata invece l’altra mi ha aiutato, l’abbiamo incappucciata e le abbiamo fatto una radiografia perché il boa è un ovo viviparo, significa che le uova si schiudono dentro all’addome e poi nascono i piccoli boa e quindi finché non nascono uno non lo sa. Dalla radiografia abbiamo visto le uova e abbiamo confermato che era gravida e questo signore era contento.
E l’iguana invece?
Iguane ne ho curate tante anche perché ce ne sono tante sì. Questi animali esotici hanno bisogno del Cites cioè del certificato di dove vengono acquistati. Perché non è che tu puoi andare in Africa e prendere un babbuino e portarlo qui. Però certi animali invece passano la frontiera col certificato quindi si possono vendere. La foto che lei ha visto è di un dragone barbuto,
Che patologie può avere un’iguana?
A volte hanno delle stomatiti a volte hanno delle ustioni da lampada perché ci vuole l’habitat fondamentale, la temperatura giusta, l’alimentazione giusta, un ambiente adatto a loro, riscaldato, e a volte con la lampada si vanno a ustionare.L’importante è sapere che ogni specie animale deve essere contenuto in un determinato modo, e sono le prime nozioni che insegniamo anche agli studenti.
Ospita dei tirocini?
Sin dai primi anni. È stata un’esperienza che mi ha arricchito tantissimo e tengo volentieri le ragazze giovani. Dall’84 mi sono trasferita in questi locali e qui è stato tutto molto più facile perché avendo tanti ambienti abbiamo potuto dedicare una stanza alla chirurgia, una stanza al laboratorio.
Fate anche delle operazioni chirurgiche?
Sì adesso facciamo anche l’ortopedia, mentre io ho sempre fatto chirurgia dei tessuti molli, soprattutto sterilizzazioni che sono la base della chirurgia, e suture di ferite. Una volta mi è capitato un cane aggredito da un cinghiale, aperto dall’ascella all’inguine, ed era la vigilia di Natale. Un’altra volta era il 1° maggio, mi è capitato un cane che stava malissimo, aveva ingerito un nocciolo di albicocca e aveva l’intestino bloccato, anche lì ho operato.
Un’altra branca è l’odontostomatologia che è un campo vastissimo, dai denti da latte che non cadono ai cuccioli, oppure quando sono grandi, problemi con il tartaro che a volte portano a gengiviti anche brutte, a volte purulente e bisogna dare prima gli antibiotici. Se si interviene in tempo riusciamo a salvare i denti. Poi c’è tutta una gamma di interventi a carico del tessuto della cute non so, piccoli papillomi o tumori cutanei di varia natura che a volte possono essere benigni a volte no e adesso per fortuna possiamo fare anche la citologia per sapere in anticipo di che cosa abbiamo davanti. Altre patologie sono calcoli vescicali o le infezioni all’utero nelle cagne e anche nelle gatte, in questi casi prima si interviene meglio è.
Faccio una domanda un po’ provocatoria sui “padroni” perché gli animali d’affezione sono aumentati molto in questi anni e forse è cambiato anche l’atteggiamento dei padroni, dei proprietari degli animali, o no?
È cambiato molto, cinquanta anni fa sicuramente si affidavano di più al veterinario e ti davano anche un po’ più importanza, ho ricevuto un sacco di regali per Natale dai proprietari. Mentre oggi il proprietario è molto più esigente, va su internet – anche se è sbagliato perché se uno non conosce la medicina, le informazioni che trovi ti confondono – viene qui e vuole fare la diagnosi lui. E così dico che noi veterinari dobbiamo anche essere psicologi perché ogni proprietario è diverso e con ognuno bisogna secondo me avere un approccio diverso e comprenderli perché c’è quello molto ansioso e quindi va un po’ assecondato, c’è quello molto esigente e quindi dobbiamo essere ancora più professionali e preparati.
E dobbiamo sapere proporre al cliente gli esami mostrandogli anche i costi di quello che deve fare e perché li deve accettare. Una volta era un po’ più facile in questo senso.
Da parte umana c’è un attaccamento forse più esasperato nei confronti degli animali come se fossero delle compensazioni?
Questo aspetto secondo me c’è sempre stato. C’è chi magari vive solo e l’animale per lui è come un figlio; però le dico per molte persone, anche sposate con figli, il cane diventa il terzo o quarto figlio, lì dipende dal carattere della persona. Poi certo, se una volta gli animali erano in una famiglia su tre, dopo siamo passati a due famiglie su tre e adesso quasi tutti hanno un animale in casa, per cui c’è molto bisogno dei veterinari, oggi.
Soffermandoci sugli animali da compagnia classici, cani e gatti. Diceva che all’inizio erano prevalentemente cani. Oggi com’è il rapporto?
Oggi siamo metà e metà. Una volta il gatto, specialmente se tenuto in campagna, non era portato dal veterinario, quasi mai. In effetti il gatto quando si dice che ha sette vite è vero, molte volte ce la fa da solo, ma oggi si prendono gatti di razza, si prendono gatti piccolini, come dice lei, a volte delle coppie giovani prendono un gattino e lo coccolano come un figlio e quindi seguono tutto l’iter che noi consigliamo, fanno i test per le malattie infettive, li vaccinano, li sterilizzano e quindi anche il gatto è diventato un paziente molto presente.
Altri animali insoliti che ha curato?
Ho curato un puma che veniva da uno zoo. E un leopardo, venuto più volte. Era un cucciolo nato in uno zoo e poi preso da un privato, cosa che secondo me non andrebbe fatta ma tant’è. Alle visite successive il leopardo si puntellava e non voleva più entrare, per cui andavo a fargli una vaccinazione fuori. Era di un signore che aveva una carrozzeria e poi non l’ho visto più, eravamo ancora negli anni Ottanta.
Lupi li ha visitati?
È successo che un mio cliente che abita a Pastorello una volta mi ha portato dei cuccioli, erano sicuramente dei lupi e lui li aveva trovati credendo che fossero abbandonati, invece la mamma lupa si era allontanata perché aveva paura dell’uomo. Li abbiamo maneggiati il meno possibile, perché riportandoli indietro non sapevamo se la madre li accettasse. Li riportò dove li aveva trovati e mi disse che si era appostato e la lupa li aveva ripresi.
Mi raccomando questo lo deve dire: i lupi non attaccano mai l’uomo, mai. Perché sono loro che hanno paura di noi. L’errore da parte di chi vive in campagna è di lasciare il cane fuori o delle derrate alimentari, allora il lupo si avvicina perché ha fame.
Non si è mai pentita di aver fatto la veterinaria?
Succede di avere qualche giornata no, ma gli animali non mi hanno mai deluso, mentre a volte le persone un po’ di più. Diciamo che mantenere una struttura come questa è faticoso da un punto di vista economico, ci vorrebbe davvero un manager che ti porta avanti il tutto. Ma non mi sono mai pentita perché lavorare facendo una cosa che piace è impagabile. Da ragazza volevo fare l’insegnante, come mio padre che ha fatto il maestro elementare tutta la vita, ma poi il mio fidanzato di allora, Giorgio, mi convinse di aprire un ambulatorio insieme.
E dopo ?
A un certo punto, dall’85 – 86 l’ho portato avanti io perché lui lavorava all’USL, poi ci siamo separati e quindi l’ho portato avanti io ed era diventato uno studio di donne. Molte ragazze sono passate di qua come collaboratrici, una è rimasta con me 9 anni, un’altra 5 anni e l’ultima è stata con me dall’85 fino a dicembre dell’anno scorso. Poi ho conosciuto questi due giovani, Francesca Galvani e Antonio Sparaccio, che devo dire sono meravigliosi. Hanno la professionalità, avendo lavorato anche in un pronto soccorso, hanno gli stessi modi miei nell’approccio con il cliente e poi ci troviamo molto d’accordo anche sulle diagnosi, sulle terapie quindi io non potevo trovare di meglio per passare il testimone, come una conclusione di un ciclo.
Francesco Dradi
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/07/iguana_drago.jpeg10531139redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2025-07-18 09:49:542025-07-18 09:49:56L’arca di Noè è passata in via Langhirano
Intervista al neosegretario cittadino del Partito Democratico
Era l’estate del 2005 e un ragazzo di 18 anni, neodiplomato e un po’ timido, arrivava a Parma dal meridione, provincia di Brindisi, per iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza. Fu un anno difficile in una città nuova in cui non è facile inserirsi. Vent’anni dopo, quel ragazzo ha 38 anni ed è diventato uno degli uomini che può determinare il futuro di Parma.
Ok, detta così suona un po’ pomposa e retorica. Però la notizia c’è e anche quel filo di narrazione sull’ascensore sociale, pur con l’understatement del personaggio, che in questi vent’anni si è laureato, ha fatto dottorato e post-doc, è diventato avvocato, vinto concorsi. E, soprattutto, si è lanciato in politica riscuotendo una buona affermazione alle elezioni amministrative tre anni fa e, oggi, è diventato un esponente di punta del partito principale in città.
Francesco De Vanna, assessore comunale ai lavori pubblici e legalità, domenica scorsa è stato eletto segretario cittadino del Partito Democratico. L’ufficialità sarà ratificata a fine mese, ma questo è il risultato dei congressi dei circoli (400 votanti): De Vanna ha ottenuto il 71% dei voti e 30 delegati rispetto al 29% e 11 delegati dello sfidante, il consigliere comunale Manuel Marsico. Segretario cittadino uscente era Michele Vanolli.
Mentre segretario provinciale del Pd è stato confermato Nicola Bernardi (ex sindaco di Sissa Trecasali, oggi senza incarichi amministrativi) che con il 68% dei voti ha prevalso su Giovanni Musolino, assessore di Montechiarugolo.
Francesco De Vanna, segretario cittadino, con Nicola Bernardi, segretario provinciale del Partito Democratico
D: De Vanna, le chiedo subito della questione di incompatibilità interna al Pd, tra la carica di assessore e quella di segretario cittadino. Se ci sono delle regole, perché non rispettarle e chiedere deroghe?
R: «L’incompatibilità è prevista dallo statuto regionale ma non dallo statuto nazionale e neanche dallo statuto della federazione di Parma. Dunque la prima questione è capire qual è la regola e i criteri di interpretazione. In diritto prevarebbe l’ordinamento nazionale.
Ma il punto è che quando è emersa la possibilità della mia candidatura, ho cominciato a dialogare con i colleghi di giunta, con vari consiglieri comunali e segretari di circolo e ci siamo confrontati sulle questioni politiche, perché l’urgenza principale, avvertita da tanti, era quella di costruire un percorso unitario che consentisse di rafforzare il Pd e renderlo più coeso. In questo senso si è pensato che potesse essere più forte e riconoscibile la figura di un amministratore. Nessuno in questa fase caratterizzata davvero da tanti dialoghi e contatti, mi ha detto fermati, c’è lo statuto che te lo impedisce».
D: Immagino che, pur a fronte di un risultato così netto, la commissione elettorale del partito dovrà esprimersi.
R: «La commissione si attiva nel momento in cui qualcuno dovesse porre il problema.Io posso solo dire che c’è stato un appello a prendersi cura del partito e io non sono stato capace di sfilarmi; e questo appello veniva da più parti, anche da esponenti con cui non ero in dialogo da tempo. E, ribadisco, nessuno mi diceva di no, fermati non sei la figura adeguata. E quindi ho creduto di poter dare una mano. Adesso vedremo se sono davvero in grado di poter dare una mano».
D: Lei diventa un super assessore. Mi passi il paradosso: se fino a ieri il sindaco poteva ritirarle le deleghe, ora è lei che potrebbe far cadere il sindaco, ritirando l’appoggio del partito. La domanda è: si apre un rapporto nuovo tra lei e il sindaco Michele Guerra e all’interno della giunta?
R: «Un po’ il rapporto cambierà perché oltre a rappresentare la posizione dell’assessore De Vanna rappresenterò anche quella del partito. Ma devo dire che il sindaco Guerra ha sempre avuto grande considerazione del Pd, ne conosce la complessità e le varie anime che lo caratterizzano. Diciamo che da oggi in poi Michele potrà avere un interlocutore più diretto per parlare col Partito Democratico di Parma. E soprattutto penso che il sindaco conti su una stabilizzazione e su un rafforzamento del Pd, che darà stabilità e forza all’Amministrazione stessa. Quindi il punto vero non è un segretario sul piedistallo ma avere un segretario che consenta al sindaco di lavorare meglio in un percorso che ci conduca al 2027 in modo riconoscibile e chiaro».
D: Appunto, guardando avanti, tra due anni ci saranno le elezioni comunali e le elezioni politiche. Cominciamo dal Comune. Guerra sarà ricandidato sindaco?
R: «Spero e farò di tutto affinché Guerra possa ricandidarsi; stiamo facendo un lavoro davvero importante ed è giusto che possa proseguire, perché sono convinto che nel corso del tempo si vedrà ancora meglio l’esito delle scelte che abbiamo preso nei primi anni. Ovviamente sulla ricandidatura l’ultima parola spetta al sindaco».
D: Stiamo sul tema comunali 2027. Ritiene di continuare con l’attuale maggioranza o pensa di aprire a un campo largo, anche a forze che attualmente sono all’opposizione o non presenti in consiglio comunale?
R: «Ho detto più volte nei congressi dei circoli che il Pd, per quanto forte e solido, non può trincerarsi nella logica dell’autosufficienza che non funziona a livello nazionale e a maggior ragione non funziona in questa città. Quindi noi dobbiamo parlare con le altre forze politiche, penso al Movimento Cinque Stelle e penso ai Verdi-Avs in modo particolare. Dobbiamo cercare di allargare il perimetro della coalizione di centrosinistra, cercando di intercettare anche altre forze civiche di questa città che possano riconoscersi nel progetto politico del centrosinistra. Io credo che abbiamo margini di miglioramento purché non si facciano politicismi, non si faccia tattica, ma si ragioni attorno ad un progetto politico condiviso».
D: A proposito di liste civiche, pur essendo ancora presto, circolano rumors di un’intenzione del sindaco Guerra di avere una sola lista civica a supporto che unisca le forze (mentre nel 2022 c’erano Effetto Parma e la lista del sindaco che oggi è denominata Prospettive). Non teme che possa farvi più concorrenza?
R: «Questa coalizione è ampia e però ritengo che abbia nell’identità del Partito Democratico, un punto di forza inaggirabile e nel 2022 lo abbiamo visto in un ambito in cui le componenti civiche non erano pochissime (Ndr: il Pd ottenne il 24%). Quindi, non c’è un timore su una lista civica unica.
Detto questo io penso che il Pd debba presentarsi con una lista ancora più forte di quella del 2022, ancora più aperta alle migliori risorse della società che guardano a sinistra; credo però che siamo tutti consapevoli che il Pd da solo non raggiungerà il 50% e dunque bisogna che le forze civiche della coalizione, a partire da Prospettiva, facciano un lavoro importante per arrivare al 51%.
Ma credo che noi dobbiamo fare un lavoro diverso, come dicevo prima, sulle altre forze di centro sinistra, da Coraggiosa ai Verdi-Avs ad Azione sulla quale dovremo capire che tipo di collocazione sceglierà e però è un tentativo che faremo anche quello».
D: E quando partiranno questi ragionamenti con gli altri partiti e soggetti?
R: «Non escludo di fare presto qualche chiacchierata con gli esponenti quantomeno dei partiti nazionali, perché l’anno prossimo dovremo cominciare a lavorare a questa coalizione; è un lavoro che non possiamo fare negli ultimi tre mesi».
D: Sulle elezioni politiche invece una domanda più semplice. Lei sta sempre con la Schlein, come vede l’opportunità di tenere le primarie per scegliere i candidati al parlamento?
R: «Nicola Bernardi, rieletto segretario provinciale, ha scritto nelle sue linee programmatiche che farà di tutto per promuovere le “parlamentarie” o comunque delle consultazioni tra gli iscritti. Anch’io la penso così e credo che non potremo prescindere dall’ascoltare le indicazioni dei nostri circoli, dei nostri territori. Se ci fossero le primarie come nel 2013 sarei felice».
D: Venendo all’attività amministrativa, gira la voce che lei stia pensando di restituire la delega alla sicurezza. È così?
R: «La risposta è articolata. Mi è stata posta da diverse persone, durante queste settimane congressuali, la preoccupazione che la mole di lavoro, tra responsabilità amministrative e adesso anche la responsabilità politica sul partito, possa essere troppo gravosa. Innanzitutto dico “faremo”, perché nella gestione del partito punterò su una squadra plurale, molto aperta, con almeno una decina di persone che mi daranno una mano. E io sono assolutamente convinto che questo mi consentirà di fare bene il lavoro che c’è da fare. Poi ho aggiunto che, se con i colleghi di giunta e con il sindaco si riterrà di fare una valutazione anche sul carico amministrativo, non farò i salti mortali per trattenere delle deleghe, perché una rimodulazione può anche essere fisiologica, se il sindaco dovesse ritenerla utile. È chiaro che con il lavoro che è in corso sui cantieri PNRR, con le scadenze tra un anno, un passaggio in corsa adesso sarebbe molto delicato e anche complicato. Quindi ho detto: se vogliamo fare una valutazione sulla delega alla sicurezza, anche in questo caso, mi dispiacerebbe, ma non mi sottraggo, ecco».
D: Quali sono i tre momenti da ricordare per lei, in questa prima metà di mandato amministrativo?
R: «Direi i primi sei mesi di mandato, quando bisognava avviare il PNRR non tanto i cantieri, ma tutta l’operazione. Abbiamo fatto un lavoro amministrativo molto complesso: dai quadri economici sui mutui da contrarre, alle risorse da aggiungere, dato che era appena scoppiata la guerra tra Russia e Ucraina e c’era un rincaro dei prezzi. Il secondo momento importante è quando abbiamo cominciato a portare gli agenti di comunità nei quartieri e poi l’assunzione di 45 nuovi agenti di polizia locale che sono un innesto molto importante, come non si vedeva da anni a Parma e che forse non siamo riusciti a raccontare adeguatamente, come partito. Terza istantanea è la cittadinanza onoraria a Don Luigi Ciotti. È stato un momento di grande emozione accompagnato dal consolidamento di un messaggio forte di legalità e di impegno, anche per per gli ultimi. Perché Parma ha bisogno di coltivare in maniera forte uno sguardo diverso, alternativo, non convenzionale, verso chi è ai margini della città. Purtroppo c’è una platea di persone fragili e vulnerabili che spesso non guardiamo o che consideriamo soltanto come un problema sul piano della sicurezza. E don Ciotti ci ha ricordato che sono persone, prima di tutto, e che ciascuno di noi può scivolare ai margini repentinamente, per qualsiasi motivo».
D: Tornando sulla sicurezza. Mi permetto una considerazione personale: io penso che sia un tema di sinistra ma che la sinistra non affronta e non comunica bene.
R: «La sicurezza è un tema di sinistra perché ne soffrono le persone più fragili o che abitano nei quartieri popolari, dove non ci si può permettere un sistema di allarme, la vigilanza privata o alla sera tardi di rientrare in taxi. In realtà è un problema di tutti. Ciò che cambia, rispetto alla destra, è il tipo di risposta che, per noi, non può eludere la radice sociale del problema. Oltre alla repressione e al controllo la sinistra deve mettere in campo prevenzione ed educazione, perché poi tanta parte del sentimento di insicurezza dei cittadini deriva semplicemente dal mancato rispetto delle regole di convivenza civile.
Peraltro ci sono più livelli di intervento: la repressione spetta soprattutto alle forze dello Stato mentre il Comune attraverso la polizia locale può fare una parte, non molto grande. Noi possiamo fare tanto dal punto di vista della prevenzione e sul piano della riqualificazione della città, per renderla più bella. Riqualificando diventa anche una città più sicura e più equa. Purtroppo sta crescendo un tema di iniquità, per le politiche nazionali e anche per quelle internazionali. Le città stanno diventando il laboratorio nel quale pensare e mettere punto delle politiche di contrasto a queste sperequazioni: chi ha di più, deve fare di più e anche farsi carico di un pezzo dei problemi che abbiamo tutti».
Francesco Dradi
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_6086.jpeg472750redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2025-06-20 12:23:412025-06-20 12:29:22De Vanna proiettato sul 2027: cosa cambia per alleanze e delega alla sicurezza
Intervista a Cristina Gabelli eletta sindaca in Val Ceno
Dal Vangelo di Luca, 13, 6-9. Disse anche questa parabola: “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai”.
È domenica 22 marzo, e la lettura del vangelo propone la parabola del fico sterile. Cristina Gabelli la ascolta alla messa, nella chiesa di Vianino. Un paio di settimane prima le hanno chiesto di candidarsi sindaca, ma lei ha risposto di no, secca. Le pressioni dal gruppo civico di Varano Insieme sono continuate, il suo profilo è ritenuto il più adatto in una situazione difficile. Lei tergiversa e ribadisce il diniego. Finché ascolta quella parabola. «Mi ha toccato nel profondo – racconta Cristina Gabelli, neosindaca di Varano de’ Melegari – è una parabola con diverse interpretazioni; per me, parlando in generale, vale la considerazione che anche se hai già dato tanto nella vita, puoi dare ancora frutti, finché ne hai. Il terreno dissodato è stata la proposta nuova, quella di candidarmi, a cui mai avrei pensato nella vita. In tanti riponevano fiducia in me e allora ho capito e ho accettato».
Sono una donna, sono una madre, sono cristiana. Cosa ne pensa?
«Con questa espressione l’identità di una persona viene ridotta a poche categorie prestabilite, trascurando la complessità che si fissa in un cliché identitario, che non solo semplifica eccessivamente l’identità della persona, ma anche la relega a stereotipi culturali e sociali. Penso che sia una stigmatizzazione del femminile. Perché il femminile ha molti colori, non possiamo ridurlo a quello e, tra l’altro, prima di essere donne siamo persone. È molto rischioso parlare per slogan».
Cristina Gabelli, appena eletta sindaca (foto dalla pagina facebook di Varano Insieme)
Quando ha cominciato a circolare la notizia che sarebbe stata lei la candidata sindaco, quali sono state le reazioni? «Beh, le prime reazioni sono state le etichette messe in giro dalla controparte. Nell’ordine: se avessi vinto avrei riempito il paese di “neri” e di “marocchini”; avrei vietato la caccia nel territorio comunale; avrei fatto chiudere l’autodromo». E lei come ha risposto? «Sono andata ad incontrare i dirigenti dell’autodromo: ancor prima di parlare loro hanno sorriso, cogliendo che era una bufala. Sulla caccia come noto i Comuni non hanno alcuna competenza; sui profughi ho ricordato che è stato l’ex sindaco Restiani a metterli nella frazione di Serravalle. Poi, certo, assieme agli altri della Caritas mi sono attivata perché si istituisse per loro un corso di lingua italiana. È stato utile. Lo sa che molti di questi migranti sono stati assunti nelle ditte della zona, che hanno bisogno di lavoratori e non li trovano?».
Gabelli è stata la folata di cambiamento che ha ribaltato Varano de’ Melegari, comune di 2600 abitanti alle porte della ValCeno. La sorpresa di questa tornata di elezioni (vedi il nostro articolo di una settimana fa) con il centrosinistra che ha vinto in un feudo di centrodestra. Non si partiva da zero a zero.
Alle elezioni del 2020 Giuseppe Restiani aveva vinto con un surplus di 150 voti. Lunedì scorso le urne hanno segnato +51 per Gabelli. Al di là delle percentuali (51,68% per Varano Insieme) è il confronto nei numeri assoluti che segna il recupero e il ribaltamento, con 100 voti in più per il centrosinistra rispetto a cinque anni fa. Notando che è cresciuto il corpo elettorale e parimenti una maggior astensione che, a questo giro, ha colpito il centrodestra.
La famiglia di Gabelli è di Varano da qualche generazione. Cristina ha 55 anni, con il marito e due figli, studenti universitari, abita appena oltre il capoluogo. Laureata in Lettere moderne il suo primo impiego è però stato come educatrice nella comunità per il reinserimento degli ex pazienti psichiatrici a Pellegrino Parmense. «Prima ancora, da studentessa, avevo fatto le campagne stagionali in agricoltura. I miei genitori volevano che imparassi l’etica e il sacrificio del lavoro. Dopo l’esperienza di Pellegrino mi sono ritrovata a fare la coordinatrice della casa protetta di Varsi. Ho fatto un corso di formazione apposito. E in seguito ho assunto lo stesso ruolo per la casa protetta Bonzani di Varano, con 61 posti.
Vi ho lavorato per quasi vent’anni svolgendo un ruolo di organizzazione del servizio e gestione del personale. L’esperienza più pesante è stata con il covid. È stato pochi anni fa e oggi quasi non ci ricordiamo più. Siamo stati bravi e fortunati: nessuno degli ospiti anziani si è ammalato ne è deceduto per covid. Avevamo una scorta di mascherine chirurgiche, che all’inizio erano introvabili. Ricordo che ogni giorno facevamo l’incontro di equipe nel salone, distanziati, e io aggiornavo sulla situazione nazionale e locale, riportando quanto sentivo dal premier Conte e dalle altre figure istituzionali. E poi chiudevo sempre raccontando una barzelletta, per tenere su lo spirito in quei momenti.
Tuttavia mi era venuta voglia di cambiare lavoro; riprendendo la laurea in lettere e studiando alla sera, per conseguire le certificazioni necessarie, sono diventata insegnante. Ho conseguito anche un master in mediazione dei conflitti. Dapprima ho fatto qualche supplenza come maestra alle primarie e da un paio d’anni sono insegnante di sostegno alla secondaria. Ora terminerò l’anno scolastico e da settembre mi metterò in aspettativa per fare la sindaca a tempo pieno».
Fa strano e buffo pensare che in soli due mesi è successo tutto. Cristina Gabelli non aveva mai fatto politica attiva. È così?
«Beh, non proprio. Dovremmo chiederci cosa si intende per fare politica. Io credo che l’impegno per migliorare la società sia in qualche modo un impegno politico, anche se non si fa nei partiti o nelle istituzioni. In questo senso ho fatto volontariato attivo in due organizzazioni: Legambiente e Caritas, non solo per una spinta solidaristica ma con un’idea in testa di portare benefici a livello collettivo, per il benessere delle persone».
Incontro Gabelli all’esterno del Castello di Varano. In questo momento non ha un ufficio. Il municipio è off-limits, in piena ristrutturazione con fondi Pnrr, e gli uffici comunali sono dislocati nella ex-palestra e in parte nel castello. Ma non ci sono stanze riservate per sindaco e assessori. Ed è pur vero che il Comune era commissariato da ottobre, ma anche questa è una cosa che lascia perplessi della precedente Amministrazione comunale a Varano. Ci incamminiamo verso il centro del paese e ogni persona che incontriamo ferma la neosindaca per salutarla e salire sul carro della vincitrice. Ricambia cordiale con tutte, alcune sono elettrici, altri no e ne è ben conscia. Tra i convenevoli, giungono due distinte richieste: chi un posto di lavoro; chi vorrebbe dritte su un alloggio da affittare.
Il lavoro e la casa. Alla fin fine le richieste pressanti, quelle dirette dei cittadini, si assomigliano in ogni dove, verrebbe da dire. Negli incontri elettorali le richieste sono state più variegate, e le lamentele anche.
Quali saranno ora le priorità del mandato?
«Intanto va detto che il programma della lista è stato costruito in qualche mese di confronto e ascolto dei cittadini, anche antecedente al mio impegno. Alla luce di quello vedo tre priorità: la prima è la riqualificazione della vecchia palestra, che ora ospita gli uffici comunali. Una volta liberata l’idea è di trasformarla in uno spazio polivalente ma la progettazione vogliamo farla partecipata, assieme ai cittadini. Lo abbiamo detto e lo faremo. L’area è attigua all’asilo nido e alle scuole, in centro al paese. Si tratta di ripensarla in modo uniforme. Il secondo tema è il sociale: dobbiamo riprendere un dialogo serio nel distretto e cercare fondi per le famiglie, la disabilità e le fragilità. Un capitolo a parte è il taxi sociale che va esteso. Il terzo tema sono i lavori pubblici: ci sono buche nelle strade. Vorrei aggiungere un lavoro di raccordo che come sindaca voglio fare con le 20 associazioni del territorio che talvolta fanno eventi che si sovrappongono, faremo un tavolo di coordinamento».
Ha ricevuto molti messaggi e telefonate, quale l’ha sorpresa di più?
«Ce n’è stata una che… Ho risposto al telefono a tutti, anche ai numeri che non avevo registrato. E una persona mi saluta così: “Ciao, sono Michele, volevo farti i complimenti”, sono rimasta interdetta perché non riconoscevo il timbro di voce e allora ho chiesto: “Scusa, Michele chi?”. Era De Pascale, il presidente della Regione, che figura… abbiamo discorso un po’ ed ho scoperto con piacere che è una persona semplice e motivata».
Dunque deduco che in campagna elettorale non vi eravate mai sentiti.
«No, mai. Assieme al gruppo abbiamo deciso di non chiamare nessuno che fosse espressione di un partito con incarichi provinciali o regionali. Questo per una coerenza di fondo, per rimarcare il carattere civico della lista, benché fosse noto che tre candidati sono iscritti al Pd».
Lei non è iscritta a nessun partito ma si riconosce nel centrosinistra, giusto?
«Ho idee progressiste ma in questo momento non mi identifico in un partito. Considero necessario mantenerci ben saldi ai principi costituzionali. Non so bene cosa sia la sinistra oggi, ma i valori dell’accoglienza e dell’inclusione devono essere il percorso su cui lavorare… senza ignorare i problemi, anzi affrontandoli. Ad esempio l’immigrazione deve essere governata e non trasferita in Albania, come a voler eludere il tema. E intanto il problema rimane inalterato sul territorio».
E, giustappunto, il prefetto di Parma, Garufi ha appena chiesto ai sindaci di impegnarsi di più, per i migranti.
«Vedremo quali saranno le richieste».
Francesco Dradi
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/05/fotolista_varanoinsieme.jpg13702048redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2025-05-30 06:35:292025-05-30 08:11:24I due mesi che cambiarono Varano
A fine luglio 100 scienziati italiani hanno inviato un accorato appello ai media: “Giornalisti, parlate delle cause della crisi climatica, e delle sue soluzioni”. Raccogliamo volentieri questo invito che, peraltro, rientra a pieno titolo nella linea editoriale di Libera Informazione in Parma. Al proposito abbiamo intervistato uno dei firmatari, Donato Grasso, docente di zoologia e biodiversità animale all’Università di Parma.
Cogliamo l’occasione anche per segnalare un estratto del libro “L’era della giustizia climatica. Prospettive politiche per una transizione ecologica dal basso” scritto dal sociologo parmigiano Emanuele Leonardi assieme a Paola Imperatore, studiosa di conflitti sociali. Qui il link al primo capitolo.
di Chiara Bertogalli
Professor Grasso, lei è tra i firmatari ad aver sottoscritto la lettera indirizzata ai media da parte di un lungo elenco di scienziati e studiosi in prima linea negli studi sui cambiamenti climatici in Italia. Nella lettera (link) si chiede chevengano spiegate anche le cause dei fenomeni atmosferici che purtroppo abbiamo visto numerosi in questa calda estate, e si chiede che siano chiarite le soluzioni da intraprendere per mitigare l’incremento di temperatura prodotta dai gas serra che l’uomo immette in atmosfera bruciando combustibili fossili. Alla base della richiesta c’è il pericolo di non mettere le persone nelle condizioni di comprendere che agire si può ancora, che un cambiamento per il meglio è possibile, condannandoci ad un futuro di impotente ed inerme rassegnazione. Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica, ha usato un paragone molto calzante: è come se durante l’epidemia di covid si fosse dato notizia solo dei morti senza spiegare che la causa era un virus. Il tema della scarsa copertura mediatica dell’emergenza climatica è una delle molle che, nel 2019, mi hanno portato in piazza agli scioperi per il clima.Sono quindi almeno 5 anni che se ne parla, tuttavia solo pochi giorni fa, nel suo intervento alla Cerimonia del Ventaglio con la stampa parlamentare il Presidente Mattarella ha messo in guardia tutti i media rispetto al negazionismo e al perdere tempo in discussioni circa fatti ormai assodati, discussioni che a lui (e a noi) sembrano “francamente sorprendenti”. Nel 2019 le proteste studentesche guidate da Greta Thunberg richiamavano l’attenzione del mondo su qualcosa che stava arrivando. Ora, con fenomeni estremi sempre più frequenti ed un clima italiano che si avvia alla tropicalizzazione, la crisi climatica si sta spiegando benissimo da sola: reagire alla crisi infatti non è tanto questione di se, ma di quando: i danni e le vittime sono destinati a crescere se non interveniamo in maniera preventiva e massiccia. Sarebbe intuitivo dare spiegazioni delle cause, in maniera da poter intraprendere le azioni dirette ad eliminarle, quelle cause. Viene allora da domandarsi quale tassello manca, o è mancato, fra il mondo scientifico e i media e perché, invece, all’estero il tema è ampiamente coperto. Quale la sua interpretazione?
Ho ritenuto assolutamente opportuno appoggiare questa iniziativa proposta da alcuni colleghi della Comunità Scientifica del WWF (Antonello Pasini, Giorgio Vacchiano e Cristina Facchini) e supportata poi dal resto della Comunità e da altri scienziati, tra cui il Nobel Giorgio Parisi. Il tema della comunicazione delle informazioni scientifiche al grande pubblico e della necessità di farlo in modo corretto ed efficace è fondamentale in tutti gli ambiti, ma è davvero urgente e improrogabile nel caso dei processi e fenomeni legati alla crisi ambientale. Tra questi il tema dei cambiamenti climatici intorno al quale stiamo assistendo sui media ad una girandola di affermazioni spesso scorrette nei contenuti tecnici ma che a volte rasentano il ridicolo nelle modalità. Ha ragione chi considera sorprendenti le discussioni che mettono in dubbio il cambiamento climatico globale e le cause antropogeniche di questo. Bisogna sgomberare il tavolo da incertezze, non si tratta di ipotesi o congetture bensì di fatti molto ben documentati. Ma queste incertezze, dubbi e tendenze negazioniste rimangono e prosperano tra il pubblico probabilmente proprio a causa delle modalità con cui le informazioni vengono trasmesse.
Un interessante studio condotto in modo molto dettagliato da Greenpeace nel 2022 su tutti i mezzi di comunicazione di massa (quotidiani, magazine, programmi radio e televisivi) ha sottolineato che nonostante l’intensificarsi degli eventi estremi sia ormai ben evidente a tutti, il problema climatico non viene raccontato in Italia per quello che è: un’emergenza che minaccia la vita sul pianeta e la sicurezza delle persone. Scarsissima è stata l’attenzione generale al fenomeno con pochissimi articoli al giorno pubblicati nel 2022 dai quotidiani italiani. Persino quando si parla di eventi estremi, la connessione con i cambiamenti climatici è riconosciuta in appena un quarto delle notizie trasmesse dai telegiornali. Ovviamente ciò con le dovute eccezioni. Nel 2023 forse le cose sono migliorate leggermente ma il problema rimane ed è per questo che è stato rivolto l’appello ai media. Il problema è in parte dovuto alle forti influenze sui media del potere politico ed economico e in parte della scarsa alfabetizzazione scientifica e partecipazione alle questioni ambientali del pubblico (i fruitori dei media). Questo innesca un circolo vizioso che sicuramente influisce sulla qualità del prodotto.
A mio parere, il problema nella comunicazione in questo ambito è molteplice. A) È necessario sottolineare che il cambiamento c’è ed è in atto da tempo; non è vero che si tratta di un problema del futuro ma ahimè riguarda l’oggi e alcuni popoli della terra, ad esempio nel Sud-est asiatico, lo stanno sperimentando già molto più pesantemente di noi. Dire che nei prossimi anni ci sarà il cambiamento climatico è sbagliato. La crisi è già in atto e, sfortunatamente, alcuni processi sono già ampiamente compromessi e irreversibili. A questi dovremo far fronte con azioni di adattamento che non sono un aspetto secondario da considerare e studiare.
B) Il tempo atmosferico non è il clima. È assurdo far riferimento all’anno 1955 o alla calda estate del ’67 per affermare che quello a cui assistiamo oggi non è un fenomeno così strano e che d’estate ha fatto sempre caldo anche con situazioni estreme (“La ricordo bene quella estate quando ero bambino”). Quello non è il clima. Le misurazioni del clima hanno un “passo” temporale di decenni e riguardano situazioni medie, non certo misurazioni puntiformi e limitate nello spazio. Se guardiamo il fenomeno, quindi ad una distanza temporale e spaziale maggiore del singolo evento, i dati ci dicono chiaramente che la tendenza all’aumento delle temperature medie globali (ma anche di altri fenomeni associati come ad esempio il ritiro dei ghiacciai delle zone temperate o la perdita di ghiaccio marino artico) è in rapida salita, con tutte le conseguenze su vari processi ambientali che questo comporta, tra cui l’aumento dell’intensità e della frequenza di eventi estremi.
È importante precisare che le oscillazioni climatiche (come accade per molti altri fenomeni naturali globali) ci sono sempre state e fanno parte della storia naturale del nostro pianeta, ma la tendenza generale nell’andamento dei valori di queste oscillazioni è in rapida salita, molto più rapida di quanto ci dovremmo aspettare se la causa alla loro base fosse solo naturale. E questo ce lo dicono i dati rilevati dagli scienziati di tutto il mondo da decenni.
C) A tale proposito è importante sottolineare che viviamo effettivamente in un periodo interglaciale (da circa 12.000 anni) con tutto ciò che questo comporta. Le variazioni climatiche hanno, quindi, una componente naturale (ciò è già successo più volte nella storia della Terra) ma quello che viene omesso dai detrattori non informati (o in malafede) è il fattore tempo e la rapidità con cui questi processi si stanno verificando rispetto al lontano passato. Le modifiche a cui stiamo assistendo, non stanno procedendo con il passo dei tempi geologici (centinaia di migliaia o milioni di anni) ma stanno facendo sentire il loro effetto nel corso di pochi anni o decenni.
D) Le cause. È questo il punto cruciale sottolineato dall’appello. Non basta descrivere il fenomeno ma, ai fini della sua comprensione e risoluzione, è fondamentale elencarne le cause che sono in gran parte antropogeniche, ovvero derivanti dalle attività umane che negli ultimi due secoli (con una impennata a circa metà del secolo scorso) hanno trasformato drasticamente il pianeta e la sua atmosfera. Le curve che descrivono l’andamento nel tempo di parametri legati al clima (ad esempio l’aumento medio delle temperature globali) sono in aumento progressivo proprio in corrispondenza dell’inizio e consolidamento di quelle attività umane che hanno comportato il rilascio di grandi quantità di gas serra come la CO2. Non c’è alcun dubbio quindi: la causa di questi cambiamenti innaturalmente celeri sono le attività umane e lo attestano migliaia di studi a livello mondiale che hanno anche analizzato l’impatto relativo di cambiamenti naturali e quelli antropogenici.
E) A questo punto, se conosciamo le cause (le emissioni di gas serra prodotte dall’utilizzo di combustibili fossili) abbiamo a disposizione anche le possibili soluzioni prioritarie che, per quanto complesse e difficili possano essere, devono essere comunicate senza omissioni o giri di parole: la rapida eliminazione dell’uso di carbone, petrolio e gas, e la decarbonizzazione attraverso le energie rinnovabili. Non solo questa è la strategia giusta per fermare l’aumento delle temperature, ma è in gran parte tecnologicamente ed economicamente attuabile già oggi.
Il risultato di un processo comunicativo corretto e completo implica che anche i singoli cittadini possano essere artefici del cambiamento e quindi parte della soluzione a diversi livelli. Non affrontare il problema omettendo questi punti o trattandoli in modo scorretto o superficiale non fa che aumentare il senso di impotenza da parte del cittadino (“Cosa posso farci io visto che è sempre stato così e sempre sarà, si tratta di cicli naturali”) oppure, cosa ancora più grave, di negazione del problema stesso.
I cambiamenti culturali più importanti nella storia recente si sono innescati a partire dal mondo universitario, che per primo coglie, incuba ed irradia lo spirito del tempo. Nel caso della crisi climatica, molti ambiti sono fortemente coinvolti, oltre a quello strettamente scientifico, perché gli effetti sociopolitici della desertificazione di alcune aree del mondo si stanno già vedendo attraverso le migrazioni e le alluvioni di paesi anche distanti da noi. Da decenni i climatologi lanciano allarmi inascoltati: ma è come se mancasse una rete culturale a raccogliere ed interpretare i segnali. In ambito governativo la cronaca recentissima vede ministri della Repubblica, fra cui quello dell’Ambiente Pichetto Fratin e delle Infrastrutture Matteo Salvini esporre pubblicamente i loro dubbi nel migliore dei casi, e nel peggiore dileggiare con fare canzonatorio chi, fra i giovani, soffre di ecoansia. Lo scienziato cerca giustamente di mantenere un’equidistanza dalla politica, ma quando si sconfina nella responsabilità di negare evidenze scientifiche, visti i danni alla sicurezza della collettività che si dovrebbe invece proteggere, i confini fra scienza e politica si fanno più sottili. È etico tacere di fronte al negazionismo?
Rispondo subito all’ultima parte della sua riflessione. Di fronte ad atteggiamenti che, nella migliore delle ipotesi, evidenziano forte ignoranza nei confronti di un problema così grave che coinvolge la salute e il benessere della popolazione e dell’intero pianeta, tacere non è né etico né funzionale alla risoluzione dei problemi. Gli scienziati da decenni cercano di fare la loro parte sebbene i loro appelli rimangano spesso colpevolmente inascoltati. Le prime denunce vibranti della crisi ambientale globale in atto e della insostenibilità degli impatti antropici sono state lanciate da scienziati e associazioni ambientaliste fin dagli anni ’50-’70 del secolo scorso. Gli appelli si sono susseguiti numerosi. Nel 1992 un primo importante “Warning to Humanity” sottoscritto da 1700 scienziati tra cui gran parte dei Premi Nobel allora viventi che avvertiva l’umanità dell’impatto sempre crescente e pericoloso dei cambiamenti globali in atto. Ebbe una certa risonanza anche mediatica ma non l’effetto sperato sulle politiche ambientali del mondo. Nel 2017 una ulteriore disperata lettera all’Umanità da parte di 15 mila scienziati di 184 Paesi di tutto il mondo (che mi onoro di aver sottoscritto). Un grido di allarme reiterato sul tempo perso e sul poco tempo a disposizione: in 25 anni davvero poco è stato fatto per limitare i danni provocati dall’uomo riguardo al cambiamento climatico, deforestazione, perdita di biodiversità, mancanza di accesso all’acqua, sovrappopolazione etc. In questo caso l’eco mediatica dell’appello (anche in Italia) è stata molto maggiore, anche per i progressi tecnologici e di diffusioni social delle informazioni intervenuti nel frattempo rispetto agli anni 90. Sono seguiti altri appelli più circostanziati, uno del 2020 dedicato strettamente al cambiamento climatico. Nel frattempo, le COP (Conferences of the Parties) sulle diverse crisi ambientali hanno continuato a susseguirsi a testimonianza della necessità di fare qualcosa, delle buone intenzioni di farle ma anche spesso della inefficacia delle (poche) azioni messe in atto fino a quel momento. Gli interessi sociopolitici ed economici in gioco sono tanti e spesso in conflitto tra le parti e con gli interessi ambientali che sono però di tutti, minando in partenza l’efficacia stessa dei vari tavoli di discussione per il raggiungimento di accordi comuni.
A ciò si aggiunge, ed è verosimilmente una importante causa di insuccesso, un pesante problema generalizzato di incompetenze su temi ambientali, nonché di percezione e sottovalutazione della gravità del problema. Ci troviamo a dover lottare con negazionismi, fake news e atteggiamenti derisori e irresponsabili anche da parte di chi invece dovrebbe provvedere alla risoluzione di questi problemi.
Ecco perché ritengo che tra le azioni urgentissime da mettere in atto per contrastare la crisi ambientale vi sia anche una vera e propria rivoluzione culturale che porti ad una consapevolezza più profonda e diffusa al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori del problema dei cambiamenti globali e delle loro conseguenze, un cambio di mentalità generalizzato sulle questioni che riguardano la natura e il nostro posto in essa e, infine, una conseguente modifica strutturale e stabile del nostro modo di stare al mondo. È vero, non si può scindere il benessere del pianeta dal benessere delle persone, senza un’equità sociale ed economica, senza pensare al nostro mondo come ad un sistema unitario che richiede unità di azioni e solidarietà tra i popoli. Lo hanno evidenziato molto bene gli obiettivi della Agenda 2030 dell’ONU in cui il tema dello sviluppo sostenibile è declinato in vari modi interconnessi, dalla salvaguardia della biodiversità alla riduzione della povertà e miglioramento della salute per tutti. Come lei stessa ha evidenziato, è fondamentale riconoscere che il dominio economico e quello sociale sono fortemente interconnessi al dominio ecologico e da questo dipendono. L’ignoranza sulla storia planetaria e sulle dinamiche e i processi naturali che la caratterizzano da parte della gran parte dei decisori mina qualsiasi ambizione di modernità verso un futuro in armonia con il nostro pianeta, di vera transizione ecologica e di anelito alla tanto declamata sostenibilità.
Oltre alla dimensione nazionale, certamente importantissima, vi sono almeno altre due dimensioni nelle quali la vita quotidiana di ciascuno di noi impatta ed è impattata: quella continentale e quella locale. Se l’Europa, pur con tutte le difficoltà, mostra di essere sempre un passo avanti per politiche negli ambiti di conservazione della biodiversità (ricordiamo le direttive Habitat e Uccelli), energetico e ambientale, In ambito locale si ha l’impressione di incidere meno e anche che gli amministratori, eccetto pochi casi, “sonnecchino”. Eppure, la gestione del suolo, della cementificazione, delle risorse idriche e della mobilità sono solo alcuni dei temi cardine sui quali localmente la partita è apertissima e di fondamentale importanza per la vivibilità del territorio.Scendendo nel pratico, cosa vede all’orizzonte? Esistono gruppi di ricerca che possono indirizzare l’amministrazione di Parma e dei comuni della provincia verso un orizzonte di resilienza, adattamento e mitigazione? Oppure è ancora necessario agire sulla divulgazione corretta, anche tramite la stampa?
Aggiungo che a livello europeo registriamo un recentissimo e importantissimo successo in ambito ambientale con la approvazione della Nature Restoration Law, la nuova legge sul ripristino degli ambienti naturali che promuove la biodiversità e l’azione per il clima in tutta Europa e apre la strada, sebbene ci siano ancora molti correttivi da apportare, ad azioni ancora maggiori e più profonde volte alla salvaguardia dell’ambiente. Ai problemi globali si aggiungono (e spesso ne sono un tassello importante) anche quelli locali e territoriali, a scale di diversa grandezza a seconda della “zoomata” che facciamo. A ogni livello, comunque, ciascuno deve fare la propria parte. La soluzione dei problemi grandi o piccoli, globali o locali che siano parte da azioni individuali, di comunità e sociali.
L’Università di Parma e nello specifico il Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale di cui faccio parte sta lavorando molto nello studiare i fenomeni, individuare azioni di salvaguardia ambientale, proporre soluzione dei problemi della crisi in atto e idee per una vera transizione ecologica e sviluppo sostenibile che verranno messe a disposizione di tutti. Occupandomi di tematiche legate allo studio, salvaguardia e conservazione della Natura e in particolare della biodiversità, mi fa piacere sottolineare il forte impegno di molti ricercatori del nostro Dipartimento in questo ambito e delle numerose collaborazioni instaurate con le più importanti Istituzioni che operano nel territorio, il Comune di Parma e altri Comuni del parmense, l’Arpae, l’Ente Parchi per la Biodiversità dell’Emilia Occidentale, il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano e l’Autorità di Bacino del fiume Po.
Un esempio di progettualità recentemente messa a punto per favorire sinergie con gli Enti Locali per una valorizzazione del territorio parmense ma con uno sguardo rivolto anche al resto dell’Italia e dell’Europa è rappresentato dalla ideazione del Centro Europeo di Ricerca su Biodiversità & Funzionamento degli Ecosistemi in Appennino. Il progetto necessita di adeguati finanziamenti per essere avviato, ma le basi culturali sono solide e l’impegno assicurato dai vari gruppi di ricerca coinvolti, tra cui il mio, lo sono altrettanto. L’idea è nata in seno al nostro Dipartimento grazie all’impegno del collega Rossano Bolpagni che se n’è fatto promotore. Il Centro avrà come principale missione lo studio multidisciplinare della biodiversità e del funzionamento degli ecosistemi per elaborare, mettere a punto e sostenere modelli di sviluppo basati sulla valorizzazione e la conservazione del capitale naturale e dei prodotti agro-alimentari. I ricercatori saranno impegnati ad indagare i processi di trasformazione del paesaggio dell’Appennino, anche alla luce delle crisi ambientali in atto, e a individuare strategie e soluzioni comuni di mitigazione degli effetti indotti da questi cambiamenti.
Lei fa parte di un’istituzione che incide fortemente sugli equilibri del territorio. Secondo Lei quale ruolo può svolgere l’Università di Parma? Il nuovo rettore Martelli dovrebbe ripristinare il delegato alla Sostenibilità? E la cosiddetta Terza Missione (valorizzazione della conoscenza nei rapporti con cittadinanza e territorio) può essere maggiormente orientata sulla sensibilizzazione al climate change?
Oltre a quanto già detto prima sui rapporti con il territorio, l’Università incide fortemente nella formazione culturale e professionale delle nuove generazioni. Da docente e Presidente di un Corso di Studi in Scienze della Natura e dell’Ambiente sento forte questa responsabilità, soprattutto quando i temi sono quelli di cui abbiamo parlato. Ma è anche una sfida che diventa fonte di soddisfazione quando si coglie negli allievi la scintilla della passione e dell’impegno che questi portano con successo nella loro vita quotidiana e professionale. Il tema della sostenibilità in generale e della sostenibilità ambientale in particolare sono già centrali nelle azioni del nostro Ateneo e parte importante del programma di lavoro del futuro Rettore. Pertanto, non ho dubbi che ci sarà una particolare attenzione al riguardo.
A tale proposito, vorrei anche ricordare il riconoscimento ricevuto di recente dall’Università di Parma con tre “Dipartimenti di eccellenza” selezionati dal MUR. Una conferma per il nostro Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale, selezionato per il secondo quinquennio consecutivo, una novità per il Dipartimento di Giurisprudenza, Studî Politici e Internazionali e il Dipartimento di Scienze degli Alimenti e del Farmaco. Tutti e tre i Dipartimenti sono stati selezionati per progetti inerenti il tema della sostenibilità declinata in vario modo e su aspetti molto interessanti, importanti e promettenti: diritto al cibo, sostenibilità e rigenerazione, progettazione e sintesi di nuovi prodotti per salute e benessere di uomo, animali e ambiente. Tutto ciò, oltre che rappresentare motivo di soddisfazione per tutta la comunità accademica, fa davvero ben sperare per consolidare sinergie (o instaurane di nuove) sia all’interno dell’Ateneo che con le Istituzioni locali, nazionali internazionali. A tale proposito ricordo che l’Università di Parma ha da sempre una fortissima vocazione europea che ha recentemente portato al suo pieno coinvolgimento nella Alleanza EU GREEN (The European University alliance for sustainability: responsible GRowth, inclusive Education and ENvironment) che coinvolge 9 Università europee e promuove la condivisione di strategie di didattica e ricerca e la loro sintesi in una strategia condivisa del consorzio. Concludo con alcune riflessioni sulla terza missione. Da sempre molti di noi sono fortemente impegnati non solo nella produzione di conoscenza ma anche nella sua divulgazione e messa a disposizione della comunità. Crediamo fortemente nel coinvolgimento delle persone (public engagement). Tant’è che alcune azioni in questo ambito realizzate nel nostro Ateneo sono state anche riconosciute a livello Ministeriale come eccellenze. Un aspetto particolarmente interessante è la partecipazione diretta del cittadino al processo scientifico, quella che viene definita tecnicamente “Citizen Science”, una interessante esperienza di scienza partecipata in cui si può contribuire alla acquisizione di conoscenze aiutando i ricercatori di professione. Tutto ciò non solo aiuta ad avvicinare la gente al mondo accademico superando tradizionali barriere che non hanno più motivo di esistere, ma può contribuire significativamente alla familiarizzazione con le metodologie della scienza e ad avvicinare le persone alle tematiche ambientali in modo corretto e consapevole.
Uno dei nostri obiettivi, condiviso tra l’altro da molti dei firmatari dell’appello, è promuovere la cultura della natura e dell’ambiente come fonte di benessere psico-fisico, culturale, spirituale, scientifico ma anche economico e sociale visti i numerosi e straordinari servizi ecosistemici che la natura intatta ci offre senza che noi ce ne rendiamo conto. Fermatevi un attimo ora e pensate, ad esempio, al vostro respiro e a quanto noi dipendiamo da aria, acqua terra, sole, piante, altri animali e microrganismi. Noi siamo natura e non possiamo farne a meno se vogliamo continuare ad esistere come specie su questo meraviglioso pianeta. La biosfera non appartiene all’uomo ma è l’uomo ad appartenerle, ha in più occasioni ribadito il grande biologo E.O. Wilson, sottolineando l’importanza della biofilia e del senso di appartenenza alla natura come ancora di salvezza per tutti noi.
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