«Abbiamo strappato un accordo difficile a dei colossi». Intervista a Tiziano Ghidelli, ADL Cobas, su vertenza Kamila
Tiziano Ghidelli, assieme a Stefano Re e con Cecilia Muraro e Antonella Amadei, è il sindacalista di ADL Cobas che ha seguito passo passo la vertenza Md-Kamila cercando ostinatamente un accordo per tutelare al meglio possibile gli 87 lavoratori licenziati dallo stabilimento di Parma. In sintesi estrema l’accordo prevede 60 ricollocamenti e ammortizzatori sociali per gli altri.
Ghidelli, le va di ripercorrere la vertenza?
«La trattativa è cominciata con l’avvio della procedura di licenziamento collettivo, inviata via pec il 22 maggio scorso. Ma già si sapeva da più di un anno, da quando il magazzino di Anzola aveva riaperto nell’inverno ‘24-’25, che il destino del magazzino Kamila di Parma era a rischio. Dal luglio ‘25 era stato segnalato un calo anomalo delle attività, i contratti a tempo determinati chiusi, una parte del magazzino messa in vendita su immobiliare.it da parte di Kamila e allora avevamo iniziato una mobilitazione perché era palese come sarebbe finita e avevamo chiesto alla controparte: organizziamoci per tempo. Nonostante questo non è stato fatto nulla».
E arriviamo al licenziamento via Pec.
«Da quella comunicazione il 22 maggio scattano 75 giorni di preavviso, guardacaso per arrivare a inizio agosto quando, è inevitabile, in estate hai meno forza: si prendono le ferie, subentra stanchezza. Non crediamo sia stato un caso questa tempistica.
Su come intendessero gestire la situazione è sintomatica la prima comunicazione, data in una riunione ristretta con un gruppo di lavoratori da parte di un dirigente di Md Service, che disse: “non cambia niente per qualche mese e poi dall’8 agosto andate in naspi” (l’indennità di disoccupazione, ndr).
L’intento era chiaro: una gestione unilaterale della crisi».
Su questa modalità ha inciso il fatto che gli 87 lavoratori siano tutti stranieri (africani e asiatici)?
«Ritengo di sì, tutti stranieri e quindi intendendoli con pochi diritti di cittadinanza. Oltre a questo forse ha contato anche il fatto che in prima istanza fossimo presenti solo noi, come sindacato di base.
Eravamo entrati a difendere i lavoratori con la prima ondata scioperi nel ‘22-’23, quando c’erano forti irregolarità. E poi ricorderei anche lo sciopero nel febbraio ‘25, per il facchino morto dopo un pesante turno lavoro, falciato in un attraversamento ferroviario mentre rincasava».
Il lavoro nella logistica è noto per essere complicato ma questo forse è un unicum, con tre soggetti distinti: un cliente monocommittente che si affida a un operatore della logistica che però non gestisce in proprio la forza lavoro ma si affida a un soggetto terzo. Cosa non va?
«Non saprei dire se è unicum. Di sicuro è un esempio di subappalto doppio, anomalo. Il primo anello della catena non appare in nessun documenti ma tutti lo conoscono e lo dicono, tanto più che ad Anzola e a Reggio Emilia i magazzini (da cui arriva e parte la merce per i supermercati, ndr) sono attaccati agli uffici di Coop Alleanza 3.0. Di fatto quindi è un subappalto di Coop Alleanza che si avvale di un fornitore, Kamila, che a sua volta appalta la manodopera a un altro ancora, Md Service».
Tutto questo è legale ?
«Purtroppo sì».
Da un punto di vista della responsabilità di impresa, cosa dice?
«Il giudizio è assolutamente negativo perché Kamila e Coop non si prendono nessuna responsabilità pur essendo i fruitori del servizio. Questo modo di operare deresponsabilizza la committenza.
L’unico appiglio, che rientra nella legge su infortuni e sicurezza, vede una responsabilità della committenza nel pagamento degli stipendi. Ossia nel caso che la società appaltatrice non pagasse gli stipendi ne è responsabile il mandatario, anche se non è sempre lineare ed è complesso da dimostrare. Di fatto nel magazzino allo Spip di Parma c’erano un sacco di irregolarità contrattuali, ma Kamila diceva “vedetevela con Md service”».
È stata una vertenza lunga e faticosa. Ci riassume qualche numero?
«Dal 22 maggio i lavoratori hanno fatto sciopero almeno 12 giorni, con grande compattezza in un momento che non era per nulla roseo. Abbiamo avuto 10 incontri sindcali e 5-6 tavoli in Regione, forse più, ho perso il conto».
Se non si fosse arrivati all’accordo cosa sarebbe successo?
«In base alla legge 223/91 l’azienda avrebbe pagato una penale, che senza addentrarci nei conteggi delle varie voci, abbiamo stimato in 11.700 € cadauno, per un totale di poco superiore a 1 milione euro. I lavoratori licenziati avrebbero avuto accesso alla Naspi. Nient’altro.
Vorrei richiamare un altro aspetto molto grave, che abbiamo sottolineato anche al prefetto e al sindaco: alcuni lavoratori sono venuti a sapere del licenziamento entrando al turno del pomeriggio il 22 maggio poiché attorno ai cancelli vi era la presenza delle forze dell’ordine. Erano state allertate dall’azienda perché temevano disordini. Cioè intendo dire che prima dei lavoratori, a parte la comunicazione formale via Pec, era stata avvisata la questura. E alcuni di loro hanno appreso del licenziamento interloquendo con la polizia. Se vi sembra normale».
L’accordo alla fine cosa comporta per l’azienda, a livello economico?
«Dipende da quanti prenderanno la buonuscita, da quanti rimarranno in cassa integrazione fino al termine. Possiamo stimare una spesa in una forchetta tra 650mila e 800mila euro».
Un bel risparmio, rispetto a un mancato accordo.
«Certamente. Peraltro abbiamo appreso che avevano stabilito proprio un budget di 1 milione per questa vertenza. Lo hanno esplicitato solo il 31 luglio, e in forza di questo la Regione stessa ha spinto affinché almeno vi fosse un bonus di accompagnamento più alto per coloro che accettavano il trasferimento ad Anzola e Bascapè. E anche per buonuscite più cospicue. Comunque non lo hanno voluto impiegare tutto quel budget, anzi».
Con quale sentimento giudicate questo accordo, alla fine?
«Il sentire condiviso da noi Adl Cobas ma devo unitariamente con gli altri sindacati (Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti-Uil) è che non è il migliore degli accordi, ma è il migliore possibile data la situazione. Di più non si poteva tirare.
La soddisfazione dell’accordo, al di là delle misure concrete, è nel vedere sconfitto chi voleva una gestione unilaterale e ha tentato di far saltare l’accordo fino all’ultimo. Data la situazione di partenza si tratta di un buon accordo perché tiene insieme prospettive occupazionali con una riqualificazione a livello più alto che può significare stipendi più alti e un lavoro meno usurante».
Quei 25 posti, se pur a tempo determinato, garantiti da un’azienda di Parma (che fa parte del gruppo Colser, ndr) non sono citati nell’accordo ma si può dire che sono stati decisivi?
«Sono stati decisivi al pari di tutti gli altri aspetti. Va detto che non è specificato il numero né l’azienda ma quella soluzione rientra nell’accordo perché è previsto un corso di riqualificazione professionale finalizzato a dare la qualifica da carrellista e per questo l’accordo è firmato anche dall’Agenzia regionale del Lavoro, che si prende questo onere».
Come è stato condotto il tavolo di salvaguardia dalla Regione? Intendo dire, chi era presente effettivamente a svolgere un ruolo di mediazione?
«Nei tavoli regionali, la mediazione è stata condotta dall’assessore Paglia e dal funzionario Ferrari, della sua segreteria politica. C’è stato un coinvolgimento pieno e anche una presenza concreta dell’Agenzia per il lavoro».
Tornando indietro al 2020, quando aprì il magazzino di Parma era chiaro che fosse temporaneo, dovuto alla ristrutturazione del magazzino di Anzola, l’hub di Coop Alleanza. Forse il problema sta nel fatto che dovevano essere contratti a tempo determinato per 12-18 mesi e invece è durato 6 anni.
«Se fosse stato davvero una necessità temporanea, le cose sarebbero state chiare. Ma il magazzino di Parma è durato sei anni e mezzo e a maggior ragione, come minimo ci doveva essere un risarcimento dignitoso per i lavoratori. Di più: si poteva e doveva prendere in mano la vicenda un anno fa, trovando soluzioni dignitose. Così non è stato etico. I lavoratori sono stati merce da utilizzare e scartare quando non servivano più.
Fa riflettere anche il fatto che sei anni fa il reclutamento di molti lavoratori fu fatto nei centri di accoglienza per immigrati, ce lo disse il Ciac, fatta da soggetti non proprio limpidi, di un’altra cooperativa».
Vorrei chiudere con due domande personali. Tutta questa vicenda cosa le lascia?
«Un misto di sentimenti. C’è un po’ di tristezza quando finisce un percorso come questo, misto tra lavoro e attivisimo, con un gruppo di persone che ha avuto una dignità incredibile, e ha saputo mantenere lucidità e compostezza sempre. Perdere un gruppo così, che inevitabilmente sarà scorporato, dispiace.
Dall’altro lato c’è una grande soddisfazione per aver strappato un accordo difficile con colossi della logistica e della distribuzione.
Ci sono anche un po’ di arrabbiature: la prima per il sistema degli appalti nella logistica, un sistema malato, dove ogni attore fa lo scaricabarile sull’altro: il committente sul prestatore di manodopera e viceversa. Non se ne esce mai. Sono ostacoli continui che celano un vero sfruttamento, non lo dico solo io, ci sono anche le inchieste della magistratura in altri casi.
E poi un po’ di arrabbiatura per il silenzio mediatico su questa vicenda, a parte alcune voci. In Emilia-Romagna che una vertenza così con 87 lavoratori, impiegati da 6 anni e mezzo, silenziata forse perché coinvolgeva attori economici forti, fa riflettere. Va detto invece che la Regione si è spesa, ha messo il massimo impegno e la faccia per arrivare all’accordo».
Lei perché fa il sindacalista? Una vicenda così può lasciare il segno?
«Ho sempre fatto attivismo a Bergamo, da cui provengo e a Bologna, dove mi sono trasferito, facendo esperienze al Labas e al Tpo, nelle lotte per il diritto ad abitare e, in parallelo, lavorando alcuni anni come operatore sociale dell’accoglienza. Queste due cose mi hanno portato a scegliere il sindacato come attività lavorativa e politica a tempo pieno. Per il futuro dico: mai dire sempre, mai dire mai.
C’è una motivazione ideologica politica che regge, rispetto a tanta fatica e frustrazioni, e anche a insulti e minacce. Un aspetto che più di altri fa riflettere sono le denunce che ricevi, una tra l’altro proprio da Kamila, nel febbraio 2025. Vedremo, adesso continuiamo».
(dra.fra)

















E lei è diventato delegato sindacale, come mai?






