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«Abbiamo strappato un accordo difficile a dei colossi». Intervista a Tiziano Ghidelli, ADL Cobas, su vertenza Kamila

7 Agosto 2026/0 Commenti/in News, Interviste/da redazione

Tiziano Ghidelli, assieme a Stefano Re e con Cecilia Muraro e Antonella Amadei, è il sindacalista di ADL Cobas che ha seguito passo passo la vertenza Md-Kamila cercando ostinatamente un accordo per tutelare al meglio possibile gli 87 lavoratori licenziati dallo stabilimento di Parma. In sintesi estrema l’accordo prevede 60 ricollocamenti e ammortizzatori sociali per gli altri.

Ghidelli, le va di ripercorrere la vertenza?

«La trattativa è cominciata con l’avvio della procedura di licenziamento collettivo, inviata via pec il 22 maggio scorso. Ma già si sapeva da più di un anno, da quando il magazzino di Anzola aveva riaperto nell’inverno ‘24-’25, che il destino del magazzino Kamila di Parma era a rischio. Dal luglio ‘25 era stato segnalato un calo anomalo delle attività, i contratti a tempo determinati chiusi, una parte del magazzino messa in vendita su immobiliare.it da parte di Kamila e allora avevamo iniziato una mobilitazione perché era palese come sarebbe finita e avevamo chiesto alla controparte: organizziamoci per tempo. Nonostante questo non è stato fatto nulla».

E arriviamo al licenziamento via Pec.

«Da quella comunicazione il 22 maggio scattano 75 giorni di preavviso, guardacaso per arrivare a inizio agosto quando, è inevitabile, in estate hai meno forza: si prendono le ferie, subentra stanchezza. Non crediamo sia stato un caso questa tempistica.

Su come intendessero gestire la situazione è sintomatica la prima comunicazione, data in una riunione ristretta con un gruppo di lavoratori da parte di un dirigente di Md Service, che disse: “non cambia niente per qualche mese e poi dall’8 agosto andate in naspi” (l’indennità di disoccupazione, ndr).

L’intento era chiaro: una gestione unilaterale della crisi».

Su questa modalità ha inciso il fatto che gli 87 lavoratori siano tutti stranieri (africani e asiatici)?

«Ritengo di sì, tutti stranieri e quindi intendendoli con pochi diritti di cittadinanza. Oltre a questo forse ha contato anche il fatto che in prima istanza fossimo presenti solo noi, come sindacato di base.

Eravamo entrati a difendere i lavoratori con la prima ondata scioperi nel ‘22-’23, quando c’erano forti irregolarità. E poi ricorderei anche lo sciopero nel febbraio ‘25, per il facchino morto dopo un pesante turno lavoro, falciato in un attraversamento ferroviario mentre rincasava».

Il lavoro nella logistica è noto per essere complicato ma questo forse è un unicum, con tre soggetti distinti: un cliente monocommittente che si affida a un operatore della logistica che però non gestisce in proprio la forza lavoro ma si affida a un soggetto terzo. Cosa non va?

«Non saprei dire se è unicum. Di sicuro è un esempio di subappalto doppio, anomalo. Il primo anello della catena non appare in nessun documenti ma tutti lo conoscono e lo dicono, tanto più che ad Anzola e a Reggio Emilia i magazzini (da cui arriva e parte la merce per i supermercati, ndr) sono attaccati agli uffici di Coop Alleanza 3.0. Di fatto quindi è un subappalto di Coop Alleanza che si avvale di un fornitore, Kamila, che a sua volta appalta la manodopera a un altro ancora, Md Service».

Tutto questo è legale ?

«Purtroppo sì».

Da un punto di vista della responsabilità di impresa, cosa dice?

«Il giudizio è assolutamente negativo perché Kamila e Coop non si prendono nessuna responsabilità pur essendo i fruitori del servizio. Questo modo di operare deresponsabilizza la committenza.

L’unico appiglio, che rientra nella legge su infortuni e sicurezza, vede una responsabilità della committenza nel pagamento degli stipendi. Ossia nel caso che la società appaltatrice non pagasse gli stipendi ne è responsabile il mandatario, anche se non è sempre lineare ed è complesso da dimostrare. Di fatto nel magazzino allo Spip di Parma c’erano un sacco di irregolarità contrattuali, ma Kamila diceva “vedetevela con Md service”».

È stata una vertenza lunga e faticosa. Ci riassume qualche numero?

«Dal 22 maggio i lavoratori hanno fatto sciopero almeno 12 giorni, con grande compattezza in un momento che non era per nulla roseo. Abbiamo avuto 10 incontri sindcali e 5-6 tavoli in Regione, forse più, ho perso il conto».

Se non si fosse arrivati all’accordo cosa sarebbe successo?

«In base alla legge 223/91 l’azienda avrebbe pagato una penale, che senza addentrarci nei conteggi delle varie voci, abbiamo stimato in 11.700 € cadauno, per un totale di poco superiore a 1 milione euro. I lavoratori licenziati avrebbero avuto accesso alla Naspi. Nient’altro.

Vorrei richiamare un altro aspetto molto grave, che abbiamo sottolineato anche al prefetto e al sindaco: alcuni lavoratori sono venuti a sapere del licenziamento entrando al turno del pomeriggio il 22 maggio poiché attorno ai cancelli vi era la presenza delle forze dell’ordine. Erano state allertate dall’azienda perché temevano disordini. Cioè intendo dire che prima dei lavoratori, a parte la comunicazione formale via Pec, era stata avvisata la questura. E alcuni di loro hanno appreso del licenziamento interloquendo con la polizia. Se vi sembra normale».

L’accordo alla fine cosa comporta per l’azienda, a livello economico?

«Dipende da quanti prenderanno la buonuscita, da quanti rimarranno in cassa integrazione fino al termine. Possiamo stimare una spesa in una forchetta tra 650mila e 800mila euro».

Un bel risparmio, rispetto a un mancato accordo.

«Certamente. Peraltro abbiamo appreso che avevano stabilito proprio un budget di 1 milione per questa vertenza. Lo hanno esplicitato solo il 31 luglio, e in forza di questo la Regione stessa ha spinto affinché almeno vi fosse un bonus di accompagnamento più alto per coloro che accettavano il trasferimento ad Anzola e Bascapè. E anche per buonuscite più cospicue. Comunque non lo hanno voluto impiegare tutto quel budget, anzi».

Con quale sentimento giudicate questo accordo, alla fine?

«Il sentire condiviso da noi Adl Cobas ma devo unitariamente con gli altri sindacati (Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti-Uil) è che non è il migliore degli accordi, ma è il migliore possibile data la situazione. Di più non si poteva tirare.

La soddisfazione dell’accordo, al di là delle misure concrete, è nel vedere sconfitto chi voleva una gestione unilaterale e ha tentato di far saltare l’accordo fino all’ultimo. Data la situazione di partenza si tratta di un buon accordo perché tiene insieme prospettive occupazionali con una riqualificazione a livello più alto che può significare stipendi più alti e un lavoro meno usurante».

Quei 25 posti, se pur a tempo determinato, garantiti da un’azienda di Parma (che fa parte del gruppo Colser, ndr) non sono citati nell’accordo ma si può dire che sono stati decisivi?

«Sono stati decisivi al pari di tutti gli altri aspetti. Va detto che non è specificato il numero né l’azienda ma quella soluzione rientra nell’accordo perché è previsto un corso di riqualificazione professionale finalizzato a dare la qualifica da carrellista e per questo l’accordo è firmato anche dall’Agenzia regionale del Lavoro, che si prende questo onere».

Come è stato condotto il tavolo di salvaguardia dalla Regione? Intendo dire, chi era presente effettivamente a svolgere un ruolo di mediazione?

«Nei tavoli regionali, la mediazione è stata condotta dall’assessore Paglia e dal funzionario Ferrari, della sua segreteria politica. C’è stato un coinvolgimento pieno e anche una presenza concreta dell’Agenzia per il lavoro».

Tornando indietro al 2020, quando aprì il magazzino di Parma era chiaro che fosse temporaneo, dovuto alla ristrutturazione del magazzino di Anzola, l’hub di Coop Alleanza. Forse il problema sta nel fatto che dovevano essere contratti a tempo determinato per 12-18 mesi e invece è durato 6 anni.

«Se fosse stato davvero una necessità temporanea, le cose sarebbero state chiare. Ma il magazzino di Parma è durato sei anni e mezzo e a maggior ragione, come minimo ci doveva essere un risarcimento dignitoso per i lavoratori. Di più: si poteva e doveva prendere in mano la vicenda un anno fa, trovando soluzioni dignitose. Così non è stato etico. I lavoratori sono stati merce da utilizzare e scartare quando non servivano più.

Fa riflettere anche il fatto che sei anni fa il reclutamento di molti lavoratori fu fatto nei centri di accoglienza per immigrati, ce lo disse il Ciac, fatta da soggetti non proprio limpidi, di un’altra cooperativa».

Vorrei chiudere con due domande personali. Tutta questa vicenda cosa le lascia?

«Un misto di sentimenti. C’è un po’ di tristezza quando finisce un percorso come questo, misto tra lavoro e attivisimo, con un gruppo di persone che ha avuto una dignità incredibile, e ha saputo mantenere lucidità e compostezza sempre. Perdere un gruppo così, che inevitabilmente sarà scorporato, dispiace.

Dall’altro lato c’è una grande soddisfazione per aver strappato un accordo difficile con colossi della logistica e della distribuzione.

Ci sono anche un po’ di arrabbiature: la prima per il sistema degli appalti nella logistica, un sistema malato, dove ogni attore fa lo scaricabarile sull’altro: il committente sul prestatore di manodopera e viceversa. Non se ne esce mai. Sono ostacoli continui che celano un vero sfruttamento, non lo dico solo io, ci sono anche le inchieste della magistratura in altri casi.

E poi un po’ di arrabbiatura per il silenzio mediatico su questa vicenda, a parte alcune voci. In Emilia-Romagna che una vertenza così con 87 lavoratori, impiegati da 6 anni e mezzo, silenziata forse perché coinvolgeva attori economici forti, fa riflettere. Va detto invece che la Regione si è spesa, ha messo il massimo impegno e la faccia per arrivare all’accordo».

Lei perché fa il sindacalista? Una vicenda così può lasciare il segno?

«Ho sempre fatto attivismo a Bergamo, da cui provengo e a Bologna, dove mi sono trasferito, facendo esperienze al Labas e al Tpo, nelle lotte per il diritto ad abitare e, in parallelo, lavorando alcuni anni come operatore sociale dell’accoglienza. Queste due cose mi hanno portato a scegliere il sindacato come attività lavorativa e politica a tempo pieno. Per il futuro dico: mai dire sempre, mai dire mai.

C’è una motivazione ideologica politica che regge, rispetto a tanta fatica e frustrazioni, e anche a insulti e minacce. Un aspetto che più di altri fa riflettere sono le denunce che ricevi, una tra l’altro proprio da Kamila, nel febbraio 2025. Vedremo, adesso continuiamo».

(dra.fra)

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_9493_rid-copia.jpeg 1919 2500 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-08-07 17:16:442026-08-07 20:20:15«Abbiamo strappato un accordo difficile a dei colossi». Intervista a Tiziano Ghidelli, ADL Cobas, su vertenza Kamila

«Nella logistica ci vuole più responsabilità di impresa». Intervista al sindaco Michele Guerra

6 Agosto 2026/0 Commenti/in News, Interviste/da redazione

Sindaco Guerra, ieri dopo una lunghissima trattativa si è arrivati ad un accordo per gli 87 lavoratori licenziati dal magazzino Md-Kamila. Qual è la sua valutazione?

«Il commento non può che essere positivo perché era una situazione estremamente delicata che ha veramente scosso la città, e anche noi come Amministrazione. Abbiamo cercato, con l’impegno mio e degli assessori Brianti e De Vanna, di dialogare con la Regione e con i lavoratori che sono venuti anche in Comune, per cercare di fare in modo che si potesse arrivare ad una soluzione.

La soluzione aveva degli elementi complessi perché si trattava di capire chi potesse essere impiegato altrove, e a quali condizioni economiche, quindi bisognava riuscire a far quadrare un tavolo non semplice; devo dire che, quando dall’assessore regionale Paglia abbiamo saputo che la situazione si era composta in un modo soddisfacente, siamo stati contenti. Noi crediamo che le città e i Comuni debbano avere un ruolo su queste vicende, anche se la pertinenza non è quella di regolare le politiche del lavoro, però laddove la comunità e la sua coesione vengono messe a rischio vanno trovati gli strumenti per essere coinvolti».

Questa vertenza ha messo in mostra i lati oscuri del sistema della logistica che sembra lasciare in balìa degli eventi i lavoratori che all’improvviso, se salta una commessa, si chiude il contratto e loro non sanno più a chi rivolgersi. Come si può affrontare la questione? Cioè, che ruolo possono avere, anche a livello locale, le Amministrazioni?

«Io credo che questa vicenda un po’ insegna che è un tema che va affrontato insieme, cioè deve essere la politica ai vari livelli, dall’articolazione regionale a quella locale, a coordinarsi.

Su un caso come questo credo che anche il mondo della cooperazione dovrebbe interrogarsi su quali possano essere le condizioni che impediscano situazioni come quelle che si sono verificate.

E poi, però, ci vuole anche da parte di chi fa impresa nell’ambito logistico un senso di responsabilità che io credo in questo momento sia il vero salto di qualità nel mondo economico, che differenzia chi ha questa responsabilità di impresa e chi non ce l’ha. Per fortuna noi viviamo in un territorio in cui in gran parte delle persone, e gran parte delle imprese, queste responsabilità si palesa.

Purtroppo non sempre questo si registra e dobbiamo lavorare insieme, politica in testa, perché questa cosa avvenga. Credo che però la Regione Emilia Romagna da questo punto di vista dia segno di funzionare bene; anche il Patto per il lavoro e per il clima è un patto che in fondo porta dentro alcuni degli elementi che devono cercare di limitare fortemente stati di crisi come questo».

Come avete trovato la disponibilità del gruppo Colser (che pur non rientrando nell’accordo, ha permesso di dare una soluzione alla crisi)?

«È stato un lavoro di squadra».

Un’ultima domanda sui lavoratori che in gran parte abitano a Parma. Sono tutti stranieri per cui forse questo aspetto ha tolto molta attenzione pubblica sulla vertenza, ma questo è un giudizio mio. Molti di loro abitano a San Leonardo e sono contenti di vivere a San Leonardo, non c’è un po’ una contraddizione in questo aspetto?

«Questa cosa ha due aspetti e, innanzitutto, spiega una volta di più che cosa significhi capire chi sono e che cosa fanno i cittadini stranieri residenti nella nostra città. 
Io lo ripeto sempre, perché purtroppo c’è una idea strana per cui una parte di opinione pubblica pensa che straniero significhi fuorilegge, e noi invece abbiamo una città che oggi conta oltre 35.000 cittadini stranieri residenti perfettamente integrati alla nostra economia, i quali non svolgono tutti lavori pienamente soddisfacenti o che sono in grado di consentire loro uno stile di vita come la nostra città purtroppo così costosa spesso richiede, ma che si impegnano ogni giorno a Parma e che ricoprono ruoli decisivi in alcuni settori economici che altrimenti non sarebbero coperti, quindi da questo punto di vista impariamo qualcosa anche da questa vicenda.

L’ho imparato anch’io incontrandoli in Comune, quindi, ed è il secondo aspetto, il fatto che queste persone risiedano nel quartiere San Leonardo che ha una storia operaia e che in parte la mantiene, anche se la residenzialità degli operai è cambiata dal punto di vista anche della loro origine, ci dice molto di un quartiere che io credo abbia vissuto in questi anni un percorso di miglioramento e di riqualificazione molto forte. Non è ancora finita, bisogna andare avanti ancora, però io vedo questi cittadini, con i quali parliamo, come dei parmigiani a tutti gli effetti, non c’è modo di dirlo diverso da questo: stanno nella nostra economia, i loro figli studiano nelle nostre scuole, loro si sentono di Parma, e noi siamo orgogliosi che lo siano».

(dra.fra)


https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_0212.jpg 895 1289 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-08-06 10:47:482026-08-06 10:47:50«Nella logistica ci vuole più responsabilità di impresa». Intervista al sindaco Michele Guerra

Nasce l’Osservatorio sul verde a San Leonardo

11 Luglio 2026/0 Commenti/in News, Interviste/da redazione

Gli esiti del progetto Green Lab di Ecole

Intervista a Valeria Monaco

Lavorare per il bene comune non fa molta notizia. Specie se si tratta di azioni quotidiane di tessitura di relazioni e di iniziative non eclatanti, anche se molto partecipate. È il caso del progetto Green Lab in corso di svolgimento al San Leonardo, promosso dalla cooperativa sociale Ecole.

Un progetto dal basso che si è finora dipanato in modo molto interessante e coinvolgente. Facciamo il punto con Valeria Monaco, educatrice di Ecole e operatrice di Parmawelfare nel quartiere San Leonardo.

Quali sono gli obiettivi di Green Lab ?

Gli obiettivi sono favorire la rete di associazioni attorno al tema del verde, che è un elemento di qualità nelle relazioni sociali. San Leonardo è un quartiere molto identitario e qui più che altrove i percorsi vanno costruiti assieme, dal basso.

Come è strutturato il progetto?

Il progetto Green Lab si è strutturato su cinque macro-azioni che stanno avendo tutte un buon esito. La prima erano incontri e passeggiate nel quartiere per fare una conoscenza dei luoghi e dell’ambiente che ci circonda. Come talvolta accade, le persone abitano in un posto ma per vari motivi (si sono trasferiti da poco oppure trascorrono molto tempo fuori casa, o altre situazioni) non ne conoscono la storia e quindi creare occasioni di incontro e divulgazione è importante e restituisce o fortifica un’appartenenza.

Le altre azioni cosa prevedevano?

La seconda azione riguardava le scuole. Erano previsti 50 laboratori, sempre di conoscenza del quartiere, e li abbiamo svolti quasi tutti con un buon riscontro dagli studenti e dagli insegnanti. La terza azione era il coinvolgimento dei ragazzi per la realizzazione di messaggi creativi e altre iniziative da inserire nella cornice di Parma Capitale dei Giovani e anche qui siamo a buon punto. È stata fatta l’iniziativa Social photo, con i ragazzi della Casa nel Parco in giro per il quartiere a documentare spazi pubblici e privati in modo da poter generare altre idee.

Il quarto ambito sono le eco-azioni, ossia iniziative concrete di ecologia per coinvolgere e far partecipare i cittadini nella cura del proprio quartiere. In questo ambito si è tenuto il concorso Orto bello, svolto da Ancescao (che ha la sede in via Milano) e aperto a tutti gli orti sociali della città. Altre iniziative sono previste come Puliamo il Mondo, in collaborazione con Legambiente, che si terrà in San Leonardo il 26 settembre.

Forse l’azione più interessante è quella che apre un percorso autonomo, di cura del verde. In cosa consiste?

Il quinto punto è la costituzione dell’Osservatorio sul verde a San Leonardo, che è un po’ il punto di passaggio che serve a dare continuità alle attività quando terminerà il progetto a fine anno. Gli Amici della Biblioteca di San Leonardo, in particolare Beppe Massari, hanno censito le 23 aree verdi del quartiere con una valutazione qualitativa della situazione in cui versano. Questo è un po’ il punto di partenza, ora si tratta di integrare le nozioni raccolte con la disponibilità dei cittadini e delle aziende per la cura del verde, ragionando su idee di come farlo nel rapporto col Comune di Parma.

Uno dei temi è quello degli sfalci selettivi, in modo da lasciare l’erba un po’ alta nel periodo primaverile, per favorire gli insetti impollinatori. Tuttavia va fatto in modo sensato e coordinato con le ditte che operano in appalto. Deve essere comunicato bene, per non assecondare la narrazione fantasiosa che l’erba alta nasconda leoni e serpenti, cosa che non è, ovviamente.

Che obiettivi vi date con l’Osservatorio sul verde a San Leonardo?

L’ambizione dell’Osservatorio sul verde è di proseguire oltre il progetto Green Lab in un modo che sia integrativo e non supplettivo all’azione dell’Amministrazione Comunale. Un modello di esperienza da studiare è quello dell’Aps Parchi Urbani che cura il parco Berio a San Lazzaro. Il censimento ha evidenziato che ci sono 23 aree verdi, per un totale di circa 220mila mq . Siccome gli abitanti del quartiere sono 26.800 e dunque il calcolo vede 8,18 mq di verde a disposizione pro-capite. Ma per vari motivi la percezione è diversa, si pensa ci sia poco verde a San Leonardo.

Avete già qualche idea su come organizzarsi?

Le idee possono essere tante, bisognerà riunire le disponibilità dei cittadini e vedere come auto-organizzarsi. Ad esempio potrebbe esserci la necessità di un corso di formazione per la gestione delle aree verdi, per capire come e cosa si può fare. Il tema degli sfalci ha bisogno di essere approfondito. Ripartiremo dagli incontri fatti, in collaborazione con alcune associazioni come Legambiente, Ada , Società parmense di scienze naturali. Uno di questi incontri era col titolo “Le foglie sporcano” perché c’è la consapevolezza che va ripensato anche un aspetto culturale del verde pubblico.

Tra le azioni rimaste ci sono due passeggiate promosse dal Manifesto di San Leonardo (Urban Trail Parma): una sarà con la cornice della “Laudato Sì”, l’enciclica di Papa Francesco, che invita a un rapporto nuovo con la natura, sull’altra vedremo, potrebbe essere un tour nelle aree verdi di quartiere.

Ci sono altre esperienze da segnalare?

Tra le varie iniziative svolte una da segnalare è l’esperienza di via Bassano del Grappa. È un progetto di riqualificazione urbana, che prevede anche interventi di desigillazione, ossia togliere il cemento e ripristinare il suolo naturale, che va avanti da tempo ed ha coinvolto in quattro incontri gli abitanti, un percorso partecipato reale con i cittadini.

Un primo passo è stato togliere un filare di piante ammalorate e sostituirle con dei gincko biloba. Adesso si tratta di fare i passi successivi per il desealing del piazzale Codroipo; il progetto è stato approvato dal Comune ed è finanziato per 300mila euro dalla Fondazione Cariparma e dal Comune stesso. Il cantiere dovrebbe partire a fine anno.

(dra.fra)

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/07/IMG_9992.jpg 1067 1128 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-07-11 12:05:202026-07-11 15:09:37Nasce l’Osservatorio sul verde a San Leonardo

Acqua pubblica, il nodo dell’indennizzo multimilionario

26 Giugno 2026/0 Commenti/in News, Interviste/da redazione

Acqua pubblica: in teoria tutti la vogliono ma, appena si affronta il tema, ci si scontra sulla remora della fattibilità economica dell’unificazione del servizio con un gestore al 100% pubblico.

Si avvicina la scadenza del 2027 che porterà all’accorpamento da tre (Iren, Emiliambiente, Montagna 2000) ad un unico gestore del servizio idrico (ne abbiamo parlato qui e qui) e a spronare la politica ci pensa il Coordinamento Acqua Pubblica, che mette assieme tante associazioni. Il coordinatore è Antonio Bodini, docente universitario. Lo abbiamo intervistato.

Bodini, nei giorni scorsi avete completato il giro di incontri istituzionali, cosa è emerso?

Sabato scorso abbiamo avuto l’incontro con i capigruppo della maggioranza in consiglio comunale a Parma. Hanno ammesso il valore alto dell’opzione di passare a una gestione interamente pubblica del servizio idrico, anteponendo però il discorso della fattibilità economica dell’operazione. Nei fatti abbiamo capito che c’è un dibattito in seno nella maggioranza, che rimane sottotraccia.

Quale sarà il prossimo passo?

La maggioranza si è impegnata a tenere un’audizione in commissione consiliare ambiente in cui il Coordinamento Acqua Pubblica esporrà le idee a favore del ritorno a una società di gestione al 100% pubblica. Anche la minoranza si era espressa favorevolmente a questa audizione, con il consigliere Bettati (Lega) che aveva espresso una forte condivisione del modello a gestione completamente pubblica. Confidiamo che questa audizione possa tenersi a inizio settembre.

Negli altri incontri cosa avete appreso?

Anche negli incontri con i sindaci c’è un consenso all’idea di una società pubblica per l’acqua. Tuttavia nell’incontro con i sindaci della Pedemontana è emerso che la nuova società pubblica dovrebbe sborsare a Ireti (società del gruppo IREN in carico del servizio idrico integrato) intorno ai 300 milioni di euro, ma si tratta di una cifra da valutare bene e il cui calcolo contempla diverse voci… Si tratta del valore residuo (o valore di subentro) ossia l’indennizzo che il gestore subentrante (o l’ente pubblico) deve corrispondere al gestore uscente del Servizio Idrico Integrato alla cessazione della concessione. Il valore residuo è strettamente legato agli investimenti realizzati direttamente dal gestore uscente.

Il problema quale sarebbe?

Il problema è che questa cifra spaventa molto i Comuni, tuttavia ci sono considerazioni che vanno fatte. Intanto è una cifra che può essere restituita per gradi, non tutto subito. La disponibilità finanziaria deve essere garantita dagli istituti di credito che poi rientrerebbero delle cifre attraverso la bolletta. Infatti il calcolo delle bollette è basato sul principio del full recovery cost, cioè non si paga solo l’acqua consumata, ma anche gli investimenti e gli oneri finanziari a carico del gestore, che includono anche ciò che prima era chiamato remunerazione del capitale investito e Arera ha reintrodotto in barba agli esiti del referendum. Infine va tenuto conto che le società pubblico-privato hanno spesso una maggioranza dei soci pubblici che, in quanto tali, non devono restituire a loro stessi delle quote. Si tratta solo di restituire ai privati la quota per gli investimenti già realizzati e in funzione della quota azionaria da essi detenuta in ambito societario. Va inoltre tenuto presente che tali investimenti avrebbero comunque essere risarciti al gestore attraverso la bolletta.

Tutto questo dovrebbe essere rappresentato nello studio di fattibilità che l’Amministrazione Comunale di Parma ha commissionato alle Università di Parma e Modena. Cosa ne pensa?

Sicuramente la situazione si chiarirà quando sarà pronto lo studio di fattibilità, però anche qui bisogna stare attenti. C’è una bella inchiesta sul sito del Forum nazionale Acqua pubblica che evidenzia come gli studi di fattibilità non sono imparziali.

All’incontro del 7 febbraio scorso l’assessore Borghi aveva parlato di due studi di fattibilità, commissionati a Università di Parma e Unimore. Il tutto sembra per calcolare il residuo da pagare al gestore uscente, quale che sia.

Ma il punto è che non è nota la domanda di partenza a motivazione degli studi. In pratica si può chiedere uno studio finalizzato a una società 100% pubblica; oppure uno studio per una gara a doppio oggetto (prima si sceglie il socio privato per una società mista e poi si affida il servizio); oppure ancora uno studio in cui si valutino le implicazioni gestionali ed economiche dei diversi scenari. Diciamo che c’è una mancanza di chiarezza su questi aspetti.

A prescindere da questo, quando usciranno i risultati, cercheremo di avere le competenze, come Coordinamento Acqua Pubblica, per capire se effettivamente ci sono tutte le condizioni che obbligano ad andare verso un progetto pubblico-privato invece che ad una società in house che invece a noi sta a cuore e per la quale ci batteremo. Ma questi tecnicismi mi portano a una considerazione.

Quale?

A mio modesto parere la politica locale, ma anche quella nazionale, manca di coraggio. Intendo dire che il mantra della sostenibilità economica è spesso una foglia di fico dietro cui giustificare scelte poco coraggiose. Sostanzialmente prima dovrebbe essere operata una scelta politica e solo successivamente una valutazione tecnica. Altrimenti si corre il rischio che i tecnici si sostituiscano alla politica.

Siamo sicuri che la soluzione giusta sia una società in house, ossia 100% pubblica?

Intanto non dimentichiamo che il referendum del 2011 sancì la volontà dei cittadini affinché l’acqua sia riconosciuta come bene comune e, per tutelare questo aspetto, sia gestita da una società pubblica. E in Italia, e anche in provincia di Parma, ci sono molti esempi positivi in tal senso.

Quali sarebbero i vantaggi?

Con l’azienda in house c’è la governance diretta; gli enti locali in questo caso esercitano un controllo analogo a quello che esercitano sui propri uffici. Gli organi di indirizzo sono espressione diretta del territorio e non semplicemente di un’amministrazione, quindi derivano dall’azione dei cittadini.

L’equilibrio economico è importante come per qualsiasi azienda; non può gestire un servizio senza che vi sia sostenibilità economica, però per la società in house non è un fine, ma è uno strumento, perché se funziona bene, funziona anche il resto. Invece chi si preoccupa solo del funzionamento economico per staccare i dividendi degli azionisti, chiaramente non si pone il problema della gestione territoriale e dei bisogni dei cittadini.

L’in-house soprattutto ha una virtù, cioè può essere coordinata con le politiche locali. Pensate ad esempio un piano urbanistico esso non è separato dalla gestione dei servizi pubblici, perché ovviamente il territorio è un unico complesso in cui le interazioni devono essere conosciute, ma può capitare invece che le interazioni provocano dei cortocircuiti perché la gestione è vista in maniera separata, settoriale; . Con la società in house si ha la possibilità di gestire in maniera coerente non solo i servizi pubblici ma anche tutte le altre reti che ne derivano o comunque che sono associate alla gestione dei servizi pubblici locali. Il servizio idrico diventa parte integrante e può essere coordinata come pianificazione territoriale, politiche ambientali, soprattutto, politiche sociali e protezione civile.

Nei servizi pubblici locali poi il ruolo e l’efficienza non è solo una questione di posti, ma la capacità di gestire qualità, investimenti mirati e risposta alle specificità locali. Nei servizi a rete la prossimità decisionale e la conoscenza del contesto possono generare risultati migliori in termini di qualità. E poi non è detto che le grandi dimensioni facilitino gli investimenti. Facilitano certamente l’accesso al credito, ma non sono una condizione necessaria per investire.

Tutto sommato però Iren rimane una società mista a maggioranza pubblica, con la presenza dei Comuni come azionisti. Dunque perché non fidarsi?

Sulla rivista Altraeconomia di giugno c’è una bella inchiesta del giornalista Luca Martinelli che fa il punto sulle attività delle multiutility Hera, Iren e Acea e nota come il livello degli investimenti sia andato progressivamente calando nel corso del tempo. Inoltre Martinelli fa notare come nel 2011 il 60,8% delle azioni di Hera, che non è la nostra società ma è poco distante (a Bologna, ndr), era controllato dal pubblico, cioè dai Comuni. Nel 2025 la quota è scesa al 45,82% quindi non c’è più neanche la maggioranza dei soci pubblici. E questo è effettivamente un rischio e tra i soci privati di Hera vi sono Black Rock e Vanguard, fondi di investimento globali con un grosso potere di indirizzo. Quindi attenzione che non è solo una questione di investimenti e di sostenibilità economica sostanziale. Tra l’altro Black Rock è anche azionista di Iren con l’1%.

Noi abbiamo la certezza che, dal punto di vista degli obiettivi, quello della coesione sociale del controllo del territorio, della aderenza ai principi di solidarietà sociale, non staranno al primo posto dell’agenda degli investitori privati, quindi secondo me ci sono ragioni valide per tornare a ciò che dicevamo all’epoca del Referendum ossia che l’attribuzione del servizio a doppio oggetto porta ad aumentare le tariffe, ovviamente a favore dei privati, lontani dai cittadini, con i servizi sempre più scadenti e una prossimità territoriale che non esisterà e ancor meno la capacità di colloquiare tra utenti e gestore.

Avete iniziative in programma per sensibilizzare i cittadini, oltre che la politica?

Dedicheremo una giornata all’acqua in settembre. Ci saranno momenti di riflessione e divulgazione, tra cui la presentazione del libro “L’acqua di Emilio” con gli scritti di Emilio Molinari, grande esponente del movimento per l’acqua pubblica, scomparso un anno fa. Ma avremo anche uno spazio festa con giochi per bambini e altre attività.

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/06/acqua-pubblica.jpg 720 1280 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-06-26 11:06:002026-06-26 16:27:46Acqua pubblica, il nodo dell’indennizzo multimilionario

Dall’Olio (Verdi – AVS): “Sui temi ambientali serve una svolta radicale con azioni visibili e concrete in ogni quartiere. E occorre tornare alla gestione pubblica dell’acqua”

5 Giugno 2026/0 Commenti/in News, Interviste/da redazione

Nicola Dall’Olio, co-portavoce di Europa Verde, avete avviato con gli iscritti il percorso per redigere il programma di Alleanza Verdi Sinistra (AVS) per le elezioni del prossimo anno. Ci sono già dei punti fermi?

Il punto fermo è proprio quello di mettere il programma al centro delle priorità per confrontarsi con le altre forze politiche del centrosinistra e capire se è possibile costruire insieme un programma di governo della città che faccia fare uno scatto in avanti a Parma.

L’impressione è che abbiate un giudizio ambivalente sull’Amministrazione Comunale guidata dal sindaco Guerra.

Rispetto a quello che abbiamo vissuto fino adesso, noi crediamo che servano delle scelte più radicali e concrete, capaci di rendere più bella e vivibile la città, in tempi di crisi climatica ed energetica, migliorando la qualità della vita dei cittadini.

Rispetto agli impegni che sono stati assunti dall’Amministrazione, che sono condivisibili, devono poi seguire delle azioni concrete, degli investimenti, degli interventi diffusi che diano il senso di una rigenerazione in chiave di sostenibilità come stanno vivendo tante città in Europa. Sull’obiettivo della neutralità carbonica, che noi sosteniamo, è stato detto molto ma fatto poco per il momento. Per questo costruiremo un programma partecipato, che coinvolga quante più persone possibili per raccogliere fabbisogni ed esigenze sulla città per i prossimi cinque anni, ovviamente dal punto di vista dei Verdi, nel contesto di Alleanza Verdi Sinistra.

Nicola Dall’Olio

Quindi l’ingresso nella coalizione del sindaco Guerra, non è scontato?

Non è scontato, nel senso che dipende dal programma e da quanto ci si impegna a fare nei prossimi anni. Nel recente congresso provinciale di Europa Verde il titolo della mozione che ha portato al rinnovo delle cariche era “Crescere insieme per la responsabilità di governare”, quindi noi ci poniamo il tema di governare, non vogliamo essere semplicemente una forza di minoranza o di opposizione. A livello nazionale stiamo lavorando ad una coalizione con le altre forze del campo di centrosinistra e in questa prospettiva AVS ha avviato un percorso programmatico partecipato sulla piattaforma “Decidiamo” perché, prima dei nomi, vengono i programmi e le azioni per dare risposte ai bisogni dei cittadini dopo 5 anni di un governo immobile che non ha nemmeno saputo sfruttare i 200 miliardi di euro messi a disposizione dalla UE.

Dall’altra parte a livello comunale una possibile coalizione si può fare se c’è una convergenza sulle priorità condivise, sapendo che ci sono alcune tematiche che per noi non sono negoziabili.

Questo percorso locale lo facciamo in contemporanea con il percorso nazionale e vogliamo arrivare a novembre con una nostra proposta. Su quella base ci confronteremo e vedremo se ci sono gli elementi per iniziare a costruire qualcosa insieme. Lo vedremo anche negli ultimi atti di questa Amministrazione Comunale, perché ricordiamoci che adesso siamo all’opposizione

Gli ultimi atti riguardano l’approvazione finale del Pug e cos’altro?

Parliamo del Piano urbanistico generale che è già in buona parte definito e sicuramente ha anche già recepito alcune nostre proposte; c’è stata l’approvazione del regolamento del verde; è passato il piano per la mobilità sostenibile e diverse cose che abbiamo chiesto sono state recepite, non tutte purtroppo, tra cui lo stralcio della via Emilia bis e su questo rimane una distanza.

In prospettiva il punto nodale sarà il bilancio preventivo per l’anno prossimo, lì vedremo dove saranno messe le risorse perché quello cambierà molto.

Faccia un esempio.

Vedremo se vengono portate avanti azioni e attività su cui noi crediamo come la rigenerazione urbana per adattare la città alla crisi climatica che stiamo vivendo, ad esempio aumentando le aree verdi attraverso la depavimentazione (il cosiddetto de-sealing) per rendere la città più permeabile, aumentare l’ombreggiatura, ridurre l’isola di calore e renderla alla fine anche più vivibile e bella.

Sono stati avviati alcuni interventi, come per piazza Matteotti, anche in forza di una mozione presentata dal nostro capogruppo in Consiglio comunale Enrico Ottolini, ma si procede ancora in modo troppo timido e forse con una comunicazione non adeguata ai cittadini, come avvenuto per la gestione del verde. Servono azioni faro, che diano il senso del cambiamento, ad esempio abbattendo l’ecomostro che da ormai vent’anni fa brutta mostra di sé in Via Colorno, una delle principali porte della città. Pensate se al posto di quel parcheggio multipiano abbandonato ci fosse un bosco. Ci guadagnerebbe l’ambiente e l’immagine della città.

Un altro tema a noi molto caro, oggetto di un’altra nostra mozione approvata dal Consiglio comunale, è quello dei parcheggi. Adesso, nel periodo estivo, se uno lascia la macchina in un’area parcheggio, che sia uno scambiatore, un centro commerciale o la piazzola di quartiere, se la ritrova rovente, quasi inaccessibile. In un momento di crisi climatica con il gran caldo che già a maggio ha raggiunto i 36 gradi, alla faccia di chi nega il riscaldamento climatico, bisogna fare in modo che questi parcheggi diventino dei luoghi più permeabili, con verde e pensiline fotovoltaiche che, oltre ad ombreggiare, producono energia pulita e possono essere collegate a colonnine di ricarica per i veicoli. Nella teoria siamo tutti d’accordo, nella pratica il Comune è rimasto fermo al palo.

Eppure l’assessore alla mobilità e transizione ecologica, Borghi, ha elaborato un piano di pensiline fotovoltaiche ma Parma Infrastrutture sembra lo abbia stoppato. Come bisogna affrontare la questione?

Intanto partiamo col ricordare che grazie ad emendamenti e mozioni presentati dal consigliere Ottolini, che per inciso ha fatto un lavoro enorme in questi anni, questi emendamenti sono stati recepiti dalla maggioranza e si è proceduto alla mappatura di queste aree, da coprire col fotovoltaico. Prendiamo atto con favore che l’Amministrazione abbia voluto portarla avanti, ma crediamo che qualcosa bisognasse già farlo in questo mandato, con piccoli interventi esemplari. Invece si è puntato su un progetto di partenariato pubblico-privato molto grande, con un appalto di oltre 100 milioni di euro che espone molto Parma Infrastrutture.

Credo si potesse partire con dei progetti pilota più semplici da gestire, uno in ogni quartiere, che però avrebbero dato già un’idea di quella che per noi sarà la visione trasformativa della città per il futuro, come stanno facendo tutte le grandi città: a Parigi sembrava impossibile che si potesse andare lungo la Senna a passeggiare in bicicletta in mezzo agli alberi e fare il bagno e invece l’hanno fatto, e a Parma bisogna iniziare a immaginare che si possa tornare a fare il bagno nel maretto.

Per andare nel concreto. Da dove inizierebbe?

Con una ricognizione nei quartieri. E faccio un esempio per il mio. Piazzale Parri a San Lazzaro, è un piazzale totalmente impermeabilizzato, con quattro piante striminzite e rinsecchite, le macchine al sole e l’asfalto che cola dal caldo tra maggio e settembre; di questi slarghi ce ne sono tanti in cui intervenire per dare anche bellezza ai luoghi del vivere quotidiano che è un ottimo antidoto al degrado.

Un tema forte su cui fate subito un’iniziativa, è sull’acqua pubblica. Che posizione avete?

Come AVS faremo l’incontro “Acqua e servizi locali: la sfida della gestione pubblica” sabato prossimo, 13 giugno, alle ore 10 alla sala civica Bizzozero, con interventi di associazioni, sindacati e rappresentanti di altri partiti e forze politiche dell’area del centro sinistra.

Il tema dei servizi pubblici locali per noi è centrale soprattutto nell’ottica della gestione pubblica. Abbiamo visto cosa è successo con il teleriscaldamento: quando c’è stato l’aumento del prezzo del gas i cittadini che erano collegati alla rete si sono trovati a pagare delle bollette altissime, nonostante il calore sia prodotto per il 70% dai rifiuti del termovalorizzatore, non certo dal gas. E poi vediamo quanto il fatto di avere i servizi nelle mani di una multiutility quotata in borsa, quale è Iren, sia un conflitto di interessi perché una multiutility per forza di cose deve massimizzare il profitto e i dividendi per gli azionisti, soprattutto quelli privati, ma anche quelli pubblici. Noi pensiamo che i servizi pubblici locali invece devono essere gestiti direttamente dal pubblico e per l’acqua c’è stato un referendum nel 2011 in cui il popolo italiano si è espresso e non viene ancora applicato. Abbiamo una grande occasione ossia la scadenza del contratto nel 2027 che comporta la scelta di arrivare ad un unico gestore a livello provinciale e c’è la possibilità davvero di tornare a una gestione pubblica diretta. In provincia di Parma ci sono attualmente tre gestori, due totalmente pubblici che sono Emiliambiente e Montagna 2000, l’altro è Iren.

Di Emiliambiente è socio anche il Comune di Parma: è una realtà totalmente pubblica che gestisce in maniera eccellente i propri servizi. Crediamo che ci siano opportunità reali per questa soluzione, che permetterebbe di mantenere i ricavi del servizio sul territorio e recuperare la prossimità, con un ente che è vicino e che ha dei propri centri decisionali qua non a Genova o Torino.

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/01/ev_coportavoce.jpg 1200 1600 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-06-05 12:59:572026-06-06 14:44:54Dall’Olio (Verdi – AVS): “Sui temi ambientali serve una svolta radicale con azioni visibili e concrete in ogni quartiere. E occorre tornare alla gestione pubblica dell’acqua”

Sei licenziato! La lotta per il lavoro nel ginepraio della logistica

2 Giugno 2026/4 Commenti/in Interviste, Storie/da redazione

Intervista a Sekou Coulibaly, delegato sindacale in MD Service – Kamila

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro (articolo 1 della Costituzione).

In questo 2 giugno, in cui ricorre l’80esimo del referendum che vide gli italiani scegliere la repubblica rispetto alla monarchia, e che vide il primo voto delle donne, scegliamo di focalizzarci sul lavoro, perché a Parma è in atto una crisi aziendale nella logistica che appare senza via d’uscita.

È a rischio il posto di lavoro di 87 persone, che hanno ricevuto il preavviso di licenziamento collettivo. Si tratta del magazzino Kamila, allo Spip. La vicenda è raccontata qui e qui.

Per non fermarci ai numeri, e alle manifestazioni di protesta, abbiamo voluto approfondire la storia di vita di uno dei lavoratori più esposti alla Kamila, uno dei quattro delegati sindacali che all’improvviso si ritrova a svolgere un ruolo di primo piano nella lotta per il lavoro.

Mercoledì alle 16 ci sarà il primo round di incontri tra azienda (la cooperativa Md Service, che ha in appalto la gestione del magazzino Kamila) e sindacati. E Sekou Coulibaly (al centro nella foto sopra) sarà al tavolo.

Ci dica qualcosa di lei, si presenti.

«Mi chiamo Sekou Oumar Coulibaly. Sono senegalese, ho 34 anni. Sono sposato, e ho due figli: una bambina di 4 anni e un bambino di 2. La mia famiglia vive in Senegal. Ho chiesto il ricongiungimento familiare ma è lunga».

Quando è arrivato in Italia?

«Sono in Italia da dieci anni, per la precisione dall’agosto 2016. Non so se festeggerò questo anniversario a causa del possibile licenziamento ma sì, sono contento di essere qui. Il mio viaggio è stato quello di tanti: dal Senegal alla Libia via strada e poi sulle barche verso l’Italia. Ci hanno sbarcati a Catania, da lì a Bologna e poi smistati a Baganzola e quindi nel centro di accoglienza a Tabiano, vicino Salsomaggiore. Lì ho atteso circa tre anni e poi ho ricevuto il permesso di soggiorno per protezione speciale».

Come ha trovato lavoro?

«Ho trovato lavoro come magazziniere, per quattro mesi. Poi una pausa di disoccupazione, fino a quando sono stato assunto da MD Service per il magazzino Kamila, nel 2020. Sono sei anni che lavoro lì. All’inizio c’erano molti problemi: le malattie non erano coperte, gli straordinari erano pagati solo la metà delle ore che facevi in più. Ci sono state molte vertenze e scioperi e il sindacato ADL Cobas ci ha aiutato molto. La situazione adesso è regolare però le contestazioni disciplinari arrivano per la minima cosa e ti seguono anche in bagno per vedere che tu non perda tempo; e poi c’è continua richiesta di straordinari e non puoi dire di no».

Come è il contratto e lo stipendio?

«Il nostro contratto prevede 39 ore alla settimana e lo stipendio base è di 1.550 euro, più tredicesima e quattordicesima. Lavoriamo su sei giorni, da lunedì a sabato. Si comincia il turno alle 6 di mattina e spesso chiedono di fare straordinari, di fermarsi fino alle 17».

Ci racconti il suo lavoro, in cosa consiste.

«È un lavoro faticoso. Dopo aver timbrato il cartellino ti rechi alla tua posizione, che è un carrello elettrico con un computerino, dai un comando ed esce la missione da preparare, ossia i bancali che devi comporre con i colli da inviare ai supermercati Coop di Parma e della regione. Questo carrello viene chiamato “papalino”. È un nome buffo, non so perché venga soprannominato così. Ti rechi nelle corsie e componi il bancale, caricando la merce. Ci sono scatoloni di pasta che pesano 25 chilogrammi e li devi spostare con la forza delle braccia.

Io ho preso anche il patentino per guidare il carrello elevatore, quello che preleva e sposta bancali e merci dagli scaffali alti. Ma qui non c’è possibilità per quella mansione di lavoro».

Ma davverso siete solo tutti immigrati, alla Kamila?

«Siamo tutti stranieri di origine africana e asiatica. Ci sono senegalesi, nigeriani, gambiani, maliani e di altri Paesi. Era venuto un ragazzo italiano, ma dopo tre giorni è sparito. Gli italiani sono su, negli uffici.

Noi pensiamo che se c’erano degli italiani anche nella forza lavoro non ci trattavano così. I diritti dei contratti non sono sempre rispettati. Il passaggio di livello, quando ti spetta, non lo concedono mai in automatico, devi sempre chiedere e chiedere. Anzi, prima di rivolgerci al sindacato non ci ascoltavano neanche. Abbiamo imparato che dobbiamo fare rumore, altrimenti non rispondono. Il primo sciopero fu il 20 maggio 2022».

E lei è diventato delegato sindacale, come mai?

«Sono stato eletto delegato sindacale ma non mi ero proposto. Penso che i miei compagni abbiano visto che sono determinato e forse perché parlo abbastanza bene l’italiano, rispetto ad altri. Comunque mi impegno a fondo per cercare di rappresentare bene tutti i lavoratori».

E adesso vi vogliono licenziare e chiudere lo stabilimento. È così?

«Il preavviso di licenziamento è arrivato tramite Pec. Dall’8 agosto siamo licenziati. È stato un brutto colpo. Siamo determinati a lottare per conservare il posto di lavoro. La nostra prima richiesta è la revoca dei licenziamenti; chiediamo al datore di lavoro di trattare con il committente per tenere aperto il sito e anche di trovare nuovi clienti. In secondo luogo chiediamo che venga almeno attivata la cassa integrazione lunga, considerata la situazione».

Cosa significa perdere il lavoro?

«Perdere il lavoro sarebbe pesantissimo. Molti di noi, direi almeno la metà, nel giro di un anno dovrà rinnovare il permesso di soggiorno e senza lavoro non lo concedono e questo causa molti problemi.

Il mio scade a febbraio 2027, ma la pratica va avviata già a novembre. Nel mio caso passerei al permesso di soggiorno a lungo termine, sarei a posto. Invece se perdo il lavoro… non so cosa pensare».

Ma se le proponessero di conservare il posto di lavoro però trasferendosi ad Anzola, vicino Bologna?

«Non accetterei di trasferirmi ad Anzola o Bologna, se anche venisse l’offerta dal nuovo magazzino Kamila. Il motivo è semplice: ho comprato casa a Parma e vorrei fermarmi qui. Ho comprato nel quartiere San Leonardo, è un buon quartiere, mi trovo bene. E poi ho il mutuo da pagare, una rata mensile di 410 euro. Spostarsi renderebbe tutto difficile».

Quindi, comprando casa, vuol dire che è stabile qui in Italia, come si trova?

«Io penso di vivere qui in Italia e vorrei far venire la mia famiglia. Non ho intenzione di tornare in Senegal per due motivi: uno è che là il lavoro scarseggia e l’altro sono motivi familiari. Io vengo dalla campagna, facevo lavori saltuari in agricoltura e anche nel commercio. Mi piacerebbe ottenere la cittadinanza italiana, so che è un procedimento lungo e complesso, e non è nei miei pensieri adesso, anche se mi trovo bene in Italia. Il mio desiderio è il ricongiungimento con mia moglie e i figli».

Le piace il calcio?

«Sì, mi piace e ho capito cosa vuole chiedermi. Ma no, non sono parente dell’ex calciatore del Napoli: lui è del nord e io del sud del Senegal. In realtà Coulibaly è un cognome molto diffuso in tanti paesi dell’Africa occidentale. Però sì il calcio lo seguo ed è un motivo di orgoglio. Lui, (Kalidou Koulibaly, ndr) è una persona seria ed è il capitano della nazionale e adesso c’è attesa per la prima partita ai Mondiali, che sarà contro la Francia».

Visto che si trova bene a Parma, cosa pensa del sindaco Guerra?

«Qualche giorno fa, negli incontri istituzionali (in Prefettura e poi in Comune, con gli assessori De Vanna e Brianti, ndr) abbiamo incontrato il sindaco Guerra, è venuto a salutarci due minuti. È stato un gesto importante, lo abbiamo apprezzato. Speriamo davvero che come ha detto l’assessore De Vanna, parlino anche loro con Md Service, con Kamila e anche con Coop Alleanza, per aiutarci a risolvere questa situazione. Confidiamo anche sul loro impegno».

Segue la politica?

«Ammetto che non seguo la politica, conosco solo i nomi dei partiti principali e quindi non dico niente a riguardo, però voglio ringraziare la deputata Stefania Ascari (Movimento 5 Stelle, risiede a Modena, ndr) che ci ha aiutato molto nel 2023 e di nuovo anche adesso. È importante sapere che nel Parlamento nazionale c’è qualcuno che si impegna per noi».

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_9493_rid-scaled.jpeg 1764 2560 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-06-02 08:07:362026-06-02 08:07:36Sei licenziato! La lotta per il lavoro nel ginepraio della logistica

Larini, M5S: «Considerazioni positive sulla giunta Guerra, avremo un’interlocuzione»

27 Maggio 2026/0 Commenti/in Interviste, News/da redazione

Il Movimento 5 Stelle torna alla luce del sole dopo anni travagliati, a Parma. A prendere il carico di oneri e onori è Michele Larini, nuovo coordinatore provinciale dei due gruppi M5S presenti sul territorio: “Bassa parmense” e “Parma e collina”.
Larini ha 60 anni, è funzionario dell’Eber (ente bilaterale dell’artigianato) e in passato ha ricoperto ruoli sindacali in Fillea e Filcams Cgil.

Alla sua presentazione alla stampa era presente lo stato maggiore del Movimento 5 Stelle dell’Emilia-Romagna: il senatore e coordinatore regionale Marco Croatti, il coordinatore regionale Gabriele Lanzi e il consigliere regionale Lorenzo Casadei. (In foto: da sinistra Casadei, Lanzi, Larini, Croatti)

Il “timing” è quello giusto per arrivare preparati alla prossima tornata elettorale: le politiche e le comunali che si terranno presumibilmente nel giugno 2027.
La prima chiamata al popolo “grillino” (ma questo termine non è più in voga) è avvenuta a metà maggio con Nova, una sorta di conferenza programmatica aperta a tutti, svolta in contemporanea in tutta Italia. Nel parmense l’appuntamento era a Ponte Taro ed hanno partecipato un centinaio di persone che hanno focalizzato le proposte su sanità, scuola, giovani, immigrazione e ambiente.

Per quanto riguarda Parma, invece qual è il giudizio sull’Amministrazione Comunale del sindaco Guerra?
«Le nostre considerazioni sulla giunta Guerra – risponde Larini – sono tutto sommato positive. Il tema principale è la sicurezza che non riguarda solo Parma e non è affrontabile solo con enunciazioni politiche generali come fa il centrodestra. Sul livello amministrativo pensiamo che siano migliorabili le azioni nel sociale e nell’ambiente. Confidiamo che dal confronto escano spunti positivi».

Avete già chiesto un incontro al sindaco o alle altre forze politiche della maggioranza?
«Le interlocuzioni ci saranno – assicura Croatti – ma verteranno sulle idee per il programma».

Ma avete intenzione di chiedere un allargamento della attuale maggioranza e di entrarvi?
«Tutti gli scenari politici sono nel merito del programma – spiega Croatti – Il Movimento 5 Stelle si aprirà al confronto sui temi e con le forze progressiste. Senza l’obbligo di allearci. Nelle recenti tornate elettorali in Emilia-Romagna in 50 casi eravamo nelle liste in campo progressista e in altri 9 abbiamo corso da soli. Intendo dire che non c’è un’alleanza organica, ma si definisce su un programma condiviso».

A Parma il passato del Movimento 5 Stelle ha un peso per la figura del sindaco Pizzarotti, con tutte le conseguenze che ne sono seguite. Come pensate di rapportarvi?
«Il passato non lo disconosciamo ma siamo proiettati sul futuro – dice netto Lanzi – e lavoriamo affinché il Movimento torni stabile anche qui».

Andando nel concreto, quali argomenti o progetti sentite più rilevanti per la città?
«Un argomento caldo rimane l’aeroporto. – risponde Larini – La nostra storia è di opposizione alla trasformazione in aeroporto cargo e anche per merito dell’Amministrazione Guerra c’è stato un passo indietro rispetto a questa ipotesi. Ora si tratta di capire come evolverà il piano aeroporti regionale per evitare che si riversi su Parma un traffico eccessivo».
«Un altro tema a noi caro – prosegue Larini – è lo stadio. Abbiamo espresso contrarietà ad un progetto che stravolgesse il luogo. La proprietà americana può legittimamente avanzare i suoi progetti ma crediamo vadano discussi e contemperati nel rispetto di quello che è il Tardini oggi».

«Terza priorità – aggiunge Larini – è l’agrivoltaico: siamo circondati da richieste non tutte accettabili; vi sono società che mirano a un forte business e occorre uno sguardo attento alle pratiche di questi impianti. Sapendo che il governo italiano vuole sfruttare queste problematiche per riproporre il nucleare, su cui siamo nettamente contrari».
«La legge nazionale sulle aree idonee – interviene Casadei – è rigida e a livello regionale possiamo intervenire limitamente con una legge regionale che andrà presto in aula per definire meglio alcuni parametri territoriali. Tuttavia l’errore sta a monte, perché tutta l’impostazione è per la produzione di energia per il mercato libero, con nessun beneficio per i cittadini che si trovano nelle vicinanze di questi impianti. Doveva svolgere questa funzione il sistema delle CER (Comunità energetiche rinnovabili) che però non sta funzionando: va rivisto, semplificato e incentivato».

(dra.fra)

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/05/Image-M5S.jpeg 1119 1600 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-05-27 14:50:562026-05-28 13:23:34Larini, M5S: «Considerazioni positive sulla giunta Guerra, avremo un’interlocuzione»

In fuga dall’Iran sotto le bombe. La storia di Somaya, esule di guerra, che ricomincia da Parma

24 Aprile 2026/0 Commenti/in Storie, Interviste/da redazione


L’imprevedibilità e la crudeltà di ogni guerra scompagina le vite delle persone. Anche, e soprattutto, dei “civili”, inermi. Il pericolo concreto di morire sotto i bombardamenti induce chiunque a pensare e tentare la fuga, pur dovendo, d’improvviso, abbandonare tutto, portando a fare scelte fino a quel momento impensabili.

È la storia rocambolesca di Somaya Aouichaoui, esule a Parma, scappata dalla guerra in Iran, arrivata nella nostra città venti giorni fa, per ricongiungersi con la sorella, portandosi dietro solo una valigia di… poesie.

La incontriamo in piazzale Picelli, così lontana eppure così vicina al quartiere armeno di Teheran dove viveva relativamente tranquilla fino al 28 febbraio scorso, quando Israele e gli USA hanno scatenato l’inferno sopra l’Iran. (In apertura fotogramma ripreso da video sul web, attacco a Teheran).

Andiamo per ordine che già di suo la vita di Somaya ha dello straordinario: donna con doppia cittadinanza, italiana e iraniana, una sorta di avanguardista di un mondo globale dove l’identità non sarà più definita dai confini, un’utopia alla faccia dei nazionalismi.

Somaya Aouichaoui

Per iniziare, Somaya, raccontaci la tua bio, come si dice oggi.

Ho trent’anni, sono nata in Puglia da padre tunisino e madre pugliese. Subito dopo venimmo a Parma, dove ho vissuto fino ai 17 anni. Nel 2012 mio padre trovò un’occasione di lavoro in Iran e, con essa, la notizia che mi sarei dovuta trasferire là, con la mia famiglia, i miei genitori e mia sorella piccola.

Che impatto ebbe questa notizia?

Quando ho capito che sarei andata a vivere con la mia famiglia in Iran ho sentito come prime emozioni stress e paura: vivere in un nuovo paese, provare l’incertezza del futuro riguardo ciò che sarei andata a fare veramente. Non sapevamo ancora in quale città saremmo andati di preciso. Ho dovuto interrompere gli studi. Avevo finito il terzo anno del Liceo Romagnosi. Col tempo però sentivo di essere anche emozionata poiché andavo a sperimentare qualcosa di diverso, con la speranza e voglia di conoscere qualcosa di nuovo. Anche se lasciare le cose che avevo qua mi ha fatto soffrire.

Qui cosa hai lasciato?

Ho lasciato mia sorella, che era già grande, e un’altra cosa che non pensavo all’epoca fosse così importante per me: la mia patria, l’Italia. Fin quando vivevo qui non era così importante, non ci pensi tanto. Io, figlia di papà tunisino e mamma italiana, sono sempre stata scissa, avevo parenti arabi, mi reputo una persona con identità mista composta da tantissime parti e aspetti e, con questa consapevolezza, lasciare l’Italia non pensavo potesse essere un dolore così grande. Vivendo in Iran invece mi sono accorta di quanto veramente amassi il mio Paese e Parma.

I primi tempi in Iran come sono stati?

Per un anno ho dovuto fermare il percorso di studi; ho dovuto studiare esclusivamente il persiano per apprendere la lingua, poiché lì non hanno un metodo di accoglienza migratorio come qui in Italia. Poi, frequentando la scuola, pian piano ho creato la mia rete sociale.

Quando ti sei trasferita eri consapevole del contesto socio politico che avresti trovato?

Sì, molte cose le sapevo, ma ovviamente da persona che non c’era mai stata. Vivendoci ho capito che il raccontato è diverso dal vissuto. Passare da una visione di vita occidentale a quella orientale, per una ragazza di 17 anni, è stato difficile abituarsi. Più che per la concezione politica o di vita è stato proprio per la cultura persiana che è molto diversa da quella europea in generale. È un cultura ricca di rituali, di formule. Loro fanno tantissimi complimenti, sono molto cerimoniosi, sono sempre molto ospitali e queste sono formule di rapporto con gli altri che devi imparare ad utilizzare per risultare persona educata e gentile. Imparare questo è stato abbastanza difficile. Probabilmente per anni io mi comportavo da straniera che non conosceva la cultura e quindi non sapeva bene cosa dire o fare con gli altri. Ci è voluto un bel po’ per risultare una persona inserita nella loro società. Per me questo è stato l’aspetto più difficile.

Quindi col tempo hai costruitouna tua rete sociale. Com’è strutturata?

La struttura sociale in Iran è molto incentrata sulla famiglia; ovviamente ci sono anche amicizie all’esterno della famiglia, ma rispetto all’Italia la rete sociale e personale è incentrata sulla famiglia allargata.
Entrando in contatto con altri iraniani, diventandone amica, la mia rete sociale ha cominciato ad includere anche i parenti di queste persone. Attraverso i miei amici, le mie relazioni affettive, entravo nella loro cerchia di parenti. Lì ci sono famiglie abbastanza grandi seppur anche lì la cultura sta cambiando e cominciano a fare meno figli. La maggior parte delle famiglie hanno relazioni strettissime con gli altri componenti, ad esempio zie e zii e cugini sono considerati familiari stretti.

La visione politica-religiosa in Iran è davvero così imperante nella vita quotidiana?

Io credo che dipende da che tipo di persona sei, di cosa ti occupi, di che stile di vita hai, e in base a questo senti più o meno l’influenza politico religiosa. Ad esempio negli ultimi anni mi sono avvicinata molto all’ambiente artistico, attraverso la musica e il teatro. Non era il mio lavoro ma direi che l’influenza l’ho sentita, nel senso che per un artista, un musicista non ci sono tutte le opportunità e liberta di esprimersi come in un paese europeo. Nonostante questo ho trovato i miei spazi dove esprimermi. Ho cambiato diverse città, e potevo trovare più o meno libertà d’espressione. Ad esempio non c’era problema nell’essere donna e cantante a Teheran, che è un discorso a parte per quanto riguarda le città iraniane dato che è molto grande e come tale ha proprie caratteristiche e lì ho avuto molte più possibilità.

Come è andato il tuo percorso scolastico?

Ho conseguito una laurea in teologia e filosofia e poi un attestato per diventare guida turistica che ho svolto per un certo periodo, prima di fare altro. Per lo più ho sempre lavorato con turisti orientali, ma fino a due-tre anni fa ho visto tantissimi turisti europei, soprattutto a Teheran ed è capitato di ritrovarmici a parlare. C’erano molti italiani, francesi e anche russi.

Tre anni fa le prime rivolte, a seguito dell’uccisione di Masha Amini, una ragazza che non portava il velo. Come hai vissuto quel periodo? Eri preoccupata per la tua incolumità?

Non ho avuto tanta paura per la mia incolumità. È stato un periodo difficile sotto tanti punti di vista. I racconti dei miei conoscenti, dei miei amici in quel periodo mi hanno influenzato molto e mi hanno reso molto triste. Allo stesso tempo però vorrei dire che tutto questo male ha portato ad un risvolto positivo: prima di queste proteste era davvero pericoloso girare nella maggior parte delle città senza velo, senza niente sulla testa, era sempre un rischio. Dopo queste proteste è diventata una cosa molto più normale. A Teheran potevi girare molto liberamente. Sono successe varie cose brutte ma hanno avuto il loro effetto sulla società.

Qual è la differenza tra un giovane iraniano che nonostante la paura di una repressione brutale riesce a cambiare la società, riempiendo le piazze, e un giovane europeo che secondo recenti ricerche “scende” meno in piazza per protestare rispetto a qualche decennio fa?

I giovani iraniani hanno una grande rabbia, credo dovuta a mancanza di fiducia nelle istituzioni. Prima i giovani iraniani avevano più fiducia in un cambiamento dall’interno. Ora sono mossi dall’intenzione di fare dei cambiamenti nel loro paese. Tra i giovani europei forse c’è un accontentarsi al minimo indispensabile. Gli iraniani in generale invece non si accontentano.

Credi che questo sia anche dovuto alla storia millenaria dell’Iran? Ti è mai capitato di parlare con qualcuno che paragonava l’era dello Scià con quella degli Ayatollah?

Tutti gli iraniani fanno questo paragone tra il prima e il dopo e ovviamente in Iran ci sono entrambi gli schieramenti. Quando si parla di politica in Iran c’è sempre questo paragone tra il prima, con lo Scià e il dopo, con la repubblica islamica, e ci sono quelli che pensano che con la repubblica islamica sia migliorato e chi invece è nostalgico del periodo dello Scià.

Come è stato questo 2026, quando dopo le vibranti proteste di piazza si è palesata la minaccia di un attacco militare dagli USA?

L’ingresso dell’America nel conflitto che già c’era tra l’Iran e Israele ha accelerato molto le cose. Gli ultimi mesi in Iran son stati molto stressanti, tra le proteste, il blocco di internet, le notizie di una guerra alle porte, il dolore che ho visto tra tutti i miei amici e amiche iraniane. Ricordo che dopo le proteste di piazza sono tornata alle prove di teatro dove andavo e le mie amiche si sono messe a piangere. La cosa più difficile di quei giorni era la capacità di capire e analizzare la situazione poiché con il blocco di internet non arrivava nessuna notizia e quelle poche che arrivavano non sapevamo se fossero vere oppure no. Soprattutto quelle che venivano dall’estero. La situazione pian piano poi è diventata poco sicura, io per alcuni giorni ho evitato d’uscire. La morte di tanti giovani e la sofferenza di un’intera generazione e la loro perdita di speranza io l’ho vista e vissuta soprattutto attraverso le persone che mi stavano attorno. La loro afflizione partiva dal presupposto del “Noi le abbiamo provate tutte ma non è bastato”. Tra i miei conoscenti ho avuto persone che hanno perso i loro parenti durante le proteste: è stato un periodo difficile.

Quando è stato il giorno in cui hai davvero pensato che restare era così pericoloso, da decidere di tornare in Italia?

Dopo le proteste questo periodo di incertezza è continuato: ogni giorno sentivamo notizie riguardo la volontà di Trump di attaccare. Tra le tante analisi che ognuno faceva, io ho sempre pensato che questa guerra non conveniva a nessuno, da entrambe le parti. Tra le persone che avevo accanto tantissime invece erano sicure di questo attacco: mi chiamavano per dirmi di comprare provviste, bombole del gas, di prepararmi alla guerra. Io non volevo crederci. Purtroppo così è stato.

E poi arriva il 28 febbraio, il giorno dell’attacco.

Il giorno in cui hanno attaccato io stavo facendo lezione online con la mia alunna quando ho sentito un boato. La mia coinquilina è uscita dicendomi che Trump aveva attaccato. Io non volevo crederci e le ho risposto che era qualcos’altro. Finita la lezione abbiamo letto le notizie che erano state sganciate le bombe nel centro di Teheran. Dopo qualche ora sono uscita ho visto la gente per strada e le colonne di fumo che si alzavano. E da li abbiamo sentito per tutto il giorno boati a seguito delle bombe sganciate. Quella notte è stata davvero difficile dormire. Mi sono svegliata con il blocco di internet. Chiamavo le mie amiche per sincerarmi come stavano. Ho lasciato Teheran perché la situazione era troppo pericolosa, la città era piena di posti di blocchi di militari. Era una situazione surreale: una cosa così non l’avevo mai vista. Quando hanno cominciato a bombardare molto vicino a dove mi ero da poco trasferita, al punto che ho visto i palazzi distrutti, vetri ovunque, è stato lì che mi sono detta che non potevo più aspettare. Ho provato fino all’ultimo di restare sperando che la situazione si sistemasse ma non è stato cosi. La prima guerra tra Israele ed Iran mesi fa, le continue proteste e, infine, il secondo attacco mi hanno fatto pensare che non potevo più restare.

E hai deciso di venire a Parma da tua sorella.

Mia sorella Zeinab era preoccupatissima. Sono passate circa tre settimane. Da cittadina italiana mi sono rivolta all’ambasciata italiana a Teheran e mi aspettavo qualche informazione riguardo a come arrivare al confine in sicurezza. Purtroppo non ho ricevuto alcun aiuto, mi è stato detto di muovermi in autonomia, di contattare personalmente qualche agenzia iraniana di viaggi. Speravo in un aiuto nel guidarmi verso il passaggio più sicuro. La maggior parte dei miei amici a cui avevo chiesto consiglio non sapevano come fare. Non c’erano certezze. La mia paura era quella che seppur fossi riuscita a prendere qualche mezzo di non sapere se fossi sulla via giusta: essere vittima di un bombardamento durante il tragitto o arrivare al confine e non passare. Non avevo accesso libero ad internet, non era possibile capire se i confini erano aperti. Sono riuscita nonostante tutto, tra mille paure e timori ad arrivare a Khoy, l’ultima cittadina iraniana al confine con la Turchia. Mi sono un po’ tranquillizzata perché lì ho visto altre persone iraniane che vivevano all’estero e volevano espatriare. Da li ho attraversato il confine e un pullmino ci ha portato a Van, la prima città turca. Prima di arrivare ho dovuto superare quattro controlli da parte della polizia turca. Da Van ho preso un aereo per Istanbul e da Istanbul per l’Italia.

Sull’aereo per l’Italia cosa provavi?

Ero stanchissima. Purtroppo sono riuscita a portare pochissime cose: una valigia e uno zaino. La guerra livella e rivede le proprie priorità, al momento di decidere cosa portare con me ho scelto cose che ritenevo davvero importanti: ho preferito anziché mettere abiti o scarpe portare i miei libri di poesie persiane, soprattutto di Hafez, ricordi dell’infanzia, le lettere che mi scrivevo con le mie amiche, il mio diario delle elementari. Ricordo il momento in cui davanti ai miei libri, alle cose dell’infanzia mi sono trovata a decidere e a scegliere quali di questi per me erano importanti. Un momento in cui mi sono detta: il libro di poesie di Rumi posso lasciarlo o no? Quale mi sta più a cuore? La guerra dà il vero valore delle cose. Con la guerra si ricalibra la scala delle priorità. Purtroppo mi sono ritrovata a lasciare tante cose. In questa esperienza mi consolo pensando che spesso nella mia vita mi sono dovuta reinventare, cambiare tante città, cambiare percorso di vita e anche in queste circostanze mi sono ritrovata a dover lasciare cose indietro. Quando ci penso mi dico “Somaya, Però ricordati che tu hai sempre tutto nel cuore. I veri ricordi sono quelli che porti dentro di te, non legati alla materialità degli oggetti”.

Libri di poesia?

Gli iraniani sono molto attaccati alla poesia.In Iran nel solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno, che in Iran chiamano “la Notte di Yalda” gli iraniain si ritrovano attorno ad un tavolo e leggono le poesie di Hafez. Loro danno molto importanza ad Hafez: in ogni casa persiana c’è sempre un libro del Corano e uno di Hafez e sono sempre uno accanto all’altro. Si fa anche la divinazione col libro di Hafez: fai una domanda, apri il libro e la poesia che ne viene fuori ti da un messaggio preciso di quel momento della tua vita.
Nella notte di Yalda preparano il Korsi, una tavola bassa ricoperta con una grossa tovaglia e sotto questa tavola viene messo qualcosa per riscaldare, il Korsi è addobbato con frutta secca, cocomero, melograno e altro cibo e le persone sedute sui tappeti con le gambe sotto questa tovaglia si riscaldano e tutti insieme si mangia e si leggono poesie. È una festa antichissima.

Il ricongiungimento con tua sorella come è stato?

Quando ho passato l’ultimo controllo all’aereoporto di Bergamo lì ho pensato che era veramente successo. Fino all’ultimo ero molto stressata. Quando ho sentito il vociare italiano mi sono detta: è davvero finita. Con mia sorella ci siamo viste in stazione a Milano e ci siamo abbracciate a lungo. Il primo “pranzo” italiano è stata una focaccia. Arrivata a casa, dopo settimane e mesi, ho dormito finalmente in tranquillità. Mi sono addormentata senza più pensare a nulla, senza più pensare al fatto che poteva cadermi una bomba in testa, del mio futuro in mezzo ad una guerra.

E adesso?

Adesso posso pensare a un lavoro da cercare o se riprendere gli studi o altre attività. Pensare finalmente a cose a cui pensa la gente normale, anziché pensare se domani mattina sarò ancora viva oppure no. Negli ultimi tempi in Iran dovevo pensare “ma stanotte io se dormo qui ,coi vetri, è sicuro oppure no?”
Ho cambiato tante volte vita e città e anche dopo questo cambiamento pensare che non è facile a 30 anni ricominciare da capo in un altro Paese, con una nuova vita, nuove amicizie. Quello che mi rende speranzosa è che mi dico che l’ho fatto tante altre volte, e che è vero che è difficile ma ce l’ho sempre fatta.
Quando sarò vecchia avrò tantissime cose da raccontare.

Come vedi il tuo futuro? In Iran o altrove? E cosa ti manca dell’Iran?

Dell’Iran mi mancano le amicizie, le comunicazioni ad ora sono difficoltose tra di noi. Mi mancano i progetti di vita e professionali che ho dovuto lasciare. Mi manca il mio quartiere, le strade il cibo, la cordialità delle persone.
Il futuro lo vedo ad ora in Italia ma mi piacerebbe che un giorno la situazione in Iran si aggiustasse e che ci fosse la possibilità di tornarci tranquillamente. Provo solo dolore, pena e tristezza per quello che sta succedendo attualmente in Iran.

Quante cose,

atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,

ci servono come taciti schiavi,

senza sguardo, stranamente segrete!

Dureranno piú in là del nostro oblio;

non sapran mai che ce ne siamo andati.

(Jorge Luis Borges)

Stefano Frungillo

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-02-28.png 1217 2163 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-04-24 09:43:232026-04-24 09:43:25In fuga dall’Iran sotto le bombe. La storia di Somaya, esule di guerra, che ricomincia da Parma

Quel sabato a bloccare il treno delle armi, con la fascia tricolore. Intervista a Roberto Bernardini

20 Marzo 2026/0 Commenti/in Interviste, Storie/da redazione

Era un sabato pomeriggio, quel 22 febbraio 2003, e per bloccare un treno carico di armi in transito a Fornovo Taro ci fu un sindaco che scese sui binari indossando “addirittura” la fascia tricolore.

Quel sindaco era Roberto Bernardini, primo cittadino di San Secondo Parmense dal 2002 al 2010.

«Ricordo bene quel giorno, anzi quei giorni – racconta Bernardini – per tutta la settimana c’erano state manifestazioni pacifiste in tutta Italia. Si profilava la guerra in Iraq da parte degli americani, definita anche seconda guerra del Golfo. E in preparazione, l’esercito USA, stava raccogliendo armi da tutte le sue basi per farle confluire a Camp Derby, in Toscana per imbarcarle. C’era molto fermento e le varie organizzazioni prevedevano di fermare il passaggio dei treni militari. A quel punto, dopo essermi consultato col vicesindaco, avevo ritenuto di essere presente come rappresentante della cittadinanza, avendo giurato sulla Costituzione e, dunque, nel pieno rispetto dell’articolo 11 che sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa o risoluzione delle controversie internazionali».

E come andò? Fermaste davvero il treno militare?

«Si ritrovarono a Fornovo un paio di centinaia di persone con l’intento di manifestare… fermarlo se ci fosse stata la possibilità. Occupammo i binari ma all’arrivo del treno i carabinieri e le forze dell’ordine ci fecero sgomberare e così facemmo, nessuno voleva lo scontro ma solo manifestare per la pace. L’atto dimostrativo era riuscito, tanto che uscì un’Ansa e finì sui giornali di tutta Italia. Ancora non c’erano i social network».

Per questo “atto dimostrativo” finì a processo. Di quello si seppe meno, come spesso accade.

«Sì, arrivò l’avviso di garanzia al sottoscritto e al consigliere regionale Renato Del Chiappo. Solo a noi due, in quanto identificati come “capi” della protesta, cosa che non eravamo ma sì, solo noi eravamo rappresentanti delle istituzioni. Il reato contestato era interruzione di pubblico servizio».

Come visse quel periodo?

«Si ricorda di “Cuore”, il settimanale satirico che aveva una rubrica “visto da destra, visto da sinistra” … legga l’informativa dei carabinieri… e poi quella della Digos».

Bernardini scartabella dal fascicolo processuale che ha conservato e tira fuori l’informativa dei carabinieri. È una fotocopia dove sotto una foto, che è una macchia scura, si legge: “Panoramica dell’intervento delle forze dell’ordine per sgomberare la ferrovia, si nota solo l’indagato Bernardini in piedi quasi a voler dimostrare la sua parte di leader nella manifestazione” … «in realtà – dice l’ex sindaco – mi stavo alzando per obbedire all’ordine di sgomberare… la cosa divertente è però mettere a confronto la relazione della Digos sugli stessi fatti… “I due, Bernardini e Del Chiappo, si sono prodigati affinché la manifestazione avesse buon fine e dunque per un verso il treno non fosse realmente bloccato e d’altro canto fosse evidente il risultato dei manifestanti” … sembrano due film diversi» sorride Bernardini.

Come finì il processo? Condannato o assolto?

«La prima udienza doveva tenersi il 7 febbraio 2006, tre anni dopo i fatti, ma quel giorno fui colpito da una gastroenterite, ho ancora qui il certificato medico, e ottenemmo un rinvio. Iniziò sei mesi dopo e durò tre udienze. Alla fine, nel 2008, venimmo assolti perché il fatto non costituiva reato, nel senso che il treno oggetto della manifestazione arrivò a destinazione con 10 minuti di ritardo che, per quella linea ferroviaria, era considerato un ritardo ordinario, anzi forse meno del solito…» sorride ancora, Bernardini.

«L’accusa la sostenne il procuratore capo, Panebianco. Io fui difeso dall’avvocata Pezzoni, mentre il compagno Del Chiappo volle un principe del foro, anche se il suo linguaggio era più colorito…»

In che senso?

«Io ero del Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) mentre lui era in Rifondazione Comunista. Con qualche esagerazione diceva: per difenderci da questa accusa destrorsa, ci vuole un avvocato di destra… morale, volle affidare la difesa all’avvocato L’Insalata, che in effetti fu molto bravo».

Insomma scene alla Peppone e Don Camillo. Cosa ricorda ancora di quel periodo?

«Ovviamente la minoranza di centrodestra chiese le mie dimissioni, ma peraltro le chiedeva tutte le settimane, mentre alla notizia del fatto che eravamo indagati ci fu un’ondata di solidarietà. Venne Don Vitaliano Della Sala, che all’epoca era molto attivo, prese posizione il presidente della Provincia, Andrea Borri, mi contattò l’allora deputata Carmen Motta e tanti altri. Don Luciano Scaccaglia organizzò una raccolta firme in Santa Cristina… conservo ancora il pacco di fogli. Arrivarono lettere da ogni dove, compresa una dalla Tunisia, di un signore che mi ringraziava».

L’articolo scritto da Bernardini per il settimanale Rinascita (28/02/2003)

A distanza di oltre vent’anni come valuta quell’azione?

«La considero uno dei momenti in cui ho svolto meglio il ruolo di rappresentante dei cittadini nelle istituzioni democratiche. Credo che anche il giudice, nell’assolverci, ritenesse che alla fin fine eravamo imputati per un reato di opinione… Vede io credo che per un politico, un amministratore pubblico, la legalità è importante anzi imprescindibile nella gestione dei soldi pubblici, mentre manifestare le proprie idee, anche con azioni eclatanti, se lo si fa pacificamente, sia un valore democratico che va difeso. E colgo l’occasione per dare la mia solidarietà a tutti gli indagati per la manifestazione del 1° ottobre scorso».

Fa ancora politica? A che partito è iscritto?

«Oggi ho solo tre tessere: Anpi, Fiab e Legambiente. Il clima della politica è cambiato molto e non in meglio. All’epoca la mobilitazione contro la guerra in Iraq fu forte e molto ampia. Oggi, al di là del grande impegno nel settembre e ottobre scorso per la Palestina, dove ho visto una forte presenza di giovani cosa che fa piacere, si manifesta poco. L’unico rimasto in prima fila, di allora, è Emilio Rossi a cui va tanto di cappello, e certo ci sono anche altre presenze attive. Tuttavia vi è un disimpegno generale e non so dire se è dovuto al fatto che siamo assuefatti o rassegnati. Purtroppo le guerre sono aumentate e noi, cittadini comuni, ci sentiamo impotenti a chiedere la pace».

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_8899-scaled-e1774005652332.jpeg 1088 1993 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-03-20 12:31:512026-03-20 12:31:53Quel sabato a bloccare il treno delle armi, con la fascia tricolore. Intervista a Roberto Bernardini

«Occorre uno scatto di coraggio negli enti per assumersi la responsabilità, quando avvengono casi di violenza»

6 Marzo 2026/0 Commenti/in News, Interviste/da redazione


Intervista a Marco Deriu, sociologo, cofondatore di Maschi che si immischiano

La Giornata internazionale della Donna, 8 marzo, quest’anno vede sul tavolo due temi rilevanti, uno di spessore nazionale (Disegno di legge di contrasto alla violenza sessuale), l’altro di livello locale se pur anch’esso con riflessi nazionali (la vicenda del Teatro Due).

È interessante ascoltare il punto di vista maschile, alla luce dell’esperienza dell’associazione Maschi Che Si Immischiano. Ne parliamo con Marco Deriu, sociologo, docente con vari incarichi presso l’Università di Parma, autore e saggista di studi sulla mascolinità e relazioni di genere (foto in riquadro).

Partiamo dal DDL di contrasto alla violenza sessuale, che approvato all’unanimità alla Camera prevedeva l’esplicito consenso ai rapporti sessuali. Consenso che invece, nella discussione in Senato, è stato espunto dalla modifica apportata dalla senatrice e, nota avvocata penalista, Bongiorno, che ha inserito invece il “dissenso”. È più tutelante o è un arretramento, rispetto al contrasto degli stupri?

È un arretramento rispetto alla convenzione di Istanbul che l’Italia ha ratificato nel 2013, che già riconosceva la violenza a fronte di atti sessuali compiuti su una persona senza il suo consenso libero e volontario. Quella era già una legge dello Stato e si trattava di perfezionare e migliorare, di certo non di tornare indietro. Al di là dell’aspetto normativo è nei fatti un arretramento perché parlare di volontà contraria all’atto sessuale è qualcosa di più riduttivo che non riconoscere pienamente il consenso come diritto all’autodeterminazione della donna nel rapporto sessuale. È un po’ come se si dicesse che la donna e il suo corpo sono disponibili per il piacere maschile “fino a prova contraria”. In un processo cambia la dinamica, perché nell’ipotesi del consenso chi viene accusato di un atto di violenza sessuale deve spiegare cosa gli ha fatto credere che la donna fosse consenziente, invece nell’ipotesi del dissenso è la donna che dovrà dimostrare di aver espresso la propria “volontà contraria” fuori da ogni possibile dubbio.

L’onere della prova si inverte?

Esatto, e in più rischia di rafforzare le forme di vittimizzazione secondaria, perché sposta tutto l’onere della prova sulla persona che subisce. Se guardiamo questo arretramento dal punto di vista di chi si impone, emerge un interrogativo su che idea hanno i maschi della sessualità, del piacere, della corporeità. Questo è un tema che si fatica ad affrontare fino in fondo, cioè esprime una sessualità come forma di piacere che non è costruita sulla libertà, sul desiderio di entrambi, sulla fiducia, sull’appagamento reciproco, ma è costruita su un’affermazione unilaterale o addirittura su un godimento del predominio. Questo è un sintomo della cultura nella quale siamo immersi e che fatichiamo a mettere in discussione.

La Fondazione Giulia Cecchettin ha diffuso uno spot con quattro giovani uomini a tavola che chiacchierano del loro rapporto con le donne dicendo “comunque non si può più dire niente”, “io ho solo fatto così”. Come valuti questo spot? È efficace? Può incidere sulla cultura patriarcale?

Lo giudico interessante perché fa parte di una trasformazione che c’è stata nell’ambito della pubblicità sociale sul tema della violenza che per tanti anni si è concentrata sulla vittima, con effetti un po’ paradossali. In questa campagna ci sono alcune cose molto buone, in particolare la critica della banalizzazione e della normalizzazione di una serie di comportamenti a partire dal linguaggio, e poi il tema della collusione o della complicità maschile in molti di questi atteggiamenti.

C’è il tema dell’escalation perché si parte dal commento, poi il non vestirsi in un certo modo, il controllo del telefono, la diffusione delle foto, il pugno sul muro fino alla minaccia di femminicidio. Infine il focus sul cambiamento maschile. Questi sono gli aspetti interessanti. Credo che in queste campagne la cosa più difficile sia lavorare sull’insight, cioè sulla capacità di questi spot di entrare nel modo di pensare dell’interlocutore, in questo caso di giovani uomini, per trovare un aggancio e introdurre uno spunto per modificare il pensiero, l’atteggiamento. In questo caso l’aggancio sembra l’invito a riflettere sull’escalation, non so se è sufficiente.

Venendo a Parma, al caso del Teatro Due, del regista condannato per violenza sessuale su due attrici dal tribunale del lavoro, con la correità del Teatro per non aver fatto tutto quello che poteva per evitare gli atti compiuti dal regista. La ferita è ancora aperta?

Penso che la ferita sia ancora aperta per vari motivi. La sentenza riconosceva una responsabilità primaria dell’autore ma contemporaneamente anche quella del teatro per mancata vigilanza o mancato accertamento. Ha pesato l’oscuramento, la non pubblicazione, nella sentenza del nome dell’autore. Questo ha contribuito a rendere più difficile la discussione e anche a spingere più al centro della scena il Teatro. Il fatto che l’autore sia rimasto nell’ombra è comunque un problema pubblico. Per esempio recentemente questa persona ha ottenuto un riconoscimento con un incarico da parte di un soggetto politico. Fatico a credere che i responsabili di quel partito non fossero a conoscenza di quelle sentenze. In tutti i modi viene da chiedersi se la dirigenza di quel partito politico non sapeva o se ha voluto non solo legittimare o sostenere una persona, ma anche in qualche modo sdoganare un certo tipo di cultura e di comportamenti.

Parliamo della DC, un partitino…

Certo, però è significativo perché viene troppo a ridosso dei fatti, quindi questa cosa fa pensare.

Un altro elemento che lascia aperta la ferita è il fatto che il CDA del Teatro ha esplicitamente affermato di voler far ricorso, almeno per la parte che riguarda la responsabilità del teatro, quindi questo farà sì che la questione si trascinerà per lungo tempo. Questo ha una ricaduta anche sulle persone che hanno subito, sulla comunità, e accresce i dubbi sulla rielaborazione da parte del teatro di questa faccenda. Il nodo da mettere a fuoco è che questa vicenda, come altre analoghe, segnala la difficoltà di aprire un percorso di riflessione sul perché queste violenze continuano ad accadere e quali elementi culturali, sociali, o quali dinamiche di potere, permettono o addirittura favoriscono questo tipo di condotta portando all’isolamento delle persone abusate e ostacolando l’emersione e il contrasto di questi crimini.

Occorre evidenziare la fatica dei “contesti” – intesi come enti, aziende, istituzioni – nell’affrontare adeguatamente questo genere di problematiche. Nel caso del Teatro penso che sia stato un errore da parte della direzione non assumersi immediatamente una responsabilità in termini concreti. Quando avviene qualcosa di grave dentro un’istituzione che si dirige, e questa cosa non è semplicemente un evento isolato ma una condotta o addirittura un costume, occorre immediatamente riconoscere la gravità del fatto, rimettere il proprio mandato e dire onestamente: non abbiamo fatto a sufficienza, non abbiamo riconosciuto, non abbiamo capito la gravità, però ci assumiamo la nostra responsabilità e così apriamo la possibilità di una riflessione su cosa non ha funzionato e su come evitare che si ripeta. Non è una questione personale ma un atto di responsabilità istituzionale.

A mio avviso, il fatto di avere rifiutato questo passaggio, paradossalmente ha messo il Teatro più al centro della discussione. Perché le associazioni del territorio e l’opinione pubblica, hanno visto nella postura del CdA una forma di negazione delle proprie responsabilità e degli aspetti contestuali che hanno permesso queste situazioni. Evidentemente c’è stato un timore, la paura di una perdita di immagine, la paura di perdere la faccia. Però questo, in realtà, ha peggiorato la situazione.

Alla fine la direttrice del Teatro Due ha dato le dimissioni, con la maschera dell’autosospensione. E a giugno ci sarà il rinnovo del cda. Che riflessione si può fare in vista di quel passaggio?

Ribadisco, secondo me, è emersa una fragilità del contesto, al di là delle persone e delle responsabilità che molto laicamente ci si dovrebbe assumere. E devo dire che anche con l’iniziativa delle lettere di sostegno alla Direzione, e con le dichiarazioni pubbliche – comprese quelle degli ultimi giorni del Direttore ad Interim – il Teatro continua a dare l’idea di voler chiudere la faccenda, normalizzare la situazione, pensare ad altro e allontanare qualsiasi tentativo di una riflessione più aperta e profonda che farebbe maturare il teatro e la città.

Ma ci tengo a dire che non stiamo parlando di un caso isolato, ma di una dinamica relativa alle violenze di genere che abbiamo visto in tanti contesti diversi anche nella nostra città. Quando la violenza avviene vicino a noi nei contesti di vita, di lavoro, di formazione, di impegno politico è difficilissimo parlarne pubblicamente e liberamente. Scattano tutta una serie di meccanismi di tutela, di autotutela, di prudenza. Si cerca di svicolare, di nascondersi, di tenere il profilo più basso possibile. È una forma di “diniego”: sappiamo ma non vogliamo saperne, non vogliamo interrogarci. Ma questo non ci fa maturare: né le persone che si trovano direttamente coinvolte, né le istituzioni, né la comunità. Occorre davvero uno scatto di coraggio nel provare a riconoscere che cosa avviene in queste situazioni, cosa blocca la discussione, come evitare le negazioni e le proiezioni, e quali percorsi si possono costruire per migliorare la risposta della comunità in termini di prevenzione, ma anche in termini di rielaborazione e maturazione collettiva. Su questo tema ci siamo interrogati con alcune colleghe in università e prossimamente proporremo un percorso laboratoriale di riflessione coinvolgendo diverse realtà del territorio.

Nel 2026 sono dieci anni di Maschi Che Si Immischiano (MCSI). C’è la sensazione di aver cambiato qualcosa nell’approccio culturale maschile alle relazioni con il femminile?

Qualcosa io credo che sia cambiato, e non solo per merito di Maschi che si immischiano o di altri gruppi di uomini, ma in generale; cioè credo che negli ultimi dieci anni sia diventato patrimonio un pochino più diffuso il fatto che in questa vicenda del contrasto alla violenza, del contrasto al sessismo, al machismo, alle forme di cultura patriarcale, si è colto che il ruolo degli uomini è determinante in termini di autoconsapevolezza e di cambiamento, ma anche in termini di capacità di sviluppare strumenti e percorsi che danno vita a forme di maschilità e a forme di relazione tra i generi più libere, non solo nelle relazioni personali, ma anche appunto nei differenti contesti sociali.

Credo che anche dentro la città questa cosa un po’ sia avvenuta, tant’è che Maschi che si immischiano è chiamata a partecipare ad incontri pubblici, a scuola, nelle imprese, nei luoghi dello sport. È richiesta una collaborazione, una forma di alleanza per un cambio di civiltà. Non è sempre facile ma ci si prova. Tutto questo avendo ben presente cosa sta succedendo a livello internazionale con il proliferare delle guerre, il diffondersi della violenza e della legge del più forte come forma di gestione dei rapporti al proprio interno e tra Stati. Anche la distruzione dell’ambiente e del vivente ci dice che un certo tipo di cultura della violenza non solo non è scomparsa, ma sta assumendo forme nuove e quindi occorre migliorare la nostra capacità di lettura e di intervento.

Credo che la cosa però importante da dire è che il lavoro con il mondo maschile a tutti i livelli è una partita determinante e che occorre da questo punto di vista certamente riconoscere e definire delle responsabilità, ma anche riconoscere e valorizzare le risorse e le opportunità che si aprono quando gli uomini scelgono di mettersi in gioco, piuttosto che nascondersi. Quando provano a lavorare sulle proprie relazioni e portare così un contributo a questa trasformazione culturale.

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_8091-scaled.jpg 1164 2560 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-03-06 10:07:312026-03-06 10:07:33«Occorre uno scatto di coraggio negli enti per assumersi la responsabilità, quando avvengono casi di violenza»
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