Quel sabato a bloccare il treno delle armi, con la fascia tricolore. Intervista a Roberto Bernardini

Era un sabato pomeriggio, quel 22 febbraio 2003, e per bloccare un treno carico di armi in transito a Fornovo Taro ci fu un sindaco che scese sui binari indossando “addirittura” la fascia tricolore.

Quel sindaco era Roberto Bernardini, primo cittadino di San Secondo Parmense dal 2002 al 2010.

«Ricordo bene quel giorno, anzi quei giorni – racconta Bernardini – per tutta la settimana c’erano state manifestazioni pacifiste in tutta Italia. Si profilava la guerra in Iraq da parte degli americani, definita anche seconda guerra del Golfo. E in preparazione, l’esercito USA, stava raccogliendo armi da tutte le sue basi per farle confluire a Camp Derby, in Toscana per imbarcarle. C’era molto fermento e le varie organizzazioni prevedevano di fermare il passaggio dei treni militari. A quel punto, dopo essermi consultato col vicesindaco, avevo ritenuto di essere presente come rappresentante della cittadinanza, avendo giurato sulla Costituzione e, dunque, nel pieno rispetto dell’articolo 11 che sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa o risoluzione delle controversie internazionali».

E come andò? Fermaste davvero il treno militare?

«Si ritrovarono a Fornovo un paio di centinaia di persone con l’intento di manifestare… fermarlo se ci fosse stata la possibilità. Occupammo i binari ma all’arrivo del treno i carabinieri e le forze dell’ordine ci fecero sgomberare e così facemmo, nessuno voleva lo scontro ma solo manifestare per la pace. L’atto dimostrativo era riuscito, tanto che uscì un’Ansa e finì sui giornali di tutta Italia. Ancora non c’erano i social network».

Per questo “atto dimostrativo” finì a processo. Di quello si seppe meno, come spesso accade.

«Sì, arrivò l’avviso di garanzia al sottoscritto e al consigliere regionale Renato Del Chiappo. Solo a noi due, in quanto identificati come “capi” della protesta, cosa che non eravamo ma sì, solo noi eravamo rappresentanti delle istituzioni. Il reato contestato era interruzione di pubblico servizio».

Come visse quel periodo?

«Si ricorda di “Cuore”, il settimanale satirico che aveva una rubrica “visto da destra, visto da sinistra” … legga l’informativa dei carabinieri… e poi quella della Digos».

Bernardini scartabella dal fascicolo processuale che ha conservato e tira fuori l’informativa dei carabinieri. È una fotocopia dove sotto una foto, che è una macchia scura, si legge: “Panoramica dell’intervento delle forze dell’ordine per sgomberare la ferrovia, si nota solo l’indagato Bernardini in piedi quasi a voler dimostrare la sua parte di leader nella manifestazione” … «in realtà – dice l’ex sindaco – mi stavo alzando per obbedire all’ordine di sgomberare… la cosa divertente è però mettere a confronto la relazione della Digos sugli stessi fatti… “I due, Bernardini e Del Chiappo, si sono prodigati affinché la manifestazione avesse buon fine e dunque per un verso il treno non fosse realmente bloccato e d’altro canto fosse evidente il risultato dei manifestanti” … sembrano due film diversi» sorride Bernardini.

Come finì il processo? Condannato o assolto?

«La prima udienza doveva tenersi il 7 febbraio 2006, tre anni dopo i fatti, ma quel giorno fui colpito da una gastroenterite, ho ancora qui il certificato medico, e ottenemmo un rinvio. Iniziò sei mesi dopo e durò tre udienze. Alla fine, nel 2008, venimmo assolti perché il fatto non costituiva reato, nel senso che il treno oggetto della manifestazione arrivò a destinazione con 10 minuti di ritardo che, per quella linea ferroviaria, era considerato un ritardo ordinario, anzi forse meno del solito…» sorride ancora, Bernardini.

«L’accusa la sostenne il procuratore capo, Panebianco. Io fui difeso dall’avvocata Pezzoni, mentre il compagno Del Chiappo volle un principe del foro, anche se il suo linguaggio era più colorito…»

In che senso?

«Io ero del Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) mentre lui era in Rifondazione Comunista. Con qualche esagerazione diceva: per difenderci da questa accusa destrorsa, ci vuole un avvocato di destra… morale, volle affidare la difesa all’avvocato L’Insalata, che in effetti fu molto bravo».

Insomma scene alla Peppone e Don Camillo. Cosa ricorda ancora di quel periodo?

«Ovviamente la minoranza di centrodestra chiese le mie dimissioni, ma peraltro le chiedeva tutte le settimane, mentre alla notizia del fatto che eravamo indagati ci fu un’ondata di solidarietà. Venne Don Vitaliano Della Sala, che all’epoca era molto attivo, prese posizione il presidente della Provincia, Andrea Borri, mi contattò l’allora deputata Carmen Motta e tanti altri. Don Luciano Scaccaglia organizzò una raccolta firme in Santa Cristina… conservo ancora il pacco di fogli. Arrivarono lettere da ogni dove, compresa una dalla Tunisia, di un signore che mi ringraziava».

L’articolo scritto da Bernardini per il settimanale Rinascita (28/02/2003)

A distanza di oltre vent’anni come valuta quell’azione?

«La considero uno dei momenti in cui ho svolto meglio il ruolo di rappresentante dei cittadini nelle istituzioni democratiche. Credo che anche il giudice, nell’assolverci, ritenesse che alla fin fine eravamo imputati per un reato di opinione… Vede io credo che per un politico, un amministratore pubblico, la legalità è importante anzi imprescindibile nella gestione dei soldi pubblici, mentre manifestare le proprie idee, anche con azioni eclatanti, se lo si fa pacificamente, sia un valore democratico che va difeso. E colgo l’occasione per dare la mia solidarietà a tutti gli indagati per la manifestazione del 1° ottobre scorso».

Fa ancora politica? A che partito è iscritto?

«Oggi ho solo tre tessere: Anpi, Fiab e Legambiente. Il clima della politica è cambiato molto e non in meglio. All’epoca la mobilitazione contro la guerra in Iraq fu forte e molto ampia. Oggi, al di là del grande impegno nel settembre e ottobre scorso per la Palestina, dove ho visto una forte presenza di giovani cosa che fa piacere, si manifesta poco. L’unico rimasto in prima fila, di allora, è Emilio Rossi a cui va tanto di cappello, e certo ci sono anche altre presenze attive. Tuttavia vi è un disimpegno generale e non so dire se è dovuto al fatto che siamo assuefatti o rassegnati. Purtroppo le guerre sono aumentate e noi, cittadini comuni, ci sentiamo impotenti a chiedere la pace».

Francesco Dradi

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