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Un podcast dentro il San Leonardo

12 Giugno 2026/0 Commenti/in Storie/da redazione

Era una sera di novembre quando Savino Paparella, che non conoscevo di persona (ma che ricordavo per un’eccellente interpretazione teatrale di Antonio Cieri, il comandante anarchico delle Barricate del Naviglio, Al Forestér) mi contattò scrivendomi “sto pensando di fare un podcast sul quartiere San Leonardo” aggiungendo con quel minimo di ruffianeria “Ho letto il tuo libro che mi è piaciuto molto” e offrendomi un caffè e due chiacchiere (ho scoperto poi che lui beve solo ginseng).

Ci incontrammo al Tribeca e mi spiegò la scintilla. “L’altro giorno ho visto sul giornale questo titolo: “Lite in strada a San Leonardo”. Incuriosito lego l’articolo e scopro che era una lite di gelosia tra due uomini per una donna. A quanto pare i due si erano incontrati casualmente in una via del quartiere e si erano menati, ma a finire nel titolo non era la gelosia ma il San Leonardo. Questa cosa mi ha indispettito molto perché era evidente che il quartiere non c’entrava, ma era una questione di rapporti personali, eppure è finito nel titolo. Allora mi sono detto: basta, facciamo qualcosa”.

Capite bene che c’è una differenza tra realtà, percezione e narrazione.

Abbiamo un po’ discusso di questo. Quanto la narrazione dei fatti – da parte dei media, dei social, dei politici – influenzi la percezione delle persone, specie quelle più vulnerabili, al di là di quella che è la realtà che pure può essere poco piacevole e non va nascosta.

La considerazione finale che abbiamo fatto era questa: se il litigio per gelosia fosse accaduto nel parco della Cittadella, nel titolo sarebbe finita la gelosia o la Cittadella?

“Insomma, mi disse Savino, vorrei fare un podcast che raccontasse il San Leonardo per quello che è veramente. Senza nascondere i problemi dello spaccio, ma anche raccontando le cose belle, sentendo le persone che valorizzano il quartiere. Ascoltando le storie e facendo capire come è evoluto il quartiere. Ti va di farlo assieme a me?”

“Ti ringrazio della fiducia, ma io non ho mai fatto un podcast”.

“Se è per questo, neppure io”.

“Ok, allora proviamoci. Se vuoi possiamo partire da una notizia di cronaca nera di un secolo fa: un ladro di cioccolata in via Trento… di cui accenno nel libro”.

“Dai, è proprio curiosa, raccontami”.

E così è nato il podcast. Io l’ho scritto, Savino ha trovato delle perle da Pasolini e da Celine e ha curato con meticolosità la parte musicale (sintetizzata alla perfezione, con l’aiuto della AI, in studio da Francesco Rabaglia).

Mentre lo registravamo è uscita la notizia che era stato rubato un camion con un carico di tavolette kit kat … Allora i ladri di cioccolata esistono ancora, abbiamo riso.

Francesco Dradi

– – –

Il podcast San Leonardo, ieri, oggi, domani potete ascoltarlo su spotify o youtube

Qui un reel di lancio.

Suddiviso in quattro puntate, per la durata complessiva di un’ora, il podcast San Leonardo, ieri, oggi, domani è un’ideale percorso a tappe nel quartiere con interviste a Giuseppe Massari (associazione Amici della Biblioteca di San Leonardo), Daniele Stefanì (delegato alla Sicurezza del Comune di Parma), Luciana Boschi, Danio, Roberto, Luciana, Enrico, Lorena, Cristina, Vittorio e Giovanni del gruppo Medaglie d’Oro Bormioli; Lorenzo Menozzi e Arman Harmanpreet Singh del centro giovani “Casa nel Parco”; Andrea Maestri di Manifesto San Leonardo e Urban Trail Cammino delle 7 Chiese.

Il podcast è impreziosito da citazioni letterarie interpretate da Elisa Cuppini e Franca Tragni. Sound design e mix di Francesco Rabaglia. Produzione di Loft, in collaborazione con Chiara Comunicazione

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_9608.jpeg 803 954 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-06-12 13:15:472026-06-12 13:15:49Un podcast dentro il San Leonardo

Sei licenziato! La lotta per il lavoro nel ginepraio della logistica

2 Giugno 2026/4 Commenti/in Interviste, Storie/da redazione

Intervista a Sekou Coulibaly, delegato sindacale in MD Service – Kamila

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro (articolo 1 della Costituzione).

In questo 2 giugno, in cui ricorre l’80esimo del referendum che vide gli italiani scegliere la repubblica rispetto alla monarchia, e che vide il primo voto delle donne, scegliamo di focalizzarci sul lavoro, perché a Parma è in atto una crisi aziendale nella logistica che appare senza via d’uscita.

È a rischio il posto di lavoro di 87 persone, che hanno ricevuto il preavviso di licenziamento collettivo. Si tratta del magazzino Kamila, allo Spip. La vicenda è raccontata qui e qui.

Per non fermarci ai numeri, e alle manifestazioni di protesta, abbiamo voluto approfondire la storia di vita di uno dei lavoratori più esposti alla Kamila, uno dei quattro delegati sindacali che all’improvviso si ritrova a svolgere un ruolo di primo piano nella lotta per il lavoro.

Mercoledì alle 16 ci sarà il primo round di incontri tra azienda (la cooperativa Md Service, che ha in appalto la gestione del magazzino Kamila) e sindacati. E Sekou Coulibaly (al centro nella foto sopra) sarà al tavolo.

Ci dica qualcosa di lei, si presenti.

«Mi chiamo Sekou Oumar Coulibaly. Sono senegalese, ho 34 anni. Sono sposato, e ho due figli: una bambina di 4 anni e un bambino di 2. La mia famiglia vive in Senegal. Ho chiesto il ricongiungimento familiare ma è lunga».

Quando è arrivato in Italia?

«Sono in Italia da dieci anni, per la precisione dall’agosto 2016. Non so se festeggerò questo anniversario a causa del possibile licenziamento ma sì, sono contento di essere qui. Il mio viaggio è stato quello di tanti: dal Senegal alla Libia via strada e poi sulle barche verso l’Italia. Ci hanno sbarcati a Catania, da lì a Bologna e poi smistati a Baganzola e quindi nel centro di accoglienza a Tabiano, vicino Salsomaggiore. Lì ho atteso circa tre anni e poi ho ricevuto il permesso di soggiorno per protezione speciale».

Come ha trovato lavoro?

«Ho trovato lavoro come magazziniere, per quattro mesi. Poi una pausa di disoccupazione, fino a quando sono stato assunto da MD Service per il magazzino Kamila, nel 2020. Sono sei anni che lavoro lì. All’inizio c’erano molti problemi: le malattie non erano coperte, gli straordinari erano pagati solo la metà delle ore che facevi in più. Ci sono state molte vertenze e scioperi e il sindacato ADL Cobas ci ha aiutato molto. La situazione adesso è regolare però le contestazioni disciplinari arrivano per la minima cosa e ti seguono anche in bagno per vedere che tu non perda tempo; e poi c’è continua richiesta di straordinari e non puoi dire di no».

Come è il contratto e lo stipendio?

«Il nostro contratto prevede 39 ore alla settimana e lo stipendio base è di 1.550 euro, più tredicesima e quattordicesima. Lavoriamo su sei giorni, da lunedì a sabato. Si comincia il turno alle 6 di mattina e spesso chiedono di fare straordinari, di fermarsi fino alle 17».

Ci racconti il suo lavoro, in cosa consiste.

«È un lavoro faticoso. Dopo aver timbrato il cartellino ti rechi alla tua posizione, che è un carrello elettrico con un computerino, dai un comando ed esce la missione da preparare, ossia i bancali che devi comporre con i colli da inviare ai supermercati Coop di Parma e della regione. Questo carrello viene chiamato “papalino”. È un nome buffo, non so perché venga soprannominato così. Ti rechi nelle corsie e componi il bancale, caricando la merce. Ci sono scatoloni di pasta che pesano 25 chilogrammi e li devi spostare con la forza delle braccia.

Io ho preso anche il patentino per guidare il carrello elevatore, quello che preleva e sposta bancali e merci dagli scaffali alti. Ma qui non c’è possibilità per quella mansione di lavoro».

Ma davverso siete solo tutti immigrati, alla Kamila?

«Siamo tutti stranieri di origine africana e asiatica. Ci sono senegalesi, nigeriani, gambiani, maliani e di altri Paesi. Era venuto un ragazzo italiano, ma dopo tre giorni è sparito. Gli italiani sono su, negli uffici.

Noi pensiamo che se c’erano degli italiani anche nella forza lavoro non ci trattavano così. I diritti dei contratti non sono sempre rispettati. Il passaggio di livello, quando ti spetta, non lo concedono mai in automatico, devi sempre chiedere e chiedere. Anzi, prima di rivolgerci al sindacato non ci ascoltavano neanche. Abbiamo imparato che dobbiamo fare rumore, altrimenti non rispondono. Il primo sciopero fu il 20 maggio 2022».

E lei è diventato delegato sindacale, come mai?

«Sono stato eletto delegato sindacale ma non mi ero proposto. Penso che i miei compagni abbiano visto che sono determinato e forse perché parlo abbastanza bene l’italiano, rispetto ad altri. Comunque mi impegno a fondo per cercare di rappresentare bene tutti i lavoratori».

E adesso vi vogliono licenziare e chiudere lo stabilimento. È così?

«Il preavviso di licenziamento è arrivato tramite Pec. Dall’8 agosto siamo licenziati. È stato un brutto colpo. Siamo determinati a lottare per conservare il posto di lavoro. La nostra prima richiesta è la revoca dei licenziamenti; chiediamo al datore di lavoro di trattare con il committente per tenere aperto il sito e anche di trovare nuovi clienti. In secondo luogo chiediamo che venga almeno attivata la cassa integrazione lunga, considerata la situazione».

Cosa significa perdere il lavoro?

«Perdere il lavoro sarebbe pesantissimo. Molti di noi, direi almeno la metà, nel giro di un anno dovrà rinnovare il permesso di soggiorno e senza lavoro non lo concedono e questo causa molti problemi.

Il mio scade a febbraio 2027, ma la pratica va avviata già a novembre. Nel mio caso passerei al permesso di soggiorno a lungo termine, sarei a posto. Invece se perdo il lavoro… non so cosa pensare».

Ma se le proponessero di conservare il posto di lavoro però trasferendosi ad Anzola, vicino Bologna?

«Non accetterei di trasferirmi ad Anzola o Bologna, se anche venisse l’offerta dal nuovo magazzino Kamila. Il motivo è semplice: ho comprato casa a Parma e vorrei fermarmi qui. Ho comprato nel quartiere San Leonardo, è un buon quartiere, mi trovo bene. E poi ho il mutuo da pagare, una rata mensile di 410 euro. Spostarsi renderebbe tutto difficile».

Quindi, comprando casa, vuol dire che è stabile qui in Italia, come si trova?

«Io penso di vivere qui in Italia e vorrei far venire la mia famiglia. Non ho intenzione di tornare in Senegal per due motivi: uno è che là il lavoro scarseggia e l’altro sono motivi familiari. Io vengo dalla campagna, facevo lavori saltuari in agricoltura e anche nel commercio. Mi piacerebbe ottenere la cittadinanza italiana, so che è un procedimento lungo e complesso, e non è nei miei pensieri adesso, anche se mi trovo bene in Italia. Il mio desiderio è il ricongiungimento con mia moglie e i figli».

Le piace il calcio?

«Sì, mi piace e ho capito cosa vuole chiedermi. Ma no, non sono parente dell’ex calciatore del Napoli: lui è del nord e io del sud del Senegal. In realtà Coulibaly è un cognome molto diffuso in tanti paesi dell’Africa occidentale. Però sì il calcio lo seguo ed è un motivo di orgoglio. Lui, (Kalidou Koulibaly, ndr) è una persona seria ed è il capitano della nazionale e adesso c’è attesa per la prima partita ai Mondiali, che sarà contro la Francia».

Visto che si trova bene a Parma, cosa pensa del sindaco Guerra?

«Qualche giorno fa, negli incontri istituzionali (in Prefettura e poi in Comune, con gli assessori De Vanna e Brianti, ndr) abbiamo incontrato il sindaco Guerra, è venuto a salutarci due minuti. È stato un gesto importante, lo abbiamo apprezzato. Speriamo davvero che come ha detto l’assessore De Vanna, parlino anche loro con Md Service, con Kamila e anche con Coop Alleanza, per aiutarci a risolvere questa situazione. Confidiamo anche sul loro impegno».

Segue la politica?

«Ammetto che non seguo la politica, conosco solo i nomi dei partiti principali e quindi non dico niente a riguardo, però voglio ringraziare la deputata Stefania Ascari (Movimento 5 Stelle, risiede a Modena, ndr) che ci ha aiutato molto nel 2023 e di nuovo anche adesso. È importante sapere che nel Parlamento nazionale c’è qualcuno che si impegna per noi».

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_9493_rid-scaled.jpeg 1764 2560 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-06-02 08:07:362026-06-02 08:07:36Sei licenziato! La lotta per il lavoro nel ginepraio della logistica

In fuga dall’Iran sotto le bombe. La storia di Somaya, esule di guerra, che ricomincia da Parma

24 Aprile 2026/0 Commenti/in Storie, Interviste/da redazione


L’imprevedibilità e la crudeltà di ogni guerra scompagina le vite delle persone. Anche, e soprattutto, dei “civili”, inermi. Il pericolo concreto di morire sotto i bombardamenti induce chiunque a pensare e tentare la fuga, pur dovendo, d’improvviso, abbandonare tutto, portando a fare scelte fino a quel momento impensabili.

È la storia rocambolesca di Somaya Aouichaoui, esule a Parma, scappata dalla guerra in Iran, arrivata nella nostra città venti giorni fa, per ricongiungersi con la sorella, portandosi dietro solo una valigia di… poesie.

La incontriamo in piazzale Picelli, così lontana eppure così vicina al quartiere armeno di Teheran dove viveva relativamente tranquilla fino al 28 febbraio scorso, quando Israele e gli USA hanno scatenato l’inferno sopra l’Iran. (In apertura fotogramma ripreso da video sul web, attacco a Teheran).

Andiamo per ordine che già di suo la vita di Somaya ha dello straordinario: donna con doppia cittadinanza, italiana e iraniana, una sorta di avanguardista di un mondo globale dove l’identità non sarà più definita dai confini, un’utopia alla faccia dei nazionalismi.

Somaya Aouichaoui

Per iniziare, Somaya, raccontaci la tua bio, come si dice oggi.

Ho trent’anni, sono nata in Puglia da padre tunisino e madre pugliese. Subito dopo venimmo a Parma, dove ho vissuto fino ai 17 anni. Nel 2012 mio padre trovò un’occasione di lavoro in Iran e, con essa, la notizia che mi sarei dovuta trasferire là, con la mia famiglia, i miei genitori e mia sorella piccola.

Che impatto ebbe questa notizia?

Quando ho capito che sarei andata a vivere con la mia famiglia in Iran ho sentito come prime emozioni stress e paura: vivere in un nuovo paese, provare l’incertezza del futuro riguardo ciò che sarei andata a fare veramente. Non sapevamo ancora in quale città saremmo andati di preciso. Ho dovuto interrompere gli studi. Avevo finito il terzo anno del Liceo Romagnosi. Col tempo però sentivo di essere anche emozionata poiché andavo a sperimentare qualcosa di diverso, con la speranza e voglia di conoscere qualcosa di nuovo. Anche se lasciare le cose che avevo qua mi ha fatto soffrire.

Qui cosa hai lasciato?

Ho lasciato mia sorella, che era già grande, e un’altra cosa che non pensavo all’epoca fosse così importante per me: la mia patria, l’Italia. Fin quando vivevo qui non era così importante, non ci pensi tanto. Io, figlia di papà tunisino e mamma italiana, sono sempre stata scissa, avevo parenti arabi, mi reputo una persona con identità mista composta da tantissime parti e aspetti e, con questa consapevolezza, lasciare l’Italia non pensavo potesse essere un dolore così grande. Vivendo in Iran invece mi sono accorta di quanto veramente amassi il mio Paese e Parma.

I primi tempi in Iran come sono stati?

Per un anno ho dovuto fermare il percorso di studi; ho dovuto studiare esclusivamente il persiano per apprendere la lingua, poiché lì non hanno un metodo di accoglienza migratorio come qui in Italia. Poi, frequentando la scuola, pian piano ho creato la mia rete sociale.

Quando ti sei trasferita eri consapevole del contesto socio politico che avresti trovato?

Sì, molte cose le sapevo, ma ovviamente da persona che non c’era mai stata. Vivendoci ho capito che il raccontato è diverso dal vissuto. Passare da una visione di vita occidentale a quella orientale, per una ragazza di 17 anni, è stato difficile abituarsi. Più che per la concezione politica o di vita è stato proprio per la cultura persiana che è molto diversa da quella europea in generale. È un cultura ricca di rituali, di formule. Loro fanno tantissimi complimenti, sono molto cerimoniosi, sono sempre molto ospitali e queste sono formule di rapporto con gli altri che devi imparare ad utilizzare per risultare persona educata e gentile. Imparare questo è stato abbastanza difficile. Probabilmente per anni io mi comportavo da straniera che non conosceva la cultura e quindi non sapeva bene cosa dire o fare con gli altri. Ci è voluto un bel po’ per risultare una persona inserita nella loro società. Per me questo è stato l’aspetto più difficile.

Quindi col tempo hai costruitouna tua rete sociale. Com’è strutturata?

La struttura sociale in Iran è molto incentrata sulla famiglia; ovviamente ci sono anche amicizie all’esterno della famiglia, ma rispetto all’Italia la rete sociale e personale è incentrata sulla famiglia allargata.
Entrando in contatto con altri iraniani, diventandone amica, la mia rete sociale ha cominciato ad includere anche i parenti di queste persone. Attraverso i miei amici, le mie relazioni affettive, entravo nella loro cerchia di parenti. Lì ci sono famiglie abbastanza grandi seppur anche lì la cultura sta cambiando e cominciano a fare meno figli. La maggior parte delle famiglie hanno relazioni strettissime con gli altri componenti, ad esempio zie e zii e cugini sono considerati familiari stretti.

La visione politica-religiosa in Iran è davvero così imperante nella vita quotidiana?

Io credo che dipende da che tipo di persona sei, di cosa ti occupi, di che stile di vita hai, e in base a questo senti più o meno l’influenza politico religiosa. Ad esempio negli ultimi anni mi sono avvicinata molto all’ambiente artistico, attraverso la musica e il teatro. Non era il mio lavoro ma direi che l’influenza l’ho sentita, nel senso che per un artista, un musicista non ci sono tutte le opportunità e liberta di esprimersi come in un paese europeo. Nonostante questo ho trovato i miei spazi dove esprimermi. Ho cambiato diverse città, e potevo trovare più o meno libertà d’espressione. Ad esempio non c’era problema nell’essere donna e cantante a Teheran, che è un discorso a parte per quanto riguarda le città iraniane dato che è molto grande e come tale ha proprie caratteristiche e lì ho avuto molte più possibilità.

Come è andato il tuo percorso scolastico?

Ho conseguito una laurea in teologia e filosofia e poi un attestato per diventare guida turistica che ho svolto per un certo periodo, prima di fare altro. Per lo più ho sempre lavorato con turisti orientali, ma fino a due-tre anni fa ho visto tantissimi turisti europei, soprattutto a Teheran ed è capitato di ritrovarmici a parlare. C’erano molti italiani, francesi e anche russi.

Tre anni fa le prime rivolte, a seguito dell’uccisione di Masha Amini, una ragazza che non portava il velo. Come hai vissuto quel periodo? Eri preoccupata per la tua incolumità?

Non ho avuto tanta paura per la mia incolumità. È stato un periodo difficile sotto tanti punti di vista. I racconti dei miei conoscenti, dei miei amici in quel periodo mi hanno influenzato molto e mi hanno reso molto triste. Allo stesso tempo però vorrei dire che tutto questo male ha portato ad un risvolto positivo: prima di queste proteste era davvero pericoloso girare nella maggior parte delle città senza velo, senza niente sulla testa, era sempre un rischio. Dopo queste proteste è diventata una cosa molto più normale. A Teheran potevi girare molto liberamente. Sono successe varie cose brutte ma hanno avuto il loro effetto sulla società.

Qual è la differenza tra un giovane iraniano che nonostante la paura di una repressione brutale riesce a cambiare la società, riempiendo le piazze, e un giovane europeo che secondo recenti ricerche “scende” meno in piazza per protestare rispetto a qualche decennio fa?

I giovani iraniani hanno una grande rabbia, credo dovuta a mancanza di fiducia nelle istituzioni. Prima i giovani iraniani avevano più fiducia in un cambiamento dall’interno. Ora sono mossi dall’intenzione di fare dei cambiamenti nel loro paese. Tra i giovani europei forse c’è un accontentarsi al minimo indispensabile. Gli iraniani in generale invece non si accontentano.

Credi che questo sia anche dovuto alla storia millenaria dell’Iran? Ti è mai capitato di parlare con qualcuno che paragonava l’era dello Scià con quella degli Ayatollah?

Tutti gli iraniani fanno questo paragone tra il prima e il dopo e ovviamente in Iran ci sono entrambi gli schieramenti. Quando si parla di politica in Iran c’è sempre questo paragone tra il prima, con lo Scià e il dopo, con la repubblica islamica, e ci sono quelli che pensano che con la repubblica islamica sia migliorato e chi invece è nostalgico del periodo dello Scià.

Come è stato questo 2026, quando dopo le vibranti proteste di piazza si è palesata la minaccia di un attacco militare dagli USA?

L’ingresso dell’America nel conflitto che già c’era tra l’Iran e Israele ha accelerato molto le cose. Gli ultimi mesi in Iran son stati molto stressanti, tra le proteste, il blocco di internet, le notizie di una guerra alle porte, il dolore che ho visto tra tutti i miei amici e amiche iraniane. Ricordo che dopo le proteste di piazza sono tornata alle prove di teatro dove andavo e le mie amiche si sono messe a piangere. La cosa più difficile di quei giorni era la capacità di capire e analizzare la situazione poiché con il blocco di internet non arrivava nessuna notizia e quelle poche che arrivavano non sapevamo se fossero vere oppure no. Soprattutto quelle che venivano dall’estero. La situazione pian piano poi è diventata poco sicura, io per alcuni giorni ho evitato d’uscire. La morte di tanti giovani e la sofferenza di un’intera generazione e la loro perdita di speranza io l’ho vista e vissuta soprattutto attraverso le persone che mi stavano attorno. La loro afflizione partiva dal presupposto del “Noi le abbiamo provate tutte ma non è bastato”. Tra i miei conoscenti ho avuto persone che hanno perso i loro parenti durante le proteste: è stato un periodo difficile.

Quando è stato il giorno in cui hai davvero pensato che restare era così pericoloso, da decidere di tornare in Italia?

Dopo le proteste questo periodo di incertezza è continuato: ogni giorno sentivamo notizie riguardo la volontà di Trump di attaccare. Tra le tante analisi che ognuno faceva, io ho sempre pensato che questa guerra non conveniva a nessuno, da entrambe le parti. Tra le persone che avevo accanto tantissime invece erano sicure di questo attacco: mi chiamavano per dirmi di comprare provviste, bombole del gas, di prepararmi alla guerra. Io non volevo crederci. Purtroppo così è stato.

E poi arriva il 28 febbraio, il giorno dell’attacco.

Il giorno in cui hanno attaccato io stavo facendo lezione online con la mia alunna quando ho sentito un boato. La mia coinquilina è uscita dicendomi che Trump aveva attaccato. Io non volevo crederci e le ho risposto che era qualcos’altro. Finita la lezione abbiamo letto le notizie che erano state sganciate le bombe nel centro di Teheran. Dopo qualche ora sono uscita ho visto la gente per strada e le colonne di fumo che si alzavano. E da li abbiamo sentito per tutto il giorno boati a seguito delle bombe sganciate. Quella notte è stata davvero difficile dormire. Mi sono svegliata con il blocco di internet. Chiamavo le mie amiche per sincerarmi come stavano. Ho lasciato Teheran perché la situazione era troppo pericolosa, la città era piena di posti di blocchi di militari. Era una situazione surreale: una cosa così non l’avevo mai vista. Quando hanno cominciato a bombardare molto vicino a dove mi ero da poco trasferita, al punto che ho visto i palazzi distrutti, vetri ovunque, è stato lì che mi sono detta che non potevo più aspettare. Ho provato fino all’ultimo di restare sperando che la situazione si sistemasse ma non è stato cosi. La prima guerra tra Israele ed Iran mesi fa, le continue proteste e, infine, il secondo attacco mi hanno fatto pensare che non potevo più restare.

E hai deciso di venire a Parma da tua sorella.

Mia sorella Zeinab era preoccupatissima. Sono passate circa tre settimane. Da cittadina italiana mi sono rivolta all’ambasciata italiana a Teheran e mi aspettavo qualche informazione riguardo a come arrivare al confine in sicurezza. Purtroppo non ho ricevuto alcun aiuto, mi è stato detto di muovermi in autonomia, di contattare personalmente qualche agenzia iraniana di viaggi. Speravo in un aiuto nel guidarmi verso il passaggio più sicuro. La maggior parte dei miei amici a cui avevo chiesto consiglio non sapevano come fare. Non c’erano certezze. La mia paura era quella che seppur fossi riuscita a prendere qualche mezzo di non sapere se fossi sulla via giusta: essere vittima di un bombardamento durante il tragitto o arrivare al confine e non passare. Non avevo accesso libero ad internet, non era possibile capire se i confini erano aperti. Sono riuscita nonostante tutto, tra mille paure e timori ad arrivare a Khoy, l’ultima cittadina iraniana al confine con la Turchia. Mi sono un po’ tranquillizzata perché lì ho visto altre persone iraniane che vivevano all’estero e volevano espatriare. Da li ho attraversato il confine e un pullmino ci ha portato a Van, la prima città turca. Prima di arrivare ho dovuto superare quattro controlli da parte della polizia turca. Da Van ho preso un aereo per Istanbul e da Istanbul per l’Italia.

Sull’aereo per l’Italia cosa provavi?

Ero stanchissima. Purtroppo sono riuscita a portare pochissime cose: una valigia e uno zaino. La guerra livella e rivede le proprie priorità, al momento di decidere cosa portare con me ho scelto cose che ritenevo davvero importanti: ho preferito anziché mettere abiti o scarpe portare i miei libri di poesie persiane, soprattutto di Hafez, ricordi dell’infanzia, le lettere che mi scrivevo con le mie amiche, il mio diario delle elementari. Ricordo il momento in cui davanti ai miei libri, alle cose dell’infanzia mi sono trovata a decidere e a scegliere quali di questi per me erano importanti. Un momento in cui mi sono detta: il libro di poesie di Rumi posso lasciarlo o no? Quale mi sta più a cuore? La guerra dà il vero valore delle cose. Con la guerra si ricalibra la scala delle priorità. Purtroppo mi sono ritrovata a lasciare tante cose. In questa esperienza mi consolo pensando che spesso nella mia vita mi sono dovuta reinventare, cambiare tante città, cambiare percorso di vita e anche in queste circostanze mi sono ritrovata a dover lasciare cose indietro. Quando ci penso mi dico “Somaya, Però ricordati che tu hai sempre tutto nel cuore. I veri ricordi sono quelli che porti dentro di te, non legati alla materialità degli oggetti”.

Libri di poesia?

Gli iraniani sono molto attaccati alla poesia.In Iran nel solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno, che in Iran chiamano “la Notte di Yalda” gli iraniain si ritrovano attorno ad un tavolo e leggono le poesie di Hafez. Loro danno molto importanza ad Hafez: in ogni casa persiana c’è sempre un libro del Corano e uno di Hafez e sono sempre uno accanto all’altro. Si fa anche la divinazione col libro di Hafez: fai una domanda, apri il libro e la poesia che ne viene fuori ti da un messaggio preciso di quel momento della tua vita.
Nella notte di Yalda preparano il Korsi, una tavola bassa ricoperta con una grossa tovaglia e sotto questa tavola viene messo qualcosa per riscaldare, il Korsi è addobbato con frutta secca, cocomero, melograno e altro cibo e le persone sedute sui tappeti con le gambe sotto questa tovaglia si riscaldano e tutti insieme si mangia e si leggono poesie. È una festa antichissima.

Il ricongiungimento con tua sorella come è stato?

Quando ho passato l’ultimo controllo all’aereoporto di Bergamo lì ho pensato che era veramente successo. Fino all’ultimo ero molto stressata. Quando ho sentito il vociare italiano mi sono detta: è davvero finita. Con mia sorella ci siamo viste in stazione a Milano e ci siamo abbracciate a lungo. Il primo “pranzo” italiano è stata una focaccia. Arrivata a casa, dopo settimane e mesi, ho dormito finalmente in tranquillità. Mi sono addormentata senza più pensare a nulla, senza più pensare al fatto che poteva cadermi una bomba in testa, del mio futuro in mezzo ad una guerra.

E adesso?

Adesso posso pensare a un lavoro da cercare o se riprendere gli studi o altre attività. Pensare finalmente a cose a cui pensa la gente normale, anziché pensare se domani mattina sarò ancora viva oppure no. Negli ultimi tempi in Iran dovevo pensare “ma stanotte io se dormo qui ,coi vetri, è sicuro oppure no?”
Ho cambiato tante volte vita e città e anche dopo questo cambiamento pensare che non è facile a 30 anni ricominciare da capo in un altro Paese, con una nuova vita, nuove amicizie. Quello che mi rende speranzosa è che mi dico che l’ho fatto tante altre volte, e che è vero che è difficile ma ce l’ho sempre fatta.
Quando sarò vecchia avrò tantissime cose da raccontare.

Come vedi il tuo futuro? In Iran o altrove? E cosa ti manca dell’Iran?

Dell’Iran mi mancano le amicizie, le comunicazioni ad ora sono difficoltose tra di noi. Mi mancano i progetti di vita e professionali che ho dovuto lasciare. Mi manca il mio quartiere, le strade il cibo, la cordialità delle persone.
Il futuro lo vedo ad ora in Italia ma mi piacerebbe che un giorno la situazione in Iran si aggiustasse e che ci fosse la possibilità di tornarci tranquillamente. Provo solo dolore, pena e tristezza per quello che sta succedendo attualmente in Iran.

Quante cose,

atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,

ci servono come taciti schiavi,

senza sguardo, stranamente segrete!

Dureranno piú in là del nostro oblio;

non sapran mai che ce ne siamo andati.

(Jorge Luis Borges)

Stefano Frungillo

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-02-28.png 1217 2163 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-04-24 09:43:232026-04-24 09:43:25In fuga dall’Iran sotto le bombe. La storia di Somaya, esule di guerra, che ricomincia da Parma

Il fascino retrò di Villa Passeri e Villa Sanseverino

27 Marzo 2026/2 Commenti/in Storie/da redazione

Riaperture straordinarie in occasione di I Like Parma. Riflessioni sulla memoria e il viatico per un futuro ritrovato

La riapertura degli antichi portoni di legno di villa Passeri e villa Sanseverino, chiuse da tempo immemore, è un passaggio di grande significato: è come aver riportato in società due vecchie signore dal fascino retrò che hanno ancora molto da raccontare. E, al contempo, aprono alcuni interrogativi sulla conservazione della memoria e sul destino di edifici storici belli epperò acciaccati.

La doppia riscoperta è avvenuta domenica scorsa, nell’ambito di I Like Parma, organizzato dall’assessorato alla Cultura del Comune di Parma. Villa Passeri è in via Benedetta, nel quartiere San Leonardo, mentre Villa Sanseverino-Cattani è a Pizzolese, frazione di Cortile San Martino.

Il merito delle riaperture è delle proprietarie, senza dubbio. Tuttavia c’è un antefatto che ha costituito da innesco: il libro “Guida a San Leonardo e Cortile San Martino” e questo mi induce a una riflessione preliminare.

Pur nell’epoca dei social network, e del presente continuo, un libro è ancora un … (prodotto, oggetto, elemento di cultura, definitelo come meglio vi aggrada) potente, capace di evocare immaginari e risvegliare passioni sopite. Nel lavoro di ricostruzione della memoria – a metà tra l’indagine giornalistica e il filone narrativo – di un quartiere che si stava perdendo, ossia il San Leonardo ma estenderei il perimetro a tutta Parma Nord, il mio intento è proporre una visione nuova, contemporanea, che stimoli le persone a ritrovare un’identità sotto casa, proponendo itinerari facilmente percorribili.

La trasformazione delle vite nel nostro tempo è così accelerata che non c’è quasi più trasmissione di “mestiere” e di “sapere” da genitori a figli, figuriamoci dell’epoca di nonni e bisnonni.

Questo fa sì che il secolo appena trascorso, il Novecento, ci appaia lontanissimo (e in tal senso ci stupirà la mostra dedicata al capolavoro di Bernardo Bertolucci a palazzo del Governatore, dal 27 marzo al 26 luglio) e, per chi ci è nato e lo ha vissuto, produce un effetto disorientante.

Premessa fin troppo lunga per dire che sono stato contattato prima da Elena Romanini, di villa Sanseverino e poi dalle sorelle Irene e Francesca Passeri (per il tramite dell’artista Maria Chiara Mossini) dell’omonima villa, che volevano parlarmi e mostrarmi le antiche dimore, chiuse da tempo, di cui avevo scritto nelle pagine della Guida. Entrambe le famiglie con il desiderio di riaprire e mostrare al pubblico le ville. Assieme abbiamo trovato l’occasione giusta che, grazie anche all’interesse e alla sensibilità dell’assessorato alla Cultura, è stata I like Parma. Ed è stato un successo: in ambo le ville ha fatto capolino un centinaio di persone, che sono il numero giusto, non eccessivo, per non mettere pressione a luoghi tutto sommato fragili.

I cancelli del giardino di villa Passeri sono stati aperti da Francesca e Irene Passeri, il loro ramo di famiglia è divenuto da poco unico proprietario della villa.

«La villa – ha detto Francesca Passeri come portavoce dei fratelli – non è visitabile ai piani superiori ma solamente nel passaggio dell’androne tra i due giardini che di solito erano collegati all’interno di strutture borghesi rurali di questo tipo. Vedrete nell’androne di ingresso che è presente sul pavimento la riproduzione di una testa di medusa realizzata a mosaico, simbolo ricorrente nei palazzi eclettici come richiamo per scacciare la malasorte».

Fotografie di Alessandra Uni

La villa, che sorge alle spalle dell’incrocio tra via Benedetta e via Venezia, e ingloba al suo interno la cappellina del Cristo, nota da secoli, è una dimora della borghesia rurale di stile tardo settecentesco. Acquisita dal nonno Passeri negli anni Trenta ha visto lo sviluppo tumultuoso del rione Cristo nel San Leonardo, tanto che nelle crescenti lottizzazioni degli anni Settanta rischiava di soccombere per lasciar posto a moderni condomini. E qui intervenne un comitato di quartiere, come ha raccontato Giuseppe Massari, già consigliere comunale: «Ci furono due fasi; la prima nel 1978 quando il comitato si spese per salvare questa villa e poi ottenne il vincolo della Sovrintendenza e poi un’altra fase nel 1997 dove un altro comitato, dove io vent’anni dopo c’ero ancora dentro, cercò di valorizzare questa struttura chiedendo all’Amministrazione Comunale del tempo di acquisirla a patrimonio comunale e costruire qui dentro un centro socioculturale. Purtroppo, nonostante le duemila firme raccolte, una mostra fotografica e un lavoro di approfondimento delle scuole, le nostre perorazioni non andarono a buon fine e dopo qualche anno il comitato si sciolse».

E ora, dopo quarant’anni dalla chiusura, la villa Passeri si appresta a vivere un nuovo capitolo.

Al pomeriggio le porte si sono aperte a Villa Sanseverino, raggiunta anche da un gruppo di ciclisti Fiab-Bicinsieme. Erano chiuse dal 2001, quando la famiglia Romanini che aveva acquisito il podere con gli edifici rurali negli anni Settanta, si trasferì in un edificio a fianco, ristrutturato modernamente. La struttura è quella di una casa-forte, ma si apre allo stupore con pareti affrescate in stile ottocentesco e una vista di uno scorcio sul centro storico di Parma, lontana 8 km; vista che, nonostante lo sviluppo industriale ingombrante nei volumi, è ancora incredibilmente stupefacente. Ma il pezzo forte sta nell’origine, ossia si narra di un casino di caccia appartenuto ai Sanseverino, e poi incorporato, o meglio accapparato, dai Farnese dopo la fantomatica congiura dei feudatari repressa nel sangue dal duca Ranuccio, nel 1612. Appartenuta al ducato, a metà Ottocento fu acquistata dal conte Cattani, ministro dei Borbone. Gli eredi, rimasti senza figli, donarono villa e podere agli Ospedali Civili, che la alienarono cinquant’anni fa.

Fotografie di Marco Cigarini per I Like Parma

L’origine seicentesca ha dato modo di ascoltare, dalle parole della guida turistica Stefania Pizzarotti, il tratteggio della figura poliedrica della contessa Barbara Sanseverino, una tra le donne più fascinose e intriganti del Rinascimento.

La vetustà delle due ville, bisognose di consistenti lavori di consolidamento e ristrutturazione, pone come dicevo all’inizio degli interrogativi. Villa Passeri ha una superficie di oltre mille metri quadrati, mentre villa Sanseverino è sui cinquecento mq. C’è l’aspetto del valore architettonico e artistico che si mescola con la memoria storica e, dunque, l’identità che trasmettono al nostro territorio.

Sono entrambe di proprietà privata e, pur con delle differenze, senza i capitali necessari. In questo contesto fino a che punto può esserci un intervento con fondi pubblici? Sono domande che è opportuno porsi, considerando le ville un patrimonio di grande valenza collettiva.

«Non la vediamo in futuro come una residenza di famiglia – ha riportato Francesca Passeri – piuttosto stiamo riflettendo sull’intenzione di poterne tenere una parte. Vorremmo riuscire a trovare dei finanziatori che sappiano coglierne la bellezza e soprattutto l’aspetto sostenibile coerente ad una città che si sta aprendo alla cultura, al turismo e alla memoria dei luoghi.
Io e i miei fratelli abbiamo sentito che questa dimora trasmette quiete e serenità sia per l’arte al suo interno sia per l’area verde protetta inserita nel tessuto urbano di questo quartiere. Questa sensazione ci ha guidati nell’aprire le sue porte alla gente
».

«Cosa faremo? – ha risposto Elena Romanini – Onestamente non lo sappiamo. Vorremmo che villa Sanseverino fosse conosciuta e considerata come un valore dalla comunità, per quello che è stato e ha rappresentato».

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/03/922a1534-e65c-4dab-90df-cc80d5a03490.jpeg 1600 1200 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-03-27 08:46:002026-03-27 15:48:26Il fascino retrò di Villa Passeri e Villa Sanseverino

Quel sabato a bloccare il treno delle armi, con la fascia tricolore. Intervista a Roberto Bernardini

20 Marzo 2026/0 Commenti/in Interviste, Storie/da redazione

Era un sabato pomeriggio, quel 22 febbraio 2003, e per bloccare un treno carico di armi in transito a Fornovo Taro ci fu un sindaco che scese sui binari indossando “addirittura” la fascia tricolore.

Quel sindaco era Roberto Bernardini, primo cittadino di San Secondo Parmense dal 2002 al 2010.

«Ricordo bene quel giorno, anzi quei giorni – racconta Bernardini – per tutta la settimana c’erano state manifestazioni pacifiste in tutta Italia. Si profilava la guerra in Iraq da parte degli americani, definita anche seconda guerra del Golfo. E in preparazione, l’esercito USA, stava raccogliendo armi da tutte le sue basi per farle confluire a Camp Derby, in Toscana per imbarcarle. C’era molto fermento e le varie organizzazioni prevedevano di fermare il passaggio dei treni militari. A quel punto, dopo essermi consultato col vicesindaco, avevo ritenuto di essere presente come rappresentante della cittadinanza, avendo giurato sulla Costituzione e, dunque, nel pieno rispetto dell’articolo 11 che sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa o risoluzione delle controversie internazionali».

E come andò? Fermaste davvero il treno militare?

«Si ritrovarono a Fornovo un paio di centinaia di persone con l’intento di manifestare… fermarlo se ci fosse stata la possibilità. Occupammo i binari ma all’arrivo del treno i carabinieri e le forze dell’ordine ci fecero sgomberare e così facemmo, nessuno voleva lo scontro ma solo manifestare per la pace. L’atto dimostrativo era riuscito, tanto che uscì un’Ansa e finì sui giornali di tutta Italia. Ancora non c’erano i social network».

Per questo “atto dimostrativo” finì a processo. Di quello si seppe meno, come spesso accade.

«Sì, arrivò l’avviso di garanzia al sottoscritto e al consigliere regionale Renato Del Chiappo. Solo a noi due, in quanto identificati come “capi” della protesta, cosa che non eravamo ma sì, solo noi eravamo rappresentanti delle istituzioni. Il reato contestato era interruzione di pubblico servizio».

Come visse quel periodo?

«Si ricorda di “Cuore”, il settimanale satirico che aveva una rubrica “visto da destra, visto da sinistra” … legga l’informativa dei carabinieri… e poi quella della Digos».

Bernardini scartabella dal fascicolo processuale che ha conservato e tira fuori l’informativa dei carabinieri. È una fotocopia dove sotto una foto, che è una macchia scura, si legge: “Panoramica dell’intervento delle forze dell’ordine per sgomberare la ferrovia, si nota solo l’indagato Bernardini in piedi quasi a voler dimostrare la sua parte di leader nella manifestazione” … «in realtà – dice l’ex sindaco – mi stavo alzando per obbedire all’ordine di sgomberare… la cosa divertente è però mettere a confronto la relazione della Digos sugli stessi fatti… “I due, Bernardini e Del Chiappo, si sono prodigati affinché la manifestazione avesse buon fine e dunque per un verso il treno non fosse realmente bloccato e d’altro canto fosse evidente il risultato dei manifestanti” … sembrano due film diversi» sorride Bernardini.

Come finì il processo? Condannato o assolto?

«La prima udienza doveva tenersi il 7 febbraio 2006, tre anni dopo i fatti, ma quel giorno fui colpito da una gastroenterite, ho ancora qui il certificato medico, e ottenemmo un rinvio. Iniziò sei mesi dopo e durò tre udienze. Alla fine, nel 2008, venimmo assolti perché il fatto non costituiva reato, nel senso che il treno oggetto della manifestazione arrivò a destinazione con 10 minuti di ritardo che, per quella linea ferroviaria, era considerato un ritardo ordinario, anzi forse meno del solito…» sorride ancora, Bernardini.

«L’accusa la sostenne il procuratore capo, Panebianco. Io fui difeso dall’avvocata Pezzoni, mentre il compagno Del Chiappo volle un principe del foro, anche se il suo linguaggio era più colorito…»

In che senso?

«Io ero del Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) mentre lui era in Rifondazione Comunista. Con qualche esagerazione diceva: per difenderci da questa accusa destrorsa, ci vuole un avvocato di destra… morale, volle affidare la difesa all’avvocato L’Insalata, che in effetti fu molto bravo».

Insomma scene alla Peppone e Don Camillo. Cosa ricorda ancora di quel periodo?

«Ovviamente la minoranza di centrodestra chiese le mie dimissioni, ma peraltro le chiedeva tutte le settimane, mentre alla notizia del fatto che eravamo indagati ci fu un’ondata di solidarietà. Venne Don Vitaliano Della Sala, che all’epoca era molto attivo, prese posizione il presidente della Provincia, Andrea Borri, mi contattò l’allora deputata Carmen Motta e tanti altri. Don Luciano Scaccaglia organizzò una raccolta firme in Santa Cristina… conservo ancora il pacco di fogli. Arrivarono lettere da ogni dove, compresa una dalla Tunisia, di un signore che mi ringraziava».

L’articolo scritto da Bernardini per il settimanale Rinascita (28/02/2003)

A distanza di oltre vent’anni come valuta quell’azione?

«La considero uno dei momenti in cui ho svolto meglio il ruolo di rappresentante dei cittadini nelle istituzioni democratiche. Credo che anche il giudice, nell’assolverci, ritenesse che alla fin fine eravamo imputati per un reato di opinione… Vede io credo che per un politico, un amministratore pubblico, la legalità è importante anzi imprescindibile nella gestione dei soldi pubblici, mentre manifestare le proprie idee, anche con azioni eclatanti, se lo si fa pacificamente, sia un valore democratico che va difeso. E colgo l’occasione per dare la mia solidarietà a tutti gli indagati per la manifestazione del 1° ottobre scorso».

Fa ancora politica? A che partito è iscritto?

«Oggi ho solo tre tessere: Anpi, Fiab e Legambiente. Il clima della politica è cambiato molto e non in meglio. All’epoca la mobilitazione contro la guerra in Iraq fu forte e molto ampia. Oggi, al di là del grande impegno nel settembre e ottobre scorso per la Palestina, dove ho visto una forte presenza di giovani cosa che fa piacere, si manifesta poco. L’unico rimasto in prima fila, di allora, è Emilio Rossi a cui va tanto di cappello, e certo ci sono anche altre presenze attive. Tuttavia vi è un disimpegno generale e non so dire se è dovuto al fatto che siamo assuefatti o rassegnati. Purtroppo le guerre sono aumentate e noi, cittadini comuni, ci sentiamo impotenti a chiedere la pace».

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_8899-scaled-e1774005652332.jpeg 1088 1993 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-03-20 12:31:512026-03-20 12:31:53Quel sabato a bloccare il treno delle armi, con la fascia tricolore. Intervista a Roberto Bernardini

Parma con Gaza, 15mila in corteo

3 Ottobre 2025/0 Commenti/in News, Storie/da redazione
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https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_7468-scaled.jpeg 2021 2560 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2025-10-03 16:44:562025-10-03 17:36:16Parma con Gaza, 15mila in corteo

Pastasciutte antifasciste e dove trovarle

25 Luglio 2025/0 Commenti/in Storie/da redazione

Questa sera, venerdì 25 luglio 2025, c’è l’appuntamento con la pastasciutta antifascista per ricordare la caduta del duce Mussolini e del fascismo, quel 25 luglio del 1943 (che era una domenica).

Niente di meglio che una pastasciutta, piatto popolare della tradizione italiana, come atto simbolico per festeggiare la fine del ventennio di regime. Fu il moto spontaneo della famiglia Cervi che la offersero fumante in piazza a Gattatico.

Qui il racconto di quei giorni drammatici e di speranza per il destino dell’Italia, che portarono alla caduta del fascismo, con la lettura del messaggio radio del re agli italiani alle 22.45 del 25 luglio ’43.

Qui il racconto della pastasciutta originale, offerta dai Cervi in realtà il giorno dopo, 26 luglio.

Fu un lunedì di gioia, con astensione spontanea dal lavoro in fabbrica e manifestazioni popolari con comizi improvvisati in piazza e assalti alle case del fascio, improvvisamente deserte, con distruzione dei ritratti di Mussolini.

A Parma ci furono due episodi, tra tanti, da ricordare: l’imprenditore Tomaso Barbieri delle omonime Officine Meccaniche, nel piazzale di barriera Bixio, offrì da bere vino rosso a tutti gli operai e la popolazione. Le maestranze della vetreria Bormioli Rocco, invece, forgiarono dei manufatti in vetro rappresentanti falce e martello, poi regalandoli alla gente che manifestava.

La riproposizione della pastasciutta, come simbolo di unione popolare nel segno della democrazia, è avvenuta all’inizio degli anni Duemila, in strade e piazze italiane.

L’appuntamento principale di stasera è all’Istituto Cervi a Praticello di Gattatico, dalle 18 fino a tarda sera con vari intermezzi. Tra i saluti istituzionali anche il sindaco di Parma, Michele Guerra. A seguire la Premiazione XXIV edizione del Resistenza Teatro Festival di Casa Cervi.

Qui il programma completo . Le offerte raccolte saranno devolute a Emergency per il sostegno a Gaza (in copertina l’immagine scelta quest’anno dall’Istituto Cervi).

A Parma la pastasciutta antifascista è organizzata da Officina popolare assieme al circolo Arci Aquila Longhi. Dalle 20 sotto i portici dell’ospedale vecchio in via D’Azeglio.

L’Anpi di Parma organizza la pastasciuttata a Baganzola, al campo fratelli Mordacci, dalle ore 20.

Queste le pastasciutte nel parmense:

25/07 | ANPI Collecchio | Circolo ARCI “Il Cervo” – Collecchio (PR)


25/07 | ANPI Felino | Circolo “Maurizio Bertani”, via Berlinguer  – San Michele Tiorre – Felino (PR)


25/07 | ANPI Fornovo | Circolo Arci “Antonio Guatelli” – Fornovo di Taro (PR)


25/07 | ANPI Langhirano | Piazzale Corridoni – Langhirano (PR)


25/07 | ANPI Montechiarugolo | Circolo ARCI “La Ricreativa” in via Stanislao Solari 59 – Tortiano (PR)


25/07 | ANPI Salsomaggiore Terme | Lago Salmerino, località Pietra Nera 258 – Salsomaggiore Terme (PR)

25/07 | ANPI Sala Baganza | via delle Barricate – Sala Baganza (PR)


25/07 | Associazione pro Terme APS | Parco Ex Terme – Lesignano de’ Bagni (PR) 

Posticipato a domenica 27 l’appuntamento a Borgo Val di Taro:


27/07 | ANPI sez. Borgo Val di Taro | Baracchino San Rocco, viale Libertà – Borgotaro (PR)

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/07/Copertina_Pastasciutta-Antifascista-2025-1050x525-1.jpg 525 1050 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2025-07-25 08:20:222025-07-25 08:26:37Pastasciutte antifasciste e dove trovarle

L’arca di Noè è passata in via Langhirano

18 Luglio 2025/0 Commenti/in Storie, Interviste/da redazione
La lunga storia della veterinaria Maria Fausta Melley


In via Langhirano, a Parma, c’è un ambulatorio veterinario dove in 49 anni è transitata l’Arca di Noè. È la lunga storia della veterinaria Maria Fausta Melley che ha visitato e curato migliaia di animali di tantissime specie. Aquile, gufi e altri uccelli rapaci; un puma, boa, pitoni, iguane, lupi e un leopardo, oltre a una miriade di cani e gatti.

Il suo ambulatorio Airone ha compiuto 49 anni di attività e Melley sta passando la conduzione a due giovani veterinari, ma non ha ancora intenzione di ritirarsi.

Qui c’è l’intervista in video podcast. Di seguito un’ampia sintesi per chi preferisce leggere.

Era il 14 luglio 1976 e il primo giorno lo ricorda ancora come fosse oggi. Maria Fausta si era laureata il 2 aprile e assieme al suo fidanzato di allora, Giorgio Mezzatesta, decise di aprire l’ambulatorio.

Lui ci teneva moltissimo che aprissimo uno studio insieme, eravamo negli anni ’70 e teniamo conto di questo. C’erano pochissimi ambulatori in città, uno era quello del dottor Zis, Spiros, che era un greco, molto simpatico. Feci il tirocinio presso di lui. In quegli anni hanno aperto tanti altri che ci sono tuttora, per esempio il dottor Gazzola, il “Dog center” con Mario Leccisi, poi la Marta Petrolini, il dottor Conforti, eravamo i primi.

Insomma, lei si laurea e apre l’ambulatorio, come se fosse una strada già segnata.

Avevamo già deciso tutto, perché già da studenti curavamo gli animali degli amici, dei conoscenti. Quindi sì, non è come oggi che magari si fanno i master, un po’ di esperienza e si rimane indecisi. No, io avevo già deciso tutto durante il percorso universitario.

Quante ragazze studiavano veterinaria?

Pochissime, io e pochissime altre. E in effetti, quando ho aperto l’ambulatorio, a volte più di uno, entrando, mi aveva detto, ma scusi c’è il dottore, pensando che io fossi un’infermiera, un’assistente.

E quando diceva sono io, che reazioni c’erano?

Allora ti guardavano un po’ così, in modo strano, quando dicevo sì, sono io il medico veterinario. perché ci tenevo a dire medico veterinario, perché sembrava che il veterinario non fosse un medico.

Quando iniziò che animali venivano portati in ambulatorio?

All’inizio erano solo cani. I gatti non venivano curati, erano lasciati liberi, specialmente in campagna.

La prima visita, se la ricorda?

Aprii il 14 luglio 1976, in un buchetto, c’erano anche meno norme particolari da rispettare. Era carino, una stanzetta per la visita e un’altra come sala d’aspetto. Per aprire abbiamo chiesto in prestito un milione di lire alla nonna. Serviva per acquistare un tavolo da visita, un bel tavolo in acciaio che è ancora di là, un microscopio, una scrivania e poche altre cose.

Si cominciò così e io dicevo, ma verrà qualcuno? Perché all’epoca via Langhirano era defilata. E invece è andata bene così. Mi chiesero allora 55 mila lire di affitto, a me sembravano tante… il primo giorno sento questo scalpiccìo nelle scale e già ero emozionata, non glielo nascondo, perché comunque era la prima volta.

Era una signora, di cui non ricordo il nome, che abitava in via Langhirano con due cagnolini chihuahua, mordaci. Sa quelli piccolini che proprio abbaiano, ringhiano, ti vogliono mordere? E io li visitai entrambi, piano piano, cercando di non farmi mordere, e dopo andava tutto bene. Lei voleva un controllo, forse voleva anche prendere visione di questa nuova struttura, perché avevo messo fuori un cartello, come c’è adesso, un cartello luminoso in cui c’era scritto Ambulatorio Veterinario. E alla fine… per me venne il momento più difficile, perché non avevo mai chiesto una parcella. E nel momento dell’onorario le dissi: guardi, sono 4.000 lire a visita, perché avevo deciso questa tariffa, ma invece di farle 8 le farò 6.000 lire. Ma la signora protestò, questo mi è rimasto impresso, protestò perché disse “ma come, se andavo dal dottor Zis spendevo meno”. Il famoso dottor Zis, che era stato il mio maestro peraltro. E quindi un po’ mi era dispiaciuta questa cosa. Poi però sono andata avanti e ho lavorato sempre tanto.

E pochi anni dopo c’è la novità di aprire un centro rapaci. Giusto?

Sì, questa era una novità, che per me è stata anche una grande opportunità, perché proprio in quegli anni il fratello del mio ex marito, Francesco Mezzatesta, era diventato segretario nazionale della LIPU, la Lega italiana protezione uccelli che aveva la sede a Parma. E si dava molto da fare, mi ricordo che facevamo delle campagne promozionali contro la caccia. Avevamo fatto un grande manifesto, con scritto “il gufo è stufo”, che ancora ho in casa.

Si creò questa opportunità del centro rapaci che fu realizzato nei Boschi di Carrega, con delle grandi voliere. Naturalmente erano più i rapaci che non ce la facevano che quelli che riuscivamo a liberare. Perché, purtroppo, venivano impallinati. Di là ho ancora uno scheletro di aquila reale, cui manca un’ala; l’avevamo amputata, perché era piena di impallini, andava in necrosi. Avevamo cercato di recuperarla, ma morì, e allora grazie a un preparatore anatomico dell’università, feci conservare lo scheletro, come reperto anatomico importante. E da lì ho curato molti rapaci, che venivano da tutta Italia.

Ne ho maneggiati talmente tanti che mi ritengo fortunata: dal gufo di palude, all’aquila reale, dal barbagianni al gufo reale, dal gheppio, al falco pellegrino, al proposito lo sa che il falco pellegrino vola a 300 km all’ora?

Sono animali meravigliosi e credo che nessun veterinario ne abbia visti tanti come me.

Quanti ne avrà visti? Quanto tempo è rimasto in funzione il centro rapaci?

Dieci anni, diciamo dall’85 al 94, non di più. Ne arrivavano di continuo, almeno uno al giorno. E la maggior parte erano feriti d’arma da fuoco, … facevamo la radiografia, si vedeva che erano impallinati. Quelli che riuscivamo a salvare poi aspettavamo il 25 aprile, che è il giorno della Liberazione, noi liberavamo i rapaci in campagna, nei posti giusti.

Come si cura un rapace?

Già il fatto di curarli era per gli uccelli un evento da paura, hanno molta paura di noi. Coprivamo sempre la testa, fondamentale era coprire la testa, se stanno al buio sono più tranquilli. Tenevamo fermi gli artigli, perché il pericolo sono gli artigli e questo becco, questo rostro, quindi si maneggiavano così, se si poteva senza anestesia. Ne abbiamo veramente curati tantissimi ed è stato questo che poi mi ha portato a chiamare l’ambulatorio Airone. Da allora io ho sempre curato tutti gli animali che mi portavano, dal passerotto al merlo, dal rapace al riccio.

Come si fa? Intendo dire, gli animali hanno delle caratteristiche molto diverse tra di loro

Ogni animale è differente, bisogna sapere gestirli, nella contenzione soprattutto. Con il tempo l’ho imparato, anche perché ho fatto dei corsi, e poi nel 1984 nacque la SCIVAC, società culturale veterinaria animali da compagnia, di cui io facevo parte, che raggruppava un po’ tutte le società culturali d’Italia dei piccoli animali e faceva capo a Cremona e lì ho fatto anche diversi corsi per animali non convenzionali.

Nel sito web c’è una foto sua con un iguana, giusto?

Sì, ma lei non ha visto la foto con il boa. Perché ho curato anche un boa.

E da dove è arrivato?

Qualche anno fa, purtroppo da privati che tengono questi animali in cattività, in una teca. Questi signori avevano un maschio e una femmina e li avevano fatti accoppiare e volevano sapere se la boa femmina era gravida e l’hanno portata qui. Era lunga un metro e mezzo e pesava 15 kg. Una collega è scappata invece l’altra mi ha aiutato, l’abbiamo incappucciata e le abbiamo fatto una radiografia perché il boa è un ovo viviparo, significa che le uova si schiudono dentro all’addome e poi nascono i piccoli boa e quindi finché non nascono uno non lo sa. Dalla radiografia abbiamo visto le uova e abbiamo confermato che era gravida e questo signore era contento.

E l’iguana invece?

Iguane ne ho curate tante anche perché ce ne sono tante sì. Questi animali esotici hanno bisogno del Cites cioè del certificato di dove vengono acquistati. Perché non è che tu puoi andare in Africa e prendere un babbuino e portarlo qui. Però certi animali invece passano la frontiera col certificato quindi si possono vendere. La foto che lei ha visto è di un dragone barbuto,

Che patologie può avere un’iguana?

A volte hanno delle stomatiti a volte hanno delle ustioni da lampada perché ci vuole l’habitat fondamentale, la temperatura giusta, l’alimentazione giusta, un ambiente adatto a loro, riscaldato, e a volte con la lampada si vanno a ustionare. L’importante è sapere che ogni specie animale deve essere contenuto in un determinato modo, e sono le prime nozioni che insegniamo anche agli studenti.

Ospita dei tirocini?

Sin dai primi anni. È stata un’esperienza che mi ha arricchito tantissimo e tengo volentieri le ragazze giovani. Dall’84 mi sono trasferita in questi locali e qui è stato tutto molto più facile perché avendo tanti ambienti abbiamo potuto dedicare una stanza alla chirurgia, una stanza al laboratorio.

Fate anche delle operazioni chirurgiche?

Sì adesso facciamo anche l’ortopedia, mentre io ho sempre fatto chirurgia dei tessuti molli, soprattutto sterilizzazioni che sono la base della chirurgia, e suture di ferite. Una volta mi è capitato un cane aggredito da un cinghiale, aperto dall’ascella all’inguine, ed era la vigilia di Natale. Un’altra volta era il 1° maggio, mi è capitato un cane che stava malissimo, aveva ingerito un nocciolo di albicocca e aveva l’intestino bloccato, anche lì ho operato.

Un’altra branca è l’odontostomatologia che è un campo vastissimo, dai denti da latte che non cadono ai cuccioli, oppure quando sono grandi, problemi con il tartaro che a volte portano a gengiviti anche brutte, a volte purulente e bisogna dare prima gli antibiotici. Se si interviene in tempo riusciamo a salvare i denti. Poi c’è tutta una gamma di interventi a carico del tessuto della cute non so, piccoli papillomi o tumori cutanei di varia natura che a volte possono essere benigni a volte no e adesso per fortuna possiamo fare anche la citologia per sapere in anticipo di che cosa abbiamo davanti. Altre patologie sono calcoli vescicali o le infezioni all’utero nelle cagne e anche nelle gatte, in questi casi prima si interviene meglio è.

Faccio una domanda un po’ provocatoria sui “padroni” perché gli animali d’affezione sono aumentati molto in questi anni e forse è cambiato anche l’atteggiamento dei padroni, dei proprietari degli animali, o no?

È cambiato molto, cinquanta anni fa sicuramente si affidavano di più al veterinario e ti davano anche un po’ più importanza, ho ricevuto un sacco di regali per Natale dai proprietari. Mentre oggi il proprietario è molto più esigente, va su internet – anche se è sbagliato perché se uno non conosce la medicina, le informazioni che trovi ti confondono – viene qui e vuole fare la diagnosi lui. E così dico che noi veterinari dobbiamo anche essere psicologi perché ogni proprietario è diverso e con ognuno bisogna secondo me avere un approccio diverso e comprenderli perché c’è quello molto ansioso e quindi va un po’ assecondato, c’è quello molto esigente e quindi dobbiamo essere ancora più professionali e preparati.

E dobbiamo sapere proporre al cliente gli esami mostrandogli anche i costi di quello che deve fare e perché li deve accettare. Una volta era un po’ più facile in questo senso.

Da parte umana c’è un attaccamento forse più esasperato nei confronti degli animali come se fossero delle compensazioni?

Questo aspetto secondo me c’è sempre stato. C’è chi magari vive solo e l’animale per lui è come un figlio; però le dico per molte persone, anche sposate con figli, il cane diventa il terzo o quarto figlio, lì dipende dal carattere della persona. Poi certo, se una volta gli animali erano in una famiglia su tre, dopo siamo passati a due famiglie su tre e adesso quasi tutti hanno un animale in casa, per cui c’è molto bisogno dei veterinari, oggi.

Soffermandoci sugli animali da compagnia classici, cani e gatti. Diceva che all’inizio erano prevalentemente cani. Oggi com’è il rapporto?

Oggi siamo metà e metà. Una volta il gatto, specialmente se tenuto in campagna, non era portato dal veterinario, quasi mai. In effetti il gatto quando si dice che ha sette vite è vero, molte volte ce la fa da solo, ma oggi si prendono gatti di razza, si prendono gatti piccolini, come dice lei, a volte delle coppie giovani prendono un gattino e lo coccolano come un figlio e quindi seguono tutto l’iter che noi consigliamo, fanno i test per le malattie infettive, li vaccinano, li sterilizzano e quindi anche il gatto è diventato un paziente molto presente.

Altri animali insoliti che ha curato?

Ho curato un puma che veniva da uno zoo. E un leopardo, venuto più volte. Era un cucciolo nato in uno zoo e poi preso da un privato, cosa che secondo me non andrebbe fatta ma tant’è. Alle visite successive il leopardo si puntellava e non voleva più entrare, per cui andavo a fargli una vaccinazione fuori. Era di un signore che aveva una carrozzeria e poi non l’ho visto più, eravamo ancora negli anni Ottanta.

Lupi li ha visitati?

È successo che un mio cliente che abita a Pastorello una volta mi ha portato dei cuccioli, erano sicuramente dei lupi e lui li aveva trovati credendo che fossero abbandonati, invece la mamma lupa si era allontanata perché aveva paura dell’uomo. Li abbiamo maneggiati il meno possibile, perché riportandoli indietro non sapevamo se la madre li accettasse. Li riportò dove li aveva trovati e mi disse che si era appostato e la lupa li aveva ripresi.

Mi raccomando questo lo deve dire: i lupi non attaccano mai l’uomo, mai. Perché sono loro che hanno paura di noi. L’errore da parte di chi vive in campagna è di lasciare il cane fuori o delle derrate alimentari, allora il lupo si avvicina perché ha fame.

Non si è mai pentita di aver fatto la veterinaria?

Succede di avere qualche giornata no, ma gli animali non mi hanno mai deluso, mentre a volte le persone un po’ di più. Diciamo che mantenere una struttura come questa è faticoso da un punto di vista economico, ci vorrebbe davvero un manager che ti porta avanti il tutto. Ma non mi sono mai pentita perché lavorare facendo una cosa che piace è impagabile. Da ragazza volevo fare l’insegnante, come mio padre che ha fatto il maestro elementare tutta la vita, ma poi il mio fidanzato di allora, Giorgio, mi convinse di aprire un ambulatorio insieme.

E dopo ?

A un certo punto, dall’85 – 86 l’ho portato avanti io perché lui lavorava all’USL, poi ci siamo separati e quindi l’ho portato avanti io ed era diventato uno studio di donne. Molte ragazze sono passate di qua come collaboratrici, una è rimasta con me 9 anni, un’altra 5 anni e l’ultima è stata con me dall’85 fino a dicembre dell’anno scorso. Poi ho conosciuto questi due giovani, Francesca Galvani e Antonio Sparaccio, che devo dire sono meravigliosi. Hanno la professionalità, avendo lavorato anche in un pronto soccorso, hanno gli stessi modi miei nell’approccio con il cliente e poi ci troviamo molto d’accordo anche sulle diagnosi, sulle terapie quindi io non potevo trovare di meglio per passare il testimone, come una conclusione di un ciclo.

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/07/iguana_drago.jpeg 1053 1139 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2025-07-18 09:49:542025-07-18 09:49:56L’arca di Noè è passata in via Langhirano

De Vanna proiettato sul 2027: cosa cambia per alleanze e delega alla sicurezza

20 Giugno 2025/2 Commenti/in Storie, Interviste/da redazione
Intervista al neosegretario cittadino del Partito Democratico

Era l’estate del 2005 e un ragazzo di 18 anni, neodiplomato e un po’ timido, arrivava a Parma dal meridione, provincia di Brindisi, per iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza. Fu un anno difficile in una città nuova in cui non è facile inserirsi. Vent’anni dopo, quel ragazzo ha 38 anni ed è diventato uno degli uomini che può determinare il futuro di Parma.

Ok, detta così suona un po’ pomposa e retorica. Però la notizia c’è e anche quel filo di narrazione sull’ascensore sociale, pur con l’understatement del personaggio, che in questi vent’anni si è laureato, ha fatto dottorato e post-doc, è diventato avvocato, vinto concorsi. E, soprattutto, si è lanciato in politica riscuotendo una buona affermazione alle elezioni amministrative tre anni fa e, oggi, è diventato un esponente di punta del partito principale in città.

Francesco De Vanna, assessore comunale ai lavori pubblici e legalità, domenica scorsa è stato eletto segretario cittadino del Partito Democratico. L’ufficialità sarà ratificata a fine mese, ma questo è il risultato dei congressi dei circoli (400 votanti): De Vanna ha ottenuto il 71% dei voti e 30 delegati rispetto al 29% e 11 delegati dello sfidante, il consigliere comunale Manuel Marsico. Segretario cittadino uscente era Michele Vanolli.

Mentre segretario provinciale del Pd è stato confermato Nicola Bernardi (ex sindaco di Sissa Trecasali, oggi senza incarichi amministrativi) che con il 68% dei voti ha prevalso su Giovanni Musolino, assessore di Montechiarugolo.

Francesco De Vanna, segretario cittadino, con Nicola Bernardi, segretario provinciale del Partito Democratico

D: De Vanna, le chiedo subito della questione di incompatibilità interna al Pd, tra la carica di assessore e quella di segretario cittadino. Se ci sono delle regole, perché non rispettarle e chiedere deroghe?

R: «L’incompatibilità è prevista dallo statuto regionale ma non dallo statuto nazionale e neanche dallo statuto della federazione di Parma. Dunque la prima questione è capire qual è la regola e i criteri di interpretazione. In diritto prevarebbe l’ordinamento nazionale.

Ma il punto è che quando è emersa la possibilità della mia candidatura, ho cominciato a dialogare con i colleghi di giunta, con vari consiglieri comunali e segretari di circolo e ci siamo confrontati sulle questioni politiche, perché l’urgenza principale, avvertita da tanti, era quella di costruire un percorso unitario che consentisse di rafforzare il Pd e renderlo più coeso. In questo senso si è pensato che potesse essere più forte e riconoscibile la figura di un amministratore. Nessuno in questa fase caratterizzata davvero da tanti dialoghi e contatti, mi ha detto fermati, c’è lo statuto che te lo impedisce».

D: Immagino che, pur a fronte di un risultato così netto, la commissione elettorale del partito dovrà esprimersi.

R: «La commissione si attiva nel momento in cui qualcuno dovesse porre il problema. Io posso solo dire che c’è stato un appello a prendersi cura del partito e io non sono stato capace di sfilarmi; e questo appello veniva da più parti, anche da esponenti con cui non ero in dialogo da tempo. E, ribadisco, nessuno mi diceva di no, fermati non sei la figura adeguata. E quindi ho creduto di poter dare una mano. Adesso vedremo se sono davvero in grado di poter dare una mano».

D: Lei diventa un super assessore. Mi passi il paradosso: se fino a ieri il sindaco poteva ritirarle le deleghe, ora è lei che potrebbe far cadere il sindaco, ritirando l’appoggio del partito. La domanda è: si apre un rapporto nuovo tra lei e il sindaco Michele Guerra e all’interno della giunta?

R: «Un po’ il rapporto cambierà perché oltre a rappresentare la posizione dell’assessore De Vanna rappresenterò anche quella del partito. Ma devo dire che il sindaco Guerra ha sempre avuto grande considerazione del Pd, ne conosce la complessità e le varie anime che lo caratterizzano. Diciamo che da oggi in poi Michele potrà avere un interlocutore più diretto per parlare col Partito Democratico di Parma. 
E soprattutto penso che il sindaco conti su una stabilizzazione e su un rafforzamento del Pd, che darà stabilità e forza all’Amministrazione stessa. Quindi il punto vero non è un segretario sul piedistallo ma avere un segretario che consenta al sindaco di lavorare meglio in un percorso che ci conduca al 2027 in modo riconoscibile e chiaro».

D: Appunto, guardando avanti, tra due anni ci saranno le elezioni comunali e le elezioni politiche. Cominciamo dal Comune. Guerra sarà ricandidato sindaco?

R: «Spero e farò di tutto affinché Guerra possa ricandidarsi; stiamo facendo un lavoro davvero importante ed è giusto che possa proseguire, perché sono convinto che nel corso del tempo si vedrà ancora meglio l’esito delle scelte che abbiamo preso nei primi anni. Ovviamente sulla ricandidatura l’ultima parola spetta al sindaco».

D: Stiamo sul tema comunali 2027. Ritiene di continuare con l’attuale maggioranza o pensa di aprire a un campo largo, anche a forze che attualmente sono all’opposizione o non presenti in consiglio comunale?

R: «Ho detto più volte nei congressi dei circoli che il Pd, per quanto forte e solido, non può trincerarsi nella logica dell’autosufficienza che non funziona a livello nazionale e a maggior ragione non funziona in questa città. Quindi noi dobbiamo parlare con le altre forze politiche, penso al Movimento Cinque Stelle e penso ai Verdi-Avs in modo particolare. 
Dobbiamo cercare di allargare il perimetro della coalizione di centrosinistra, cercando di intercettare anche altre forze civiche di questa città che possano riconoscersi nel progetto politico del centrosinistra. Io credo che abbiamo margini di miglioramento purché non si facciano politicismi, non si faccia tattica, ma si ragioni attorno ad un progetto politico condiviso».

D: A proposito di liste civiche, pur essendo ancora presto, circolano rumors di un’intenzione del sindaco Guerra di avere una sola lista civica a supporto che unisca le forze (mentre nel 2022 c’erano Effetto Parma e la lista del sindaco che oggi è denominata Prospettive). Non teme che possa farvi più concorrenza?

R: «Questa coalizione è ampia e però ritengo che abbia nell’identità del Partito Democratico, un punto di forza inaggirabile e nel 2022 lo abbiamo visto in un ambito in cui le componenti civiche non erano pochissime (Ndr: il Pd ottenne il 24%). Quindi, non c’è un timore su una lista civica unica.

Detto questo io penso che il Pd debba presentarsi con una lista ancora più forte di quella del 2022, 
ancora più aperta alle migliori risorse della società che guardano a sinistra; credo però che siamo tutti consapevoli che il Pd da solo non raggiungerà il 50% e dunque bisogna che le forze civiche della coalizione, a partire da Prospettiva, facciano un lavoro importante per arrivare al 51%.

Ma credo che noi dobbiamo fare un lavoro diverso, come dicevo prima, sulle altre forze di centro sinistra, da Coraggiosa ai Verdi-Avs ad Azione sulla quale dovremo capire che tipo di collocazione sceglierà e però è un tentativo che faremo anche quello».

D: E quando partiranno questi ragionamenti con gli altri partiti e soggetti?

R: «Non escludo di fare presto qualche chiacchierata con gli esponenti quantomeno dei partiti nazionali, perché l’anno prossimo dovremo cominciare a lavorare a questa coalizione; è un lavoro che non possiamo fare negli ultimi tre mesi».

D: Sulle elezioni politiche invece una domanda più semplice. Lei sta sempre con la Schlein, come vede l’opportunità di tenere le primarie per scegliere i candidati al parlamento?

R: «Nicola Bernardi, rieletto segretario provinciale, ha scritto nelle sue linee programmatiche che farà di tutto per promuovere le “parlamentarie” o comunque delle consultazioni tra gli iscritti. Anch’io la penso così e credo che non potremo prescindere dall’ascoltare le indicazioni dei nostri circoli, dei nostri territori. Se ci fossero le primarie come nel 2013 sarei felice».

D: Venendo all’attività amministrativa, gira la voce che lei stia pensando di restituire la delega alla sicurezza. È così?

R: «La risposta è articolata. Mi è stata posta da diverse persone, durante queste settimane congressuali, 
la preoccupazione che la mole di lavoro, tra responsabilità amministrative e adesso anche la responsabilità politica sul partito, possa essere troppo gravosa. Innanzitutto dico “faremo”, perché nella gestione del partito punterò su una squadra plurale, molto aperta, con almeno una decina di persone che mi daranno una mano. E io sono assolutamente convinto che questo mi consentirà di fare bene il lavoro che c’è da fare. Poi ho aggiunto che, se con i colleghi di giunta e con il sindaco si riterrà di fare una valutazione anche sul carico amministrativo, 
non farò i salti mortali per trattenere delle deleghe, perché una rimodulazione può anche essere fisiologica, se il sindaco dovesse ritenerla utile. È chiaro che con il lavoro che è in corso sui cantieri PNRR, con le scadenze tra un anno, un passaggio in corsa adesso sarebbe molto delicato e anche complicato. Quindi ho detto: se vogliamo fare una valutazione sulla delega alla sicurezza, anche in questo caso, mi dispiacerebbe, ma non mi sottraggo, ecco».

D: Quali sono i tre momenti da ricordare per lei, in questa prima metà di mandato amministrativo?

R: «Direi i primi sei mesi di mandato, quando bisognava avviare il PNRR non tanto i cantieri, ma tutta l’operazione. Abbiamo fatto un lavoro amministrativo molto complesso: dai quadri economici sui mutui da contrarre, alle risorse da aggiungere, dato che era appena scoppiata la guerra tra Russia e Ucraina e c’era un rincaro dei prezzi. Il secondo momento importante è quando abbiamo cominciato a portare gli agenti di comunità nei quartieri e poi l’assunzione di 45 nuovi agenti di polizia locale che sono un innesto molto importante, come non si vedeva da anni a Parma e che forse non siamo riusciti a raccontare adeguatamente, come partito. Terza istantanea è la cittadinanza onoraria a Don Luigi Ciotti. È stato un 
momento di grande emozione accompagnato dal consolidamento di un messaggio forte di legalità e di impegno, anche per per gli ultimi. Perché Parma ha bisogno di coltivare in maniera forte uno sguardo diverso, alternativo, non convenzionale, verso chi è ai margini della città. 
Purtroppo c’è una platea di persone fragili e vulnerabili che spesso non guardiamo o che consideriamo soltanto come un problema sul piano della sicurezza. E don Ciotti ci ha ricordato che sono persone, prima di tutto, e che ciascuno di noi può scivolare ai margini repentinamente, per qualsiasi motivo». 


D: Tornando sulla sicurezza. Mi permetto una considerazione personale: io penso che sia un tema di sinistra ma che la sinistra non affronta e non comunica bene.

R: «La sicurezza è un tema di sinistra perché ne soffrono le persone più fragili o che abitano nei quartieri popolari, dove non ci si può permettere un sistema di allarme, la vigilanza privata o alla sera tardi di rientrare in taxi. In realtà è un problema di tutti. Ciò che cambia, rispetto alla destra, è il tipo di risposta che, per noi, non può eludere la radice sociale del problema. Oltre alla repressione e al controllo la sinistra deve mettere in campo prevenzione ed educazione, perché poi tanta parte del sentimento di insicurezza dei cittadini deriva semplicemente dal mancato rispetto delle regole di convivenza civile.

Peraltro ci sono più livelli di intervento: la repressione spetta soprattutto alle forze dello Stato mentre il Comune attraverso la polizia locale può fare una parte, non molto grande. Noi possiamo fare tanto dal punto di vista della prevenzione e sul piano della riqualificazione della città, per renderla più bella. Riqualificando diventa anche una città più sicura e più equa. Purtroppo sta crescendo un tema di iniquità, per le politiche nazionali e anche per quelle internazionali. 
Le città stanno diventando il laboratorio nel quale pensare e mettere punto delle politiche di contrasto a queste sperequazioni: chi ha di più, deve fare di più e anche farsi carico di un pezzo dei problemi che abbiamo tutti».

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_6086.jpeg 472 750 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2025-06-20 12:23:412025-06-20 12:29:22De Vanna proiettato sul 2027: cosa cambia per alleanze e delega alla sicurezza

Da Parma a Lampedusa per salvare vite in mare

16 Maggio 2025/1 Commento/in Storie/da redazione

L’esperienza della giovane medica

Elena Cremonesi con Mediterranea

La guardi questa ragazzona dai capelli rossi ginger mentre – nella sua felpa d’ordinanza blu con la scritta Mediterranea cerchiata da un salvagente, in pantaloni scuri e sneakers no logo – tiene incollata alle sedie, per tre quarti d’ora filati, la piccola folla venuta ad ascoltarla a Lostello in Cittadella.

È un attimo immaginarla e immedesimarsi in Elena Cremonesi quando esordisce dicendo che non era mai salita su una barca a vela e ha sofferto il mal di mare praticamente tutti i giorni. Intimorita, per via della nota sindrome dell’impostore e però con una missione da compiere: gli inconvenienti si superano e si sta ritti sulla tolda.

Sì, perché il 5 aprile scorso a Lampedusa, Elena è salita a bordo della Safira, barca a vela della Ong Mediterranea e in dieci giorni di navigazione ha contribuito a salvare 79 vite umane.

E qui è il momento di tirare il fiato e le fila del discorso.

Cominciamo dal fatto che Elena Cremonesi, 29 anni, specializzanda al terzo anno in medicina interna presso l’Ospedale Maggiore di Parma, non sembra proprio una medica. Questo l’avete già capito.

E il secondo fatto è che un mese fa era a svolgere la sua professione in mezzo al Mediterraneo, in quel tratto di mare tra Africa ed Europa, nel quadrilatero d’acqua salata tra Libia-Tunisia-Malta-Italia, per soccorrere i migranti che alla disperata, sui barconi, tentano di raggiungere le coste italiane per una salvezza e una vita migliore e, in tanti casi, l’unica vita possibile. E per questo così disposti ad affrontare il pericolo di morire.

Due salvataggi ha operato la Safira, nella missione #21 di Mediterranea, con a bordo Elena Cremonesi. Il primo, come leggerete, salvifico sul serio, scongiurando per poche ore un’ennesima tragedia. Il secondo intervento si è rivelato un appoggio fondamentale per condurre in porto un’altra barca.

Una lettura dei fatti che dovrebbe rendere orgogliosa tutta Parma di avere qui (dove ha studiato, si è laureata, è cresciuta) una giovane medica che non esita ad andare in prima linea per mettere le sue competenze a servizio delle sofferenze di quei popoli che hanno meno risorse e più bisogno di sanità, rinverdendo una tradizione di aiuti e interventi negli ospedali dei Paesi del sud del mondo, che si dipana negli anni, talvolta in situazioni di guerra, sotto spari e bombe (ne citiamo tre, senza far torto a nessuno degli altri medici che nel tempo si sono spesi, ed estendendo il riconoscimento a infermieri ed equipe mediche: il chirurgo Sandro Contini, il chirurgo pediatra Carmine Del Rossi, il cardiologo Franco Masini).

C’è forse una differenza: Elena Cremonesi ha lavorato in mare aperto, affrontando situazioni senza preavviso, davvero sul confine tra la vita e la morte.

Questo il suo racconto.

“Sono originaria dell’hinterland di Milano ho studiato a Parma perché mi piaceva il modo di lavorare che si ha in Emilia-Romagna, per cui ho scelto poi di intraprendere la carriera medica qua. Sono una specializzanda di medicina interna al terzo anno di specializzazione e fin dal tempo dell’Università molto interessata alla parte “diritti umani” e alla parte “medicina delle migrazioni”. Tant’è che frequento come volontaria lo Spazio Salute immigrati a Parma in strada 22 luglio. 
E il Centro salute della famiglia straniera di Reggio Emilia. Il mio progetto per la vita è proprio quello di dedicarmi come professione alla medicina delle migrazioni. Il paziente non europeo ha alla base un background culturale differente, per cui c’è una visione differente del dolore e della malattia, di come assumere i farmaci. Si tratta di non avere una visione solo occidentale: diciamo che l’obiettivo della medicina delle migrazioni è che non ci sia una medicina delle migrazioni, ma che tutto diventi poi una medicina con uno sguardo globale attento al paziente”.

“Mediterranea l’ho sempre seguita, sui social, attraverso le newsletter cui ero iscritta, anche perché incarnava per me l’essenza di quelli che erano i miei ideali di studentessa all’inizio e poi di medico. Dopodiché ho scoperto nel 2022 che c’era appunto un equipaggio di terra (EdT) di Mediterranea a Parma, creato da Fabio Amadei. 
E allora non ho esitato un secondo e ne sono entrata a far parte. Da lì è stato un viaggio, una scalata con un panorama bellissimo, nel senso che da lì poi sono entrata a far parte del gruppo medico di Mediterranea e quindi ho incominciato a fare l’attivismo sia laico, nel nostro EdT di Parma, sia come medica nel gruppo sanitario. Sono partita per le prime missioni, sono stata in Ucraina mentre l’anno scorso ero stata a Oulx, sulla frontiera italo-francese, con un’altra Ong. E quest’anno dovrei tornare in Ucraina e poi insomma c’è stato questo…”

“Siamo partiti da Milano il 3 aprile. Il 5 siamo salpati e siamo rientrati il 15 aprile, quindi siamo stati in giro alla fine un paio di settimane più o meno, ecco. Era la prima volta in mare, e sì, è stato un battesimo di fuoco. Di missioni ne ho fatte varie, mi occupo di migrazioni da un po’ di anni e però all’inizio avevo un sacco di preoccupazioni. Ho detto chissà se sarò adeguata, chissà se sarò capace, chissà se… Insomma è una situazione oggettivamente, fisicamente e psicologicamente molto impattante. Ed ero anche preoccupata proprio a livello medico, nel senso che insomma io sono all’inizio, il mio collega medico sulla Safira invece è superstrutturato, un sacco di esperienze con tantissime Ong e ho detto: oddio, saprò cavarmela? Però poi il punto è che quando sei lì, gioca tantissimo l’adrenalina e soprattutto la motivazione per cui ci sei, perché se tu ti ripeti ogni giorno: queste persone non hanno, non avrebbero una speranza se noi non fossimo qua, anche un passo verso la loro salvezza è già tantissimo per loro, rispetto comunque a quello che si potrebbe pensare. Devi saperti dire “io sto facendo il mio lavoro e siamo qua in un team” e in questo modo si riesce a gestire il carico emotivo che si ha in questo tipo di missione”.

“Certo, una volta che è finito viene fuori tutta la sensibilità che ti è rimasta dentro e che magari in quel momento non hai potuto esternare perché era una situazione di emergenza, e dopo devi mettere insieme i pezzettini”.

“Mediterranea è un’associazione di promozione sociale fondata nel 2018 da persone che hanno deciso che non era più il caso di stare a guardare chi continuava ogni giorno a morire in mare, cercando di lasciare la propria terra, per qualsiasi tipo di ragione. E così con la nave Mare Ionio sono partite le prime missioni. Gli ostacoli che frappongono i governi sono noti. Però diciamo che siamo ancora qua, alla missione in mare numero 21, per cui direi che il nostro sogno lo stiamo portando avanti e anche molto bene, date le circostanze. È sorto un gruppo in Spagna e poi si sono attivati equipaggi di terra per intervenire a Trieste sulle rotte balcaniche e in Ucraina a supporto della popolazione sofferente per la guerra.

“Ora la mare Ionio è ferma per manutenzione, così siamo usciti con la Safira, una barca a vela che quindi ha caratteristiche molto diverse”.

“Per partire dalla mia esperienza ho portato una cosa. Questa che vedete (in foto ndr) che sembra la carta dell’uovo di Pasqua in realtà è una metallina ed è il simbolo di quello che si fa nel Mediterraneo. La metallina serve per avvolgere le persone di tutte le età perché è molto grande. Serve per avvolgere adulti, ragazzi, bambini, neonati, tutti quanti. 
È fatta di due colori, sembra solo carta, ma in realtà quando la metti addosso scalda tantissimo e lo dico perché l’abbiamo provata anche noi, effettivamente ci ha salvato in varie situazioni di gelo nel Mediterraneo, quando cala la notte. C’è questa parte in oro che viene messa all’esterno quando ci sono le vittime di assideramento: attira i raggi del sole, e le persone rimangono al caldo. La parte argento si rivolge all’esterno quando le persone sono ustionate e quindi non devono disperdere il calore, ma è importante che il calore venga mantenuto all’interno del corpo per mantenere le funzioni vitali. Questa metallina, questo semplice foglio che sembra carta ha salvato la vita a tantissime persone nella missione che ho fatto io, come era avvenuto in precedenza. Sembra una sciocchezza, ma in realtà il fatto di poter stare al caldo, non è purtroppo scontato per persone che viaggiano per più giorni nel Mediterraneo. 
E quindi, avere una di queste addosso ha salvato letteralmente la vita, soprattutto ai bambini e ai neonati”.

“Sulla Safira l’equipaggio era composto da due medici e altre sei persone, gli skipper e i rib driver che guidavano i gommoni di salvataggio e il capo missione.

Siamo partiti la sera tardi e nella notte, alle 2, abbiamo ricevuto subito la prima segnalazione da Frontex. Ci danno le coordinate, le mettiamo sul nostro radar e andiamo, un po’ lenti perché siamo una barca a vela. Siamo avvisati che è un gommone con sessanta persone tra cui donne in gravidanza e bambini, anche neonati. E io mi precipito a ripassare i volumi di tutta la facoltà di medicina. Ma cosa succede? Quando stavamo per arrivare vicino al nostro target vediamo una barca in vetroresina, visibilmente instabile, con a bordo persone che chiedevano aiuto. Nel frattempo era diventata mattina. Abbiamo fermato i motori e la cosa assurda era che non c’era nessun “may day” relativo a questa barca, nessuna segnalazione da Frontex, nessun allarme. Era una barca fantasma. Queste persone ci hanno raccontato che erano in mare da 52 ore, in condizioni cliniche precarie. Per salvarli va il rib (gommone semirigido) per informarli che siamo lì per soccorrerli, viene dato loro il giubbotto di salvataggio e, verificato se ci siano delle persone in arresto cardiaco o bisognose di terapie di emergenza. In questo caso non c’era bisogno e si è effettuato il trasbordo sulla Safira per le cure in modo un po’ meno adrenalinico, perché comunque diciamo che sono pazienti che hanno bisogno di cure mediche urgenti, ma non in emergenza. Quando hai finito ti viene da piangere, ti dici che non è possibile, queste persone in mare avevano perso ogni speranza e in quel momento abbiamo fatto proprio la differenza tra la morte e la vita. E non è una cosa che rimane tra di noi, ma ti chiedi che cavolo ha in testa la gente che li lascia lì, è quella la vera domanda che ci dobbiamo fare, è quello il problema.”

“Le cose più frequenti che si vedono sono ipotensioni, quindi svenimenti perché passano seduti, schiacciati, tante ore, e quando si alzano svengono, specialmente i bambini, quindi servono soluzioni fisiologiche, e anche farmaci in vena. La patologia più frequente sono le ustioni, derivanti da fuoriuscite di carburante da serbatoi inadeguati. I vestiti si appiccicano alla pelle, e quindi con tutta la calma e l’amore che si può avere in quelle situazioni con l’acqua pian piano si staccano per praticare le cure”.

“Nella prima uscita abbiamo salvato 28 persone, tutti maschi, la maggior parte minori non accompagnati del Sud Sudan e della Nigeria. Avevano ipotecato tutto per essere lì, in quanto perseguitati in patria. Uno era un ingegnere, parlava inglese e ci ha raccontato che aveva pagato l’equivalente di 6mila euro, obbligato per questo percorso di salvezza. Gli abbiamo detto: ma non avevi timore, il rischio di morire è molto alto. “Sì, ci ha risposto, ma “il bello” in queste acque è che in tre minuti perdi i sensi e non te ne accorgi di andartene”. Sono cose che ti rimangono e ti segnano dentro”.

“Siamo ritornati in porto a Lampedusa alle 2 del mattino. Dopo un giorno di riposo siamo ripartiti per una missione che si è rivelata molto impegnativa. Ci siamo diretti verso la Tunisia, ma per lungo tempo non abbiamo avuto segnalazioni, né si vedeva niente. Fino a che il capo-missione vede sul radar un velivolo che fa dei cerchi continuamente in mezzo al mare, una cosa un po’ strana. Però non c’era nessuna segnalazione né dalla guardia costiera né da Frontex, niente, zero, silenzio. Data l’esperienza pregressa dell’equipaggio abbiamo deciso di “andare a vedere”. Dunque giriamo la barca, mettiamo le coordinate e ci dirigiamo subito verso quel punto; arrivati a quattro miglia, a tre miglia, incominciamo a scorgere un pallino nero in lontananza, col binocolo. È una barca, poi più ti avvicini vedi le manine che si muovono, vedi la gente che alza i bambini per farti vedere che ci sono dei bambini a bordo, insomma vedi una serie di cose. 
Noi ci avviciniamo sempre di più, pensavamo di essere da soli, perché ci siamo detti vabbè, qua nessuno li ha visti, magari loro non hanno neanche mandato un may day… 
Sono proprio dispersi alla deriva, sicuramente, perché non si muovono. E invece, senza che ci fosse arrivata alcuna segnalazione radio, vediamo comparire dal niente una grande nave bianca, della Guardia costiera. Ci è venuto il timore che fosse la guardia libica che volesse riportarli indietro, perché hanno le stesse navi italiane, dato che lo Stato italiano le ha fornite alla Libia, negli accordi che sappiamo. Grazie a Dio invece era la Guardia costiera italiana, che è intervenuta, ha fatto il trasbordo di 50 persone, donne, bambini e si sono diretti a Lampedusa più velocemente di quanto avremmo fatto noi. Il nostro capo-missione ha chiesto “ma, scusate, se eravate vicini, perché non siete intervenuti prima, perché non avete detto niente?”. C’era un concreto rischio di naufragio per quel barcone alla deriva. Non abbiamo ricevuto risposta e questo ci spinge a delle riflessioni, che lasciamo aperte. Insomma, per fortuna che siamo intervenuti”.

Elena Cremonesi, segnatevi questo nome, ne sentiremo parlare.

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/05/Med_salvati.jpeg 891 1195 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2025-05-16 13:49:102025-05-16 21:19:23Da Parma a Lampedusa per salvare vite in mare
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Parma Parallela

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