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Si fa presto a dire desealing

24 Luglio 2026/4 Commenti/in Opinioni, Editoriali/da redazione

Ma il Comune di Parma cementifica ancora, più che depavimentare

Desealing è la parola magica dell’estate parmigiana. Da mantra del mondo ambientalista, che la invoca da almeno un lustro, è all’improvviso assurta a “must” trasversale del lessico politico culturale cittadino. Parma addirittura, per un illustre giornale, sarebbe un esempio nazionale, di desealing. Meraviglie del marketing.

Il desealing, per chi se lo chiedesse, è la desigillazione o depavimentazione dell’asfalto o del cemento dal suolo, restituendolo a terreno naturale. Siccome è un’operazione impegnativa e costosa (e richiede uno switch culturale nei progetti) finora è sempre rimasta nei cassetti.

Allora cosa sta cambiando oggi che tutti vogliono fare desealing?

A parte i numerosi esempi di Milano che è partita per prima in Italia nel 2019 e continua tuttora con numerosi interventi, e di Genova con la sindaca Salis superstar che annuncia l’inserimento normativo del depaving nel Piano Urbanistico Comunale (mannaggia a Parma che “dimenticandosi” di questo tema ha appena approvato il PUG e si è fatta sfuggire l’occasione), oggi ci si accorge che per tentare di contrastare il super caldo estivo, provocato dal cambiamento climatico di origine antropica, la misura più rapida ed efficace in città è togliere cemento e mettere vegetazione (prati e alberi): è matematica, il verde riduce le isole di calore e calmiera le temperature.

Un esempio da manuale è quello realizzato a Forlì negli anni scorsi. Un grande piazzale del centro adibito a parcheggio è stato riconvertito a prato. Per chi vuole saperne di più questo il sito del progetto: sos4life E qui si può visualizzare su google earth la trasformazione seguendo la linea del tempo.

Torniamo a Parma. Il sindaco Guerra, raccontano, è entusiasta del desealing. Vorrebbe farne uno dei cavalli di battaglia nella prossima campagna elettorale. Per ora incentiva gli assessori Vernizzi e De Vanna a intervenire ovunque per spingere sul desealing come cambiamento culturale e con una nuova sensibilità ambientale.

Ma come stanno davvero le cose?

Ahi noi, come talvolta accade, si predica bene e si razzola male e in questo caso l’Amministrazione Comunale si fa cogliere facilmente in fallo. I numeri sono spietati: nei progetti del Comune di Parma sono ben maggiori i metri quadrati di nuova cementificazione rispetto alla depavimentazione e restituzione al terreno “naturale”. E gran parte è “colpa” dell’assessore allo sport, Bosi. Detto con ironia, si intende che i progetti sono approvati dall’intera giunta comunale.

Vediamo il perché.

Nella comunicazione del Comune, che infiocchetta uno degli aspetti innovativi del Pug, nel paragrafo “Piazze che tornano permeabili” si citano i piazzali Borri (centro), Bassano del Grappa (rione Cristo, quartiere San Leonardo), Serventi e Matteotti (Oltretorrente). Il totale di desigillazione di questi interventi sarebbe di oltre 2.500 mq, ma leggendo bene si scopre che in via Bassano “nella porzione centrale della piazza ci sarà la posa di un calcestruzzo drenante ad alte prestazioni”. Altolà: siano benedetti gli architetti e gli ingegneri che trovano sempre una soluzione a tutto. In pratica si toglie un cemento impermeabile anni Sessanta (era un campo da basket) e si mette un “calcestruzzo drenante”; sempre cemento è, però fa passare l’acqua nel sottosuolo. Le aree riconvertite effettivamente a prato sono di 800 mq. Stesso discorso vale per piazzale Serventi, intervento molto controverso e indigesto tanto che si rassicura “Il progetto non vedrà la perdita di parcheggi”. In piazzale Matteotti invece il ridisegno prevede un desealing di 490 mq.

C’è infine il caso di piazzale Borri, progetto di riqualificazione promosso e sostenuto integralmente dal Consorzio Km Verde. Nella comunicazione ufficiale prudentemente non si accenna al desealing ma si enfatizza la posa di 122 tra alberi e arbusti. Molti saranno piantumati lungo il perimetro della piazza, con aiuole sinuose che “scacciano” i lastroni di luserna. Tuttavia nella porzione che era già a verde vengono ricavati dei vialetti di camminamento, con sottofondo impermeabile. Insomma par di intuire che per il suolo sarà un saldo zero, se va bene. Ma lo scopo, come detto, è rendere la piazza più ombreggiata e vivibile, e il restyling sembra accattivante.

Nel contempo che si promuove il desealing, l’altra mano del Comune continua imperterrita a impermeabilizzare suolo. Annuncio del 3 luglio: in strada Zarotto nuova piscina pubblica all’aperto, di oltre 300 metri quadrati … sottratti al parco Ferrari. Lo stesso parco che quattro mesi fa ha visto inaugurare il nuovo campo da calcio in sintetico dell’Audace, misura 64 x 104 metri, ossia 6.656 metri quadri di terreno naturale tolto e impermeabilizzato con una soletta.

I conti son presto fatti: desealing previsto 2.500 mq, suolo impermeabilizzato 7.000 mq, quasi il triplo.

E un altro campo in sintetico è stato promesso alla San Leo, a sostituire uno in terreno, nel complesso sportivo in via Guastalla.

Non c’è solo lo sport. Nel settore mobilità è stato approvato il settembre scorso il taglio di un pezzetto di 150 mq della Picasso Food Forest per fare una rotatoria.

La rassegna potrebbe continuare con costruzioni in corso di strutture pubbliche (case della salute, biblioteche) su aree verdi, ma guardiamo avanti e fiduciosi sulla rotta del desealing.

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/07/IMG_0066.jpeg 960 1280 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-07-24 12:32:042026-07-24 15:53:34Si fa presto a dire desealing

Il clima presenta il conto. Dovevamo agire, non lo abbiamo fatto

16 Luglio 2026/0 Commenti/in Editoriali, Opinioni/da redazione

Ieri in Emilia ulteriore assaggio di quello che sarà la nuova normalità.

Potevamo evitarlo, dando una sterzata quando ancora i danni erano contenibili. Non lo abbiamo fatto, perché non volevamo fare sacrifici a scapito dell’economia.

Ma ritardare i sacrifici necessari porta soltanto a doverne fare di ancora più grandi, solo un po più avanti.
Lo stiamo vedendo. Perché perdiamo vite per il caldo, perdiamo tanti soldi per riparare i danni, e anziché GUIDARE il cambiamento distribuendo equamente i sacrifici ed usando con intelligenza le risorse, lo subiamo, creando sempre più disuguaglianze e sempre più esacerbate. Continuiamo a difendere i privilegi proprio di quelli che maggiormente causano il problema e se ne fregano di risolverlo.

Quando anni fa fui tra le persone che avvertivano della necessità dei sacrifici, fummo derisi dalle destre, ignorati dai cosiddetti partiti progressisti, guardati male dagli amministratori e dagli agricoltori, i quali erano stati avvertiti che sarebbero stati loro a farsi carico più di tutti della gestione delle conseguenze, in quanto attori diretti sui territori.

Che dire ora? Una grande amarezza vederci così impreparati, vedere i soldi delle nostre tasse, che in gran parte vengono dal lavoro normale di persone normali che faticano a far quadrare i conti, letteralmente buttati.
Siamo incapaci ed impreparati.
Ascoltiamo gli urlatori che difendono il loro orticello anziché capire che i sacrifici di oggi evitano le sofferenze di domani.
Siamo pessimi genitori delle prossime generazioni, che soffriranno a causa della nostra negligenza.

Dovevamo agire, non lo abbiamo fatto.

Chiara Bertogalli

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png 0 0 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-07-16 15:10:542026-07-16 15:10:56Il clima presenta il conto. Dovevamo agire, non lo abbiamo fatto

EOS, la fiera che rischia di impallinare la Giunta

3 Aprile 2026/0 Commenti/in Opinioni, Editoriali/da redazione

​A Parma siamo abituati a una politica che ama i toni sfumati, ma ci sono nodi che nemmeno il più doroteo degli amministratori può sciogliere senza sporcarsi le mani. Uno di questi ha un nome breve ma il peso specifico del piombo: EOS, “fiera dell’outdoor”, per tutti ormai la fiera delle armi. Se l’edizione di quest’anno si è dimostrata – come era facile prevedere – un terreno accidentato, quella del 2027 si preannuncia come una vera e propria mina piazzata sulla strada della maggioranza in vista della campagna per le prossime elezioni amministrative.

​L’Amministrazione Comunale si è lasciata mettere davanti al fatto compiuto dai manager delle Fiere, per l’edizione del marzo scorso, dimostrando plasticamente la propria irrilevanza nella governance dell’Ente. E in effetti col 15,96% puoi far poco, però la sommatoria con Provincia di Parma e Regione Emilia-Romagna porta il totale delle quote azionarie in mano pubblica al 36%. Proprio marginale non sembrerebbe, pur a fronte del quasi 53% dei tre maggiori soci privati.

Il problema della fiera delle armi è stato forse inizialmente sottovalutato, poi gestito tardivamente, tra balbettii e flebili prese di distanze, e peggio ancora sono state le (non) risposte a posteriori. La strategia del “pesce in barile” — quel tentativo di non scontentare nessuno che finisce per irritare tutti — sta mostrando la corda.

​Dal lato destro i sostenitori della kermesse accusano il Comune di aver voltato le spalle a un indotto economico importante (40mila i visitatori, attestati dalle Fiere) e a un settore che, piaccia o meno, si muove nell’alveo della legalità; sull’altro fronte il mondo pacifista e ambientalista, con alle spalle una fetta consistente dell’elettorato di centrosinistra, grida al tradimento dei valori di cui la città si dice portatrice (2mila manifestanti, non pochi). Nel mezzo una Giunta che prende schiaffi da due lati, incapace di esprimere una postura netta, bersaglio perfetto di ogni critica.

​Al centro della tempesta l’Assessora alla Pace, Daria Jacopozzi. Le sue dichiarazioni, percepite come ondivaghe e tardive (“intempestiva se non lunare” l’ha definita un lettore che ha scritto alla Redazione), hanno aperto un fronte, al punto che qualcuno ne chiede esplicitamente le dimissioni, o quantomeno il ritiro della delega alla Pace.

Foto e video pubblicati da XR peraltro bastano per constatare come il codice etico sia stato ampiamente disatteso, in particolare riguardo la tutela dei minori.

​Il rischio per l’attuale maggioranza è che EOS nel 2027 non resti un evento fieristico, ma si trasformi nel simbolo della difficoltà di questa Amministrazione nell’assumere posizioni nette. In piena campagna elettorale, ogni tentennamento verrà cavalcato dai competitor: la destra userà l’incertezza della Giunta per accusarla di essere ostaggio di ideologismi radicali. La sinistra e l’associazionismo vedranno nel mancato stop alla fiera la prova definitiva di uno slittamento verso un pragmatismo senza anima.

A completare il quadro sarebbe interessante conoscere la posizione di Crédit Agricole, finora silente socio di maggioranza delle Fiere (26,42%), come tutte le banche impegnata da anni a costruirsi una reputazione posizionandosi nell’alveo della sostenibilità e della responsabilità sociale.

​Quello che è certo è che se i protagonisti (inclusi i vertici dell’Ente, a partire dal Presidente Mosconi, stimato docente del nostro Ateneo) continueranno a giocare in difesa, cercando di barcamenarsi tra le clausole contrattuali delle Fiere e la pratica del “buon amministratore”, rischieranno di inciampare dolorosamente. Una parte, forse non maggioritaria ma certo consistente, della comunità di Parma non chiede solo che le cose funzionino secondo le norme, vuole sapere da che parte della storia sta chi la governa.

Rolando Cervi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png 0 0 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-04-03 15:05:582026-04-03 15:36:16EOS, la fiera che rischia di impallinare la Giunta

L’Oltretorrente è vivo e lotta insieme a noi

20 Febbraio 2026/1 Commento/in Editoriali, Opinioni/da redazione

La narrativa retequattrista dell’Oltretorrente sotto assedio è francamente ridicola più che fastidiosa. È sufficiente girare di giorno e di sera “di là dall’acqua” per rendersi conto che è una rappresentazione distopica che ingigantisce i problemi (che ci sono, e ci torniamo dopo) e ignora una realtà vivace e ricca di opportunità e relazioni.

Lungi dall’essere moribondo, l’Oltretorrente è vivo e lotta insieme a noi. Non si spiega altrimenti come possano esserci degli avventurosi che continuano a voler aprire negozi e botteghe: tre settimane fa ha inaugurato lo studio del tatuatore “Inkazzato nero” in piazzale Inzani, mentre in via Bixio sta allestendo i locali una nuova libreria: Dragonfly.

Tra piazza Picelli e via Imbriani fanno il pieno i bar dell’Angela, il Pulcinella e la latteria della Sonia e dal crepuscolo subentrano Gli Ostici e l’enoteca Chourmo; poco più in là si sta rilanciando, con mille iniziative, l’Oltrelab, dopo la chiusura temporanea di un anno fa. Ultimo esempio: laboratorio “Oltretorrente creativo” per ragazze e ragazzi dai 14 ai 20 anni.

Sull’angolo con borgo Parente brilla l’Ester corner che in poco tempo si è affermato come innovativo punto di aggregazione con un nuovo coro di quartiere, incontri di english conversation, yoga e mostre fotografiche.

Fanno tutto esaurito i locali ormai storici (termine che fa un po’ sorridere, dato che parliamo di 15 anni, circa, per i più longevi: citiamo i più noti Osteria da Virgilio, Bastian Contrario, Rivamancina, Gagarin, Vecchie Maniere, Oltrevino, Tapas) che hanno rinnovato la scena della convivialità che è quella che ti fa uscire di casa la sera e rende un quartiere e una città viva, tanto che l’Arci sta valutando di aprire un nuovo circolo (oltre ai cinque già presenti, frequentati dalla vecchia guardia e dai giovani studenti)… stay tuned per l’autunno.

In questo contesto si inserisce, domenica mattina alle 10, la piantumazione del fazzoletto verde in piazza delle Barricate, a fianco della chiesa dell’Annunziata. Un’iniziativa (“la cura che genera sicurezza”) che nasce dall’esperienza di Equa, l’edicola affidata a Ciac, una gestione sperimentale mista di italiani e immigrati.

Proprio la presenza di svariati esercizi commerciali gestiti da immigrati, africani e asiatici, è il segno di contaminazione che, inutile negarlo, a qualcuno non va giù. E, certo, in alcuni casi non tutto è facile. Rimane una sottile linea di demarcazione tra italiani e stranieri, ognuno si fa le sue cose, l’ibridazione fatica e verrà con le seconde generazioni, che si stanno affacciando adesso alla vita pubblica.

La zona rossa imposta all’Oltretorrente dal Prefetto, col perbenismo del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, (qui l’ordinanza) è esagerata e non sta risolvendo le cose che non vanno e che hanno principalmente a che fare con il decoro. Come sanno tutti, i problemi sono ristretti in un quadrivio di viuzze: l’incrocio tra borgo Marodolo, borgo Poi e via Galaverna in primis, con digressioni in borgo Fiore (al proposito: sentiste i prezzi al metro quadro del palazzo d’angolo in ristrutturazione… altro che zona degradata) e i famigerati trenta metri di via Imbriani che sboccano in piazzale Bertozzi. E, altro tema, passata la mezzanotte i decibel di musica e vociare si sentono di più.

Spaccini di crack (in prevalenza, ma chi vuole altri stupefacenti può ordinarli), sbevazzatori del tardo pomeriggio e orinatori notturni sono le presenze poco piacevoli in zona che, di tanto in tanto, sfociano in liti e urla.

È un problema? Togliamo il punto interrogativo. Chi abita in affaccio su queste vie vi dirà di sì ed è incredibile che non si riesca ad affrontare e risolvere. Dicono che la “legge” può fare poco, qualcuno vorrebbe lo “stato di polizia” permanente, altri si accontentano dei giri di perlustrazione delle Volanti. Ma poi c’è chi protesta contro i vigili quando appioppano multe per i divieti di sosta che abbondano nelle ore serali nell’isola pedonale di piazzale Inzani. D’altronde un altro problema sentito è la mancanza di parcheggi in quartiere. Un disagio diverso, sentito dagli abitanti, è quello “visivo” di scritte, pseudo graffiti ed epiteti che deturpano muri, intonaci e saracinesche. Oggettivamente imbruttiscono le strade. Tocca ai privati ripulire, ma appena reimbiancato la manina anonima verga nuovi “sbordacci” e così si tende a lasciare il muro insozzato. Si salvano solo i murales artistici.

Tornando al consumo di sostanze proibite, un’attenzione particolare davanti ai licei. Pare che ci sarà un giro di vite sui consumatori.

Alla fine tra insofferenza e tolleranza prevale ancora quest’ultima, che poi è una caratteristica atavica dell’Oltretorrente.

I furti accadono, ma forse sono più numerosi a Parma Mia, da quanto si legge, e sarebbe interessante che la questura nel rendiconto annuale desse i numeri della criminalità suddivisi per quartiere, per capire meglio e non basarsi solo sulle percezioni.

A parte questi aspetti, l’Oltretorrente è ancora un must: qui trovate una delle migliori pizze (Oven in via Bixio), il bar dei gatti in via D’Azeglio, Fusa e Caffè, divenuta un’attrazione per turisti e dove, per le tante richieste, si va a prenotazione; parrucchieri, barbieri, sarte, fioriste, fornai “del sasso”, macellerie, cartolerie, ottici e ferramenta, bazar cinesi e ortofrutta sikh, tortelli e anolini freschi da “Voglia di Pasta”, la storica drogheria “Viani” e un negozio unico come il “Canapaio Ducale”; mi scuserete se non cito tutti gli altri brand storici, da “Mantovani” a “Delsante”, ad altre botteghe, alimentari e non.

La trasformazione è continua, soprattutto in strada D’Azeglio. Un luogo più di altri che forse interpreta e racconta la linea di frontiera, come fosse il bar di Guerre Stellari, è l’Acquolina, dirimpetto all’Annunziata: andateci e scoprirete un mondo che comincia a essere frequentato anche dai parmigiani, in un andirivieni di studenti fuorisede, rider in pausa, badanti dell’est in libera uscita, muratori di ogni dove, fidanzatini, amiche chiacchieratrici a oltranza, tifosi di calcio davanti ai teleschermi.

Ci sarebbe anche da parlare del controverso progetto di depavimentazione in piazzale Serventi, che solleva molte contrarietà a proposito della mancanza di parcheggi; del recupero dell’ospedale vecchio; della biblioteca Civica e dei suoi eventi culturali; del ruolo imprescindibile dell’Università (ma che l’Asp Ad Personam preferisca trasformare l’ex ospedale Stuard in studentato anziché Rsa per anziani… parliamone); della parrocchia unica per tutte le chiese del quartiere, causa fedeli in costante calo.

È una società che cambia, e l’Oltretorrente è da sempre una porta sul mondo, con tutte le sue contraddizioni.

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/02/IMG_8684-scaled.jpeg 1356 2560 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-02-20 13:08:042026-02-20 13:08:54L’Oltretorrente è vivo e lotta insieme a noi

Le zone rosse e la politica del soffiafoglie

17 Dicembre 2025/0 Commenti/in Editoriali, Opinioni/da redazione

Ormai settimanalmente sui media locali leggiamo o sentiamo segnalazioni provenienti da varie zone della città in tema di sicurezza. La moda del momento è quella di invocare (e ottenere prontamente con tanto di annuncio in favore di telecamere) la salvifica Zona Rossa. Rapida, visibile, rassicurante. E proprio per questo politicamente molto spendibile.

Funziona più o meno così: si individua un’area problematica, si fa qualche controllo in più, si allontanano le presenze ritenute moleste o pericolose. Il risultato è immediato: la piazza sembra più ordinata, la situazione appare più tranquilla, il cittadino si sente sollevato. Per qualche settimana, fino alla scadenza del provvedimento.

Chiunque abbia osservato un vicino di casa all’opera con un soffiatore coglierà la similitudine: aria, polverone, rumore, movimento. Le foglie scompaiono dal campo visivo, il cortile appare pulito. Missione compiuta. Solo che le foglie non sono state raccolte. Sono state spostate di qualche metro, davanti a un altro portone, su un altro marciapiede. Scaricate su qualcun altro.

Le zone rosse funzionano in modo sorprendentemente simile. Non eliminano degrado e microcriminalità, li soffiano sotto casa di qualcun altro.

Naturalmente il cittadino che non si ritrova più lo spacciatore sulla porta è contento, e questo è umanamente comprensibile. Nessuno dovrebbe essere costretto a convivere quotidianamente con situazioni di degrado o insicurezza. Ma il punto non sono solo le lamentele del singolo o del comitato di quartiere. Il punto è che la persona ritenuta pericolosa o molesta, allontanata dalla “zona rossa”, non smette di esistere. Non cambia condizione, non trova alternative. Cambia solo indirizzo, magari di poche centinaia di metri, quel tanto che serve per uscire dal nostro campo visivo.

Tant’è che alcuni cittadini dell’Oltretorrente si lamentano di un aumento, nei borghi, di pusher e “consumatori” conseguenza dell’allontanamento dalla zona rossa nel Parco Ducale

Il principale merito delle zone rosse è quello di produrre sicurezza percepita, ma la sicurezza reale — quella che dura nel tempo e migliora davvero la vita della città — richiederebbe altro: integrazione sociale, politiche abitative, servizi di prossimità, presa in carico delle fragilità.

Tutta roba poco instagrammabile, costosa, lenta, che richiede competenze tecniche e lungimiranza. Non produce risultati immediati da raccontare in conferenza stampa con qualche slogan a presa rapida, non fa rumore. Un po’ come raccogliere le foglie pazientemente con una ramazza, invece di soffiarle via.

Il rischio è confondere la gestione dell’ordine pubblico con il governo della città. Le zone rosse possono essere misure emergenziali temporanee (non a caso la legge prevede una rapida scadenza dei provvedimenti), ma diventano un’arma di distrazione di massa se vengono contrabbandate come soluzione strutturale dei problemi.

Un po’ come il soffiafoglie: può essere utile, a patto che nessuno ci racconti che grazie a quello farà sparire l’autunno.

Rolando Cervi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png 0 0 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2025-12-17 22:02:392025-12-17 22:02:41Le zone rosse e la politica del soffiafoglie

Il re è nudo ed è uno spettacolo indecente

5 Dicembre 2025/0 Commenti/in Editoriali, Opinioni/da redazione

Oramai è il segreto di Pulcinella, e gli ultimi veli probabilmente cadranno presto, sulla storiaccia di molestie e violenza sessuale che riguarda il famoso regista e il prestigioso teatro che ne esce infangato pesantemente. E anche Parma non ne è immune, seppur abituata agli eccessi negli scandali.

In questa tristissima vicenda si intersecano diversi livelli e non è facile dipanarli. Proviamo a ricostruirli dicendo quel che si sa e quel che non si può dire, spiegandone i motivi.

Il caso è stato a lungo in sordina, pur con la prima inequivocabile sentenza nell’estate 2024, sezione lavoro, giudice Moresco, su ricorso della consigliera regionale di pari opportunità, Alvisi. Sentenza confermata in appello. Le domande risarcitorie furono dichiarate inammissibili (la consigliera regionale non ha titolo per chiederle) e il giudice si limitò a ordinare di adottare il piano di rimozione delle discriminazioni. Un successivo ricorso, presentato dalle due attrici vittime, ha portato invece nel settembre 2025 alla sentenza, sempre del Tribunale di Parma, sezione lavoro, giudice Zampieri, alla condanna con risarcimento del danno, rispettivamente in 24.571 euro e in 82.057 euro.

La notizia è diventata di dominio pubblico nei giorni scorsi a seguito della conferenza stampa indetta a Roma dalle associazioni D-Differenza donna e Amleta che raccolsero per prime le denunce delle attrici vittime, perché, giustamente, il caso è di valenza nazionale: un “me too” italiano.

Nel diffondere la notizia si dice e non si dice, perché c’è la giusta e sacrosanta tutela delle vittime e c’è la sentenza oscurata nei nomi e cognomi, per privacy. Viene reso noto che è coinvolto un teatro di Parma che, in solido col regista, dovrà risarcire le due vittime.

La cosa è troppo grossa per fermarsi qui: non è “solo” violenza sessuale, è un caso abnorme di abuso di potere, riguarda e interroga il mondo della cultura e del teatro in specifico. È una “prima” volta che viene scoperchiata.

Immediato per noi, come per altre testate giornalistiche, si è posto un doppio interrogativo: legale e deontologico. E qui c’è una piccola riflessione di premessa ai fatti, forse ridondante ma che ritengo opportuna.

Il mestiere di giornalista comporta un dovere morale di dare le notizie anche se scomode e fare i nomi, non per voyeurismo o giustizialismo, ma per informare i lettori, appunto, rendere edotti e consapevoli su cosa succede in città e nel mondo.

Un’informazione onesta e trasparente va a braccetto con la democrazia che, pur piena di difetti, rimane il migliore dei sistemi di governo della società umana. Una democrazia matura è capace di darsi dei contrappesi per evitare che, nel nostro caso, si sbatta “il mostro in prima pagina” non per tutelare il mostro ma le vittime di cui spesso ci si dimentica, specialmente quando continuano a vivere.

All’aspetto deontologico si aggiunge quello legale. Una stimata collega mi ragguaglia sul fatto che tutte le sentenze civili (come quelle del tribunale del lavoro) sono oscurate per motivi di privacy. E a questo oscuramento si debbono attenere le parti coinvolte e, parimenti, chi ha ruoli istituzionali e, anche, i giornalisti.

Tuttavia la sentenza è pubblica e chiunque può ottenerla e divulgarla. E, non a caso, c’è chi l’ha fatto in modo sbrigativo e, chi vuole cercarla, la sentenza, la trova abbastanza facilmente sul web, così come le precedenti di primo grado e appello.

È un cortocircuito, sono d’accordo. Di più: in questo caso il tilt è clamoroso e, data la rilevanza dei soggetti e dell’argomento, l’esito è stato opposto alla pretesa di riservatezza: si è scatenata una ricerca morbosa di nomi dei e delle protagoniste per sapere “chi” ha commesso il fatto, chi l’ha subìto, chi lo ha coperto e se c’era un sistema dietro e chi ne era coinvolto.

In più, a causa di sviste e della crudezza dei dettagli scabrosi delle testimonianze, riportate senza filtri nell’ultima sentenza, reperibile online, si è in grado di sapere tutto e di arrivare ai nomi per deduzione.

Questa cosa è proprio sfuggita di mano e, chiudendo questa premessa, mi sento di dire che una riflessione sulle “regole” andrebbe fatta: dai politici in funzione legislativa, dai magistrati, dalle associazioni di rappresentanza e, naturalmente, da avvocati e giornalisti.

Ci si domanda, tra addetti ai lavori, se per togliere l’ultimo velo, le vittime saranno costrette a esporsi una seconda volta, per poter fare circolare pubblicamente il nome del loro aguzzino. O se prudenzialmente dovranno attenersi alla secretazione del tribunale.

Peraltro il terribile caso francese di Gisèle Pelicot ha sovvertito il punto di vista e non sono più le vittime di stupro a doversi vergognare ma il violentatore, smascherato nella sua brutalità.

Andiamo ai fatti. Il re è nudo e, purtroppo, non c’è metafora più appropriata.

Nella cerchia teatrale il famoso regista veniva appellato “re”, con l’aggiunta di un attributo. Ed è paradossale ma c’è un passaggio oscurato, nella prima sentenza del 2024, che sembra proporre il termine “re”. È un testimone a parlare e partiamo da qui per dare la visione d’ambiente.

“Che il “re” avesse un certo atteggiamento nei confronti delle donne era noto ma non si capiva fino a che punto. Si sapeva che era una persona manipolatoria che cerca di convincerti a fare quello che vuole lui, era palese. L’ho provato anche io questo atteggiamento manipolatorio sulla mia pelle ma non sessualmente».

“Se lo decido io, tu non metti più piede in nessun teatro d’Italia” dice il regista a una delle vittime – si legge nella sentenza che circola online – la quale specifica: “Ricordo che mi provocava terrore. In un’altra occasione al posto che chiamarmi per nome mi ha chiamato “puttanella” e nessuno ha detto niente: c’erano gli attori fissi al Teatro che sono una decina. Mi invitò a sedermi di fianco a lui in platea dove mi ordinò di baciarlo. lo non lo feci ma fu lui a baciarmi. Io avevo la bocca chiusa e lui mi ordinò di aprirla. Ricordo la sensazione di schifo che ho provato ma non ho la percezione fisica di quello che è successo”. Il resoconto dell’attrice prosegue nel descrivere la molestia sessuale coercitiva ed esplicita sull’organo genitale del regista. E poi sono ripercorsi i casi di vera e propria violenza.

La magistrata del Tribunale del Lavoro – perché anche questo è un aspetto peculiare della vicenda, ossia non una denuncia penale, per la quale erano scaduti i termini, ma un ricorso alla sezione del lavoro del tribunale da parte della consigliera di pari opportunità della Regione Emilia-Romagna, in quanto ente finanziatore del corso di alta formazione per attrici e attori di teatro, nell’ambito del quale sono accadute le molestie, nel 2019 – la magistrata nel secondo processo, dicevamo, riascolta le vittime e le testimoni e questo permette di evincere che una violenza sessuale commessa dal regista, per un rapporto non consensuale e imposto, ai danni di un’attrice, avvenne nel 1998.

Nel 1998, ossia ventisette anni fa. Altri episodi di molestie o violenze, si evince dalle testimonianze, sono avvenute nel 2007 e nel 2014. Un’altra teste dichiara che una persona che lavorava nel Teatro almeno dal 2018, “mi aveva messo in guardia dicendomi di stare lontana da lui per evitare situazioni spiacevoli”.

Nella prima sentenza si citano, oscurate, sette donne che avrebbero subito molestie o violenze da parte del regista.

Basterebbero queste circostanze, che nel processo servono a corroborare le ragioni delle vittime, ad aprire uno squarcio su vari aspetti. Il primo è sul disvalore di quest’uomo a lungo venerato come un genio del teatro, a cui sono state aperte porte e palcoscenici di prestigio, in giro per l’Italia. Ammesso e non concesso che avesse davvero delle qualità creative, avrebbe ingannato tanti e abusato ignobilmente della posizione di potere in cui era assurto, soddisfacendo gli appetiti sessuali approfittandosi delle donne attrici, o aspiranti tali, in condizione di subalternità.

Inevitabile la domanda su quanti sapessero e abbiano coperto. Più volte, nel procedimento, viene indicato che il regista si presentava tardi alle prove, oltre due ore dopo, per trattenersi fino a notte fonda, possibilmente da solo con la malcapitata. Altri episodi sono accaduti in ristoranti, vuoti per la tarda ora e altri ancora al domicilio dell’uomo.

La magistrata condanna in solido la direzione del teatro: “Questo Giudice ritiene (che) l’illecito debba essere addebitato all’Ente, quale titolare di una posizione di garanzia, a titolo di responsabilità (individuale) omissiva impropria; non può revocarsi in dubbio che la stessa sia, parimenti all’autore dell’illecito, dal momento che, come noto, “non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”.

Per questo motivo sono giunte, da diverse parti (ad esempio dal sindacato Slc-Cgil e dalla Casa delle Donne), richieste di dimissioni della direzione del Teatro. Questa argomentazione si basa sostanzialmente sul “non poteva non sapere”. L’interrogativo è legittimo quanto aperto.

Va detto che il cda del Teatro non appena citato in giudizio, nel 2021, ha destituito il regista da tutti gli incarichi. Contro di lui, inoltre, sarebbe stata avviata un’azione risarcitoria.

Un altro aspetto è che, presto o tardi, si imporrà una “riscrittura” della storia del teatro, come avvenuto nel Tour de France dove il campione dopato è stato cancellato senza indugi dall’albo d’oro. Nel caso parmigiano sarà più doloroso e però doveroso andare a fondo perché, oltre alle donne attrici, è il teatro stesso, che vive nelle rappresentazione di drammi e commedie la massima interpretazione della libertà, a essere stato tradito e vilipeso.

La città di Parma, non dubitiamo, saprà riflettere chiedendo scusa alle donne vittime di questa violenza, sperando che da questa amara vicenda si possano ideare contromisure efficaci, a partire da strumenti di educazione sessuo-affettiva non solo per le scuole, e di prevenzione nei luoghi di lavoro.

Come uomo mi fa rabbia sapere che un concittadino abbia approfittato così vilmente della sua posizione di potere per commettere violenze sulle donne. Che questo sia accaduto nel mondo della cultura è ancora più riprovevole. Il timore è che possa avvenire anche in altri settori. Non mancherà il mio impegno, e della redazione di Parma Parallela, nel raccontare questa e altre vicende, così come nel sostenere la dedizione di coloro che provano a cambiare le cose.

Una prima iniziativa denominata “Rompere il silenzio”, incontro sui teatri della violenza e sulla sentenza del Tribunale del Lavoro di Parma, si terrà domani alla Casa delle Donne alle ore 12. Interverranno diverse protagoniste, qui la locandina.

Per approfondire il tema alcuni link. La dichiarazione congiunta di sindaco Guerra, vicesindaco Lavagetto e assessora alle pari opportunità, Bonetti. L’editoriale del giornalista Donelli di Parma Today; la lunga e articolata riflessione del sociologo Deriu dell’associazione Maschi che si immischiano. Le prese di posizione della Casa delle Donne.

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png 0 0 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2025-12-05 09:58:552025-12-05 11:16:11Il re è nudo ed è uno spettacolo indecente

E se le piazze fossero il confine più netto tra destra e sinistra?

9 Ottobre 2025/1 Commento/in Editoriali, Opinioni/da redazione

Forse è proprio in piazza che si manifesta — in senso letterale e simbolico — quella differenza tra destra e sinistra che molti giudicano ormai superata, impolverato souvenir per nostalgici del secolo scorso. Negli ultimi giorni, le manifestazioni di solidarietà alla Flotilla e contro il genocidio israeliano a Gaza che hanno attraversato l’Italia, hanno riportato in superficie una frattura che non riguarda soltanto la visione politica e geopolitica, ma una diversa idea di cittadinanza e partecipazione.

Quelle piazze, indubbiamente collocabili a sinistra, sono state duramente criticate da destra. In molti dei commenti non tanto dei leader politici, ma dell’opinione pubblica, almeno di quella parte che abita i social network, emergeva una convinzione semplice e netta: “perchè manifestate per qualcuno che sta a migliaia di chilometri da noi, e non fate nulla quando in Italia ci sono pensioni da fame, stipendi bloccati, liste d’attesa infinite nella sanità pubblica?”. Un’altra argomentazione largamente diffusa non era meno utilitaristica: “per chi sta a Gaza il giorno dopo non è cambiato nulla, mentre io ho trovato la tangenziale bloccata”.

Sono obiezioni che, a modo loro, contengono una logica. Ma che ci mostrano anche un tratto profondo che dal ‘900 sembra essere giunto intatto nella cultura politica contemporanea: essere di sinistra significa anche mobilitarsi per cause che non ti toccano direttamente, mentre chi è di destra scende in piazza per difendere o rivendicare qualcosa di più vicino nel tempo e nello spazio.

Basta ricordare cosa è accaduto solo poche settimane fa, quando una parte consistente dell’opinione pubblica italiana — soprattutto quella di destra — guardava con simpatia e ammirazione alle manifestazioni francesi contro la riforma delle pensioni. “loro sì che si fanno sentire, mica come noi che stiamo qui inerti a subire gli abusi del potere”. Quelle piazze (assai più violente e incendiarie di quelle di casa nostra) piacevano proprio perché i francesi manifestavano per sé: per la propria pensione, per il proprio reddito, per la propria quotidianità. Una forma di protesta “egoistica”, se vogliamo dirla così, ma perfettamente coerente con un certo modo – oggi largamente vincente in tutto il mondo – di intendere la politica come difesa dei propri interessi e confini, materiali e simbolici.

Al contrario, le piazze pro-Gaza — con tutte le loro contraddizioni, con le tensioni e i limiti che si possono criticare — nascono da un impulso diverso: quello di mettersi nei panni di qualcun altro, di allargare lo sguardo oltre la propria quotidianità, di sentire come intollerabile un’ingiustizia anche quando non la subiamo noi o qualcuno che appartiene alla nostra stessa tribù.

Ecco allora che nella piazza si rivelano due antropologie politiche, umane, culturali opposte. Da una parte, quella che misura il valore dell’impegno sociale sulla base del “qui e ora”: “Perché devo preoccuparmi di chi è lontano, se qui le cose non vanno?” Dall’altra, quella che ritiene che proprio la distanza sia la prova della solidarietà più cristallina: “Se mi muovo solo per ciò che mi tocca, non è più impegno, è interesse.”

Forse è un segno dei tempi che questa differenza sia evidente ormai quasi solo lì, nella ritualità di un corteo e degli striscioni scritti a mano. La sinistra, ancora, tende la mano oltre il proprio recinto. La destra, ancora, sta chiusa dentro e difende ciò che è suo. In un’epoca in cui le ideologie si sono sfilacciate e le appartenenze si confondono, è la piazza — disagevole, imperfetta, scomposta — a ricordarci che non tutti intendiamo la parola “noi” nello stesso modo.

Rolando Cervi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png 0 0 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2025-10-09 08:30:162025-10-09 08:53:14E se le piazze fossero il confine più netto tra destra e sinistra?

Se ai furti risponde la solidarietà e non lo Stato, qualcosa non va

12 Settembre 2025/1 Commento/in Opinioni, Editoriali/da redazione

C’è voluto un post affranto su facebook di Europa Teatri, per apprendere dell’ennesimo furto con scasso in città. “Richiesta di aiuto – Messaggio alla città” hanno scritto ieri mattina da Europa Teatri, via Oradour nel quartiere San Lazzaro. “Chi abita un teatro sa quanto sia importante scardinare un limite e varcare una soglia, è l’impresa che ogni giorno tentiamo, è quello in cui crediamo. Qualcuno invece ha ritenuto di invertire i termini della questione: scardinando porte (con un piede di porco) e varcando limiti (di legalità, di buonsenso, di decenza).” Tutto questo mentre si apprestavano a mettere in scena il Parma Moving Festival, rassegna di danza contemporanea che inizierà lunedì prossimo.

“Stamattina – si legge nel post – siamo arrivati in teatro di buonora e abbiamo trovato tutte le porte fracassate e tanto materiale rubato. Qualcuno (più di uno, sicuramente) ha fatto sparire mixer, casse, microfoni, cavi, videoproiettore, nonché una quantità significativa di provvigioni dall’attiguo Ratafià. Il danno patrimoniale è già importante, ma il danno al nostro lavoro lo è molto di più. Siamo alle soglie di un festival e ci occorre tutto. Non sappiamo in quale modo possiate esserci d’aiuto, ma confidiamo nel vostro cuore creativo. Noi, dopo la doverosa denuncia alle forze dell’ordine, raccogliamo i pezzi e andiamo avanti. Ci hanno lasciato sulle scale un Amaro del Capo: brindiamo alla faccia di chi ci vuole male”.

Così immediata è scattata la solidarietà verso Europa Teatri di altre compagnie teatrali (Lenz, Loft, Teatro Necessario, professionisti di service) che hanno messo a disposizione strumenti e mezzi al momento non utilizzati. E verso sera Europa Teatri ha lanciato “Puzzle Cafè” una sottoscrizione pubblica per riacquistare i materiali, come un puzzle, appellandosi a donazioni da 1 euro in su.

“Nel frattempo, – scrive Europa Teatri – ringraziamo tutti i teatri e gli artisti di Parma che ci hanno prontamente sostenuto offrendoci la disponibilità di materiale, nonché il pubblico, i nostri allievi, tutti coloro che ci stanno supportando emotivamente e praticamente in questo momento.

Grazie anche al Comune di Parma e Parma Infrastrutture per la prontezza con cui hanno risposto alla nostra chiamata in aiuto”.

Dalle forze dell’ordine non una parola. Certo, uno si aspetta indagini e non dichiarazioni sulla criminalità. Tuttavia se la risposta della società è la solidarietà verso le vittime, dalle istituzioni (in primis dallo Stato tramite il governo in carica, e quindi dall’organo periferico che è la prefettura), ci si aspetterebbe qualche mossa in più in termini di prevenzione e vigilanza sul territorio. E poi, certo, indagini e arresti ma sappiamo che sono più complicati. (dra.fra)

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png 0 0 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2025-09-12 16:51:092025-09-22 19:22:06Se ai furti risponde la solidarietà e non lo Stato, qualcosa non va

L’umile lavoro di cronista

3 Agosto 2025/0 Commenti/in Opinioni, Editoriali/da redazione

Alla sedicesima newsletter è tempo di tirare il fiato e guardare indietro il percorso fatto e, in avanti, alle prospettive.

Se c’è una cosa che non mi riesce bene, care lettrici e cari lettori, è lo scrivere editoriali che diano la linea, che esprimano una visione. Onestamente mi ritrovo di più nell’umile lavoro di cronista che scava per cercare notizie: a volte fa dei buchi nell’acqua, a volte trova dei tesori o, perlomeno, dei tesoretti.

Siamo partiti con tre obiettivi: informare su quello che succede in città (e in provincia), laddove altri non lo fanno; dare voce a chi di solito non appare sui media; costruire una community di lettrici e lettori che sostengano questa avventura editoriale no-profit.

Lo abbiamo fatto sperimentando due modalità: una trasmissione video podcast live; una newsletter settimanale. Sotto, sotto la vera scommessa era riuscire a mantenere continuità nelle uscite e non disertare l’appuntamento con lettrici e lettori. Ci siamo riusciti ed è un traguardo che non era scontato, perché l’attività di informazione che facciamo con Parma Parallela non è un lavoro ma – utilizzando un termine di altri tempi oggi desueto – una militanza. È tempo extra quello che dedichiamo a questa testata blog per affermarla nel panorama dell’informazione locale.

Parlo al plurale perché tengo a ringraziare, e molto, Rolando e Chiara, punti di riferimento di questa esperienza.

Viviamo tempi difficili per la democrazia, nel mondo. Quando prende il sopravvento la legge del più forte si riduce lo spazio per il dialogo, per il confronto delle idee, si enfatizzano le paure, si crea un clima permanente di conflitto, si comprime la libertà. Una delle conseguenze è il moltiplicarsi della propaganda a scapito delle fonti di informazione per i cittadini.

A Parma, paradossalmente, viviamo questa contrazione dell’informazione in un contesto di benessere – sempre più scricchiolante in verità – e di liberalità. E non bastano, e non possono bastare, i profili social personali, per quanto brillanti, a sopperire a questo vulnus.

“Questa città ha bisogno di parlare e di parlarsi. Il vostro tentativo è molto apprezzabile, ma dovreste sforzarvi di aprirvi di più”. Un collega giornalista di lungo corso mi diceva così, qualche giorno fa. È un pungolo, un incentivo a fare meglio.

Lasciatemi però dire, con una punta di orgoglio, che in questi quattro mesi su alcuni temi abbiamo dato notizie che non avreste trovato altrove, e fornito diversi spunti di dibattito. Nelle live video (che potete recuperare sul canale youtube) abbiamo ospitato in larga parte donne e giovani che hanno tanto da raccontare e che, di converso, solitamente sono esclusi dagli spazi mediatici.

Ci sono tanti aspetti da migliorare. Uno di questi, decisamente, è una maggior diffusione di Parma Parallela. Ne siamo consapevoli e abbiamo qualche idea in proposito, che cercheremo di mettere in pratica, un passo alla volta.

Devo però chiedere, apertamente, un sostegno all’avventura di Parma Parallela. Dateci linfa, abbonatevi al progetto, qui trovate le indicazioni per sostenerci.

Torniamo a settembre, trascorrete buone vacanze.

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png 0 0 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2025-08-03 13:19:592025-08-03 13:20:01L’umile lavoro di cronista

Il referendum è morto, viva il referendum

13 Giugno 2025/0 Commenti/in Editoriali, Opinioni/da redazione

C’è uno strano silenzio intorno al destino del referendum in Italia. Dopo il fallimento annunciatissimo (nessun osservatore di buon senso ha pensato neppure per un attimo che si sarebbe raggiunto il quorum) della consultazione dell’8-9 giugno scorsi, ci si accapiglia su come leggere i numeri dal punto di vista degli equilibri tra governo e opposizione, ma non ci si occupa della vera vittima di quest’ultimo passo falso: l’istituto del referendum. Eppure dovrebbe preoccuparci, perché stiamo assistendo al lento spegnersi di uno degli strumenti più preziosi della democrazia. Dopo avere dato forma con pagine gloriose alla società italiana contemporanea, da molti anni il referendum abrogativo arranca, sembra ormai un’impresa quasi impossibile raggiungere la fatidica soglia del 50% più uno degli aventi diritto al voto.

Il caso più simbolico resta proprio l’ultima consultazione di successo, quella del 2011, con il voto sull’acqua pubblica e sul nucleare. Gli italiani mandarono due messaggi chiarissimi, con numeri travolgenti: l’acqua è un bene comune, fuori dal mercato e dalle logiche di profitto, e le centrali atomiche non devono trovare spazio sul nostro territorio. A distanza di quasi quindici anni, poco o nulla è cambiato.

In tema di servizio idrico molte gestioni restano privatizzate o affidate a società miste, nessuna maggioranza di governo, di nessun colore, ha mai calendarizzato seriamente una discussione sul tema, la richiesta popolare di un ritorno al controllo pubblico dell’acqua rimane lettera morta.

Lo stesso dicasi per l’altro quesito: oggi si torna apertamente a discutere del ritorno al nucleare come soluzione per la crisi energetica e la decarbonizzazione, nonostante per ben due volte (1987 e 2011) gli italiani abbiano bocciato a suffragio universale quella prospettiva.

La volontà popolare sembra considerata superata, archiviata come un capriccio di un’altra epoca. Il cittadino percepisce che, anche quando va a votare e vince, questo non produce alcun effetto concreto.

Questa delusione ha alimentato un cinismo crescente: “Tanto non serve a niente”, “tanto non lo rispettano” sono i commenti che si sentono ormai con sempre maggiore frequenza. E così l’astensione non è più solo disinteresse, ma anche sfiducia attiva. Un astensionismo che diventa parte del gioco politico, al punto che spesso chi è contrario a un quesito punta proprio sull’astensione per far fallire il quorum, piuttosto che confrontarsi apertamente sul merito delle questioni.

Ma non è solo il quorum a rendere fragile lo strumento referendario. C’è anche un problema di contenuti, di comprensibilità dei quesiti, di distanza crescente tra le formule giuridiche e la percezione dei cittadini. I quesiti sul lavoro della scorsa settimana erano tecnici, poco comprensibili, per un elettore era difficile comprendere quale reale cambiamento avrebbero prodotto nel suo quotidiano. L’esito del voto sulla cittadinanza dovrebbe invece aprire una riflessione piuttosto profonda: il quesito, appoggiato convintamente da tutto il campo del centro sinistra, ha ricevuto moli “no” anche all’interno di quello stesso elettorato, segnalando come esistano nervi scoperti e sensibilità meno scontate di quanto spesso si voglia raccontare.

Se davvero vogliamo salvare il referendum da questa agonia che sembra ormai irreversibile, dobbiamo avere il coraggio di riformarlo profondamente: ripensare il quorum, garantire l’applicazione dei risultati, migliorare la qualità dei quesiti, restituire ai cittadini il senso di partecipare a qualcosa che abbia davvero un peso. Altrimenti resterà una reliquia: uno strumento formalmente in vita, con un passato glorioso, ma sostanzialmente inutile. E questa, in una democrazia, non può mai essere una buona notizia.

Rolando Cervi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png 0 0 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2025-06-13 08:41:192025-06-13 08:44:18Il referendum è morto, viva il referendum
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