Nel nome dei bambini di Gaza, bende sul mondo ferito

Sembra di entrare in un ospedale da campo in zona di guerra, nel varcare la soglia dell’Oratorio Novo. Lunghe strisce bianche, come bende cucite una ad una, penzolano appese, ricoprono pareti, si perdono in ghirigori a terra. L’allestimento in questa veste dell’Oratorio Novo (sala conferenze della biblioteca civica) restituisce una sensazione di sacralità, come fosse una sala del commiato, o ben di più: un memoriale dove raccogliersi, inchinarsi e porgere l’ultimo saluto agli oltre 20mila bambini palestinesi vittime del genocidio a Gaza. Sperando, pregando per una pace che oggi sembra impossibile.

5,7 km di grida nel silenzio è il nome di questa mostra speciale, itinerante, che fa tappa a Parma proprio nel periodo pasquale e diventano un grido di pace, o forse solo un sussurro ma almeno quello, in questi tempi di guerra guidati da Israele, paese e popolo passato da vittima a carnefice, nel contrappasso della storia.

Il progetto di questa esposizione artistica si deve a Cristina Pedrocco (W. Camicie) ed Elena Gradara e vede l’adesione di centinaia di volontari artisti, artigiani tessili, associazioni, che hanno accolto l’idea di trascrivere, ricamare o dipingere su un pezzetto di stoffa bianca i nomi delle giovanissime vittime dell’occupazione israeliana. Ne è uscito un nastro lungo 5,7 chilometri che ora gira le città italiane.

A Parma è arrivato grazie all’impegno della Casa della Pace e del Comune di Parma che ha messo a disposizione l’Oratorio Novo, grazie alla sensibilità dell’assessora Caterina Bonetti.

Nel corso dell’inaugurazione, dai toni commossi, è stato ricordato l’input dato da Cristina Pedrocco “Ho fatto una chiamata agli aghi” perché “I nomi sono importanti, cucirli significa farli esistere” … Aida Abu, Mervat Abdel, Kamel, Mohammed, Sham, Zain, leggiamo sulle bende … di tutti questi nomi qualche mese fa era già stato evocato il ricordo, in una maratona di memoria promossa dalla Casa della Pace e dalle Donne in nero.

Il violoncellista Enrico Contini ha ricordato la figura di un maestro musicista ebreo-palestinese che, come tanti, si è speso forse invano per una convivenza fra popoli, e poi ha liberato nell’aria una sonata struggente. Quindi la parola è passata ad un esule libanese, a Parma da molti anni, la cui famiglia originaria ha avuto la casa semidistrutta, pochi giorni fa, da un bombardamento israeliano; uno dei tanti che stanno scacciando la popolazione dal sud del Libano per quel disegno di espansione sionista in una spirale di morte che sembra inarrestabile.

I 5,7 km di grida nel silenzio sono visitabili ancora per oggi e domani con orario 10:30 -13 / 16-19 e martedì 7 aprile (h 10-13). Oratorio Novo, Biblioteca Civica, vicolo Santa Maria 5, Parma.

dra.fra

Da Parma a Sarajevo per il “safari umano”

9. Parma

Il nome della nostra città compare così, laconico, al capitolo 9 nell’indice del libro “I cecchini del week-end” in cui lo scrittore e giornalista freelance Ezio Gavazzeni ricostruisce con dovizia di testimonianze la storia raccapricciante dei “turisti” italiani che andavano a uccidere per divertimento donne, bambini e chiunque si muovesse nella Sarajevo assediata durante la guerra in Bosnia dal 1992 al 1996.

Il libro di Gavazzeni è uscito da due settimane e sta facendo scalpore. In estrema sintesi: la vicenda dei cecchini del week-end è rimasta coperta per trent’anni fino all’uscita del docufilm “Sarajevo Safari” che ha aperto uno squarcio, nel 2022 (l’immagine di copertina è tratta da un fotogramma del film). Lì si è infilato Gavazzeni andando a fondo nella raccolta di testimonianze, coadiuvato dagli avvocati Guido Salvini e Nicola Brigida .

Nell’autunno scorso, col materiale raccolto, hanno fatto un esposto alla Procura della Repubblica di Milano che ha aperto un fascicolo. Le indagini sono affidate al sostituto procuratore Alessandro Gobbis. Le ipotesi di reato sono crimine contro l’umanità e omicidio volontario. Al momento gli indagati sono otto ma la stima del numero totale di cecchini, seconda una testimonianza attendibile raccolta da Gavazzeni, sarebbe di 230 italiani e altrettanti da altri paesi europei: Germania, Francia e anche Russia.

Scoprire che dalla nostra città i cecchini del week-end partivano alla volta delle colline di Sarajevo per quello che è stato definito “safari umano” trasmette una sensazione di inquietudine. Ancor di più se, come soffia una voce, c’era una o più persone con un ruolo organizzativo e il nome che spunta è quello di Parmatour, l’agenzia di viaggi della galassia Tanzi, finita nel ciclone del crack Parmalat nel 2003.

Qui siamo dieci anni indietro, periodo 1992-95, e da quel che si desume dalla testimonianza fornita a Gavazzeni, è ipotizzabile che Parmatour fosse utilizzata come paravento (con o senza il coinvolgimento di uno o più manager della società di Tanzi) per organizzare il viaggio in aereo dall’aeroporto Giuseppe Verdi di Parma all’aeroporto Ronchi dei Legionari con il trasbordo fino a Trieste. Nel capoluogo giuliano c’era la base operativa, una sorta di centro di smistamento per il trasferimento a Belgrado e poi a Sarajevo. Non è escluso che alcuni viaggi abbiano seguito altre rotte: Albania, Ungheria. Il trasporto avveniva in aerei executive, aerei privati per il trasporto di gruppetti di cinque-sei persone.

Le testimonianze raccolte da Gavazzeni a riguardo di Parma non sono dirette, la prima è di un autista che in quegli anni conduceva i convogli della solidarietà in Bosnia, con beni di sussistenza raccolti nelle parrocchie e donati in beneficenza. La seconda di un operatore televisivo.

Si tratta di persone bene informate, che hanno sentito conversazioni in Bosnia e in altri luoghi, e fissato nella memoria circostanze precise. Dunque sono testimonianze da ritenere attendibili e che collocano a Parma lo “snodo” emiliano di questa organizzazione criminale clandestina che aveva i suoi centri a Milano e Trieste.

Le domande sorgono spontanee: chi c’era dietro? Chi partiva da Parma? C’erano parmigiani coinvolti? Questi turisti, con tute mimetiche e scarponi, portavano con sé imbarcando sugli aerei i propri fucili, per la caccia grossa, o li trovavano sul posto forniti dall’organizzazione? Sono spunti da approfondire in via giudiziaria, prima di tutto.

Chi erano i cecchini? Gavazzeni è stringato: imprenditori e professionisti. Sicuramente persone amanti delle armi, molto probabilmente cacciatori, e con una cospicua disponibilità economica. Per poter sparare ai bersagli umani pagavano cifre non banali. Il solo viaggio “turistico” per il safari costava sui 30 milioni. Il tariffario della morte è agghiacciante: 100 milioni di lire per uccidere un bambino o una ragazza, 70 milioni per una donna e, a scendere di prezzario, uomini e anziani.

La guerra in Bosnia fece 100mila morti; solo a Sarajevo 14mila di cui la metà civili. In tutto furono 1.601 i bambini uccisi durante la guerra, il 10% dai cecchini. Numerosi gli episodi di granate lanciate verso i bambini che giocavano. Uccisi senza pietà in ogni occasione. Come accade oggi in Ucraina, in Palestina e in tanti altri teatri di guerra.

Altrettanto sicuramente i cecchini hanno goduto di copertura istituzionale che ha portato a un oscuramento delle loro posizioni, benché sospetti e anche articoli di giornali fossero usciti, al tempo. Il Sismi ne bloccò 5 sulle alture di Sarajevo nel 1994, dopo una segnalazione delle forze militari bosniache. Di questa operazione non uscì niente.

È una delle pagine più squallide e densa di orrore, che manda definitivamente in soffitta la frase fatta degli “Italiani, brava gente”.

Ci sono altre domande da porsi. Tra cui queste, avanzate da un operatore della solidarietà, parmigiano:

1. Com’è possibile che i serbo bosniaci che erano militarmente di gran lunga superiori ai bosniaci non occuparono mai Sarajevo per 4 anni e la tennero assediata? Domanda che Paolo Rumiz si pose e scrisse in numerosi articoli e libri.

2. Come si autofinanziavano l’assedio? Vedendo le tariffe è logico supporre che il business del “safari” giustificasse la cosa.

In attesa degli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria milanese per approfondire la storiaccia dei cecchini del week-end potete vedere:

– la puntata di Presa Diretta su Raiplay, dal minuto 10’30”

– l’intervista a Ezio Gavazzeni realizzata da Telereggio, che si sofferma sullo snodo emiliano di Parma

– un articolo del Post riassuntivo sulla Guerra in Bosnia e dei bombardamenti Nato che la fecero terminare

E naturalmente potete leggere il libro “I cecchini del week-end” (Paper First edizioni) che trovate in libreria.

dra.fra

La foglia di fico “outdoor” della fiera delle armi

Da oggi a domenica Parma ospiterà EOS – European Outdoor Show.

Sotto un anglicismo che evoca ampi orizzonti e amore per la natura, si cela in realtà quella che l’opinione pubblica ha sempre conosciuto come la “Fiera delle Armi”. Dopo le contestazioni che l’hanno accompagnata nelle precedenti tappe di Brescia, Vicenza e Verona, l’evento approda in terra emiliana portando con sé una storia ormai lunga di ambiguità e polemiche. Se si aggiunge la concomitanza con un momento storico in cui il mondo è in fiamme, sull’orlo di un conflitto globale, ecco che l’insensatezza della situazione si manifesta in modo plastico.

(L’immagine di copertina è una crasi tra le locandine delle due manifestazioni previste nel week-end, composta esercitando il diritto di cronaca)

L’illusione del Codice Etico

​Negli anni, grazie alla costante e ammirevole pressione delle associazioni ambientaliste e pacifiste (particolarmente durante l’edizione veronese), la fiera si è dotata di un codice etico. Questo codice vieta tra l’altro l’esposizione di armi da guerra o per difesa personale, concentrandosi esclusivamente sul settore venatorio e sportivo.

​Tuttavia se osservata con attenzione, questa distinzione appare pretestuosa e tutt’altro che risolutiva: i produttori sono le stesse grandi aziende italiane, leader mondiali del settore, che producono sia il fucile da caccia che l’arma destinata a eserciti e milizie sui teatri bellici. La filiera industriale è la stessa, così come le tasche in cui finiscono i profitti.

Il regolamento presuppone che l’uso venatorio sia un impiego “buono”, o comunque tollerabile dell’arma. Ma è una distinzione accettabile, se la finalità primaria rimane la soppressione della vita, tra l’altro per puro diletto?

​È necessario scardinare un dogma spesso ripetuto dai sostenitori dell’attività venatoria, e malauguratamente diffuso anche nell’opinione pubblica e dentro enti e istituzioni: la caccia non è, né può essere considerata, un servizio pubblico. Si tratta di un’attività ludica privata, ancorché regolamentata dalla legge.

​Nonostante la retorica del “cacciatore sentinella dell’ambiente”, non esiste alcun beneficio dimostrato e concreto per la collettività. La logica secondo cui la fauna selvatica si gestisce come un rubinetto — se sono pochi si reintroducono, se sono troppi si abbattono a fucilate  — è un modello in larga parte fallimentare, che ignora la complessità dei cicli naturali e le basi della biologia e dell’ecologia.

​L’esempio più lampante del fallimento della gestione venatoria è la questione dei cinghiali. La storia è nota: negli anni ’60 e ’70, i cinghiali erano rari in Italia. Sono stati i cacciatori a reintrodurli massicciamente, spesso importando sottospecie più prolifiche dall’Est Europa, per fini puramente ricreativi. Oggi, quegli stessi soggetti che hanno causato uno squilibrio ecologico ormai irrimediabile e danni incalcolabili all’agricoltura e alla biodiversità – per non parlare della recente epidemia di peste suina africana – si propongono come gli unici in grado di risolvere il problema. Nonostante decine di migliaia di abbattimenti ogni anno, la popolazione di cinghiali continua a crescere, così come i rimborsi che le Regioni devono versare agli agricoltori. È la prova provata che il fucile non è uno strumento di riequilibrio, ma un fattore di ulteriore instabilità per gli ecosistemi.

Il silenzio dell’assessorato alla Pace

La fiera EOS non è dunque solo un evento commerciale, ma il palcoscenico di una narrazione che tenta di normalizzare il possesso delle armi e l’uccisione per sport, contrabbandandole per vita all’aria aperta e gestione ambientale. Crediamo che a partire da lunedì Parma farà bene a chiedersi se sia questa l’idea di “outdoor” e di rapporto con la natura che vuole promuovere. Lo potrà fare solo a cose fatte, in previsione del prossimo anno, visto che fino a questo momento l’Amministrazione Comunale si è fatta trovare totalmente impreparata, messa di fronte al fatto compiuto dai manager delle Fiere, di cui pure il Comune detiene una quota di proprietà (35%) e uno scranno in CDA. Sindaco e assessori alle Partecipate e alla Pace (sì, a Parma abbiamo l’assessora alla Pace) non hanno potuto fare altro che prendere atto della situazione, senza toccare realmente palla nella gestione del problema, potendosi giusto limitare a balbettare generiche stigmatizzazioni e timidi moniti dalla dubbia efficacia. I rappresentanti delle Istituzioni hanno il potere di fare di più: se non altro prendere pubblicamente una posizione contraria.

Errata corrige

Il Comune di Parma ha una quota azionaria del 15,96% di Fiere di Parma spa; quota identica della Provincia di Parma (15,96%) mentre la Regione Emilia-Romagna ha una partecipazione del 4,14%, per un totale del 36,6% degli enti pubblici locali.

La contromanifestazione

Quello che stanno facendo le associazioni riunite nel “Coordinamento contro la Fiera delle Armi” che vede il consigliere comunale Enrico Ottolini (Europa Verde – AVS) tra i più attivi.

La contro-manifestazione più rilevante si terrrà domani, sabato 28, con un corteo. Ritrovo alle ore 15 in piazzale Santa Croce, termine in piazza Garibaldi dove da sabato mattina a domenica pomeriggio ci sarà un presidio permanente.

Sul sito della Casa della Pace potete trovare il dettaglio delle iniziative.

Ci sarà una coda mercoledì 1° aprile ore 18: “Vorrei che fosse pace – Da Sarajevo a oggi, 30 anni di parole contro la pace” con Antonella Iaschi nel ricordo del padre Franco, presso la Piccola Biblioteca Partigiana in via Nullo 2/b.

Nel frattempo si è tenuto l’incontro “Una fiera da cacciare” dove le associazioni Legambiente, WWF e Lipu hanno preso posizione affermando che “La caccia non è l’uso buono delle armi”.

La questione della caccia è un po’ rimasta sullo sfondo. – ha detto Rolando Cervi, presidente WWF– L’uso venatorio delle armi è considerato “buono” ma il tema non è trascurabile. È pretestuoso il taglio netto tra uso venatorio e uso personale, la preponderanza è di persone over 65 anni. Ma la lobby è molto attrezzata a livello mediatico e fa godere la caccia di un buon nome”.

Sulla Fiera – ha affermato Chiara Bertogalli, presidente Legambiente– una cosa che lascia sbigottita è l’ingresso gratuito ai minori di 12 anni. Le armi da svago diventano un gioco, L’altra ambiguità sta nel nome stesso della fiera: outdoor , è un’altra cosa che non ha niente a che fare con l’uso delle armi. Outdoor significa di più fare escursioni in bicicletta piuttosto che l’uso delle armi all’aperto”.

Infine le ADA, Associazione Donne Ambientaliste hanno scritto una lettera aperta al Comune di Parma contro la Fiera delle Armi. Mentre si celebrano gli 800 anni dalla morte di S.Francesco, evento significativo anche per i laici  e si cerca di fermare le guerre dilaganti nel mondo, la scelta di ospitare questo evento ci sembra anacronistica e diseducativa. L’unica giustificazione appare l’interesse economico che gravita intorno al mondo delle armi. … ADA odv associazione donne ambientaliste si appella al Comune di Parma  che ha un ruolo all’interno del Consiglio di Amministrazione dell’Ente Fiere di Parma ed ha istituito un Assessorato alla Pace, affinchè questo sia l’ ultimo anno in cui Parma ospita manifestazioni pubbliche di questo genere”.

Redazione

Potere al Popolo assieme al Pd, indagati per l’occupazione dei binari

La manifestazione Pro Pal e Sumud Flotilla lo scorso 1° ottobre

C’è anche Andrea Bui, coordinatore di Potere al Popolo, tra gli indagati “in concorso” per il reato di “interruzione di pubblico servizio” tramite occupazione dei binari ferroviari, lo scorso 1° ottobre, in occasione della manifestazione in solidarietà pro Palestina e la Global Sumud Flotilla. Assieme a Bui hanno ricevuto l’avviso di garanzia altri 3 iscritti a Pap. Come già noto, nel registro degli indagati vi sono anche 4 esponenti di primo piano del Partito Democratico: gli assessori Francesco De Vanna e Caterina Bonetti, le consigliere comunali Gabriella Corsaro e Victoria Oluboyo.

Chiamatela coincidenza, curiosità, comunanza, strategia processuale dell’accusa… come che sia, si fa notare questa abbinata Potere al Popolo – Partito Democratico.

L’occupazione e le indagini

Sorge l’interrogativo sull’intento del pm Alfonso D’Avino, procuratore della repubblica, al di là delle ipotesi di reato, ossia se voglia dimostrare una saldatura politica tra le diverse anime della sinistra. Oppure nell’individuare i “concorrenti” al reato di interruzione di pubblico servizio abbia volutamente cercato persone note per suscitare un “processo mediatico”; obiettivo che non sarebbe stato raggiunto se l’avviso di garanzia fosse giunto ai soli occupanti dei binari i cui nomi sono sconosciuti ai più. Va detto, peraltro, che esponenti di rilievo di altri partiti, pur presenti alla manifestazione, sono rimasti fuori, non indagati.

A quanto appreso anche in altre città, dove vi è stata occupazione di binari, la notte del 1° ottobre o nei giorni seguenti, le Procure si sarebbero mosse per le relative indagini e avrebbero già emesso avvisi di garanzia, ma senza nomi “eccellenti”, e sarebbe il caso di Reggio Emilia.

«Io quella sera c’ero e penso fosse il posto giusto dove stare – afferma Andrea Buiper la necessità di manifestare il dissenso rispetto ai 75mila morti causati dall’aggressione israeliana nella striscia di Gaza, assediata senz’acqua e luce. Quel pomeriggio avevamo tenuto un presidio in piazza, fino alle 20 e tornai a casa esausto.In serata vi fu l’arresto illegale degli equipaggi della Flotilla da parte dell’esercito israeliano e fui avvisato da diverse persone del corteo spontaneo , decisi così di unirmi e mi diressi verso la stazione che il corteo era praticamente arrivato. Un corteo grosso, TV Parma, non certo una testata a noi vicina, parlerà di 1500 persone, le persone applaudivano dalle finestre, si respirava un’atmosfera molto diversa dalla descrizione di assalti e violenze che vedo girare in questi giorni. Mi piacerebbe aggiungere altre considerazioni, ma per il momento preferisco non dire altro poiché il procedimento giudiziario è aperto».

La strategia del pm

Ci sono quattro indagati principali per l’occupazione dei binari 1, 2 e 3. A scendere sulle traversine sono stati almeno in 50 su un totale di 350-400 persone entrate in stazione (così è accertato dalle indagini, in realtà le cronache parlano di una manifestazione con 1.500 partecipanti. Nella foto il corteo in via Mazzini quella sera). E la prima cosa che balza all’occhio nel leggere la lista degli indagati è che ognuno dei 4 è qualificato per l’appartenenza a un gruppo (o “collettivo”, come scritto nell’atto giudiziario): Rete Diritti in Casa, Art Lab, Fronte della Gioventù Comunista, Udu (Unione degli Universitari, sindacato studentesco). Sembrano scelti col lanternino: uno di questi, una di quelli, e così via, per identificarli con una sigla diversa. Ce n’era bisogno?

È la stessa domanda che possiamo porre a riguardo dei quattro esponenti Pd, qualificati per il ruolo politico che ricoprono. Ovvio che la risonanza mediatica sia più elevata.

Prima di arrivare a loro, ci sono le posizioni intermedie di due indagati che “oltrepassavano abbondantemente la linea gialla di sicurezza”: qui, nell’ipotesi di reato, c’è già il giudizio insito del pm che quelle “gambe sporgenti” ostruiscono l’eventuale passaggio del treno, anziché poter essere tirate prontamente indietro. Insomma, pare un processo alle intenzioni. Sarà ovviamente oggetto di contestazione. Anche queste due persone sono qualificate una come Diritti in casa e sindacato ADL Cobas, l’altra genericamente come facente parte dell’area della sinistra antagonista e anarchica.

Dal punto di vista legale e giudiziario possono essere elementi di banale circostanza, dal punto di vista politico e mediatico specificare queste qualificazioni hanno un effetto volano. Sono supposizioni, ma risuonano così e d’altronde i titoli sui giornali e tv nazionali parlano da soli.

Le ipotesi di reato

Chiariamo subito: i nuovi decreti sicurezza del governo Meloni non c’entrano. I reati contestati sono agli art. 340 (interruzione di pubblico servizio) con le aggravanti del 110 e 112 e risalgono al “Codice Rocco” del 1930 poi inglobato nel Codice Penale. In più il Pm contesta il mancato rispetto dell’art. 18 del RD del 773/1931 che prevede il preavviso all’Autorità di pubblica sicurezza dell’effettuazione di un corteo. Questo preavviso dev’essere di almeno tre giorni, ma se il corteo nasce spontaneo sull’onda di fatti immediati e urgenti, come si fa a preavvisare? Materia per avvocati e giudici.

L’importante – da cronisti – è ribadire che il Pm non contesta la manifestazione in sé, cosa che non potrebbe fare poiché manifestare la libertà di pensiero è un diritto costituzionale (art. 21). Quindi parlare come fa qualcuno di “manifestazione non autorizzata” è improprio. Si tratta dunque di vedere le modalità, e il corteo , secondo il Pm, andava “preavvisato”. In questo caso la pena prevista è un’ammenda pecuniaria.

Per l’interruzione di pubblico servizio (art. 340) le pene previste prevedono la reclusione fino a 2 anni se ci sono le aggravanti (art. 110 e 112). Per i capi o i promotori della protesta la pena sale fino a 5 anni di carcere. Tuttavia nelle sue indagini il Procuratore D’Avino non è riuscito a individuare nessun promotore o, almeno, non è indicato nell’informazione di garanzia.

Il concorso

Ben 17 persone sono indagate perché “pur senza scendere materialmente sui binari, stazionavano lungo i marciapiedi ferroviari; concorrendo nella attività illecita di invasione dei binari i quali -con la loro perdurante presenza all’interno della stazione ferroviaria e nelle immediate vicinanze dei binari- di fatto approvavano, incoraggiavano e collaboravano con i materiali invasori dei binari, fornendo loro supporto e contribuendo -con la loro presenza ed il loro appoggio- a rafforzare il proposito criminoso dei primi sette” (in realtà sei, errore formale, ndr).

Si rileva facilmente che si tratta di supposizioni del Pm, poiché non vi è alcuna prova addotta a carico dei 17, tra cui appunto Bui, De Vanna, Corsaro, Oluboyo, Bonetti, che abbiamo materialmente agito supportando gli occupanti dei binari.

La strategia difensiva

Gli indagati hanno venti giorni per circostanziare la propria posizione. Alcuni non hanno ancora ricevuto l’informazione di garanzia pertanto si può prevedere che il procedimento finirà davanti al Gup (Giudice dell’udienza preliminare) non prima di metà aprile. In questo momento le bocche sono cucite, la strategia difensiva è in via di definizione per tutti. L’assessore De Vanna e la consigliera Corsaro sono difesi dall’avvocato Salvatore Tesoriero (foro di Bologna), l’assessora Bonetti dall’avvocato Sergio Ghiretti. Gli altri indagati stanno vagliando un pool di legali.

La sensazione è che in prima battuta, davanti al Gup, gli indagati in concorso chiederanno l’archiviazione perché il reato non sussiste o per tenuità del fatto. Inoltre, a quanto pare, ci sono un paio di persone, riprese dalle videocamere di sorveglianza in via Garibaldi, che poi giunte in stazione non si sono recate sulla banchina, e dunque la loro posizione dovrebbe essere facilmente stralciata.

Se poi il procedimento giudiziario dovesse instaurarsi, cosa praticamente certa per i quattro occupanti dei binari, si dovrà dibattere su quanto il “blocco ferroviario” a Parma abbia influito sui ritardi dei treni (otto convogli passeggeri e nove treni merci).

È presumibile che poi sarà invocato l’art. 62 del codice penale per chiedere le attenuanti per motivi di particolare valore morale e, in questo senso, protestare pacificamente contro il genocidio in Palestina dovrebbe essere riconosciuto.

L’Oltretorrente

Una curiosità è constatare che almeno la metà degli indagati abita o frequenta quotidianamente l’Oltretorrente, che si conferma essere un quartiere ribelle e solidale.

I precedenti illustri

A proposito di treni bloccati per proteste pacifiste a Parma abbiamo due precedenti. Il più illustre, riguarda Guido Picelli. La sera del 28 giugno 1920 Picelli, conducendo un gruppo di “Guardie Rosse”, risalì la massicciata ferroviaria dalle parti di via Trieste. L’intento era di fermare un treno di soldati granatieri inviati in Albania. Già in stazione era in corso un presidio pacifico. Picelli non si accontentò e col suo gruppo srotolò sui binari un carico di legname, per obbligare i treni a fermarsi. Per poco non avvenne un guaio. Fu arrestato qualche giorno dopo e trascorse in carcere dieci mesi, prima di venir eletto in Parlamento. Da lì la sua ascesa politica e il ruolo di comandante delle Barricate. Nota bene: da quelle accuse per l’assalto al treno, Picelli fu prosciolto.

Il secondo precedente riguarda i giorni nostri. Nel febbraio 2003, Roberto Bernardini, allora sindaco di San Secondo Parmense, si unì a un’azione dimostrativa per fermare un convoglio carico di armi destinate alla guerra in Iraq. Anche lui fu assolto. Al proposito potete leggere qui l’intervista a Bernardini.

Le reazioni

L’obiettivo mediatico è stato raggiunto, quello politico di perpetrare la divisione tra le parti, pure. Era questo quanto voleva raggiungere il procuratore D’Avino?

Nelle immediatezze della “fuga di notizie” sui nomi degli indagati del Pd si è scatenata la ridda di dichiarazione pro e contro, come se l’avviso di garanzia fosse già una sentenza di condanna.

Lo stravolgimento pieno di quello che dovrebbe essere un equo processo di giustizia. Casi già visti, purtroppo.

Le richieste di dimissioni (per un avviso di garanzia, vale la pena di ribadirlo nuovamente) sono giunte da Priamo Bocchi (FDI), Agoletti (Forza Italia), Seletti (Gruppo Vignali), Missione Parma, appena più prudente la deputata Laura Cavandoli (Lega) .

Più ragionata la posizione di Marco Adorni per ChiAmaParma (movimento promosso da Federica Ubaldi) che richiama le “responsabilità politiche” degli assessori che, in estrema sintesi, in quanto amministratori dovrebbero avere la “prudenza” di non partecipare a manifestazioni politiche. Qui il suo intervento integrale.

Dall’altro lato, gli occupanti e gli indagati in concorso sembrano già assurti a “eroi del popolo”.

La posizione del Pd è inevitabilmente asciutta (e imbarazzata): “Il partito democratico di Parma è certo dell’estraneità ai fatti contestati ai due assessori comunali Bonetti e De Vanna e alle due consigliere Corsaro e Oluboyo, sicuri che chiariranno la loro posizione e dimostreranno la correttezza dei loro comportamenti durante la manifestazione alla quale hanno partecipato” ha dichiarato Andrea Bernardi, segretario provinciale del Pd.

Su Voladora potete leggere tutte le posizioni in solidarietà agli indagati espresse da Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, Alleanza Verdi Sinistra, Usi-Cit e Gruppo Anarchico “Cieri”, Casa delle Donne e , in chiusura, la posizione del Ciac con altre quindici associazioni che già avevamo pubblicato (Un’indagine che colpisce tutti noi).

Una riflessione, sulle indagini e le ipotesi di reato avanzate del procuratore della repubblica Alfonso D’Avino, l’ha scritta Luca Marola, imprenditore del Canapaio Ducale reduce nell’estate scorsa dall’assoluzione completa per il processo “cannabis light”, intentato proprio da D’Avino, un processo durato cinque anni.

Gran clamore per un’inchiesta che sembra tutto fuorché un’inchiesta”, scrive Marola (qui potete leggere l’intervento integrale) che imputa D’Avino di essersi “appena inventato nuovi fantasmagorici reati”. “Il mio preferito – prosegue – è quello di interruzione di traffico ferroviario per mezzo di… gamba perché, e cito dallo scritto del D’Avino stesso, “oltrepassavano abbondantemente la linea gialla di sicurezza posta sul marciapiedi antistante il binario, sedendosi su detto marciapiedi con le gambe sporgenti verso i binari … Per cui il reato di interruzione di traffico ferroviario attraverso coscia (propria, a quanto pare non valgono i prosciutti) pare possa avere una sua specifica gradazione: se si compie con oltrepassamento abbondante, pena piena!

L’altro fanta reato – ironizza Marola – è il concorso in interruzione di traffico ferroviario mediante telepatia. … Con la sola presenza stabile, perdurante (a proposito, come si calcola la perduranza nella fanta giurisprudenza?) ma ben al di qua della linea gialla, fissi, immobili, muti, con entrambe le gambe non utilizzate per bloccar treni, di fatto… Alt. “Di fatto”?!? Quindi il solo star in piedi, zitti e buoni, su un marciapiedi per un tempo che il Nostro giudica un po’ troppo, DI FATTO, ti fa compiere una serie di azioni come, in ordine cronologico: approvare, incoraggiare, collaborare, supportare, contribuire, appoggiare, rafforzare, quindi concorrere a determinare il perturbare del circolare”.

Vi auguro il processo, – dice Marola agli indagati – perché quest’esperienza surreale è giusto che venga vissuta fino in fondo consapevoli che una roba del genere può capitare solo una volta nella vita e poi vi guadagnerete l’attenzione, e un certo numero di bicchieri offerti ad ogni bancone di bar, ogni volta che racconterete l’eventuale fanta processo. E allo stesso tempo vi auguro che ve lo viviate con leggerezza, con irriverenza e con la giusta dose di rabbia per il disturbo che l’uso distorto di un potere sta arrecando alle vostre vite”.

(dra.fra)

Acqua pubblica: un gestore invece di tre. Chi rimarrà tra Ireti (Iren), Emiliambiente e Montagna 2000?

Quindici anni fa, il 12 e 13 giugno 2011, i cittadini italiani si pronunciarono attraverso un referendum – uno dei pochi che li convinse a uscire di casa per andare al seggio – perché “il governo e la gestione dell’acqua “restassero pubbliche ed “estranee alle logiche del profitto”. La volontà popolare fu allora chiarissima: affluenza del 60,37% e 95,57% di sì per il quesito che abrogava la “determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito”. Ma è stata finora largamente disattesa, dal momento che l’attore pubblico (l’ente locale, azionista a vario titolo delle società che si occupano di acqua) ha continuato in parte a vestire in questi anni gli abiti dell’attore privato.

Il sistema idrico integrato a Parma

L’argomento torna in primo piano per via della rivoluzione che riguarda il nostro sistema idrico integrato (acqua potabile, depurazione, fognature) per Parma e provincia. Si tratta del passaggio al gestore unico, su indicazioni europee e nazionali, volto a superare affidamenti diretti o non conformi per evitare la frammentazione gestionale, migliorare l’efficienza infrastrutturale, uniformare le tariffe e garantire la qualità dell’acqua in un “ambito territoriale ottimale” quasi sempre coincidente con le province. La Regione ha fissato al 31 dicembre 2027 il termine ultimo per garantire la continuità degli investimenti, in particolare quelli finanziati dal PNRR, evitando interruzioni o rallentamenti causati dal cambio di gestori, visto la quantità di questi ultimi e le diverse scadenze degli affidamenti.

Di tre gestori ne rimarrà uno

L’orizzonte sembra lontano ma non lo è affatto perché i problemi da risolvere non sono semplici. Attualmente, infatti, i gestori parmigiani dell’acqua sono ben tre: Iren, tramite Ireti, per Parma e la zona Est della provincia (circa 330.000 abitanti); EmiliAmbiente, per la Bassa Ovest, tra cui Fidenza e Salsomaggiore (circa 105.000); Montagna 2000, per le valli Taro e Ceno (Borgotaro, Fornovo… circa 30.000). Ridisegnare un servizio fondamentale per 450.000 abitanti e un comparto economico che vale oltre 100 milioni di euro l’anno non sarà uno scherzo. Tenuto conto poi che la gestione del sistema idrico genera attualmente un profitto, cioè quel vantaggio economico per il gestore, che il referendum escludeva.

Le grandi manovre sono iniziate lo scorso settembre con il convegno “Acqua pubblica e governance locali: quali prospettive”, organizzato a Fidenza da EmiliAmbiente, a cui hanno partecipato rappresentanti di tutti i settori coinvolti. Gli stessi temi sono stati rilanciati e approfonditi nell’incontro del 7 febbraio scorso – intitolato “Gestione dell’acqua pubblica a Parma e Provincia” – promosso dal Coordinamento Acqua Pubblica Parma a cui aderiscono Associazione Donne Ambientaliste, Federconsumatori, Legambiente, Parma Sostenibile, WWF: realtà diverse accumunate dalla stessa attenzione al rispetto del risultato referendario e del pronunciamento della Corte Costituzionale (sentenza 26/2011) che nel valutare la legittimità dei quesiti, e decretandone l’ammissibilità, affermò che “mediante l’eliminazione della voce “adeguatezza della remunerazione del capitale investito” da quelle che formano la tariffa, si persegue, chiaramente, la finalità di rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua coessenziale alla nozione di “rilevanza” economica del servizio è la copertura dei costi (sentenza n. 325 del 2010), non già la remunerazione del capitale.

Aggirata la Corte Costituzionale, per… il profitto

Come spesso succede, però, ad aggirare l’indicazione politica, e giuridica, arrivò l’interpretazione dell’organo amministrativo: così l’ ARERA (Autorità statale di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) – a cui spetta il compito di definire il quadro normativo e approvare le tariffe locali – ha aperto un varco nella chiarissima disposizione della Corte riconoscendo la legittimità per il sistema idrico integrato, di richiedere agli utenti, oltre alla percentuale necessaria a coprire i costi di gestione (investimenti compresi), anche una quota che garantisse un margine di remunerazione in relazione al capitale investito, tenendo conto pure degli oneri fiscali. In pratica, la bolletta pagata dai cittadini copre i costi e assicura un profitto. Amen e così sia.

La gestione dell’acqua genera profitti anche perché le società gestiscono strutture in larga parte già esistenti, cioè che non hanno costruito ex novo e quindi in larga parte già “ammortizzate”. Ma l’asso nella manica è che si tratta di un mercato stabile (non si cambia fornitore per l’acqua come per l’energia), con tariffe stabili garantite fuori da ogni concorrenza, quindi con margini di profitto costanti e garantiti. Non stupirà a questo punto che, ad esempio, quasi un quarto dell’utile netto di Iren provenga dal settore idrico, che rappresenta solo il 7% delle attività del gruppo (leggi: L’indebitamento netto di Iren sale a 4,3 miliardi. È preoccupante? ).

Elementi di ambiguità

C’è poi un secondo elemento di ambiguità: le società di gestione dell’acqua pubblica possono essere solo S.p.A. o S.r.l., magari quotate in borsa, enti che operano in regime di diritto privato, del tutto legittimati a perseguire appunto il profitto. Torniamo a Parma: anche qui, tutti e tre gli affidatari del servizio idrico della provincia sono società di diritto privato (non esistono più le vecchie “municipalizzate”), e dunque guadagnano sulla gestione dell’acqua pubblica: ma mentre Iren, che controlla la concessionaria Ireti, è una multiutility quotata in borsa, con il 55,69% di capitale pubblico e quasi il 44% di capitale privato (il Comune di Parma ne possiede una quota di circa il 3,29%), EmiliAmbiente e Montagna 2000 sono società “in house”, a capitale 100% pubblico derivante dai Comuni soci. In altre parole, EmiliAmbiente e Montagna2000 rispondono direttamente ed esclusivamente ai comuni soci, mentre Iren deve anche produrre dividendi per gli investitori privati oltre che per i Comuni. Malgrado il referendum, e malgrado le pronunce della Corte Costituzionale, l’acqua pubblica, insomma, in questi anni ha continuato a produrre profitto.

Come applicare, finalmente, la volontà referendaria

C’è un modo per risolvere le ambiguità e applicare finalmente la volontà referendaria?

Il Coordinamento Acqua Pubblica Parma risponde di sì: bisogna che una scelta politica “obblighi” qualunque società operi nel settore idrico a reinvestire tutte le risorse derivanti dalla gestione dell’acqua pubblica nel continuo miglioramento del servizio. I soldi dei cittadini non dovrebbero più alimentare i profitti di azionisti privati, e anche i Comuni, da parte loro, dovrebbero utilizzarli solo per il settore idrico per prendersi cura di un bene via via sempre più prezioso nel tempo della crisi climatica. Una scelta politica decisamente più semplice se riguardasse una società “in house” interamente pubblica. È questo il problema, etico e politico insieme, che l’operazione “gestore unico”, da risolvere nei prossimi mesi, ha rimesso sotto i riflettori.

La scelta della Regione Campania, a guida M5S

Pochi giorni fa su questi problemi è esplosa una “bomba”: la giunta regionale della Campania guidata da Roberto Fico ha fermato il progetto di gestione pubblico-privata dell’acqua varato nella scorsa consiliatura sotto Vincenzo De Luca. Progetto che prevedeva un bando di gara per la selezione del socio privato al 49%. Quindi solito schema: maggioranza pubblica (51%!) ma anche una bella fetta di affari privati. Fico è stato molto chiaro dicendo che “l’interesse collettivo è la priorità dell’azione amministrativa. In questo solco si inserisce la delibera che riguarda il servizio idrico”. (Ansa, 6 marzo 2026).

Decidono i sindaci

A Parma e in Provincia saranno i sindaci a decidere a chi e come affidare il servizio idrico integrato. Il percorso decisionale verrà come sempre seguito, organizzato e formalizzato da ATERSIR (Agenzia Territoriale Emilia Romagna per i Servizi Idrici e Rifiuti), l’agenzia di regolazione dei servizi pubblici locali ambientali, a cui partecipano obbligatoriamente tutti i Comuni e le Province. Le strade percorribili per arrivare all’affidamento sono tre. Gara a evidenza pubblica: affidamento a terzi tramite procedure trasparenti a cui possono partecipare tutte le aziende europee; società mista, cioè partenariato pubblico-privato come modello organizzativo, con ulteriore gara per la selezione del socio operativo (detta per questo anche gara a “doppio oggetto); infine affidamento a società cosiddetta “in house” – a capitale totalmente pubblico, la sola che garantisce, come già visto, una gestione diretta della società controllata. Quest’ultima è al momento preferita da diversi sindaci, dal momento che quelle private o miste, che rispondono a logiche aziendali più vaste e diversificate, possono risultare meno attente e reattive alle esigenze del territorio, soprattutto riguardo ai Comuni più piccoli.

Gli studi di fattibilità

Diversi studi di fattibilità sono in corso, tra cui quello di ATERSIR assieme alle università di Parma – per la parte tecnica – e di Modena-Reggio – per la parte economica. Queste analisi potrebbero indicare che il servizio idrico su scala provinciale sarebbe adeguatamente garantito, tecnicamente e finanziariamente, sia da società pubbliche (anche se più “piccole”, come EmiliaAmbiente, magari assieme a Montagna 2000), sia da società miste pubbliche-private più “grandi” (come Ireti-Iren). A quel punto, se così fosse, la scelta dei sindaci diventerebbe solo politica: tornare nel solco del referendum e della volontà dei cittadini oppure accettare di restare dentro al modello dei profitti privati con un bene pubblico. In ogni caso, verso qualunque scelta si orientino, i sindaci dovranno spiegarla con chiarezza agli elettori, e assumersene la responsabilità agendo – è davvero il caso di dirlo – con la massima trasparenza.

La partita è aperta e avrà bisogno di approfondimenti, ad esempio riguardo alle tariffe. Staremo a vedere.

La Redazione

Referendum Magistratura, gli incontri pubblici del Si e del No (13 – 20 marzo)

Informazioni di servizio

Sul sito web www.elezioni.comune.parma.it sono disponibili informazioni su:

– Normativa e Circolari;

– Istruzioni su come si vota;

– Elenco delle sezioni di voto;

– Possibilità di ricercare in quali sezioni votano i residenti di una via dello stradario comunale;

– Orari degli uffici;

– Informazioni su iscrizione Albo Scrutatori e Albo Presidenti di seggio;

– Servizi online:

 richiesta duplicato della tessera elettorale;

 iscrizione e cancellazione dall’Albo dei Presidenti di seggio elettorale;

 iscrizione e cancellazione dall’Albo degli Scrutatori di seggio elettorale;

 domanda di voto a domicilio.

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I Comitati per il Sì al referendum organizzano i seguenti incontri:

* Venerdì 13 Marzo – ore 21 – Medesano, Sala civica, via Europa 9

Incontro con On. Gaetana Russo, Marco Bongiorno, Cristina Sirignano, Massimo De Matteis

* Sabato 14 marzo alle ore 17.30, Sorbolo, centro civico di via Gruppini 4

Incontro introdotto da Luca Amadasi e Serena Brandini. Intervengono Elisabetta Gualmini, Giorgio Pagliari, Andrea Marcucci

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Il Comitato per il No organizza i seguenti incontri:

Appuntamenti a Parma

* venerdì 13 marzo ore 17:30 Sala Fondazione ARTA via Treves. Incontro con Antonella Mascali, giornalista e Piergiorgio Morosini, presidente Tribunale di Palermo. Organizzato da Libera.

* venerdì 13 marzo, ore 20:45 Circolo Arci Il Castelletto, Incontro con Albertina Soliani e lo scrittore Valerio Varesi, e Cesare Parodi, Presidente ANM. ANPI

* martedì 17 marzo, ore 17:30 Circolo Arci Aquila Longhi, vicolo santa Maria 1/a. Incontro con Giovanni Bachelet, Luca Poniz, Lorenzo Lavagetto. Introduce Ludovico Valotti

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Appuntamenti in provincia

* venerdì 13 marzo, ore 20:30 Fidenza Auditorium Ex Orsoline. Incontro con Pollio Salimbeni, Fabio Salvatore Cassibba e Giulia Sarti, modera Michele Vanolli.

* Sabato 14 Marzo ore 16:30 Circolo La Ricreativa di Tortiano, Via Stanislao Solari 59. Incontro con Francesca Merli e Fabio Cassibba.

* Sabato 14 Marzo ore 16:30 Harry’s Bar, Beduzzo – Corniglio. Incontro con Luca Agostini

* Sabato 14 Marzo ore 16:00 Circolo Maria Luigia Colorno – Incontro con Brusati e Mauro Mazzoni

* Domenica 15 Marzo ore 10 Teatro Comunale Soragna. Incontro con Camilla Sommariva

* Domenica 15 Marzo, ore 11 Sala Civica la Peschiera – Bedonia. Incontro con Francesca Merli e Sarah Dell’Accantera

«Occorre uno scatto di coraggio negli enti per assumersi la responsabilità, quando avvengono casi di violenza»


Intervista a Marco Deriu, sociologo, cofondatore di Maschi che si immischiano

La Giornata internazionale della Donna, 8 marzo, quest’anno vede sul tavolo due temi rilevanti, uno di spessore nazionale (Disegno di legge di contrasto alla violenza sessuale), l’altro di livello locale se pur anch’esso con riflessi nazionali (la vicenda del Teatro Due).

È interessante ascoltare il punto di vista maschile, alla luce dell’esperienza dell’associazione Maschi Che Si Immischiano. Ne parliamo con Marco Deriu, sociologo, docente con vari incarichi presso l’Università di Parma, autore e saggista di studi sulla mascolinità e relazioni di genere (foto in riquadro).

Partiamo dal DDL di contrasto alla violenza sessuale, che approvato all’unanimità alla Camera prevedeva l’esplicito consenso ai rapporti sessuali. Consenso che invece, nella discussione in Senato, è stato espunto dalla modifica apportata dalla senatrice e, nota avvocata penalista, Bongiorno, che ha inserito invece il “dissenso”. È più tutelante o è un arretramento, rispetto al contrasto degli stupri?

È un arretramento rispetto alla convenzione di Istanbul che l’Italia ha ratificato nel 2013, che già riconosceva la violenza a fronte di atti sessuali compiuti su una persona senza il suo consenso libero e volontario. Quella era già una legge dello Stato e si trattava di perfezionare e migliorare, di certo non di tornare indietro. Al di là dell’aspetto normativo è nei fatti un arretramento perché parlare di volontà contraria all’atto sessuale è qualcosa di più riduttivo che non riconoscere pienamente il consenso come diritto all’autodeterminazione della donna nel rapporto sessuale. È un po’ come se si dicesse che la donna e il suo corpo sono disponibili per il piacere maschile “fino a prova contraria”. In un processo cambia la dinamica, perché nell’ipotesi del consenso chi viene accusato di un atto di violenza sessuale deve spiegare cosa gli ha fatto credere che la donna fosse consenziente, invece nell’ipotesi del dissenso è la donna che dovrà dimostrare di aver espresso la propria “volontà contraria” fuori da ogni possibile dubbio.

L’onere della prova si inverte?

Esatto, e in più rischia di rafforzare le forme di vittimizzazione secondaria, perché sposta tutto l’onere della prova sulla persona che subisce. Se guardiamo questo arretramento dal punto di vista di chi si impone, emerge un interrogativo su che idea hanno i maschi della sessualità, del piacere, della corporeità. Questo è un tema che si fatica ad affrontare fino in fondo, cioè esprime una sessualità come forma di piacere che non è costruita sulla libertà, sul desiderio di entrambi, sulla fiducia, sull’appagamento reciproco, ma è costruita su un’affermazione unilaterale o addirittura su un godimento del predominio. Questo è un sintomo della cultura nella quale siamo immersi e che fatichiamo a mettere in discussione.

La Fondazione Giulia Cecchettin ha diffuso uno spot con quattro giovani uomini a tavola che chiacchierano del loro rapporto con le donne dicendo “comunque non si può più dire niente”, “io ho solo fatto così”. Come valuti questo spot? È efficace? Può incidere sulla cultura patriarcale?

Lo giudico interessante perché fa parte di una trasformazione che c’è stata nell’ambito della pubblicità sociale sul tema della violenza che per tanti anni si è concentrata sulla vittima, con effetti un po’ paradossali. In questa campagna ci sono alcune cose molto buone, in particolare la critica della banalizzazione e della normalizzazione di una serie di comportamenti a partire dal linguaggio, e poi il tema della collusione o della complicità maschile in molti di questi atteggiamenti.

C’è il tema dell’escalation perché si parte dal commento, poi il non vestirsi in un certo modo, il controllo del telefono, la diffusione delle foto, il pugno sul muro fino alla minaccia di femminicidio. Infine il focus sul cambiamento maschile. Questi sono gli aspetti interessanti. Credo che in queste campagne la cosa più difficile sia lavorare sull’insight, cioè sulla capacità di questi spot di entrare nel modo di pensare dell’interlocutore, in questo caso di giovani uomini, per trovare un aggancio e introdurre uno spunto per modificare il pensiero, l’atteggiamento. In questo caso l’aggancio sembra l’invito a riflettere sull’escalation, non so se è sufficiente.

Venendo a Parma, al caso del Teatro Due, del regista condannato per violenza sessuale su due attrici dal tribunale del lavoro, con la correità del Teatro per non aver fatto tutto quello che poteva per evitare gli atti compiuti dal regista. La ferita è ancora aperta?

Penso che la ferita sia ancora aperta per vari motivi. La sentenza riconosceva una responsabilità primaria dell’autore ma contemporaneamente anche quella del teatro per mancata vigilanza o mancato accertamento. Ha pesato l’oscuramento, la non pubblicazione, nella sentenza del nome dell’autore. Questo ha contribuito a rendere più difficile la discussione e anche a spingere più al centro della scena il Teatro. Il fatto che l’autore sia rimasto nell’ombra è comunque un problema pubblico. Per esempio recentemente questa persona ha ottenuto un riconoscimento con un incarico da parte di un soggetto politico. Fatico a credere che i responsabili di quel partito non fossero a conoscenza di quelle sentenze. In tutti i modi viene da chiedersi se la dirigenza di quel partito politico non sapeva o se ha voluto non solo legittimare o sostenere una persona, ma anche in qualche modo sdoganare un certo tipo di cultura e di comportamenti.

Parliamo della DC, un partitino…

Certo, però è significativo perché viene troppo a ridosso dei fatti, quindi questa cosa fa pensare.

Un altro elemento che lascia aperta la ferita è il fatto che il CDA del Teatro ha esplicitamente affermato di voler far ricorso, almeno per la parte che riguarda la responsabilità del teatro, quindi questo farà sì che la questione si trascinerà per lungo tempo. Questo ha una ricaduta anche sulle persone che hanno subito, sulla comunità, e accresce i dubbi sulla rielaborazione da parte del teatro di questa faccenda. Il nodo da mettere a fuoco è che questa vicenda, come altre analoghe, segnala la difficoltà di aprire un percorso di riflessione sul perché queste violenze continuano ad accadere e quali elementi culturali, sociali, o quali dinamiche di potere, permettono o addirittura favoriscono questo tipo di condotta portando all’isolamento delle persone abusate e ostacolando l’emersione e il contrasto di questi crimini.

Occorre evidenziare la fatica dei “contesti” – intesi come enti, aziende, istituzioni – nell’affrontare adeguatamente questo genere di problematiche. Nel caso del Teatro penso che sia stato un errore da parte della direzione non assumersi immediatamente una responsabilità in termini concreti. Quando avviene qualcosa di grave dentro un’istituzione che si dirige, e questa cosa non è semplicemente un evento isolato ma una condotta o addirittura un costume, occorre immediatamente riconoscere la gravità del fatto, rimettere il proprio mandato e dire onestamente: non abbiamo fatto a sufficienza, non abbiamo riconosciuto, non abbiamo capito la gravità, però ci assumiamo la nostra responsabilità e così apriamo la possibilità di una riflessione su cosa non ha funzionato e su come evitare che si ripeta. Non è una questione personale ma un atto di responsabilità istituzionale.

A mio avviso, il fatto di avere rifiutato questo passaggio, paradossalmente ha messo il Teatro più al centro della discussione. Perché le associazioni del territorio e l’opinione pubblica, hanno visto nella postura del CdA una forma di negazione delle proprie responsabilità e degli aspetti contestuali che hanno permesso queste situazioni. Evidentemente c’è stato un timore, la paura di una perdita di immagine, la paura di perdere la faccia. Però questo, in realtà, ha peggiorato la situazione.

Alla fine la direttrice del Teatro Due ha dato le dimissioni, con la maschera dell’autosospensione. E a giugno ci sarà il rinnovo del cda. Che riflessione si può fare in vista di quel passaggio?

Ribadisco, secondo me, è emersa una fragilità del contesto, al di là delle persone e delle responsabilità che molto laicamente ci si dovrebbe assumere. E devo dire che anche con l’iniziativa delle lettere di sostegno alla Direzione, e con le dichiarazioni pubbliche – comprese quelle degli ultimi giorni del Direttore ad Interim – il Teatro continua a dare l’idea di voler chiudere la faccenda, normalizzare la situazione, pensare ad altro e allontanare qualsiasi tentativo di una riflessione più aperta e profonda che farebbe maturare il teatro e la città.

Ma ci tengo a dire che non stiamo parlando di un caso isolato, ma di una dinamica relativa alle violenze di genere che abbiamo visto in tanti contesti diversi anche nella nostra città. Quando la violenza avviene vicino a noi nei contesti di vita, di lavoro, di formazione, di impegno politico è difficilissimo parlarne pubblicamente e liberamente. Scattano tutta una serie di meccanismi di tutela, di autotutela, di prudenza. Si cerca di svicolare, di nascondersi, di tenere il profilo più basso possibile. È una forma di “diniego”: sappiamo ma non vogliamo saperne, non vogliamo interrogarci. Ma questo non ci fa maturare: né le persone che si trovano direttamente coinvolte, né le istituzioni, né la comunità. Occorre davvero uno scatto di coraggio nel provare a riconoscere che cosa avviene in queste situazioni, cosa blocca la discussione, come evitare le negazioni e le proiezioni, e quali percorsi si possono costruire per migliorare la risposta della comunità in termini di prevenzione, ma anche in termini di rielaborazione e maturazione collettiva. Su questo tema ci siamo interrogati con alcune colleghe in università e prossimamente proporremo un percorso laboratoriale di riflessione coinvolgendo diverse realtà del territorio.

Nel 2026 sono dieci anni di Maschi Che Si Immischiano (MCSI). C’è la sensazione di aver cambiato qualcosa nell’approccio culturale maschile alle relazioni con il femminile?

Qualcosa io credo che sia cambiato, e non solo per merito di Maschi che si immischiano o di altri gruppi di uomini, ma in generale; cioè credo che negli ultimi dieci anni sia diventato patrimonio un pochino più diffuso il fatto che in questa vicenda del contrasto alla violenza, del contrasto al sessismo, al machismo, alle forme di cultura patriarcale, si è colto che il ruolo degli uomini è determinante in termini di autoconsapevolezza e di cambiamento, ma anche in termini di capacità di sviluppare strumenti e percorsi che danno vita a forme di maschilità e a forme di relazione tra i generi più libere, non solo nelle relazioni personali, ma anche appunto nei differenti contesti sociali.

Credo che anche dentro la città questa cosa un po’ sia avvenuta, tant’è che Maschi che si immischiano è chiamata a partecipare ad incontri pubblici, a scuola, nelle imprese, nei luoghi dello sport. È richiesta una collaborazione, una forma di alleanza per un cambio di civiltà. Non è sempre facile ma ci si prova. Tutto questo avendo ben presente cosa sta succedendo a livello internazionale con il proliferare delle guerre, il diffondersi della violenza e della legge del più forte come forma di gestione dei rapporti al proprio interno e tra Stati. Anche la distruzione dell’ambiente e del vivente ci dice che un certo tipo di cultura della violenza non solo non è scomparsa, ma sta assumendo forme nuove e quindi occorre migliorare la nostra capacità di lettura e di intervento.

Credo che la cosa però importante da dire è che il lavoro con il mondo maschile a tutti i livelli è una partita determinante e che occorre da questo punto di vista certamente riconoscere e definire delle responsabilità, ma anche riconoscere e valorizzare le risorse e le opportunità che si aprono quando gli uomini scelgono di mettersi in gioco, piuttosto che nascondersi. Quando provano a lavorare sulle proprie relazioni e portare così un contributo a questa trasformazione culturale.

Francesco Dradi

«Vorrei un 8 marzo noioso. La normalità è la vera rivoluzione per le donne»

Intervista a Emma Nicolazzi Bonati, presidente del comitato per Parma European Youth Capital 2027

Secondo una ricerca internazionale effettuata su 23.000 persone in 29 paesi di tutto il mondo la Generazione Z (i nativi digitali, tra il 1997 e il 2012) ha posizioni molto conservatrici rispetto al ruolo della donna nella società e nel proprio nucleo familiare. Insomma sembra proprio che la donna debba ancora dover lottare contro gli stereotipi che si porta da secoli. Partiamo da questo spunto nell’intervistare Emma Nicolazzi Bonati, presidente del comitato per Parma European Youth Capital 2027 (foto in riquadro).

Come ci si sente nel festeggiare l’8 marzo (link alle iniziative a Parma) per la prima volta sotto le luci della ribalta visto il suo impegno civico, sociale, culturale negli ultimi mesi? Com’è rappresentare una fetta di società?

La parola “rappresentare” mi mette un po’ in crisi: io non sono una bandiera, e soprattutto non voglio parlare “a nome di”. Se c’è una cosa che cambia, è che quando ti ascoltano ti accorgi di una responsabilità semplice: dire meno cose “giuste” e fare più cose utili. L’8 marzo non è una passerella, è un promemoria del fatto che non possiamo permetterci di archiviare certi temi nel ristretto di una “giornata speciale”. Parma EYC 2027, nel mio piccolo, mi aiuta proprio a stare su questo: concretezza, comunità, e niente eroismi.

Possiamo definirla astro nascente nelle comunità parmigiana?

“Astro nascente” è bellissimo, ma io sono più da… lampadina: funziona se c’è corrente, e la corrente è la rete. Scherzi a parte: non mi riconosco molto nelle etichette. Mi riconosco nel lavoro, nel tempo, nella costanza. Se Parma EYC 2027 sta costruendo qualcosa, è perché c’è un “noi” che si rimbocca le maniche — non perché qualcuno brilla. E a me va benissimo restare una parte del coro, purché la canzone sia quella giusta.

Per anni si è detto che in Italia la politica non era una questione per donne: con un premier donna e la leader donna del principale partito d’opposizione crede che il gap sia diminuito? È sufficiente avere un premier donna per avere un paese votato alle tematiche del femminismo storico italiano?

Sì, il gap si è mosso — sarebbe disonesto negarlo. Vedere donne ai vertici rompe un immaginario e sposta l’asticella del “possibile”. Però l’immagine non basta. Perché il punto non è “una donna al comando”: è che idea di potere portiamo dentro le istituzioni. Se il potere resta identico e cambia solo il volto, rischiamo di fare la parità come certe ristrutturazioni: nuova facciata esterna, ma dentro gli impianti continuano a perdere. Il femminismo storico italiano ci ha insegnato che la misura del cambiamento dev’essere concreta: autonomia economica, lavoro, servizi, sicurezza, libertà reale, tempo di vita, possibilità. Insomma: non basta chi governa. Conta come e per chi.

E a proposito, visto che tra un anno ci saranno le comunali lo vede un suo futuro in politica? (Emma Nicolazzi Bonati è già stata candidata alle scorse elezioni amministrative, ndr)

Io non ho il culto della carriera, ho il culto dell’impatto. Se per “politica” intendiamo i palazzi, non lo so. Se intendiamo prendersi cura della polis, allora sì: ci sono già dentro, come tante e tanti, in forme diverse.

Mi piacerebbe che Parma EYC 2027 fosse anche questo: una generazione che non chiede permesso per partecipare, ma impara a farlo bene. E se un domani servirà entrare nelle istituzioni per cambiare le regole del gioco, non mi tirerò indietro. Però con una premessa: non voglio diventare “la giovane promessa” di qualcuno. Voglio restare una persona libera.

Cosa pensa quando nel parlare delle donne sia in ambito familiare, che civico e politico, si ricorre sempre ad una categorizzazione di genere?

Ho avuto la fortuna di nascere e crescere in un contesto familiare in cui le donne sono sempre state libere ed indipendenti e, di conseguenza, in quanto donna non ho mai sentito di avere dei limiti. Per me si va verso un appiattimento mentale e sociale considerare le donne in tante e diverse categorie: ad esempio la donna che vuole avere figli quindi è sotto il patriarcato, oppure la donna consapevole di non volerne, allora considerarla una donna libera. Per me è molto importante il contesto, è la cornice che da il significato a tutto. Credo che bisogna normalizzare il ruolo della donna in posizioni apicali e che non si debba considerarlo un traguardo raggiunto grazie ad “aiutini”, ad esempio le cosiddette quote rosa, che è una concezione che personalmente non condivido. Finché ci saranno queste formule che giustificano l’ascesa delle donne in posizioni importanti e strategiche nella vita sociale di questo Paese allora rimarrà sempre la sensazionalità della questione che pone un’ombra su ciò che una donna è e che può dare e fare.

Da figlia degli anni Duemila, come percepisce il divario tra generazione Z e le donne delle generazioni che si sono succedute?

Lo percepisco come un dialogo tra due forme di coraggio. Le millennials, ad esempio, spesso hanno dovuto “entrare” in spazi che non le aspettavano: hanno imparato il codice, hanno resistito, hanno pagato il prezzo della credibilità. Noi Gen Z siamo cresciute con più parole per dire le cose — consenso, gaslighting, carico mentale — e con più strumenti per organizzarci, anche se a volte ci accusano di essere “troppo sensibili”.

La verità è che siamo due capitoli dello stesso libro: loro hanno aperto porte, noi proviamo a tenere aperte anche le finestre. E Parma EYC 2027 può essere il posto dove smettiamo di fare la “gara tra generazioni” e iniziamo a fare alleanze intelligenti: meno giudizi, più ponti.

Ha fatto riferimento alla parola “consenso” e il riferimento non può che andare al DDl Bongiorno, la proposta di riforma della norma sulla violenza sessuale.

La Gen Z ha la fortuna di avere parole per potersi esprimere: le parole che diventano di uso comune concretizzano qualcosa e le parole sono fondamentali in questo cambiamento visto che grazie anche alle parole si riesce a costruire la speranza. La speranza va costruita tutti i giorni. Due anni fa ad un corso di linguistica generale all’università il nostro professore aveva deciso di fare lezione sul linguaggio e sul genere e prese ad esempio la parola sindaca spiegandoci che l’utilizzo di un parola deve associarsi alla realtà. Se la parola “consenso” esiste, e si fanno delle battaglie in merito, e in un contesto così delicato come quello della violenza sessuale si decide di eliminare questa parola significa che stai cercando di togliere dalla realtà qualcosa per cui alcune persone hanno lottato per affermarla. Fino a qualche anno fa la parola consenso non era correlata a questo tipo di lotta, cosa che invece oggi è. L’inversione nel DDl Bongiorno è un qualcosa che mi fa rabbia ma allo stesso tempo mi rincuora perché vedo che le piazze si riempiono.

Parma negli ultimi tempi è salita alla cronaca per vicende legate a violenze sulle donne da parte di personaggi del mondo culturale e istituzionale locale: cosa ne pensa?

Penso che la cosa peggiore, oltre alla violenza, sia il riflesso automatico di una parte della società: minimizzare, spostare l’attenzione, cercare il “però”. Quando la violenza attraversa ambienti culturali o istituzionali fa ancora più male, perché tocca luoghi che dovrebbero essere educativi, non intimidatori. E ci ricorda una cosa scomoda: la violenza non è “un mostro lontano”, è spesso una normalità tollerata.

Per questo mi interessa una risposta adulta, non teatrale: ascolto delle vittime, responsabilità, procedure chiare, prevenzione, educazione affettiva e sessuale, e una rete che funzioni davvero. Se no restiamo alla cronaca; io preferisco che si parli di cambiamento.

Cosa augurarsi in questo 8 marzo, che non sia un messaggio sterile e che scada nel cliché?

Mi auguro una cosa poco poetica, ma rivoluzionaria: normalità. La normalità di poter tornare a casa senza dover adottare strategie di sopravvivenza. La normalità di non dover essere “eccezionale” per essere ascoltata. La normalità di non dover scegliere tra voce e serenità. E poi mi auguro una comunità che faccia una cosa semplice: quando una donna parla di violenza o discriminazione, smettiamo di chiederle di essere perfetta nel racconto.

Chiediamo piuttosto a chi ascolta di essere responsabile. Se devo chiuderla con un sorriso: mi auguro che in futuro l’8 marzo sia un giorno noioso. Il che significherebbe che il resto dell’anno funziona. Di questo approccio alla normalità ce ne ricorderemo fino al prossimo 8 Marzo?

Stefano Frungillo

Referendum Magistratura, gli incontri pubblici del SI e del NO (27 febbraio – 5 marzo)

Capire per scegliere

Dibattito tra il Si e il No. Intervengono Gherardo Colombo (ex magistrato) e Giorgio Pagliari (avvocato). Introduce: Monica Cocconi ( Direttivo Il Borgo e Responsabile Osservatorio Legalità di UniPR), modera Luca Ponzi, giornalista Rai. Incontro organizzato da Il Borgo.

Sabato 28 febbraio ore 16.30, Circolo Castelletto, via Zarotto 39, Parma – Info in link – Locandina


I Comitati per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere nella magistratura promuovono una serie di incontri pubblici in diversi comuni della provincia di Parma.

Questo il calendario degli incontri in programma:

Sabato 28 febbraio, ore 16.00 – Borgo Val di Taro, Biblioteca Comunale (Piazza Prospero Manara 7)

Sabato 28 febbraio, ore 17.30 – Tornolo, Palestra Comunale di Tarsogno

Mercoledì 4 marzo, ore 21.00 – San Secondo, Scuderie della Rocca

Giovedì 5 marzo, ore 19.00 – Fidenza, Ridotto Teatro Magnani (Piazza Verdi)

Giovedì 5 marzo, ore 21.00 – Lesignano de’ Bagni, Sala Civica (Piazza San Michele 2)


Il Comitato per il No organizza i seguenti incontri:

Appuntamenti a Parma Città

Venerdì 27 febbraio, ore 20:30 Sala Assistenza Pubblica, via Gorizia 2/A – Incontro con Francesco Pallante⁠ (UniTo) e Francesco Maria Caruso, Giudice, (Comitato per il NO) — Locandina

Lunedì 2 marzo, ore 16:30 Hotel Parma & Congressi, via Emilia Ovest 281, Incontro con Pier Luigi Bersani in dialogo con la giornalista Francesca Schianchi. Introducono Lisa Gattini, Valentina Anelli, Massimo Bussandri.

Mercoledì 4 marzo ore 21:00 Gagarin, str. Inzani 3/a, incontro “Le ragioni del No davanti a un drink” con alcuni magistrati e UDU Parma – – Locandina

Giovedì 5 marzo ore 18.30 circolo ARCI Golese, strada Baganzola 119/A Baganzola (Pr) Incontro con Gennaro Mastroberardino magistrato, già presidente sezione dibattimento penale presso il tribunale di Parma. A seguire ci sarà la possibilità di mangiare la pizza. Organizza il Comitato per il No locale.

Appuntamenti in provincia

Martedì 3 marzo, ore 18 Circolo Il Cervo, Collecchio Incontro con Ludovico Valotti e Concetta Varalla.

Giovedì 5 marzo, ore 20:45 Monticelli Terme, Circolo Arci Verdi, Via Monte Pelato Sud, Incontro con il Giudice Francesco Magnelli.

Diga o non diga… se incombono le frane

Una domenica mattina sul torrente Enza, dopo aver letto le Osservazioni dell’Ordine dei Geologi

La Stretta di Vetto, sul torrente Enza, è un ambiente naturale con un fascino selvaggio.

Domenica mattina di fine inverno: soleggiata, aria frizzante. Gli alberi, salici e querce in gran parte, sono spogli: predominano il marrone della terra e il bianco-grigiastro dei ciottoli di fiume. Qui e là macchie gialle vivide: spuntano le primule che preannunciano la primavera, il ritorno della vita.

Arrivando dalla città, appena prima dell’abitato di Vetto (400 m. slm) si svolta in giù verso Lido Enza, o Lido di Vetto, per scendere ai bordi del torrente. Frequentato in estate da chi cerca ristoro dal caldo, in questo periodo è pressocché deserto. Giusto un paio di persone con il cane a sgambare.

Il punto esatto ove è previsto lo sbarramento, la “famosa” diga, non si può raggiungere, né in basso, a livello del fiume, né in alto sui declivi, alquanto impervi. Però ci si può avvicinare abbastanza, sotto e sopra, per rendersi conto “de visu” dell’impatto, anzi, diciamolo proprio, dello sconvolgimento che comporterebbe un invaso da 86 milioni di metri cubi d’acqua (equivalgono a 86 miliardi di litri).

Il punto della Stretta di Vetto sul torrente Enza

Il torrente Enza scorre tranquillo, lo scroscio calmo dell’acqua riverbera come un suono armonico, che si spande nei due versanti scoscesi. A Lido Enza ci accolgono due immagini: di fronte, sulla sponda parmense, il “Flysch”, fasce di roccia a strati sedimentari che digradano verso il corso d’acqua, sono depositi geologici sovrapposti, risalenti a milioni di anni fa. L’altra immagine, più prosaica, è un grande pannello posato dall’ente dei Parchi Emilia Centrale che informa che qui siamo nel Sic-Zps (Sito di importanza comunitaria, zona speciale di conservazione) del “Fiume Enza da La Mora a Compiano” , un tratto di 13 km che ospita “15 habitat di interesse comunitario dei quali 4 prioritari: un vero campionario di ambienti ripariali e annessi”. Il pannello elenca in particolare le specie vegetali (un tipo di orchidea) e animali di pregio tra cui il “Rinofolo maggiore e minore”. Chi sarà mai costui? Lasciamo l’interrogativo al motore di ricerca.

Ad ogni modo in un baleno ci rendiamo conto dell’evidenza: se si dovesse realizzare un invaso questa area naturale protetta (sic-zps) sarebbe spazzata via. E anche il Lido Enza coi suoi bagnanti non rimarrà, sotto un muraglione che dovrebbe essere alto 80 metri.

Dopo aver perlustrato la sponda, proviamo ad andare a vedere dall’alto. Ci ha spinti qui a Vetto, oltre alla curiosità da cronisti di documentare sul campo le situazioni e non basandosi solo sulle dichiarazioni pro e contro, la lettura delle Osservazioni dell’Ordine dei Geologi dell’Emilia-Romagna (Oger) al docfap (Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali) prodotto dai Consorzi di Bonifica dell’Emilia Centrale e Parmense e fatto proprio dal Commissario straordinario per la Diga di Vetto che pone rilievi non piccoli. Qualcuno li ha tacciati di catastrofismo. Qui il link al documento.

Oltrepassato Vetto si prende a destra il bivio per Ramiseto. Dopo un paio di curve accostiamo in uno slargo e a piedi, seguendo la traccia di un sentiero tra i prati, arriviamo sul limitare della Stretta, sopra il punto ideale della diga. Guardando a monte si comprende il “disegno” dell’invaso: la valle dell’Enza è larga, morbida prima di restringersi. Sulla sinistra si immette un altro torrentello, il Lonza. In effetti qui un invaso pieno d’acqua ci starebbe anche bene, paesaggisticamente. Non ci sono case nei dintorni (l’unico abitato a rischio, e che per sicurezza andrebbe sgombrato, è Atticola, un piccolo borgo, con una dozzina di edifici, a ridosso del Lonza, un po’ più in su).

La Stretta di Vetto vista dall’alto. L’invaso occuperebbe quest’area, risalendo verso monte.

Tuttavia balza agli occhi l’osservazione del versante parmense. In diversi tratti il pendio è nudo, con leggere forme calanchive, friabili. Anche a un profano dà l’idea di un terreno instabile, franoso.

Diamo lettura alle carte dell’Oger. I geologi – dopo aver ricordato che occorre “rispettare il cosiddetto principio del DNSH (“non arrecare un danno significativo all’ambiente”) stabilito dalla UE e che le stesse linee guida del Ministero Infrastrutture escludono “la fattibilità di dighe di qualsiasi tipo se, sulle spalle dell’opera di sbarramento, anche a quote superiori al coronamento della diga, esistono condizioni di prevedibile pericolo di frane tali da costituire pregiudizio per la sicurezza del serbatoio” – avvisano: “Esistono evidenze geomorfologiche di un possibile fenomeno di dissesto posto circa cento metri di quota al di sopra del coronamento della diga in progetto”. E con tanto di foto e cartina georeferenziata documentano nel versante parmense l’esistenza della grotta “Giulia da Neda”, profonda 34 metri, che “fa parte di un sistema di cavità conosciute localmente come “Buche di Giola”. Si tratta di fratturazioni, trincee, voragini nel terreno e scarpate di frana” che “termina in corrispondenza del versante che andrà a costituire la spalla sinistracirca 100/150 m sopra al manufatto”.

A un’indagine visiva profana il sistema di cavità non appare. Facendo attenzione si può intravvedere una linea di trincea a metà del monte.

Riproduciamo qui le mappe prodotte dall’Oger e, anche, le tabelle che evidenziano 66 movimenti franosi tra Enza e Lonza. (Altre frane insistono anche sull’alternativa progettuale, alla Stretta delle Gazze, qualche chilometro a monte).

Su uno di questi movimenti franosi è in corso un lavoro di consolidamento, per evitare che ostruisca la strada provinciale 57 che collega Vetto con Ramiseto. Svoltati nella valletta del Lonza notiamo che la parete di roccia si sta sbriciolando. In un tratto è già protetta da una rete metallica. In altri punti i lavori sono in corso, per un importo di 600mila euro. Sarà poca roba, pensando all’invaso da 86 milioni di metri cubi, tuttavia le immagini parlano da sole, come si suol dire.

Ne serviranno di opere di consolidamento e contenimento sui due versanti.

Nota bene

La Diga di Vetto promette, o minaccia, a seconda dei punti di vista, di essere l’opera infrastrutturale più rilevante del prossimo decennio nelle province di Parma e Reggio Emilia (soprattutto).

Data l’importanza, in termini di risorse (si stima un costo di 20 milioni di euro per il progetto e di almeno mezzo miliardo di euro per la realizzazione dell’opera) e di impatto sui territori cercheremo di approfondire e spiegare tutte le sfaccettature, dando spazio alle ragione dei pro e dei contro. Lo faremo a partire dalla scientificità dei dati. Perché tutto serve tranne una decisione ideologica per realizzare un’infrastruttura. Occorre che l’esigenza da risolvere (in questo caso, prioritariamente, la crisi idrica estiva, in pianura) sia accertata acclaratamente e le soluzioni siano tecnicamente e scientificamente sostenibili. Non pare, invece, che gli organi amministrativi, dal commissario straordinario ai consorzi di bonifica, stiano seguendo questa linea di rigorosità.

Analizzeremo documenti, sentiremo esperti per sciogliere interrogativi e dare a lettrici e lettori gli elementi per farsi un’idea compiuta sull’eventualità della diga di Vetto.

Intanto qui trovate la relazione finale del commissario straordinario Orlandini .

E qui il sito con l’avvio delle iniziative del Comitato Salviamo l’Enza.

Francesco Dradi