Wopa pronto, una Spina in stazione… cosa accadrà all’ex cinema Trento?
Solo riempiendo gli spazi si può offrire un’idea diversa di futuro, superando la “zona rossa”
In estate, passeggiando per San Leonardo all’ora del crepuscolo, non era inusuale vedere un signore anziano che dal balcone di casa, nelle vicinanze della chiesa, suonava la sua fisarmonica, con sotto ogni volta una piccola folla sempre diversa di spettatori fatti dalle tante sfaccettature che vivono il quartiere. E in quella folla curiosa e divertita, in quel solitario musico, il quartiere deve ritrovare la propria identità.
San Leonardo è una fucina di attività, associazioni, presenze che lo rendono uno dei quartieri più vivi di Parma. Eppure… se ne parla solo per la cronaca nera.
San Leonardo, che si arrivi in treno o in macchina dall’autostrada risulta essere la porta della città ed è inevitabile chiedersi quale prima immagine di Parma può essere trasmessa agli occhi di un visitatore.
In realtà San Leonardo è una periferia come altre. La “zona rossa” è ristretta a un fazzoletto di viuzze attorno alla stazione e all’asse di via Trento, una zona piena di vuoti.
Gli spazi abbandonati non nascono così, lo diventano pian piano. Oggi paghiamo le scelte urbanistiche errate dei primi anni Duemila: progetti faraonici risolti in poco o nulla che, per varie responsabilità, hanno desertificato i dintorni della stazione, già di suo luogo di confine. Diventare terra di frontiera, dove le presenze sono incerte e i traffici loschi, è un attimo.
San Leonardo, il quartiere dell’industrializzazione
Un passo indietro. San Leonardo nasce con una vocazione fortemente industriale: a fine Ottocento con l’inaugurazione della ferrovia sorge il quartiere, con la costruzione delle prime fabbriche. Bormioli sposta e ingigantisce la produzione dall’Oltretorrente a San Leonardo nel 1903. Dieci anni prima aveva aperto la Tosi & Rizzoli, industria di conserve alimentare di origine piemontese. Poi la Manzini, prima azienda impiantistica alimentare. Nel 1934 è il turno della Borsari e figli, creatori del profumo “La violetta di Parma” ad insediarsi in una palazzina con marcati elementi decò, in via Trento. Nel 1955 Chiesi inaugura il suo storico stabilimento in via Palermo.
Questi insediamenti hanno modellato il paesaggio urbano e architettonico anticipando la forte vocazione popolare che il quartiere mantiene tutt’oggi. Nel 1931 viene eretta la chiesa di San Leonardo che, per un quartiere senza una vera e propria piazza, simboleggia un punto d’incontro della cittadinanza e poi si innalzano gli agglomerati dei palazzi in cui via via trovano posto i lavoratori delle vicine fabbriche. Tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo questi stabilimenti, e tanti altri che non abbiamo citato, hanno chiuso. Da lì è partita una trasformazione che è rimasta monca, inespressa.
San Leonardo come laboratorio culturale: i vuoti da rivitalizzare. Il caso dell’ex cinema Trento
Uno dei casi illuminanti di questi vuoti è l’ex DLF (Dopolavoro ferroviario), lo stabile di proprietà di RFI – GruppoFerrovie dello Stato Italiane in via Trento che tuttora reca l’insegna “Pendolino”, nome della mensa ultima destinazione d’uso di questo immobile. In passato ospitava un dancing sul terrazzamento, un negozio spaccio per i ferrovieri e il cinema Trento. Da oltre vent’anni è chiuso e in abbandono.
Nel 2018 il docente universitario di architettura, Dario Costi, ha coordinato un team composto da alcuni laureandi di architettura e di altri dipartimenti creando il progetto urbano strategico “San Leonardo cuore della città”. Tra i tanti luoghi di riqualificazione urbana del quartiere spunta proprio il complesso dell’ex cinema teatro Trento. Il progetto, sviluppato dalla torinese Ilaria Federico, propone una ristrutturazione in chiave di recupero artistico culturale aperto a tutta la comunità del quartiere.
«Il progetto del Cinema Teatro Trento – spiega Ilaria Federico, oggi architetta – si può collocare all’interno di uno studio urbanistico di scala maggiore, che ha come tema principale la rigenerazione del quartiere San Leonardo. La ricerca è iniziata durante il laboratorio di sintesi finale dell’ultimo anno del percorso di laurea magistrale in Architettura e fa parte di un processo di discussione e partecipazione condivisa con istituzioni e associazioni di quartiere. È proprio grazie ai momenti di confronto con gli abitanti del quartiere che si sono delineati gli aspetti su cui si è ritenuto necessario intervenire.
Ogni laureando ha scelto un nodo all’interno della fitta rete urbana del quartiere su cui concentrare la propria ricerca e io sin da subito ho deciso di focalizzare i miei studi sul cinema teatro Trento, sia per la posizione strategica nell’assetto del quartiere, sia per il potere evocativo che solo un luogo dove si è professata dell’arte (in questo caso cinematografica e teatrale) può possedere».
Federico, allora laureanda nel team di Costi, ricorda così quel periodo: «L’idea di dare una nuova vita al cinema teatro Trento è legata alla necessità principale di restituire al quartiere un luogo dove si potesse parlare di arte, di creatività, un condensatore sociale necessario per ridare colore alla gente che lo abita e utilizzarlo come legante tra il centro della città e la prima periferia nord. Progetto ambizioso che se letto all’interno della ricerca più generale trova una reale e concreta giustificazione, soprattutto in risposta al degrado che il quartiere oggi purtroppo sta vivendo.”
«Gli architetti – prosegue Federico – giocano un ruolo etico essenziale nella riscoperta e nella valorizzazione degli spazi abbandonati e il cinema teatro si pone come un perfetto luogo di agglomerazione urbana: basti solo pensare ai suoi accessi, uno da viale Trento e uno dalla quota della stazione ferroviaria, proprio a livello dei binari. L’opportunità di lavorare in quote diverse, oltre ad essere molto stimolante, offre la possibilità di immaginare una città diversa, un quartiere diverso, dinamico e riconoscibile. L’idea alla base della mia tesi era proprio quella di riscrivere urbanisticamente quel nodo, utilizzando l’accesso dalla stazione per dotare l’infrastruttura di un vero punto di raccolta sociale, ad esempio come a Roma Ostiense, dando la possibilità a chi è solo di passaggio di godersi un momento di sosta e di arte. Al contempo una possibilità legata al progetto complessivo era quella collegare direttamente via Trento con il retro stazione, sbloccando la strada alla destra dell’ingresso principale, e al contempo creare una rampa urbana che da via Palermo potesse condurre direttamente ai binari ferroviari, sviluppandosi in corrispondenza del sottopassaggio all’imbocco di via Trento».
L’idea progettuale per l’ex cinema teatro Trento era accompagnata da un percorso fotografico del giornalista Antonio Mascolo nei locali abbandonati, al cui interno sono ancora conservati alcuni pezzi di arredo dell’allora cinema, dando un tocco nostalgico “felliniano” al progetto di recupero dello stabile. «Le foto e l’esperienza di Mascolo – ricorda Ilaria Federico – sono state essenziali, ci ha accompagnato nel percorso di scrittura della tesi, aiutandoci ad osservare gli spazi e i luoghi come solo un grande professionista sa fare».
Un anno e mezzo fa quell’idea progettuale era stata raccolta e rilanciata con l’iniziativa “Insieme per il cinema Trento”, uno dei sei progetti vincitori di “Work In Project”, realizzato da On/Off e Ecole, grazie al bando Youz Officina della Regione Emilia-Romagna. Da allora non se ne è saputo più niente.
«Secondo me – conclude Federico – non è andato in porto per una serie di ragioni, prima tra tutte la mancanza di una visione politica complessiva della città e in particolare del quartiere. Una delle primissime cose che vengono insegnate nella nostra facoltà è che se si vuole ridare vita ad un luogo che vita non ha più, bisogno creare delle occasioni sociali, delle ragioni per cui quel luogo debba essere frequentato. Era proprio questo l’intento della nostra ricerca. Evidentemente, vuoi la mancanza di fondi, vuoi la mancanza di visione, non l’hanno permesso. Di sicuro il PNRR avrebbe potuto rappresentare un ottimo punto di partenza per lo sviluppo del progetto, anche se non nella sua totalità.”
Il Lenz, un teatro virtuoso
Poco più in là, in via Pasubio, troviamo l’esempio del Lenz, teatro che da poco ha compiuto 40 anni di attività attraverso il discorso di un teatro contemporaneo e di avanguardia, è stato il primo centro culturale di un certo spessore del quartiere. Francesco Pititto e Maria Federica Maestri, i due direttori artistici, nel 1989 scelgono i capannoni ex Scedep, all’epoca in stato di incuria ed abbandono, creando un dialogo tra gli spazi industriali che vengono resi vitali proprio dalle produzioni teatrali che vengono messe in scena. È uno dei pochi esempi in Italia, a differenza di ciò che si può vedere in Europa, in cui spazio e resa scenica non possono essere scissi tra loro essendo divenuti ormai un’unica identità.
Una Berlino in salsa parmigiana: Wopa e Spina
È interessante notare come si voglia legare il discorso culturale del quartiere alla sua deindustrializzazione occupandone gli spazi dando una visione molto underground ai vari progetti, come fosse una sorta di Berlino in salsa parmigiana. Il Workout Pasubio (Wopa) ad esempio, che prende vita nell’ex complesso industriale Manzini.
In primavera dovrebbe riaprire il Wopa, dopo la temporaneità degli anni scorsi, in cui è risultato essere un catalizzatore ospitando i mercati a KM0, installazioni, mostre d’arte e concerti (Calcutta, nome d’arte di Edoardo D’Erme, ancora semisconosciuto fece qui uno dei suoi primi concerti).
Nel 2016 lo studio torinese di architetti ACC Naturale Architettura vinse il bando del Comune di Parma riguardo il progetto esecutivo di riqualificazione dell’area, i cui lavori sono durati sei anni.
L’attesa per la riapertura sembra agli sgoccioli visto che il bando di gestione è stato vinto da EMC2, già gestore de Lostello in Cittadella, che ha avuto le chiavi dello stabile. Da quanto appreso l’intenzione è di dedicare il Wopa prioritariamente agli eventi di Parma capitale europea dei giovani 2027.
Discorso diverso per il progetto SPINA, inaugurato alla vigilia di Natale al piano -2 della stazione ferroviaria, nel lato della sosta breve per le auto, dirimpetto alla fermata degli autobus.
Spina nasce come innovativo spazio culturale, simbolo di un processo di riqualificazione urbana e valorizzazione degli spazi pubblici. Il primo intervento vede l’installazione luminosa “THIS IS NOT A COMMERCIAL” del duo artistico sloveno-svizzero Veli & Amos. L’opera, parte di una serie presentata in contesti internazionali, si trova in una galleria vuota e inutilizzata da sempre. Avrebbe dovuto essere uno spazio commerciale, ma nella desolazione dei locali vuoti in stazione, chi mai avrebbe aperto un negozio lì?
E dunque RFI, in sinergia con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Parma, ha accolto volentieri la proposta dell’associazione Estatico Ets, concedendo quello spazio per cinque anni. L’intento dei promotori è quello di trasformare e valorizzare un luogo che rappresenta la porta della città come polo culturale e di incontro, grazie all’utilizzo di spazi oggi inutilizzati. Il progetto mira a migliorare sicurezza, estetica e funzionalità, creando un ambiente stimolante, inclusivo e accogliente per cittadini, pendolari, turisti e visitatori, con un forte impatto visivo.
Alice Busani è l’ideatrice di Spina e presidente di Estatico Ets, un’associazione fondata da professioniste con esperienze internazionali che hanno scelto di tornare a Parma per valorizzare il suo patrimonio culturale e sociale. La loro visione si focalizza sulla sicurezza, sull’innovazione sociale e sulla partecipazione attiva, promuovendo una nuova concezione degli spazi urbani come ambienti di creatività, inclusione e partecipazione collettiva. “La realizzazione di Spina – spiega Alice Busani – rappresenta un’importante opportunità. Questo progetto porterà la città nella scena internazionale di arte contemporanea. Attraverso un programma ciclico, le opere d’arte si succederanno nel tempo, verrà data nuova linfa alla scena culturale parmense e animando la città con un flusso costante.”
Il progetto Spina rappresenta un esempio concreto di come la collaborazione tra istituzioni pubbliche, enti e associazioni possa generare un impatto positivo sulla città, creando un punto di riferimento non solo per l’arte e la cultura, ma anche per lo sviluppo sociale e urbano, magari a forte tinte underground.
Chissà che “la” Spina non sia prodromica per un riutilizzo dell’ex cinema Trento. Senza dimenticare che alle spalle della stazione si allarga l’area dell’ex scalo ferroviario ed ex Boschi della tramontata Stu Stazione. Troppi ex.
Il paesaggio urbano di San Leonardo mostra evidenti, come cicatrici a cielo aperto, i segni dell’industrializzazione rampante del secolo scorso. I profili delle ciminiere che non sbuffano più, le aree dismesse, specchio dei vuoti del quartiere, sembrano a vederli oggi ricordi di un sogno riguardo un futuro che prometteva altro da quello che invece effettivamente c’è.
A San Leonardo, seppur ancora in potenza, è in atto un cambiamento. Dopo anni di immobilismo qualcosa si muove, si vedrà se ci sarà un’accelerata in vista del 2027 e se gli abitanti saranno protagonisti.
Pur senza disconoscere il problema sicurezza, non si può tenere in ostaggio un quartiere di una narrazione esclusivamente a tinte fosche, per meri tornaconti speculativi e politici. San Leonardo, non può fare a meno dei tanti insiemi di caratteri qualitativi sconnessi di cui è composta; questa è la sua forza, il resto è attesa di divenire.
Stefano Frungillo