Il quadrilatero smart e green che rimodella San Leonardo

Martedì l’inaugurazione del rinnovato parco Vilma Preti in via Verona

Si rafforzano le presenze storiche dell’Asd San Leo e della Casa nel Parco. E in futuro sarà Chiesi Gardens

C’è un quadrilatero che può cambiare volto, e narrazione, al San Leonardo: da quartiere difficile potrebbe diventare nel prossimo futuro un approdo tra i più gettonati della città. I quattro caposaldi sono l’Associazione sportiva San Leo e la Casa nel Parco del Naviglio, che si consolidano come presenze storiche, il rinato parco Vilma Preti che sarà inaugurato martedì prossimo, e infine il Chiesi Gardens, che sarà pronto nel 2028.

Che sia il momento in cui gli abitanti della Cittadella o del centro storico, zone nobili della città, possano col tempo trovare in San Leonardo la loro nuova abitazione mettendo le basi per una possibile gentrificazione? Ai posteri l’ardua sentenza.

Dopo aver scandagliato la porta del San Leonardo (leggi il primo reportage) – quella via Trento e dintorni, con i suoi edifici vuoti, con i problemi che comporta, di frequentazioni e di spazi abbandonati e di riaperture attese (il Wopa, che si chiamerà Manzini Off) – torniamo nel cuore del San Leonardo dove le cose girano diversamente.

Asd San Leo

Cominciamo da via Guastalla, dove sorgono i campi dell’Associazione sportiva San Leo che quest’anno festeggia 80 anni. Fondata nel 1946 da Don Ferdinando Azzali, vicario della parrocchia di San Leonardo insieme ai giovani Egisto Corradi e Luciano Porcari, è da sempre un punto di riferimento calcistico per i bambini del quartiere. Un libro celebrativo, appena pubblicato, con un ricco apparato fotografico, e tanti eventi in primavera ed estate onoreranno l’anniversario.

«Non ci sono ancora date o eventi precisi. Sicuramente a maggio ci sarà un grande evento nella nostra sede col quale coinvolgere, oltre i nostri 280 tesserati e le loro famiglie anche tutto il quartiere. Sono previste delle mostre fotografiche, esposizioni di magliette storiche, premiazione dei tesserati e una maglia celebrativa con il logo degli ottant’anni». A parlare è Antonio Lopardo, attuale presidente della San Leo. «Questa è la società di calcio dilettantistico più longeva di Parma e se siamo arrivati a tagliare questo traguardo è perché abbiamo capito che col tempo le esigenze cambiano. Se fino a qualche anno fa si badava esclusivamente a far giocare a calcio i bambini, negli ultimi anni abbiamo cercato di essere molto più attenti, oltre che nell’insegnare calcio, ad avere un focus diverso che ci ha portato ad un approccio che va aldilà del gioco». Non c’è cosa più seria del gioco diceva un vecchio detto e questo ha portato la San Leo a fare dell’aggregazione una metafora di vita, in cui il rispetto delle regole, la convivenza multietnica, l’associazionismo, diventano basi su cui sviluppare le relazioni quotidiane. «Non voglio essere presuntuoso – aggiunge Lopardo – ma per l’offerta data siamo il terzo polo educativo ,dopo la famiglia e la scuola. Sentiamo questa responsabilità e la percorriamo. Abbiamo voluto cogliere ed ampliare questa esigenza e grazie ai volontari la stiamo portando avanti. Fare volontariato all’interno di una struttura organizzata come la nostra fa bene agli altri e a sé stessi». In un tempo storico in cui gli oratori non ci sono più la San Leo diventa cuore pulsante del quartiere. «Noi ci poniamo come contraltare, grazie al quale mostrare l’enorme potenzialità di un quartiere che purtroppo nella narrazione comune viene visto sempre come centro di delinquenza e disordine». La fortuna di San Leonardo è «quella di essere multietnico in anticipo rispetto ad altre zone della città e in virtù di questo di essersi abituato prima a convivere con realtà differenti e questo porta San Leonardo un passo avanti. Nonostante ciò sono consapevole che altri problemi restano».

Casa nel Parco

Ci spostiamo di poco. Superato lo storico circolo dei “Molèn Bass”, oltrepassiamo via Naviglio Alto e andiamo a scoprire un centro aggregativo e ricreativo che mette a disposizione spazi in cui i ragazzi possono esprimere se stessi, le loro idee, la loro fantasia; un contenitore di opportunità in cui i giovani sono messi al centro del progetto: la Casa nel Parco, oggi gestita dalla cooperativa sociale Ecole.

È un centro giovani speciale, forse tra i più innovativi di Parma per la sua poliedricità, grazie alla stretta sinergia con le Officine On/Off e il FabLab Parma, già presenti presso la Casa nel Parco con diverse attività focalizzate sugli ambiti del coworking e della fabbricazione digitale. I laboratori digitali e creativi e le attività che sono rivolte alle scuole durante le mattine e nei pomeriggi di apertura uniscono il mondo digitale con quello manuale, la creatività con il sapere tecnico, l’espressività con il saper stare insieme. Casa nel Parco è un’offerta importante per ragazze e ragazzi di San Leonardo, specie per quelli cosiddetti di “seconda generazione”, ossia nati in Italia da genitori stranieri.

Oltre a queste attività c’è anche spazio per eventi, attività sportive e ludico-motorie, musicali, oltre a momenti conviviali, gite, uscite di gruppo. E in estate, nel giardino antistante, va in scena la rassegna “Sul Naviglio” organizzata da Loft (Libera organizzazione forme teatrali) che richiama pubblico da tutta la città.

C’è un “ma” sul futuro della Casa nel Parco, dato che non sono chiare le idee in proposito dell’Amministrazione Comunale. Tutti stanno con le bocche cucite, ma si mormora di screzi e dissapori nell’ultimo anno che, al momento, paiono rientrati.

Parco Vilma Preti

Attraversiamo via Venezia e ci dirigiamo in via Verona. Qui, martedì mattina, sarà inaugurato il lotto sud della riqualificazione del parco Vilma Preti, già noto come parco dei “Vecchi Mulini” poiché al di sotto scorrono le acque del canale Naviglio. Un tempo c’era la fabbrica Oreste Luciani: a seguito della chiusura e dismissione negli anni Novanta sono state costruite palazzine residenziali, il polo sanitario e realizzata un’area verde. Negli anni scorsi, per realizzare la nuova Casa della Comunità è stata sventrata una fetta del parco ma il cantiere dell’Ausl si è presto arenato lasciando una voragine. Anche per questo motivo il parco è diventato mal frequentato e sede di traffici loschi.

Il progetto di riqualificazione del parco è stato avviato da un percorso partecipativo nel 2016/17 con l’iniziativa “San Leonardo – Il parco che vorrei”, promossa dall’associazione culturale Manifattura Urbana, in collaborazione con i Servizi sociali del Comune di Parma e dell’Ausl, la cooperativa sociale Fiorente, il Laboratorio Famiglia San Martino San Leonardo e il Consorzio Solidarietà Sociale. Dopo una pausa, il progetto è ripreso nel 2020/21, in forma di World Café: incontri pubblici nel parco, all’aria aperta, a causa dell’emergenza Covid-19. Vi hanno preso parte privati cittadini, dodici tra associazioni e gruppi di quartiere, la Parrocchia di San Leonardo e rappresentanti del Comune di Parma. I progettisti coinvolti sono Giulia D’Ambrosio e Francesco Fulvi con il Consorzio Forestale KilometroVerdeParma e il supporto del gruppo Chiesi Farmaceutici. Il desiderio che accomuna enti, associazioni e cittadini coinvolti nel progetto è quello di offrire al quartiere San Leonardo uno spazio verde completamente rinnovato di incontro, di gioco, di condivisione in una prospettiva intergenerazionale.

Esiste la consapevolezza del rischio che, a distanza di pochi mesi dall’inaugurazione, il parco torni a essere in uno stato di incuria e degrado. Per questo motivo dovrebbe essere individuata una figura di coordinatore delle reti associative per una programmazione delle attività e un monitoraggio del parco. Dopo un primo periodo di sostegno da parte del Gruppo Chiesi, sarà il Comune di Parma a dover assumersi l’impegno della manutenzione ordinaria e straordinaria.

Per l’apertura completa del parco, nel lato nord, si attende l’estate per la fine dei lavori alla Casa della Comunità, lavori in dirittura d’arrivo grazie anche al fondo del PNRR.

Chiesi Gardens

Scendendo dal lato di via Bologna si arriva in via Palermo e svoltando a sinistra incontriamo lo storico stabilimento Chiesi Farmaceutici che è in corso di trasformazione in Chiesi Gardens la cui apertura è prevista nel 2028.

L’esigenza nella creazione del Chiesi Gardens nasce nel voler adeguare un sito industriale nato a metà degli anni Cinquanta alle esigenze di business di un’azienda che oggi opera in un contesto internazionale, su una scala completamente diversa rispetto a quella del passato. La diversificazione d’utilizzo dello storico stabilimento Chiesi, visto che oggi non ha più necessità di ospitare alcune funzioni, poiché nel tempo trasferite e scorporate in altre sedi, sempre in San Leonardo, tra cui ci sono un Centro Ricerche per le attività di ricerca e sviluppo, uno stabilimento produttivo, affiancato da un Biotech Center of Excellence, e l’Ead Quarter, ha visto la volontà di cambio di paradigma rispetto al passato. Uno spazio privato, chiuso nei confronti dell’esterno, si trasforma in così in uno spazio che mantiene una vocazione business ma che si apre alla città e alle comunità esterne (accademici, startupper, innovatori, terzo settore) e alla città di Parma. La componente verde avrà un rilievo particolare, da qui il nome Chiesi Gardens. In questa volontà d’intenti Chiesi Gardens diventa un progetto di respiro internazionale che tende ad avvicinare la città ad una vocazione europea. Non a caso la progettazione, dopo una consultazione che ha coinvolto più studi di architettura, è stata affidata allo studio belga 51N4E e allo studio svizzero-serbo Ten. Due realtà specializzate in progetti di rigenerazione urbana. Se si vuole paragonare Chiesi Gardens ad un possibile modello è quello del campus Novartis a Basilea, in Svizzera, dove spazi business e pubblici convivono: la differenza sarà l’assenza di uno spazio museale/espositivo.

Ad un primo sguardo tutto questo potrebbe essere inteso come una sorta di mecenatismo 3.0 da parte della famiglia Chiesi; in realtà l’intenzione, nonché le parole chiave sono “valore condiviso”. Si parla di valore condiviso quando una certa idea di business sceglie di procedere pari passo con il progresso della comunità, grazie al quale ne beneficia. Il Chiesi Gardens rappresenta la volontà di un’azienda che decide di evolvere insieme al territorio che la ospita, accompagnandone i cambiamenti e sostenendone le energie positive.

Come nel caso del parco Vilma Preti, all’inaugurazione che probabilmente avverrà nel 2028, seguirà un impegno costante del gruppo Chiesi nel prendersi cura, insieme con altre realtà pubblico/private del quartiere San Leonardo, affinchè quest’ultimo possa finalmente incamminarsi verso la sua rinascita.

Stefano Frungillo

A Langhirano, da tre anni, un’area ex-industriale è piena di macerie. C’è un rischio ambientale?

A Langhirano, ai bordi del centro storico, (vedi su mappa) c’è un’area recintata con la presenza stimata di 24.000 tonnellate di macerie edili. (È accertato che il volume dei materiali presenti sia di 13.500 metri cubi, e la densità media del materiale da demolizione è di 1,8 tonnellate a m3). Le macerie derivano da uno stabilimento demolito nel febbraio 2023. In seguito l’area è stata sequestrata dalla Procura della Repubblica di Parma per indagini e poi dissequestrata a fine 2023. Da allora è tutto fermo.

Macerie con amianto e cromo

Il dubbio che aleggia è se queste macerie siano pericolose oppure no.

Se fossero semplici materiali inerti sarebbe solo una bruttura estetica, dato che non sono nemmeno coperte da teloni. Il problema è che, probabilmente, quelle macerie serbano ancora al loro interno amianto e cromo, due elementi ad alto potenziale tossico e cancerogeno.

Le analisi chimico-fisiche sono state fatte due anni e mezzo fa (giugno 2023) ed hanno accertato la presenza di amianto e di cromo in due dei cinque lotti in cui è stato suddiviso il materiale, bloccando di fatto il cantiere sussistente. Le analisi Arpae attestarono la presenza di crisotilo (un tipo di amianto) nel lotto 2 in quantità di 15 mg/kg e nel lotto 4 in quantità di 10 mg/kg. Inoltre, in un altro campionamento, è attestato un frammento di canna fumaria con presenza di crisotilo e crocidolite (altro minerale di amianto), dunque rilevando l’amianto in tre punti nel complesso.

Arpae nella sua scheda di analisi conclude che “per una classificazione di pericolosità il quantitativo di amianto deve essere superiore a 1000 mg/kg”. È opportuno specificare che si tratta di un valore di soglia per la contaminazione di suolo e sottosuolo e non per la salute delle persone. Le analisi furono effettuate al fine di classificare le macerie in materiali riutilizzabili o in rifiuti e non per la sicurezza sanitaria.

Lo stesso discorso vale per la presenza di cromo, rilevata dalla ditta Search, incaricata delle analisi del materiale sequestrato. Il cromo è rilevato in 127 μg/l (microgrammi ogni litro) quando il valore limite è 50 μg/l . E infatti il giudizio rilasciato attesta “Per il parametro Cromo si può affermare che il campione non rientra nei limiti di accettabilità fissati dal DM 05/04/2006 n.186” sull’individuazione di rifiuti non pericolosi. Una doppia negazione che equivale ad un’affermazione. Altre analisi, per conto di Arpae, sono state svolte dal laboratorio Stante e anch’esse rilevano valori sopra soglia di cromo.

In definitiva: le macerie dell’ex-Galbani vanno trattate come rifiuti speciali. Alcuni non pericolosi, altri pericolosi.

Sulla base di queste analisi la pm Zannini, incaricata delle indagini, ha disposto il dissequestro, senza altri provvedimenti correlati ritenendo l’area non pericolosa. Tuttavia qualche dubbio è lecito nutrirlo poiché, senza teloni di protezione, dalle macerie può disperdersi polvere ed è ormai noto in letteratura scientifica che non esiste una soglia minima di pericolosità per l’amianto. Basta inalare, anche accidentalmente, una singola fibra per innescare il rischio di una patologia tumorale.

Il cromo, invece, potrebbe percolare nelle falde acquifere, contaminandole.

Secondo il gruppo consiliare Vivere Langhirano, gruppo di minoranza in Comune, sulla base dei rilievi a campione effettuati da Arpae si può stimare una presenza di eternit dai 33 ai 50 kg e, per derivazione, di circa 5 kg di crisotilo nel cumulo R2 (il lotto con maggior presenza di amianto attestata). Se è vero che il valore limite per la contaminazione di suolo e sottosuolo è elevato (1000 mg/kg) ben più basso è il riferimento per l’inquinamento da amianto negli ambienti di vita (20 fibre/litro) e per l’esposizione dei lavoratori (0,1 fibre/cm3).

Dunque, quale è il rischio?

La vicenda Ex-Galbani

L’area delle macerie è denominata ex-Galbani e al solo nominarla, a Langhirano, si suscita irritazione. La vicenda è spinosa e ingarbugliata, proviamo a riassumerla.

Al margine dell’incrocio di via Roma con via Micheli, che porta al ponte sul torrente verso Mulazzano, negli anni Sessanta viene costruito dalla Galbani un maxi stabilimento per la lavorazione e la stagionatura dei prosciutti. Accanto c’è un altro prosciuttificio. Sull’altro lato di via Roma c’è la scuola elementare, sotto, verso il torrente, il campo da calcio della Langhiranese.

A fine anni Ottanta la produzione alimentare è dismessa e l’immobile messo in vendita. Nel 2012 l’Amministrazione Comunale di centrosinistra, che all’epoca guidava Langhirano, elabora il PSC che prevede una riqualificazione complessiva dell’area, con funzioni pubbliche, verde e bassa cubatura. La successiva Amministrazione, con il centrista-civico Bricoli (ancora in sella oggi, col centrodestra) accoglie un’osservazione alla variante urbanistica, da parte dell’imprenditore edile Bucci, e stralcia l’area Galbani dal PRU ampliando la cubatura da poter ricostruire. Arriviamo agli ultimi anni. L’area viene acquisita dalla società immobiliare Di.Bi.srl con l’intenzione, a quanto pare, di realizzare un nuovo centro commerciale. La Di.Bi. era di Bucci ma dopo la variante urbanistica è acquisita dall’imprenditrice Cattini, la quale gestisce il Conad e il centro commerciale Val Parma a Langhirano. A fine 2022 l’Amministrazione Comunale guidata da Bricoli autorizza la demolizione dell’ex complesso Galbani, pur in assenza di un progetto di ricostruzione che avrebbe dovuto essere correlato. Il cantiere è affidato dalla Di.Bi. all’impresa Bucci (a proposito, Carlo Bucci ha un incarico di prestigio: è presidente della sezione costruttori edili dell’Unione Parmense degli Industriali).

La grande esplosione

Il 25 febbraio 2023 un boato scuote Langhirano, e un nugolo di polvere ricopre i dintorni dell’ex-Galbani. Grandi felicitazioni all’esplosivista Coppe, per questa nuova demolizione in un colpo solo, grazie alle cariche esplosive sistemate a puntino. Tutto a posto? Non proprio. Alcuni cittadini appreso che si sarebbe proceduto a demolizione con esplosivi hanno scritto allarmati al sindaco; la loro denuncia è stata ripresa dagli allora consiglieri comunali di opposizione, Di Martino e Piovani, assieme al consigliere dell’Unione Montana, Cauzzi, che chiedevano lumi sul rischio amianto. Un’esplosione l’avrebbe disperso nell’aria. Il sindaco Bricoli è tranquillo: c’è una perizia che assevera l’assenza di amianto, nonostante la vetustà degli edifici. Tuttavia una stonatura balza agli occhi: l’attestazione nella Cila (comunicazione di inizio lavori asseverata) che assicura non ci sia amianto non è di un ente indipendente, ma della ditta proponente l’intervento, firmata dal direttore incaricato dei lavori, l’ingegnere Prevoli.

La scoperta dell’amianto

Posata la polvere, si installano i frantoi nel cantiere per macinare i residui e inizia un via vai di camion durato tre mesi. Gli inerti da demolizione, se sottoposti a opportuni processi di recupero, non sono più un rifiuto da smaltire ma diventano materie prime seconde (MPS). Un affare. La demolizione effettuata con esplosivo è infinitamente meno costosa rispetto alla demolizione con mezzi meccanici per l’abbattimento controllato delle strutture. Inoltre, se gli inerti si riescono a vendere, ci si guadagna pure. Sembra tutto regolare ma alla luce delle scoperte successive (presenza di amianto e cromo) le domande sorgono spontanee. I lavoratori che hanno trattato il materiale erano dotati dei dispositivi di protezione? Dove sono finite le tonnellate di macerie trattate prima del sequestro?

Tutto ciò va avanti per qualche mese fino a quando lo zelante agente della polizia municipale Geminiani (licenziato in tronco un anno e mezzo fa, ma questa è un’altra storia) nota tra i cumuli di macerie, anche sotto la vegetazione spontanea nel frattempo cresciuta, due tubi che sembrano in eternit (materiale a base di cemento e amianto). Denuncia in procura, intervengono i carabinieri forestali che accertano la veridicità e il cantiere viene sequestrato.

La controdenuncia

La scoperta di amianto desta scandalo e il direttore dei lavori, l’ingegnere Prevoli, che ne aveva asseverato l’assenza, fa una controdenuncia: a suo dire qualcuno nottetempo ha introdotto in cantiere quei tubi di eternit. Una lettera dell’Arpae avvalora questa tesi “è difficilmente spiegabile la presenza di questi manufatti, risultati pressoché integri nelle sue forme originali” . Arpae scrive anche che “dalle foto aeree antecedenti alla demolizione non si nota la presenza di camini sugli edifici”. Puntuali saltano fuori delle fotografie dell’ex stabilimento in cui, pur sfocata, la presenza dei camini sembra inequivocabile. È un giallo nel giallo, ma è un punto dirimente. Si sa che negli anni Sessanta la gran parte dei condotti e delle canne fumarie erano rivestite di cemento amianto, ignifugo per eccellenza, dato che ancora non era emersa la pericolosità dell’amianto.

Per appurare come siano le cose la Procura apre un’indagine, sequestra il cantiere e ordina delle analisi, che attestano la presenza di amianto e di cromo, come scritto sopra.

Il procedimento incagliato

Denuncia dei cittadini, cui si aggiunge un’altra denuncia dei consiglieri comunali, controdenuncia del direttore dei lavori. Le indagini si concentrano sull’appurare di chi sia la responsabilità della presenza di amianto e se vi è dolo. Dopo sei mesi il cantiere viene dissequestrato e nell’agosto 2024 la pm Zannini chiede l’archiviazione del fascicolo. I cittadini ricorrenti, difesi dall’avvocato Dalla Valle, si oppongono alla decisione di archiviazione e chiedono la prosecuzione delle indagini alla gip Orsi. Da quel momento non si sa più nulla. La gip non risulta si sia ancora pronunciata.

Il parcheggio temporaneo

Nel lotto d’angolo che affaccia sull’incrocio di via Roma, in base alle analisi Arpae, non sono state riscontrate presenze di materiali tossici e dunque, con un accordo tra impresa e Comune, nella primavera 2024 quell’area viene spianata, ricoperta di ghiaia e aperta a parcheggio pubblico temporaneo, tuttora in uso.

Consigliera Di Martino: “Non siamo tranquilli”

A sollevare il problema, reiteratamente, è stata la consigliera comunale di Langhirano, Federica Di Martino: «La presenza di amianto è stata accertata, così come il cromo sopra soglia, dagli enti deputati ai controlli. Ci sono le carte che lo dimostrano. Benché i quantitativi di queste sostanze siano stati valutati non pericolosi ai fini del trattamento delle macerie demolite con metodi tradizionali, noi non siamo tranquilli perché sono sostanze tossiche e potenzialmente cancerogene anche in minime quantità e sono state diffuse nell’ambiente circostante con un’esplosione. Non risultano verificati gli effetti sulla salute, per la quale non esistono limiti di tolleranza all’amianto, nè risultano effettuati rilevamenti delle polveri nell’aria.

E di fatto le sostanze nocive sono state rilevate presenti nelle macerie lasciate all’aria aperta. Inoltre sono stati qualificati come rifiuti, eppure dopo due anni e mezzo i cumuli sono ancora lì mentre l’area è rimasta sequestrata solo sei mesi nel 2023. Ci chiediamo: è un deposito autorizzato? Sono state fatte ulteriori analisi? E ancora, le macerie portate via tra febbraio e giugno 2023, posto che le analisi hanno riguardato solo i materiali ancora presenti in cantiere al momento del sequestro, erano anch’esse contaminate? E dove sono state portate?»

Sindaco Bricoli: “Materiale non pericoloso, eternit rimosso”

Il sindaco di Langhirano, Giordano Bricoli, da noi interpellato, ha rilasciato questa dichiarazione: «In merito all’area ex Galbani la proprietà sta predisponendo una proposta progettuale. La presenza di macerie nell’area è principalmente correlata al sequestro preventivo di cui è stato oggetto per molti mesi il cantiere e che ha impedito alla proprietà di pianificare l’intervento di riqualificazione. Diversamente da quanto lei afferma dagli accertamenti svolti dagli enti competenti nell’area è emerso che tutto il materiale campionato è da considerarsi “non pericoloso” ad eccezione di alcuni manufatti di eternit (canne fumarie integre) rinvenute in un solo punto su un cumulo di macerie la cui forma e posizionamento non sono state giudicate riconducibili alla demolizione del fabbricato. Questi ultimi manufatti sono stati comunque subito rimossi con le modalità prescritte dalle normative vigenti.

L’area è stata oggetto di diversi controlli a seguito dei quali l’autorità giudiziaria ne ha disposto il dissequestro senza prevedere alcun tipo di intervento (es. coperture) e autorizzando il libero utilizzo da parte del proprietario pertanto, si ritiene che la stessa sia in condizioni di sicurezza.

Auspico che rispetto alle errate informazioni fatte circolare da diverse fonti in merito a questa area il suo articolo possa ricondurre l’informazione ai fatti oggettivi».

Situazione in stallo. Servirebbero nuove analisi?

Abbiamo posto delle domande anche alla proprietà (Di.Bi. srl) e pubblicheremo la risposta se dovesse giungere.

Uno dei problemi starebbe nello smaltire i materiali inerti che, in base alle analisi sono contaminati da amianto e cromo e non possono essere più trattati come materia prima seconda, ma da considerare rifiuti. Il loro smaltimento in discariche speciali, dati gli ingenti quantitativi, potrebbe costare fino a qualche milione di euro.

A distanza di tempo il buon senso suggerirebbe di ripetere le analisi per accertare eventuali modifiche nella presenza di amianto e cromo, e con quali potenziali effetti, per scongiurare rischi per la salute dei cittadini e per l’integrità dell’ambiente.

Francesco Dradi

Aeroporto cargo: 10 cose da sapere per arrivare preparati al voto decisivo

di Francesco Dradi

Proviamo a spiegare nel modo più semplice possibile la questione dell’aeroporto cargo riassumendola in dieci punti chiave. *L’articolo è stato aggiornato alle ore 21, con la delibera comunale, pubblicata e commentata a fondo pagina.

1) Ma allora: passeggeri o cargo?
Il masterplan del piano di sviluppo aeroportuale (PSA) è per destinare l’aeroporto “Giuseppe Verdi” ad ospitare voli cargo. È su questo che si deve esprimere il Comune di Parma con un doppio passaggio: 1) il voto di conformità urbanistica del consiglio comunale (ci torniamo in fondo) e, 2) nella Conferenza dei Servizi, il parere dell’ufficio tecnico su molteplici aspetti legati alle prescrizioni di VIA (Valutazione Impatto Ambientale), se siano o meno rispettate, quali problemi comportino e se risolvibili o meno e in che modi.
E allora il milione di passeggeri annunciati? Per il momento è verba volant. Ma c’è di più: in base alla normativa UE sugli aiuti di stato, Sogeap per ottenere i 12 milioni di finanziamento pubblico deve rispettare un parametro: stare sotto i 200mila passeggeri nei due anni precedenti e nei due anni successivi all’arrivo dei fondi. Altrimenti vengono revocati. E dopo, potranno aumentare? Certo, ma qui entriamo nel campo del futuribile. Anche i voli cargo potranno incrementare. Dipende a cosa e a chi vogliamo credere.

2) Era una scusa per avere 12 milioni
«È arrivato il momento di dirci le cose come stanno. Se ci troviamo appoggiati andiamo avanti, diversamente gettiamo la spugna anche noi. Buttiamo via un’infrastruttura, tanti soldi e secondo me uno sviluppo importante per la città che rallenta, perché per completare l’infrastruttura si mettono un paio d’anni circa. È chiaro che si parla di trasporto passeggeri e non di trasporto merci. Il trasporto merci è stato una scusa che ho utilizzato per portare a casa i 12 milioni. Ma qui parliamo di trasporto passeggeri, ai miei figli voglio dare voli per l’Europa o anche per l’America. La merce sì, un volo, un volo e mezzo al giorno, di questo si parla, a me interessa i passeggeri. In questi 90 giorni dobbiamo prendere scelte importanti». Guido Dalla Rosa Prati, presidente di Sogeap, in audizione alla conferenza dei capigruppo del consiglio comunale (24/07/23).

3) Quanto mi costi
Non è dato sapere quale sia il costo reale per ampliare l’aeroporto ma da stime presunte si aggirerebbe sui 35 milioni di euro. Agli atti non c’è – o perlomeno noi non lo abbiamo reperito – un piano economico-finanziario aggiornato sul PSA. Per la parte interna al sedime aeroportuale ci si basa ancora sul prospetto di costi presentato da Sogeap in sede di VIA nel 2019. I lavori per ampliare l’aeroporto con allungamento pista, hangar e nuove piazzole di movimentazione aerei, erano stimati in 20,8 milioni dei quali 12 milioni da fondi europei e 8,8 milioni a carico del privato, ossia Sogeap. Possiamo presumere che questi costi siano immutati, (bilanciando tra aumento dei prezzi edili e allungamento ridotto della pista). In più vanno aggiunti i costi esterni all’aeroporto. Ad esempio, per interrare la linea elettrica di alta tensione che passa a nord Terna ha stilato un preventivo di 4,9 milioni. Ci sono poi gli espropri di oltre 20 ettari di terreni, alcuni agricoli, altri classificati come logistico-produttivo, per cui si stimano 5 milioni di euro. C’è poi la cassa di laminazione sul canale Galasso per garantire l’invarianza idraulica. Questa dovrebbe essere realizzata in compartecipazione con le Fiere, stima di costi di 2,5 milioni. Ci sono infine altri costi sparsi per risezione della viabilità ordinaria, mitigazioni e compensazioni per altri 2 o 3 milioni. Il totale si aggira come detto sui 35 milioni euro.

4) Chi paga?
Come arcinoto 12 milioni sono di fondi pubblici (ossia soldi di tutti i cittadini). Per la precisione si tratta di fondi europei denominati FSC ossia Fondi per lo sviluppo e la coesione, concessi in un capitolo di spesa per lo sviluppo dei trasporti. La trafila è lunga, per farla breve: i finanziamenti sono in capo al Governo italiano che li concede ai territori sentite le Regioni. In Emilia-Romagna ogni territorio ha espresso i suoi desiderata. A Parma nel 2018 erano tutti concordi (Comune, Provincia e Regione) di accogliere la richiesta degli Industriali per sostenere l’aeroporto (sul come e il perché vediamo il punto successivo). Il finanziamento di 12 milioni è stato poi regolato da convenzione tra Ministero Infrastrutture e Trasporti e Sogeap, ripartito in due stralci: 2,1 milioni per lavori di consolidamento pista, a quanto pare già erogati (o perlomeno già stanziati ed effettivi, in base ai lavori svolti). I rimanenti 9,9 milioni per tutti gli altri lavori, da effettuarsi entro il 2023 (ma è facile prevedere che si andrà in proroga).
Ok. E gli altri 8 + 15 milioni chi li mette? Non è che poi paga pantalone? In teoria il resto del conto è a carico di Sogeap (il cui azionista di maggioranza col 60% è l’UPI, Unione Parmense degli Industriali) che però in questo momento non ha disponibilità finanziarie, venendo da esercizi in perdita e da fresca ricapitalizzazione per gestire l’ordinario. Tra l’altro l’UPI ha già sborsato 10 milioni per tenere in vita Sogeap. In assenza di risorse proprie, per semplificare, ci sono due strade: chiedere un prestito in banca (al tasso d’interesse odierno) oppure trovare un partner strategico che finanzi i lavori.

5) La svalutazione degli immobili
Se l’aeroporto si arricchisce, si impoveriscono gli abitanti delle zone limitrofe. A causa dell’inquinamento acustico e altri impatti (pista più lunga = aerei più grandi, rumorosi e inquinanti) è facile prevedere una svalutazione degli immobili residenziali e commerciali a Baganzola, Fognano e alla Crocetta. È quanto accade in tutte le zone abitate contigue agli aeroporti a denso traffico in Italia. In particolare a chi ricade nella fascia di rischio aeroportuale.

6) Rischio per le scuole
Portereste le vostre figlie o figli in una scuola a rischio di incidente aereo? Eh già… perché con l’allungamento della pista, le scuole di Baganzola, la primaria Campanini e la media Malpeli ricadranno nella fascia B di rischio aeroportuale. Assieme a metà del paese. Come è possibile questa cosa? Perché il piano di rischio aeroportuale vieta di costruire nelle fasce di rischio (inciso: con l’allungamento della pista tramonta definitivamente l’ipotesi di convertire quello che doveva essere il mall “parma district” in qualche altro tipo di manufatto) e invece consente che l’esistente possa starci? La risposta è una delle tipiche contraddizioni del Bel Paese. Senza dimenticare che in fascia di rischio B finiranno anche l’autostrada A1 e la linea di alta velocità ferroviaria.

7) Quelle luci in mezzo alla strada
Oltre la pista aeroportuale si deve estendere il “sistema luminoso di avvicinamento” per agevolare l’atterraggio. Si tratta di un impianto a piloni a bracci su cui sormontano luci di posizione a distanza regolare. In base a calcoli indipendenti con l’attuale previsione di allungamento della pista uno di questi piloni sarebbe da posizionarsi in mezzo alla carreggiata di viale delle Esposizioni e altri due nel piazzale di carico / scarico del caseificio Margi. Nella precedente versione a pista lunga, tali piloni avrebbero dovuto sorgere in autostrada e sulla ferrovia. La cosa fa sorridere. L’installazione del sistema luminoso è un obbligo, con precisi dettami sulla distanza tra un punto luce e l’altro. È un elemento ostativo non da poco, attraversando una strada a quattro corsie, molto trafficata in determinati giorni l’anno.

8) Ehi, hai un’area da regalare per piantare alberi?
Nella primavera scorsa sono girati messaggi curiosi nella chat dei sindaci della provincia: “Urgente: Sogeap ha bisogno di aree dove piantumare per fare compensazioni. Ne hai da dare gratuitamente?” questo il succo del messaggio. Col senno di poi si è capito che Sogeap deve ottemperare a una delle prescrizioni sull’aumento delle emissioni inquinanti. Secondo un’indiscrezione Sogeap si sarebbe rivolta anche al KmVerde Parma, non trovando ascolto. Se è pacifico che il Comune di Parma abbia messo a disposizione due aree (due fazzoletti) indovinate un po’ quali Comuni (ossia sindaci, ossia politici di quale partito) cedono gratuitamente aree all’aeroporto per piantumare alberi in compensazione delle emissioni? Lo potete scoprire qui.
Una postilla: buona parte delle essenze proposte da Sogeap sono rovi. In dialetto “rasa”.

9) Cosa decide il consiglio comunale ?
Il consiglio comunale di Parma è convocato per lunedì 9 ottobre e potrà esprimere una delle seguenti tre opzioni: assenso, assenso condizionato o dissenso sulla conformità urbanistica. La delibera che orienterà il voto assumendo una delle tre opzioni dovrebbe essere presentata e discussa nella commissione consiliare urbanistica convocata per giovedì 5 ottobre alle 18.30. Naturalmente l’assenso o il dissenso vanno motivati. La conformità urbanistica è necessaria, poiché il PSA va a mutare le aree circostanti l’aeroporto. Va precisato: il consiglio comunale non si esprime sul masterplan ma sugli effetti di ridisegno del territorio al di fuori dell’aeroporto. Un esempio su tutti: la cancellazione della strada Parma Rotta. È dunque un voto su aspetti tecnici ma con una chiara valenza politica. Votare in assenso, o assenso condizionato (cioè porre delle condizioni) significa dare parere favorevole al masterplan cargo, votare in dissenso significa dare un parere contrario. Se il voto fosse in dissenso, cioè negando la conformità urbanistica, la questione andrà sul tavolo del governo che con un atto motivato della presidenza del consiglio potrà comunque imporre la modifica urbanistica per poter realizzare il PSA. Questo su un livello normativo, semplificando molto. Nella pratica scoppierebbe una disputa politica non piccola.

10) Come voteranno i partiti?
Ed appunto è una discussione politica quella in corso nei partiti e tra i consiglieri comunali. Ricapitoliamo: in campagna elettorale tutti i candidati sindaco si espressero contro lo sviluppo cargo dell’aeroporto. Il sindaco Guerra una volta eletto ha ribadito la contrarietà e l’amministrazione comunale nel novembre scorso ha tolto dal bilancio previsionale i 5 milioni di euro stanziati dall’amministrazione precedente per la viabilità alternativa alla cancellazione di viale delle Esposizioni. Sogeap ha dunque rivisto il masterplan, accorciando l’allungamento della pista (da 2.880 metri, ridotta a 2.640 rispetto al progetto iniziale) ma lasciando inalterato tutto il resto. Enac, l’ente nazionale aviazione civile, responsabile in istanza ultima dell’aeroporto, ha ripubblicato gli atti e avviato la Conferenza dei Servizi finale (con tutti gli enti che devono esprimersi sui punti tecnici entro il 13 ottobre). A metà luglio i gruppi consiliari di maggioranza hanno espresso “delusione” per il mancato recepimento dell’istanza di togliere i cargo. Da lì è partita la comunicazione alternativa di Sogeap e dei vertici degli industriali per rassicurare a parole che lo sviluppo dell’aeroporto sarà solo passeggeri. La parola “cargo” è stata bandita da dichiarazioni e interviste. Tuttavia rimane nelle carte da approvare. La decisione orienterà il futuro di Parma.

Ed è questo che agita, a pochi giorni dal voto. In base a quanto appreso da LIP il quadro è ancora fluido: la maggioranza, sia in consiglio sia in giunta, è spaccata tra contrari e favorevoli. Il sindaco Guerra sta conducendo febbrili consultazioni, incontrando esponenti politici, attori economici e associazioni di cittadini. Gli interlocutori lo descrivono “tormentato” e oscillante tra una posizione di dissenso e una di assenso condizionato ma al fine più preoccupato che la sua maggioranza non perda pezzi. I gruppi consiliari di Effetto Parma e quelli di Prospettiva (ex lista Guerra) a quanto pare voteranno compatti sulla linea del sindaco, qualunque essa sia, pur con una tendenziale apertura allo sviluppo dell’aeroporto. La consigliera Maurizio di Sinistra Coraggiosa si è espressa pubblicamente per il dissenso, e dunque sarà un voto contrario.
A orientare il voto sarà il gruppo del Partito Democratico, forte di 12 consiglieri. Giovedì 28 settembre si è svolta un’assemblea interna autoconvocata da tre circoli del Pd (Pablo, Golese e Parma centro) che ha espresso netta contrarietà al PSA. Quanto i consiglieri ascolteranno la base? Difficile dirlo. C’è stata lunedì sera una riunione di gruppo dove sono emersi due orientamenti diversi, divisi a metà. A quanto risulta i favorevoli con condizioni sarebbero guidati dal capogruppo Campanini e da Torreggiani, mentre i contrari vedono spiccare Marsico e Cantoni.
Tra le opposizioni c’è la dichiarazione contraria di Ottolini di Europa Verde – esplicitata nell’assemblea pubblica organizzata venerdì scorso – mentre gli altri gruppi stanno valutando il da farsi, non solo in base al merito dell’aeroporto ma anche della tattica politica. La lista Vignali sindaco propenderebbe per un’astensione così come Fratelli d’Italia. Voto favorevole invece dalla consigliera Cavandoli per la Lega Nord, che anche in Regione Emilia-Romagna ha sostenuto la mozione Pd pro-aeroporto. Altre posizioni oscillano.

Perché è chiaro che se nella maggioranza, qualunque sia la decisione (assenso condizionato o dissenso), 4 o 5 voti fossero in difformità, anche solo in astensione … a quel punto un voto tattico delle opposizioni porterebbe a delle fibrillazioni.
Se la delibera fosse approvata con la “stampella” dell’opposizione potrebbero aprirsi determinati ragionamenti in termini di futuri rapporti
Invece, in caso estremo, se le defezioni, anche con assenze, nella maggioranza fossero 6/7, si rischierebbe addirittura una bocciatura della delibera. Fantapolitica?

Ad ogni buon conto serve tutta la capacità di mediazione del sindaco per convincere e tenere insieme la maggioranza composita del centrosinistra, tenendo anche conto che in novembre arriverà il progetto dello stadio Tardini, con il Parma Calcio che ha riproposto sostanzialmente il progetto precedente ignorando mozioni e deliberi di consiglio e giunta comunale che chiedevano una revisione, con robusta diminuzione della durata della concessione.

Aggiornamento serale

All’ora di cena del 2 ottobre la giunta comunale ha depositato la delibera di approvazione del PSA con la formula dell’assenso condizionato.

Le letture possibili sono due: da un lato il sindaco Guerra ha scelto di piegarsi ai voleri dell’Unione Industriali, rimangiandosi le promesse elettorali e le interviste rilasciate fino a quindici giorni fa. Dall’altro canto c’è chi dice che non poteva fare altrimenti – il masterplan già approvato da Enac / Ministero Trasporti – e almeno ha venduto cara la pelle, blindando le prescrizioni contenute nella VIA.

Una delibera corposa, lunga 32 pagine, che sarà discussa in commissione consiliare il 5/10, e portata in approvazione al consiglio comunale di lunedì 9. La potete scaricare e leggere qui.

Una delibera che per stile e forma richiama le “grida contro i bravi” di manzoniana memoria. Ad esempio si sancisce il “principio di contrarietà” ai voli cargo, una definizione puramente semantica poiché se applicato avrebbe comportato il dissenso, ossia la bocciatura del piano, e invece così appare un’indoratura della pillola dato che si dà l’assenso condizionato.

Le condizioni poste sono stringenti nel richiamare il rispetto delle prescrizioni su mitigazioni, compensazioni e viabilità alternativa a strada Parma Rotta e avranno l’effetto di allungare i tempi di ampliamento dell’aeroporto e far salire i costi. Come spiegato al punto 4 di questa analisi.

Una novità è l’inserimento del divieto dei voli notturni, dalle 23 alle 6.

Tuttavia il titolo autorizzativo permetterà a Sogeap, qualora non fosse in grado di sostenere da sola le spese, di andare alla ricerca di un partner strategico, come già enunciato nel progetto del 2018, ad esempio Etihad o Amazon.

A questo punto palla al consiglio comunale: si vedrà se la maggioranza si allineerà compatta dietro il sindaco Guerra oppure no.

 

Le informazioni riportate nell’articolo sono tratte dalla consultazione di documenti ufficiali, dalla rielaborazione fatta da Europa Verde per un incontro pubblico, e altre fonti di inchiesta giornalistica.

Crediti immagini: Piano sviluppo aeroportuale “Verdi”

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Sarà un autunno caldo a Parma

Il nodo dell’aeroporto sta venendo al pettine. In settembre il consiglio comunale dovrà deliberare sul masterplan e al momento la propensione è per una bocciatura. Il sindaco vuole uno scalo aperto solo al traffico passeggeri e niente cargo. Sogeap invece sta facendo pressioni per portare a casa l’allungamento ridotto della pista che permetterebbe entrambe le cose. Per gli Industriali difendere l’investimento in Sogeap è di vitale importanza, ma nel contempo si apre un altro fronte: la crisi di vendite della Gazzetta di Parma per la quale è annunciato un piano lacrime e sangue.

di Francesco Dradi

La data fatidica per il futuro dell’aeroporto di Parma è l’11 settembre. Data già simbolica di suo, in realtà è una scelta casuale poiché quest’anno l’11 coincide col lunedì, che è giorno di consiglio comunale. Due giorni dopo, il 13 settembre, scadranno i termini per la conferenza dei servizi asincronica indetta da Enac per raccogliere i pareri sul nuovo masterplan di sviluppo dell’aeroporto Giuseppe Verdi. Il Comune di Parma si esprimerà in doppio modo: da un lato con i pareri tecnici in materia urbanistica e ambientale, predisposti dagli uffici. Dall’altro con un voto politico poiché si muta l’assetto territoriale e in particolare occorre sdemanializzare la strada Parma Rotta (che sarebbe sovrastata, e dunque cancellata, dall’allungamento della pista aeroportuale ).
E appunto l’11 settembre il consiglio comunale – massimo organo democratico a livello locale – troverà all’ordine del giorno una delibera sul masterplan dell’aeroporto. Se si votasse oggi il masterplan sarebbe respinto. Nulla è cambiato dopo il documento della maggioranza “delusa” dalle modifiche del PSA (piano di sviluppo aeroportuale) che insiste sulla trasformazione in cargo. Ma c’è ancora un mese di tempo per cambiare le carte in tavola.
In questo articolo raccontiamo le indiscrezioni e i retroscena raccolti dai cronisti di Lip – Libera Informazione in Parma.

Un rapido recap: come stanno le cose

Il 27 giugno 2022 – il giorno dopo l’elezione del sindaco Michele Guerra che in campagna elettorale si era espresso nettamente in modo contrario sul progetto cargo – la giunta Pizzarotti ancora in carica approva un progetto di “riprotezione” (ossia ridislocazione altrove) di viale delle Esposizioni, dando di fatto il via libera all’allungamento della pista. Qualche mese dopo il Comune, con la nuova Amministrazione, ritira quel documento e “obbliga” Sogeap a digerire il boccone e redigere un nuovo masterplan.

Il nuovo masterplan dell’aeroporto (che è consultabile a questo link) prevede una modifica sostanziale: allungamento della pista dagli attuali 2.200 m a 2.640 m, con una riduzione di 343 m rispetto al piano originario. A corollario rimodellamento del fine pista e riduzione della superficie impermeabilizzata per complessivi 27.300 mq. I lavori di ampliamento cementificherebbero “solo” 48.200 mq di suolo. Rimangono in progetto i nuovi hangar per la movimentazione merci e, dunque, rimane la destinazione a cargo.

L’aumento del traffico passeggeri si ferma a 199.824 (miracolosamente sotto la soglia di 200mila, che è il limite Ue per consentire i cosidetti “aiuti di Stato” agli aeroporti in difficoltà, ossia per consentire l’erogazione dei famosi 12 milioni dalla Regione che attinge a fondi europei). Il nuovo masterplan approvato e, in base alla normativa fatto proprio da Enac che ne diventa il proponente, ha lasciato interdetto il sindaco, da qui la “delusione”della maggioranza. I passaggi li abbiamo descritti qui.
Stanti le cose, Sogeap – nelle persone del presidente Dalla Rosa Prati e dell’azionista di maggioranza nelle vesti del presidente dell’Unione Parmense Industriali, Buia – si è affrettata ad incontrare dapprima la giunta comunale e a ruota i capigruppo consiliari per rassicurare sul fatto che il progetto cargo sarebbe abbandonato e che l’allungamento della pista è funzionale a poter incrementare il traffico passeggeri, stimato in crescita esponenziale fino a toccare quota 1 milione di persone nel giro di tre anni. Il tutto contenuto in un nuovo business plan, illustrato per sommi capi ad assessori e consiglieri, ma che non è depositato ufficialmente agli atti. Questo nuovo piano prevederebbe una stretta sinergia con l’aeroporto di Bergamo – Orio al Serio.
Gli hangar sarebbero adattati per il ricovero degli aeromobili e non più destinati alla logistica merci.
Tutto quanto, stando alle informazioni raccolte, non avrebbe convinto il sindaco Guerra che ha invece chiesto e ottenuto di prorogare la scadenza della Conferenza dei Servizi di un mese, dal 13 agosto al 13 settembre. Conferenza dei Servizi che peraltro si esprimerà sul masterplan e non su ipotetici nuovi business plan. Al proposito forti perplessità emergono sulle riduzioni di smog e rumore, teorizzate nel nuovo masterplan come conseguenza del minor allungamento della pista, ma non supportate adeguatamente da nuovi studi (il lettore può farsi un’idea consultando il Psa linkato sopra).

Le divisioni nella politica e negli imprenditori, i ricorsi degli ambientalisti

A margine degli incontri degli industriali con l’Amministrazione Comunale è partita l’azione di lobby a sostegno dello sviluppo dell’aeroporto (stando bene attenti a non citare il tema cargo). Dapprima sono uscite le prese di posizione dei consiglieri regionali del Pd, Daffadà e Gerace, che hanno fatto votare un ordine del giorno in Regione a sostegno dello sviluppo del “Verdi”, trovando il consenso e supporto dei consiglieri della Lega, Rainieri e Occhi. È poi stato il turno di Pinardi (Azione) a invocare la consultazione e l’intervento dei sindaci del parmense, a cui è seguito appunto un sindaco, il neo primo cittadino di Salsomaggiore, Musile Tanzi, secondo il quale il futuro del turismo termale non può che passare per l’aeroporto.

Di converso le associazioni Legambiente, WWF e No Cargo, hanno depositato un nuovo ricorso giudiziale al Tar avverso il masterplan, mentre Parma Città Pubblica ha presentato un esposto alla Corte dei Conti e alla Guardia di Finanza.
Le associazioni sottolineano “In particolare, alcune delle prescrizioni presenti nel decreto di VIA pospongono alla fase di progettazione esecutiva la verifica della compatibilità ambientale di elementi non certo secondari quali lo studio di rischio di incidente aereo e la risoluzione delle interferenze urbanistiche tra il progetto e il tessuto urbanizzato. Una disposizione che le associazioni ritengono illegittima in quanto tali verifiche andrebbero fatte preventivamente”. (Qui il comunicato integrale).

In questo contesto si è tenuta, la sera del 2 agosto, l’assemblea comunale di Parma del Partito Democratico, dal contenuto informativo, senza votazioni, in cui è stato ribadita la coerenza tenuta finora rispetto al programma e agli impegni presi nella scorsa campagna elettorale. E, dunque, il parere negativo su allungamento pista e destinazione cargo. Questo in chiaro contrasto con la posizione dei consiglieri regionali del partito. Al momento non sono fissati altri incontri interni al Pd ma è considerato probabile che a inizio settembre possano tenersi, a livello comunale o provinciale.

La situazione rimane fluida perché se nessuno nell’Amministrazione Comunale vuole il cargo nemmeno si vuole passare per quelli che affossano l’aeroporto.
Al momento, in base alle indiscrezioni raccolte da Lip, i consiglieri di maggioranza (tutti i gruppi) sarebbero divisi a metà come orientamento di pensiero, tra oltranzisti del no assoluto all’allungamento della pista e i possibilisti , ossia favorevoli a un sì condizionato, con garanzie di sviluppo solo passeggeri. Ovviamente arrivare al voto in queste condizioni significherebbe una spaccatura profonda e la fine della maggioranza. A compattare i ragionamenti politici c’è la consapevolezza di un’unità d’intenti col sindaco che su questa vicenda ha messo in gioco il suo futuro politico. E, quindi, al di là di posizioni personali dei singoli consiglieri, la sensazione è che la maggioranza voterà in base alle indicazioni del sindaco, sia in un senso che nell’altro.

Antenne dritte sulle reazioni dei cittadini

In municipio sono molto sensibili alle reazioni dei cittadini. Ed è chiaro che se vengono messe nel conto le opinioni e le dichiarazioni espresse sul giornale cittadino, altrettanto si guarda alle manifestazioni di piazza. E si fa notare come vi sia differenza tra mobilitazione contro il nuovo stadio e contro l’aeroporto cargo, al netto del grande impegno delle associazioni ambientaliste. Quello che manca è la pressione popolare, che arriva tramite messaggi diretti, petizioni, iniziative di quartiere, lettere sui giornali nazionali … rimane da capire se questa “bassa tensione” è dovuta ad una pausa da vacanze estive oppure se la preoccupazione per il cargo è circoscritta ad una cerchia minoritaria.

A proposito: e il nuovo Tardini?

Come raccontato da Lip il progetto del nuovo stadio che sembrava impellente è sparito dai radar. Anche questo sarà un argomento che rinfocolerà gli animi nei mesi autunnali.

Si guarda a Bergamo

Il sindaco Guerra dal canto suo sta provando a intervenire su un duplice binario: da un lato a chiedere garanzie nero su bianco dell’impegno di Bergamo sul fronte passeggeri (Orio al Serio è satura di passeggeri e voli; ma come l’ingresso di SACBO – la società di gestione bergamasca, partecipata dagli enti locali e con azionista di maggioranza la SEA degli aeroporti milanesi – poi possa entrare e configurarsi nel piano regionale degli aeroporti emiliano-romagnoli è tutto da capire. La Regione Emilia-Romagna sarà d’accordo nel finanziare un aeroporto che va nell’orbita lombarda?) e dall’altro la reale disponibilità di Sogeap ad investire gli altri 8 milioni € necessari per il progetto di ampliamento dell’aeroporto, dato che i 12 milioni € pubblici non sono sufficienti.

E, in questo, se il fronte imprenditoriale prova a dividere la politica, di converso la politica può agire sui mal di pancia degli industriali. Perché non tutti nell’UPI sono disposti a finanziare Sogeap per il piano di sviluppo che, comunque lo si guardi, rimane molto incerto. Intanto in autunno ci sarà da versare ancora 1 milione € di ricapitalizzazione e poi capire dove attingere per gli investimenti (se non 8, minimo 5 milioni per partire coi cantieri). È chiaro che se ci fosse un operatore della logistica (ad esempio Amazon o Etihad) potrebbe diventare partner dell’impresa. Ma questa condizione non è accettata in Comune. Dunque allo stato può essere solo un’altra società aeroportuale, che punti sul traffico passeggeri. Tutto da capire che lo scalo parmigiano risulti di vero interesse. Già un accordo con il “Marconi” di Bologna, stipulato a gennaio 2019, è finito nel nulla.

Mai emergerà in pubblico ma ci sarebbe un consistente diverbio interno negli industriali, tra vecchia guardia e nuovi capitani. Una diversità di vedute anche sull’affrontare le sfide della crisi climatica, tra chi vuole comunque portare avanti un modello di sviluppo “as usual” e chi invece è disposto ad imboccare per davvero la transizione ecologica.

Crisi nera per la Gazzetta

E qui si innesta un’altra partita che scalderà l’autunno parmigiano: la crisi che riguarda la Gazzetta di Parma. I dati attestano una perdita secca di 5.600 copie in un anno, un meno 21,5% dal 2021 al 2022 che è ben oltre il calo strutturale di vendite dei giornali che si registra in tutto il Paese (-6,5%). (Vedi tabella e link sopra per approfondire).
Uno sprofondo del genere si spiega con la disaffezione dei lettori che, evidentemente, non gradiscono la linea editoriale.
Sia come sia, la Gazzetta da giornale vanto degli industriali che macinava utili è diventato un problema. E la ricetta proposta dalla proprietà (Segea, società dell’UPI) è una sola: da ottobre taglio drastico dei giornalisti, con varie misure tra cassa integrazione e prepensionamenti. Il comitato di redazione in settembre farà le sue controproposte con l’obiettivo di mantenere il corpo redazionale. Si vedrà come andrà la trattativa sindacale, tuttavia una cosa sembra certa: l’editore non ha intenzione di investire per un rilancio.

Nel nostro piccolo di Libera Informazione in Parma porgiamo la solidarietà ai giornalisti della Gazzetta di Parma per questa difficile situazione.

Una riflessione in tema si pone anche ai nostri lettori, sulla necessità di sostenere i giornali e i siti di notizie. Auspichiamo che per il bene della città e della provincia di Parma, il pluralismo dell’informazione esca rafforzato nei prossimi tempi.

 

Crediti immagini: Piano sviluppo aeroportuale “Verdi”

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Tre intoppi per il nuovo Tardini

Logistica, piano finanziario, possibili vincoli architettonici.
Tre intoppi che frenano il nuovo Tardini?

di Marco Ferrari

Per la “Gazzetta” e per “12 TV Parma” doveva arrivare all’inizio di giugno. In Comune lo aspettavano per l’inizio di luglio. Stessa cosa per alcune testate web che avevano anticipato anche qualche particolare come la presenza di due rampe di accesso. Ma del progetto definitivo del Tardini non c’è più traccia.

Molto strano che non se ne parli più proprio in un momento così intenso per il Parma Calcio alle prese con la definizione della squadra in vista del prossimo campionato. Un silenzio che fa molto rumore. Eppure la delibera di Giunta dei primi di aprile aveva spianato gli ostacoli pur specificando una serie di condizioni alle quali il progetto avrebbe dovuto attenersi. Insomma la strada per arrivare ad un’approvazione definitiva era stata ben indicata.
Se dopo più di 100 giorni tutto tace, saranno probabilmente emerse difficoltà o nuove prospettive.
Proviamo ad indicarne tre che potrebbero essere tra le più importanti, secondo le indiscrezioni raccolte da Libera Informazione.

Ancora Serie B – Licenza Uefa già ottenuta – Che fretta c’è?
Non c’è poi tutta questa fretta. Giocare con lo stadio in fase di pesante ristrutturazione crea non pochi problemi logistici di cantiere. Se il Parma fosse stato promosso in Serie A questi sarebbero stati ancora più pesanti. Alla fine forse è meglio affrontare tranquillamente un altro campionato di Serie B e posticipare l’inizio dei lavori alla fine della stagione, in modo da avere a disposizione tutta l’estate con il cantiere in funzione a pieno ritmo. In più è già stata ottenuta la licenza Uefa per la stagione 2023-2024. Insomma non c’è bisogno di correre, anche perché potrebbe essere ancora viva l’ipotesi di giocare temporaneamente a Fidenza o a Noceto valutando la possibilità di ristrutturare preventivamente uno dei due impianti.

Piano economico-finanziario da affinare. Concessione a 50 anni?
Il tempo guadagnato con uno slittamento all’anno prossimo dell’inizio dei lavori può servire a Krause per mettere a punto il miglior piano finanziario possibile. Questo era stato oggetto di diverse critiche durante la Conferenza dei servizi preliminare, ma adesso, in questa fase finale, il definitivo deve essere a prova di bomba. La volontà del Comune di ridurre in maniera “consistente e sostanziale” la durata della concessione inizialmente chiesta per 90 anni, potrebbe aver posto a Krause diversi problemi di sostenibilità finanziaria da risolvere. L’investimento del patron americano, si dice in Comune, sarà sicuramente minore dei 100 milioni € inizialmente stimati, visto anche le pressanti indicazioni dell’Amministrazione a non rifare ex novo le parti dello stadio che possono essere solo ristrutturate. Ipotizzando una concessione attorno ai 50 anni e i risparmi dovuti alla rigenerazione di parti strutturali, la spesa si potrebbe dimezzare, cosa molto gradita anche in Comune. Dopo più di tre mesi il progetto architettonico definitivo dovrebbe essere pronto, ma poggia su quello economico e il ritardo può voler dire che dal punto di vista finanziario non tutte le soluzioni previste sono state perfezionate o si stanno cercando ancora le condizioni migliori.

Vincoli architettonici non ancora ufficializzati, possono creare problemi al progetto?
Sappiamo che la Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Parma e Piacenza, nell’ambito dei pareri richiesti in sede di Conferenza dei servizi preliminare, doveva esprimersi su possibili vincoli storico-architettonici sulle parti restanti della struttura originale degli Anni ’30. Queste sono: l’entrata monumentale con la cancellata e i due casinetti laterali, il viale dei tigli, e la facciata rimanente della tribuna d’onore inglobata nella tribuna centrale.

Le strutture sono tutelate ope legis in modo generico avendo più di 70 anni, ma risulta che la Sovrintendenza abbia proposto un vincolo architettonico al Ministero della Cultura che però non è stato ancora ufficializzato.

In Comune ne sono a conoscenza, anzi sanno che riguarderà l’entrata, che è sempre stata il simbolo dello stadio, e le due palazzine laterali, a cui vanno aggiunti anche alcuni metri di vuoto attorno che lasci loro la necessaria autonomia architettonica.
In ogni caso però anche questo tassello aspetta di avere un contorno definitivo. E qui potrebbero esserci le sorprese in negativo per il Parma Calcio. Se il vincolo apposto alle aree attorno alla torre d’ingresso fosse molto ampio, non ci sarebbe lo spazio fisico per le rampe di accesso, siano queste al parcheggio sotterraneo, un asset non secondario nelle intenzioni della società crociata, oppure rampe dirette alla tribuna centrale.

Certo, se il costo dell’intervento risultasse dimezzato e se ci fossero sorprese sul versante del vincolo ministeriale, il progetto Krause, partito come un totale rifacimento stile astronave, atterrerebbe come una rigenerazione strutturale che darebbe certamente al Tardini nuova vita, mantenendone però la sua vocazione principale, essere cioè “solo” lo stadio della squadra della città. E forse, pensandoci bene, sarebbe abbastanza.

Crediti foto: Fotomedici.it/parma-di-una-volta/

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La spaccatura sul futuro dell’aeroporto

di Francesco Dradi

Si è aperto lo scontro sul futuro dell’aeroporto “Giuseppe Verdi”.
In ballo c’è l’approvazione del nuovo masterplan per lo sviluppo dell’aeroporto: nonostante la riduzione dell’allungamento della pista Sogeap ripropone un destino legato ai cargo, oltre che ai passeggeri. Il Comune non vuole i cargo e lo ha esplicitato con una secca presa di posizione della maggioranza consiliare che fa traballare il masterplan, la cui approvazione in Conferenza dei Servizi era attesa per fine luglio.

La spaccatura

Ed è uno scontro che evidenzia una spaccatura tra Amministrazione Comunale e Unione Parmense Industriali. Non si tratta solo di una diversa visione strategica sulle infrastrutture utili al territorio, come accaduto in passato, tra politici ed attori economici.

Nel caso dell’aeroporto l’Upi è direttamente coinvolta, imprenditorialmente parlando, in quanto azionista di maggioranza di Sogeap, la società cui è affidata la gestione dello scalo parmigiano. Gli industriali di Palazzo Soragna controllano Sogeap con il 60%, tramite la società Parma Aeroporto e con una quota diretta.
E giusto due settimane fa hanno iniettato 1 milione di euro per ricapitalizzare Sogeap. L’assemblea straordinaria lo scorso 3 luglio ha dovuto assorbire perdite per 13 milioni, defalcando il capitale sociale e contestualmente, per proseguire l’attività, ricapitalizzare per 2 milioni. Lo abbiamo spiegato in questo articolo (link) .

L’aumento di capitale

In base a quanto appreso da Libera Informazione, l’aumento di capitale necessario è stato ripartito in due tranche. Un milione subito, sottoscritto appunto dall’Upi. L’altro con scadenza a fine anno, sottoposto a tutti gli altri azionisti. Se dovessero rinunciare (cosa praticamente certa, considerando che gli enti pubblici hanno il veto normativo di sottoscrivere quote di società in perdita da tre esercizi, e che per gli austriaci di Meinl bank è una partita chiusa) sarà proprio l’Upi a immettere l’altro milione. Si tratta di soldi necessari per garantire l’operatività dello scalo per il 2023 e il 2024, considerato che ogni anno il “Verdi” accumula perdite gestionali per 3 – 3,5 milioni €.
In tutto, l’investimento dell’Unione Industriali assommerà a 10,5 milioni, dato che per salvare dal fallimento Sogeap nel 2019 aveva rilevato la maggioranza dalla Meinl Bank con l’esborso di 8,5 milioni, anche in quel caso tramite ricapitalizzazione societaria.

E, a questo punto e più di prima, diventa vitale l’ampliamento dello scalo, pur con allungamento ridotto della pista aeroportuale a 2.640 metri, dagli attuali 2.200 m.
Nel corso dell’assemblea straordinaria degli azionisti – per inciso il Comune di Parma, socio di Sogeap con il 2,97%, non ha partecipato – il presidente di Sogeap, Dalla Rosa Prati, avrebbe motivato l’ottenimento della conformità urbanistica del nuovo masterplan come conditio sine qua non per proseguire. La sola attività di traffico passeggeri non garantirebbe l’equilibrio di bilancio. Solo introducendo la logistica, con ricezione e spedizione merci, si può dare redditività al “Verdi”. Essendo già aperta la Conferenza dei Servizi (dovrebbe chiudersi a fine luglio, salvo richieste di proroghe dagli enti) il presidente Sogeap avrebbe confidato ai soci di poter dare il via entro l’anno ai lavori di ampliamento dell’aeroporto tuttavia ravvisando, con amarezza, “l’ostilità dell’Amministrazione Comunale di Parma”.

L’ostilità
E questa “ostilità” è esplosa dieci giorni dopo, il 14 luglio. Con un comunicato congiunto i 4 gruppi di maggioranza in consiglio comunale (Partito Democratico, Effetto Parma, Prospettive e Sinistra Coraggiosa) hanno espresso “delusione” per il fatto che il nuovo masterplan continui a perseguire l’obiettivo di un aeroporto cargo: “Ci duole dover esprimere una sorpresa generalizzata per il mancato recepimento delle indicazioni che abbiamo sempre manifestato con chiarezza e coerenza lungo tutto quest’anno. Il progetto non sembra, nella sostanza, presentare la cifra di cambiamento richiesta sulla natura dei voli che dovrebbero partire e arrivare nella nostra città”.
A sostegno della maggioranza si è espresso il consigliere Ottolini di Europa Verde-Possibile. Sulla stessa linea anche le associazioni ambientaliste Legambiente, WWF, ADA. Tra l’altro le stesse associazioni, assieme all’associazione No Cargo starebbero valutando l’ipotesi di un ricorso giudiziario-amministrativo avverso il nuovo masterplan.

Di segno opposto il parere del consigliere regionale Rainieri della Lega favorevole ai cargo – preoccupato per la perdita del finanziamento europeo di 12 milioni, legato allo sviluppo merci – e il capogruppo Bocchi di Fratelli d’Italia che giudica il masterplan un “buon compromesso” (Bocchi che un anno fa nella famosa “alzata di mano” dei candidati sindaci aveva negato il supporto ai cargo). Non pervenute finora le posizioni di altre forze politiche.

Il ricompattamento

Il comunicato della maggioranza consiliare denota tra le righe alcuni aspetti. Il primo è che, a queste condizioni, non c’è la volontà politica di approvare la conformità urbanistica (e la delibera necessaria per sdemanializzare la strada Parma Rotta, che sarebbe eliminata dall’allungamento della pista). Il secondo è rassicurare i tecnici del Comune impegnati nella Conferenza dei Servizi che hanno copertura politica al loro operato, qualora dovessero porre rilievi al masterplan. Va ricordato che così non fu sotto l’Amministrazione Pizzarotti, quando la politica spingeva per l’ampliamento mentre i tecnici comunali misero in fila una lunga serie di rilievi.
Tra le eccezioni sollevate vi erano l’interramento dell’elettrodotto e la assenza di un piano alternativo di viabilità, qualora fosse stata cancellata via delle Esposizioni. E in effetti questi sono i due punti stralciati dal nuovo masterplan che, invece, conferma tutto il resto, e dunque mantenendo le criticità sull’invarianza idraulica, sull’impatto acustico e atmosferico (benché la relazione al masterplan sostenga vi sia una riduzione di questi due inquinamenti).

Il rumore indotto dagli aerei cargo è un aspetto non marginale che preoccupa molto la maggioranza consiliare, alla luce di quanto sta accadendo a Bologna dove, a seguito delle reiterate proteste dei cittadini, il sindaco Lepore è riuscito a imporre per la stagione estiva uno stop ai voli notturni tra le 23 e le 6. Con conseguente riduzione del traffico cargo. Una situazione che comunque genera frizioni.

Il tentativo di rassicurare

Il tentativo di Sogeap di rassicurare, dicendo che per l’aeroporto di Parma si tratterebbe solo di 1 volo e mezzo al giorno è un palliativo. I 548 voli previsti nel 2025 sono l’avvio dell’attività cargo. La pista allungata sarebbe in grado di attrarre traffico continentale con aerei di grande stazza e poter fungere da smistamento per altri scali nazionali nell’Italia centro meridionale. Se il business decollasse, gli aerei cargo sarebbero molti di più.

Ma c’è un altro punto che si cela dietro il comunicato della maggioranza, ossia l’irritazione del sindaco Guerra per non essere stato informato puntualmente da Sogeap sul deposito del nuovo masterplan. Va ricordato che a inizio maggio gli assessori Borghi e Vernizzi rispondevano ad un’interrogazione del consigliere Ottolini dicendo che ancora non conoscevano la rielaborazione del piano da parte di Sogeap, che invece era già approvata formalmente da Enac.

Infine questa nota politica contro il cargo mostra una maggioranza compatta, o ricompattata, pronta a farsi valere e dimostrare la coerenza con gli impegni elettorali presi un anno fa, ossia no all’aeroporto cargo. Benché il sindaco Guerra lo ribadisse in ogni occasione, se potevano esserci dubbi ora questa linea è stata rimarcata da un documento dell’intera maggioranza e rimangiarsela sarà più difficile.

Non siamo riusciti ad appurare, con ragionevole certezza, se Sogeap avesse concordato l’accorciamento dell’allungamento della pista direttamente con la Regione Emilia-Romagna ritenendo che obtorto collo il Comune di Parma si sarebbe adeguato.
Certo è che l’assessore regionale ai trasporti, Corsini, dopo aver annunciato in un incontro pubblico a Parma che la pista sarebbe comunque stata allungata, dava la cosa per fatta nei pour parler in Regione.

La partita riaperta

E invece la partita è improvvisamente riaperta. E, a quanto risulta a Libera Informazione, questa impasse starebbe portando tensioni e divergenze ai piani alti di Palazzo Soragna che comincia a essere troppo esposta. Al momento Sogeap ha tenuto una linea di basso profilo, rispondendo alla maggioranza con “Sorpresa e profondo rammarico per la presa di posizione critica sui contenuti del piano di sviluppo dell’aeroporto” ma tendendo la mano “la Sogeap Spa si augura che l’analisi del piano possa essere approfondita in modo realmente basato sui contenuti progettuali consentendo una valutazione informata e responsabile, rispondente alla volontà, siamo certi condivisa da tutti, di fare bene, nell’interesse generale, attuale e futuro, della nostra città”.

Va precisato che il presidente dell’Unione Parmense Industriali, Buia, nell’assise annuale dello scorso 20 giugno, aveva ribadito la necessità di allungare la pista del Verdi.

All’ampliamento, ossia allungamento pista + hangar e nuovi piazzali, è legato il finanziamento dei 12 milioni di euro pubblici (fondi europei veicolati tramite la Regione). Peraltro già ora la pista è di lunghezza sufficiente per le tratte europee dei voli passeggeri (dal Verdi si vola per la Moldavia e un tempo si decollava per Londra e Bruxelles). Portare la pista da 2.200 a 2.640 m. in teoria potrebbe agevolare voli passeggeri intercontinentali ma, al di là che possa essere fattibile e fruttuoso, in via principale l’allungamento spalancherebbe i portelloni al trasporto cargo. Ed è proprio questo aspetto che è specificato nel nuovo masterplan.

In conclusione dare il via libera (la conformità urbanistica) ad un eventuale allungamento della pista se dal piano sparissero le parole cargo, logistica e merci, sarebbe coprirsi con una foglia di fico.

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Per l’aeroporto servono, di nuovo, altri soldi

di Francesco Dradi

Sembrano essere giorni cruciali per il destino dell’Aeroporto Giuseppe Verdi. E, soprattutto, per la Sogeap, la società che lo gestisce dalla sua nascita, nel 1991.

Si parte dal fatto che sono stati “bruciati” altri 13 milioni di euro e, per proseguire, di euro ne occorrono altri 2 milioni, pronta cassa. Un’assemblea straordinaria degli azionisti Sogeap – convocata per lunedì 3 luglio in seconda convocazione, presso la sede dell’Unione Parmense degli Industriali – dovrà approvare le perdite di bilancio dell’ultimo triennio, coprendole con l’abbattimento del capitale sociale e subito dopo approvare un conseguente aumento di capitale per continuare a dare operatività.

Questa dolorosa operazione finanziaria è intrecciata a quella del nuovo masterplan di sviluppo dell’aeroporto che – annuncio facebook del sindaco Guerra – la Sogeap ha reso disponibile al Comune l’altro ieri.
Vediamo di spiegare gli elementi in ballo adesso.

Un salasso per gli azionisti
L’esercizio 2022 si è chiuso con una perdita stimata di 3 milioni 208mila 282 euro. Una perdita in linea con quella che è sempre stata la gestione del Verdi, con disavanzi che oscillano tra i 3 e i 3,5 milioni di euro / anno. Peraltro i due anni della pandemia covid hanno determinato un rosso ancora maggiore, 10 milioni €. Tanto che il presidente Guido Dalla Rosa Prati è costretto a proporre ai soci un ripianamento delle perdite complessive, pari a 13.263.162 euro.

Prima di tutto si utilizzerà un residuo di riserva legale (25mila €) e poi si procederà abbattendo il capitale sociale da 17.892 ad euro 4.681.906,42 con contestuale riduzione del valore nominale
delle azioni da euro 12 ad euro 3,14. Rimarrà in bilancio il mantenimento di una perdita di 26.481,42 euro.
A seguire l’assemblea dei soci sarà chiamata ad approvare un aumento di capitale di 2 milioni €, per riportarlo a 6,681 milioni, per garantire l’operatività per un biennio. Ci torniamo dopo.

Il salasso per gli azionisti è pesantissimo. E avviene a soli 4 anni di distanza dalla ricapitalizzazione che avrebbe dovuto essere decisiva. Nell’ottobre 2019 con il defilarsi del socio austriaco Meinl Bank (subentrato alla controllata Meinl Airport) fu l’Unione Parmense Industriali a sottoscrivere gli 8,5 milioni di aumento di capitale necessari per tenere in vita la Sogeap. Soldi “bruciati” come i giornali usano definire i cali di Borsa repentini, quando le cose vanno male.
Certo, c’è stata la pandemia che ha picchiato duro – il trasporto aereo mondiale è uno dei settori che ne ha risentito maggiormente, con cali di giro d’affari fino all’85% – tuttavia per il “Verdi” il nodo è stato il mancato avvio della trasformazione in aeroporto cargo, che secondo il piano strategico elaborato nel 2016 dai consulenti Kpmg era l’unica via d’uscita per rendere redditizio l’aeroporto.

La storia pregressa è ben raccontata in questo articolo dal giornalista Giacomo Romanini che ha fatto anche uno specifico approfondimento sull’austriaca Meinl Bank (qui) .

Il piano di sviluppo

Il piano di sviluppo orientato al trasporto cargo ha avuto una storia travagliata. Dopo una lunga fase di stallo, come noto, la virata è avvenuta nelle scorse elezioni comunali quando tutti i candidati sindaci, in almeno due occasioni, si espressero esplicitamente in modo contrario alla trasformazione in cargo dell’aeroporto. Certificando il successo delle battaglie ambientaliste.

Eletto sindaco, Michele Guerra, in effetti non ha mai mancato di ribadire la contrarietà al cargo – non ultimo qualche giorno fa, in un’intervista rilasciata al direttore della Gazzetta di Parma – e di chiedere una revisione dei piani alla Sogeap, finalizzata al solo trasporto passeggeri.
E fino al mese scorso l’Amministrazione Comunale era in attesa, come risposero gli assessori Borghi e Vernizzi ad un’interrogazione del consigliere Ottolini.

Prodromico per la trasformazione in aeroporto cargo è l’allungamento della pista di decollo e atterraggio. È qui che rimane l’ambiguità di fondo.

Stando ai si dice (spesso alimentati dalle frasi pronunciate a mezza bocca dall’assessore regionale ai trasporti Corsini) i vertici di Sogeap si sarebbero convinti ad abbandonare il cargo e puntare a sviluppare un progetto di aeroporto solo per “voli civili”.
Da qui la presentazione di un nuovo masterplan – elaborato da Sogeap ma fatto proprio, approvato e presentato da ENAC, in base alle normative – che però pare ugualmente contemplare un allungamento della pista, seppur ridotto, fino a 2.600 metri invece di 2.880 metri.

La nuova soluzione risparmierebbe l’interruzione di viale delle Esposizioni, “mangiandosi” la sola strada Parma Rotta. Se così fosse occorrerà comunque che il consiglio comunale si esprima, deliberando sulla sdemanializzazione della strada e, quindi, sulla conformità urbanistica.

Questo atto amministrativo è decisivo per consentire gli espropri dei terreni, per i quali ai proprietari sono arrivate le lettere di preavviso da Enac. In questo caso la procedura contempla che la conformità urbanistica “comporta dichiarazione di pubblica utilità e di indeferibilità e urgenza”.

Guarda il video dei luoghi interessati dall’ampliamento della pista aeroportuale.

Qui sotto una foto del punto di arrivo della nuova pista, secondo indiscrezioni.

Ma se l’aeroporto rimane solo per passeggeri è proprio necessario allungare la pista? Altra domanda: rimangono previsti nel piano di sviluppo gli hangar e nuovi piazzali?

Ricordiamo che a tal fine sono vincolati 12 milioni da fondi FSC, indirizzati da Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) e Regione Emilia-Romagna, per lo sviluppo aeroportuale. Va anche ricordato che il piano di sviluppo prevede un investimento complessivo di 20,8 milioni, con la rimanente somma a carico della società di gestione aeroportuale.

Postilla importante: affinché il finanziamento di 12 milioni sia erogato, non deve configurarsi come aiuto di Stato (e quindi non concedibile, per le norme UE) e il parametro dirimente è il traffico di passeggeri: non deve oltrepassare la soglia di 200mila unità, altrimenti significa che l’aeroporto non è in difficoltà.
Nel 2022 l’aeroporto Verdi ha fatto registrare una buona performance, la migliore degli ultimi cinque anni, con 115mila passeggeri (dati Enac).


E nonostante questo la perdita d’esercizio è stata di 3,2 milioni €.
Già ora , con il boom mondiale dei voli aerei post-pandemia, il Verdi potrebbe puntare decisamente a superare la soglia dei 200mila passeggeri, come nel quadriennio 2008-2011, riducendo notevolmente le perdite gestionali e puntando addirittura al pareggio di bilancio.
Tuttavia se lo facesse, non potrebbe fruire dei famosi 12 milioni €.
Pare un gatto che si morde la coda.

In ogni caso, pur stringendo, i tempi non si preannunciano brevi, per le decisioni sul masterplan. E c’è da scommettere che sarà argomento di ampia discussione in città.

E forse per questo, il cda di Sogeap, prudenzialmente chiede ai soci di metterci altri 2 milioni di euro, per coprire le spese di esercizio per due anni, il 2023 e il 2024, considerando nei fatti perso anche quest’anno ma puntando alla svolta e al rilancio nel 2024.

Chi sottoscriverà l’aumento?

La domanda finale è chi sottoscriverà questo aumento di capitale, che prevedibilmente vedrà una scadenza tra ottobre e fine anno.

Oggi i soci sono l’Unione Parmense Industriali che, direttamente e soprattutto tramite la Parma Aeroporto srl, controlla il 60% delle azioni; la Meinl Bank al 27,72%; il Comune di Parma 2,97%; la Camera di Commercio 2,97% e un’altra pletora di piccoli azionisti pubblici e privati.
Con la riduzione del valore della quota azionaria, da 12 a 3,14 € il Comune di Parma registrerà una perdita di capitale di 392.055 €, rimanendo con 138.945 € in portafoglio. Di fatto il pacchetto azionario si ridurrà ulteriormente in percentuale, essendo gli enti pubblici impossibilitati ad investire in società che registrino bilanci in perdita per tre esercizi consecutivi.

L’aumento di capitale dunque dovrà essere sottoscritto da soggetti privati. La cifra di 2 milioni è abbordabile per chi intenda investire nell’aeroporto, ed equivarrà ad un 30 % di quote azionarie. C’è poi da capire se gli austriaci usciranno definitivamente di scena.
Le possibilità allo stato vedono un maggior impegno della Confindustria parmigiana, oppure un’apertura a un altro soggetto che potrebbe essere una società aeroportuale (la SEA milanese? Il Marconi di Bologna ?) oppure, chissà, un amico americano.

In questo contesto, per dare appetibilità all’investimento, non sarà marginale – anzi – il nuovo Masterplan, con mini allungamento della pista aeroportuale. Un nuovo stop da parte del Comune potrebbe incidere fortemente. D’altro lato le associazioni ambientaliste, con i No Cargo in prima fila, sono pronte a dare battaglia per scongiurare l’ampliamento che, una volta concesso, potrebbe essere un cavallo di Troia per successive operazioni. Secondo i contrari, l’attuale lunghezza di pista (circa 2.200 m) è già sufficiente e adeguata per gli aerei passeggeri.
Nei giorni scorsi è andata in scena una manifestazione di protesta, sotto il municipio.

Quando sarà reso noto il nuovo masterplan ci torneremo sopra. Gli argomenti da sviscerare potrebbero riempire un libro: dalle fasce di rischio e sicurezza, all’ottemperenza delle prescrizioni della VIA (Valutazione d’impatto ambientale) per rumore, invarianza idraulica e inquinamento atmosferico. Novità potrebbero esserci anche sul punto di decollo e atterraggio (oggi avviene in direzione nord sud, in futuro potrebbe essere invertito, con effetti sul quartiere Crocetta).
C’è poi alle viste un aggiornamento del piano nazionale degli aeroporti, con ripartizione degli scali tra funzioni passeggeri e cargo. Il governo, nelle competenze dei ministri Giorgetti e Salvini, darà le linee di indirizzo.

Ci sarà una presentazione del progetto?

Quello che sembra necessario, nel rapporto tra istituzioni e cittadini, è una presentazione pubblica del progetto per il “Verdi” con annesso un percorso di partecipazione, alla stregua di quanto avvenuto per lo stadio Tardini nell’inverno scorso.
Proprio questo è mancato, negli anni scorsi. L’Amministrazione comunale di Parma non ha mai promosso nessun incontro di presentazione del masterplan né altre occasioni di confronto con la popolazione. Tranne una commissione consiliare con i vertici di Sogeap, aperta al pubblico, voluta dall’allora opposizione che ora è in maggioranza.
Non è mai troppo tardi.

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Via Emilia, serve il Bis?

di Francesco Dradi

Di tutte le nuove strade previste nel parmense la Via Emilia Bis si contende con la Tibre la palma della meno utile e più devastante, nel rapporto costi-benefici.

Per via Emilia bis si intende l’alternativa alla via Emilia storica, la SS 9. Il Bis è un tracciato ipotetico da Ponte Enza (RE) a Fidenza (28 km totali di cui 12 considerati già esistenti con le tangenziali a nord degli agglomerati urbani). Nella vulgata comune la definizione “via Emilia bis” si restringe alla tratta stradale da Ponte Enza all’allaccio con la tangenziale est di Parma.

Passata la pandemia gli amministratori pubblici sono tornati a spolverare il carnet delle opere da realizzare e la via Emilia bis è considerata in priorità 1 (Andrea Massari, sindaco di Fidenza e presidente della Provincia di Parma, qui e qui ). Anche il sindaco Michele Guerra l’avrebbe caldeggiata, assieme ad altre opere, nell’incontro avuto lo scorso 11 aprile con il ministro delle infrastrutture e trasporti, Matteo Salvini (fonte: intervista a Gazzetta di Parma, 12/04/23)

Premessa

È proprio necessaria?

Cosa perdiamo, se si costruisce?

Quando oggi si discute di nuove infrastrutture queste sono le domande fondamentali da porsi.

Se il primo interrogativo – in teoria – è sempre stato valido, il secondo quesito è diventato centrale negli ultimi anni, con la crisi climatica.

Cominciamo con questo servizio una panoramica sulle infrastrutture pianificate nel parmense, nel tentativo di evidenziare tutti gli aspetti, compresi quelli dei cosiddetti servizi ecosistemici finora sottovalutati e che, invece, stanno sempre più entrando nelle valutazioni programmatorie oltre che nelle preoccupazioni dei cittadini che, però, non trovano spazio nella narrazione dei media e, di conseguenza, nelle attenzioni della politica.

Le condizioni strutturali

Quando la Via Emilia Bis entra nella pianificazione a inizio anni Duemila (col Prit – Piano regionale dei trasporti del 1998, approvato nel 2003, e a cascata l’inserimento nei piani urbanistici locali – Psc del Comune di Parma e Ptcp provinciale –) c’erano queste condizioni: un’economia in espansione, un ampliamento residenziale e commerciale appena avviato a San Prospero, un incremento di pendolarismo da e per S.Ilario d’Enza e territori limitrofi verso Parma, un riversamento con code infinite sulla via Emilia storica in occasione di incidenti e chiusura del tratto di autostrada del Sole tra i caselli di Parma e Reggio Emilia.

Vent’anni dopo

Nel 2023 troviamo un’economia in tenuta ma stagnante, con dismissione di attività produttive (es. fabbrica di trasformazione pomodori in conserve Columbus a Martorano, chiusa nel 2020); una sostanziale stasi del mercato residenziale; il fallimento nei fatti del centro commerciale a San Prospero; l’apertura del casello Campegine – Terre di Canossa sull’A1, avvenuta nel 2008. Quest’ultimo in particolare ha drenato una consistente quota di traffico pesante che dall’area reggiana di confine si dirigeva verso il casello di Parma. Ora non più. Si è invece ampliato l’insediamento di attività commerciali e di servizi nell’area ex- Salamini (es. nuova sede Consorzio Bonifica Parmense, nel 2016) che, attraendo traffico, spesso provoca code da imbuto nell’intersezione tra tangenziale sud e collegamento con la nord-est tramite la via Emilia.

Dunque le condizioni sono mutate nel tempo e, per quanto se ne può capire, in futuro non sembra vi possano essere significative edificazioni produttive, commerciali o residenziali nella zona di San Prospero e dintorni.

Queste variazioni nello stato di realtà, però, sembra che non siano considerate. Come se una volta inserita in pianificazione una infrastruttura, essa vada realizzata a prescindere.

I tempi di percorrenza

Tutta la città (come in genere ogni area urbana in Italia e nel mondo) è assediata dal traffico nelle ore di punta che sono 7.30-9.00 e 17-19. Dalle analisi presentate nel Pums 2015-2025 (piano urbano mobilità sostenibile) si constata che al mattino si muovono a Parma complessivamente 128.400 persone. E tutte le direttrici di traffico, di accesso e uscita, sono intasate. Inoltre dal censimento del traffico compiuto nel 2019 (monitoraggio 2021 del Pums) le arterie più trafficate risultano via Mantova, via Traversetolo, via Spezia. Non la via Emilio Lepido, che attesta un 20mila veicoli al giorno.

 

Anche il PGTU (Piano generale del traffico urbano) 2023-2025 in corso di adozione conferma il modesto apporto di traffico, nella direttrice est verso Ponte Enza, rispetto ad altre arterie di accesso a Parma.

Un esperimento empirico, compiuto varie volte da chi scrive, nelle ore di punte sia al mattino in direzione città, sia alla sera in direzione esterna, ha dato come esito una percorrenza in massimo 6 minuti dei 2,6 km dall’imbocco della rotonda ex-Salamini alla rotonda successiva a San Prospero. In pratica, nei momenti più lenti si viaggia a 26 km/h. Poco se la percezione è di una strada extraurbana, oppure una media “normale” e accettabile se consideriamo di essere in una propaggine dell’area urbana.

Peraltro il tratto di strada verso S.Ilario è risultato sempre scorrevole alla sera, mentre viceversa al mattino è rallentato ma non bloccato. Il motivo di fermata è dovuto unicamente al semaforo nel centro dell’abitato di San Prospero. Una soluzione alternativa a questo intoppo è già stata studiata (ne riparliamo in fondo).

La via Emilia bis nel tratto tra Ponte Enza e la tangenziale nord di Parma, secondo stime da verificare, porterebbe ad un effettivo risparmio di percorrenza nell’ordine dei 5-7 minuti.

Il tracciato e i costi economici

Il tracciato non è ma andato oltre un tratteggio preliminare di massima. Per illustrarlo utilizziamo, per gentile concessione, la mappa, frutto di una rielaborazione semplificata delle cartografie pianificatorie, eseguita dall’architetta Lucia Pinardi per una proposta di parco agricolo periurbano (ne parliamo dopo).

La via Emilia Bis è rappresentata in fucsia; come si vede due sarebbero gli svincoli, uno in area San Donato con intersezione alla tangenziale sud e un altro in località Il Moro. La lunghezza totale è di 7 km. Il costo stimato in origine era di 71 milioni. In base agli accordi Stato-Regione la realizzazione è in carico ad Anas. Va detto che per evitare la strozzatura sul ponte storico della via Emilia ci vorrebbe un nuovo ponte sull’Enza, costo stimato oltre 30 milioni.

Essendo ancora una progettazione a livello preliminare non è possibile quantificare con certezza il consumo di suolo. Tuttavia, considerando che dovrebbe essere una strada a quattro corsie su doppia carreggiata con corsia di emergenza, due svincoli con raccordi, si può stimare una impermeabilizzazione di 50-70 ettari di suolo vergine.

Un’area tutelata

Quello che non viene mai detto, quando si parla di via Emilia bis, è che il tracciato verrebbe realizzato in un’area sottoposta a tutela e vincolo ambientale dagli stessi enti (Comune, Provincia), dove sembra che la mano destra delle infrastrutture non sappia cosa fa la mano sinistra della tutela dell’ecosistema.

Lo si evince da quest’altra cartografia, sempre ripresa dall’elaborato dell’architetta Pinardi.

L’ampia zona colorata in verde è destinata nel Ptcp della Provincia e nel Psc del Comune ad Area di riequilibrio ecologico di Beneceto. Al momento è segnata come progetto. Per renderla effettiva occorre una richiesta di vincolo del Comune di Parma alla Regione Emilia-Romagna. In una strategia verso una città “carbon neutral” dovrebbe essere un passaggio scontato.

Nella mappa sopra sono evidenziate altre aree, che godono di tutela assoluta: i fontanili nei riquadri blu, mentre i pozzi di approvvigionamento dell’acqua potabile dalle falde idriche, sono riportati con i pallini rossi.

Nella mappa sottostante vediamo la cartografia con l’apposizione del tracciato e come questo nella sua parte iniziale, a San Donato, vada ad intaccare pesantemente l’area dei pozzi (da cui attinge Emiliambiente, per rifornire la bassa ovest parmense) e buona parte dei fontanili. Nelle foto a lato vediamo “cosa” sono i fontanili, ossia aree di risorgiva dove l’acqua sgorga di continuo creando ambienti naturali unici, di estrema importanza per l’equilibrio ecologico e la biodiversità.

L’agricoltura e la food valley

Uno scavo e cementificazione profonda, quanto occorre per costruire una strada, inciderebbe in modo irreversibile sulle falde acquifere superficiali che caratterizzano questo lembo di pianura, con un conseguente danno ai prati stabili e ai terreni agricoli, aggravando di costi e mettendo a rischio la sopravvivenza di fattorie e caseifici. Si tratta di attività che caratterizzano quella che chiamiamo Food Valley come si può ascoltare nella testimonianza fornita nel video dall’agricoltora Amalia Del Sante:

 

https://youtu.be/I_H9VET5hX0

Il settore primario è poco considerato, in termini di addetti e contributo al Pil, ma pian piano sta scoprendo come, invece, contribuisca direttamente nel portare valore aggiunto al turismo e al marketing territoriale legato, appunto, alla nomea di Food Valley. Se il caseificio San Pier Damiani di San Prospero è al 5° posto delle attrazioni da visitare a Parma, sul portale Tripadvisor (consultato il 10 giugno 2023 ) non è dovuto solo a una eccellente brand marketer. È perché i turisti esteri vogliono conoscere da vicino la produzione del parmigiano-reggiano e quando lo vedono in un paesaggio agreste intatto, a due passi dalla città, ne rimangono estasiati.

Servizi ecosistemici del suolo

I servizi ecosistemici sono un concetto abbastanza nuovo, benché gli studiosi ne ragionino da tempo. Al grande pubblico è stato introdotto da un paio d’anni grazie alle considerazioni che Ispra accompagna al suo rapporto annuale sul consumo di suolo. Il meccanismo che sta rendendo comprensibili, e popolari, i servizi ecosistemici del suolo è la loro monetizzazione. Ossia determinare il valore in euro di 1 metroquadro di terreno per le sue molteplici capacità (assorbimento di acqua, stoccaggio di carbonio, ospite di biodiversità, produzione di cibo, eccetera). L’argomento merita di essere approfondito a parte.

In questo video con Chiara Bertogalli cerchiamo di spiegare in poche parole il valore dei servizi ecosistemici e cosa significherebbe costruire la via Emilia bis, nella campagna parmense.

Via Emilia, l’impatto del Bis

Chi sta approfondendo la valutazione dei servizi ecosistemici del suolo è il professore Michele Donati, docente di Economia ambientale all’Università di Parma relatore della tesi di laurea di Fabio Orlandini, dottore in scienze naturali, il quale partendo dai dati Ispra, ha quantificato il valore economico del suolo in provincia di Parma.

In media 1 ettaro di terreno naturale equivale a 5.857 €. Ogni anno. Se si impermeabilizza è un valore che si perde per sempre, ma in un bilancio costi-benefici la perdita sarebbe da conteggiare ogni anno. Qui la tabella per gentile concessione di Donati.

Per una terra fertile e ricca d’acqua come quella di San Donato, Beneceto, San Prospero il valore economico da considerare sarebbe quello massimo. Lasciamo al lettore i calcoli sul valore dei servizi ecosistemici di 50 ettari, che sparirebbero.

Le alternative, le proposte, il dibattito (sotto traccia)

Tornando alla questione del traffico sulla via Emilia, il problema principale è dovuto al semaforo in centro a San Prospero, che impone uno stop al flusso, per l’accesso da strada Quingenti. Una alternativa è la cosidetta bretellina di via Lagazzi, ossia il completamento di 200 metri di strada che si innesterebbe sulla rotonda a est di San Prospero, incanalando in questa direzione il traffico da strada Quingenti. È prevista fin dal 2015 nel Pums e, con l’ultimo PGTU del Comune, messa in bilancio per il 2024 con un costo previsto di 350mila €.

Se sarà realizzata e con lo spegnimento del semaforo, o limitandolo a uso pedonale, si potranno valutare gli effetti.

In alternativa, alla via Emilia bis, negli anni sono comparse varie ipotesi di nuove strade, più o meno lunghe, tra la via Emilia e la ferrovia.

Nel Pums, “firmato” dall’allora assessore alla mobilità Gabriele Folli a pagina 46 si teorizzava “di sgravare la frazione di San Prospero dal traffico di attraversamento attraverso la realizzazione di un bypass più limitato. Tali opere non sono in contrasto con la nuova “via Emilia bis”, la cui realizzazione viene tuttavia ritenuta dal Piano come non strategica”.

Allo stato tale ipotesi sembra tramontata, sebbene non vi siano dichiarazioni pubbliche. Il dibattito sottotraccia è in corso tra rappresentanti di comitati (a favore e contro la via Emilia Bis) e l’Amministrazione Comunale che ha in corso la predisposizione del nuovo PUG (Piano urbanistico generale) fino al 2050. A quanto pare le associazioni di categoria agricole e cooperative si sarebbero espresse per una contrarietà all’opera. Si vedrà se prevarrà il perpetuarsi delle nuove infrastrutture o la preservazione della campagna (al proposito in un affollato incontro di Europa Verde  è stata avanzata anche la proposta di estendere il futuribile parco agricolo periurbano ricomprendendo tutta l’area di Beneceto, tra ferrovia ed autostrada. Qui la presentazione di Lucia Pinardi, che abbiamo utilizzato per le mappe), oppure se uscirà una soluzione mediana, lasciando la traccia della strada nelle carte, che non si sa mai, ma senza renderla prioritaria.

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Le elezioni del rettore dell’Università di Parma, spiegate

di Francesco Dradi, con il supporto della redazione

Continuità o alternativa? Dopo i lunghi “regni” conservatori e autoreferenziali di Occhiocupo e Ferretti (rispettivamente 11 e 13 anni), il mandato di rottura di Borghi e la normalizzazione rassicurante di Andrei, l’Università di Parma è chiamata al voto (martedì 6 giugno, eventuale secondo turno il 13, eventuale ballottaggio il 15) per eleggere il nuovo rettore o rettrice che rimarrà in carica per i prossimi 6 anni, fino al 2029.

Candidati e rumor

Si candidano in tre: Sara Rainieri, Paolo Martelli e Antonio Montepara, nell’ordine di presentazione delle candidature. Nomi poco conosciuti al pubblico, a differenza degli ultimi rettori che prima di assumere la carica erano già noti in città.
Li abbiamo intervistati ponendo loro tre domande: la priorità del programma, gli alloggi per gli studenti e… una domanda scomoda. Trovate le interviste sul nostro canale youtube.

I rumor vedono Martelli leggermente favorito rispetto a Montepara e Rainieri. Tuttavia è difficile che un candidato vinca al primo turno (occorre la maggioranza assoluta del corpo elettorale, non è mai successo) però, da come uscirà il risultato, e con quali distacchi tra i primi due, si avranno indicazioni su come potrebbe finire il secondo turno (sufficiente la maggioranza relativa dei votanti).

Sara Rainieri

Paolo Martelli

Antonio Montepara

Non sarà un mandato facile. I recenti fondi del PNRR hanno dato linfa vitale a un bilancio che stava andando in difficoltà, ma il futuro si prospetta più impegnativo sotto diversi fronti: alcuni comuni a tutti gli atenei (e che però spingeranno a competizione reciproca) come il reperimento di risorse per la ricerca, e l’attrattività di una popolazione studentesca che si prevede in riduzione (anche e non solo per il calo demografico italiano). Altri specifici dell’Università di Parma come un forte mal contento del personale tecnico-amministrativo, che sta portando a una fuga di dipendenti causa bassi salari e pesante clima lavorativo. A far da cornice la sfida della sostenibilità, che può portare a significativi risparmi interni e innovazioni ambientali e di processo con ricadute sul territorio, attese dalle imprese. Una strada proclamata con vigore qualche anno fa, quella della sostenibilità, ma che negli ultimi tempi sta marcando il passo.

Fatto sta che questa competizione elettorale rappresenta un momento cruciale per l’ateneo, poiché il Rettore avrà il compito di prendere decisioni chiave per lo sviluppo accademico e la comunità studentesca.

In questa inchiesta – lunga, prendetevi il tempo per leggerla – proviamo a raccontare le problematiche dell’Università e gli intrecci con la vita quotidiana della città.

Università luogo di sapere e luogo di potere

Stiamo parlando di una realtà di grande peso anche per la città di Parma e il territorio circostante: sono infatti poco meno di 2.000 le persone che lavorano attualmente in Ateneo, tra docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo. La seconda più grande amministrazione pubblica della città, dopo l’Azienda Ospedaliero-Universitaria.

Ma, soprattutto, è importante il numero degli studenti: oltre 30.000 giovani che si formano, studiano e ricercano nelle aule, biblioteche, laboratori di questa grande cittadella del sapere. Oltre il 40% di questi 30.000 provengono da fuori regione Emilia Romagna, e di questi il 5% da fuori Italia.

Un’Università la cui presenza è evidente un po’ in tutta la città, in termini di edifici e strutture dedicate: dal centro storico, con il Palazzo centrale di via Università, l’area via Kennedy/via d’Azeglio, la Pilotta, l’area Via del Prato/Piazzale S. Francesco, all’area ospedaliera di via Gramsci (per metà di proprietà universitaria), ad aree più esterne, ma di grande rilievo: i 77 ettari del Campus di via Langhirano, la certosa di Valserena/Paradigna, l’area di Veterinaria in via del Taglio. E ancora: i tanti musei e palazzi, l’Orto botanico, l’ospedale veterinario, gli impianti sportivi. Questi ultimi utilizzati anche dai cittadini nonché, durante l’estate, da migliaia di bambini a Giocampus.

Insomma, una grande realtà con importanti ricadute culturali, sociali ed economiche, sul territorio. E un potere non banale che si può gestire. Non si tratta solo delle spese che possono essere indirizzate nel bilancio (220 milioni il conto economico dell’anno scorso) ma forse, se vogliamo, in quell’influenza esercitata su altri incarichi in città e in territori limitrofi. Senza sconfinare in politica (ma non ignorando che attualmente sindaco di Parma è Michele Guerra, docente di storia del cinema) e fermo restando le qualità personali dei singoli accademici non può sfuggire che il presidente delle Fiere di Parma, di recentissima nomina, è il docente universitario di economia, Franco Mosconi. Così come accaduto in passato per le fondazioni bancarie cittadine e altri enti. Per certi versi è legittimo ed anche sperabile che l’Università esprima una parte della classe dirigente del territorio, potendo spendere competenze e capacità intellettuali e scientifiche di alto livello. Nel concreto è chiaro che entrare nelle grazie del Rettore può facilitare agli inizi, e anche in seguito, un percorso extra-accademico con molti onori.

Come è composto il corpo elettorale

Gli aventi diritto al voto sono, alla data odierna, complessivamente 1.958. Di questi 1.002 sono docenti (ordinari di prima fascia 248, associati, di seconda fascia, 435 e ricercatori 319), 866 sono unità di personale tecnico e amministrativo, il cui voto pesa però solo il 20% (quindi 173). Inoltre, votano 90 rappresentanti degli studenti nei consigli di dipartimento.

Nella prima votazione, che si terrà il 6 giugno, dalle 9 alle 18, sarà necessaria la maggioranza assoluta degli aventi diritto, cioè almeno 633 voti. Un’impresa che non è mai riuscita a nessun candidato, nella storia recente delle elezioni rettorali a Parma.

Nella seconda eventuale votazione, il 13 giugno, sarà sufficiente la maggioranza dei votanti. Se anche questa votazione non andrà a buon fine, Il 15 giugno andranno al ballottaggio i due candidati più votati al secondo turno. Per la prima volta si voterà esclusivamente online, da remoto o nei 2 seggi costituiti ad hoc nella sede centrale, autenticandosi tramite SPID.
Lo spoglio sarà trasmesso in diretta streaming, subito dopo la chiusura dei seggi.

I Dipartimenti più numerosi, in termini di docenti afferenti, e che potrebbero quindi “pesare” di più sul risultato finale, sono il Dipartimento di Medicina e Chirurgia (205 docenti) e il Dipartimento di Ingegneria e architettura (153 docenti).

Malcontento e fuga del personale

Che tipo di università si trova a dover gestire il nuovo Rettore/Rettrice? I punti di vista sono molto diversi, a seconda che si valuti la narrazione che è stata fatta in questi ultimi sei anni dai media locali o la testimonianza di coloro che lavorano all’interno dell’Ateneo.

Alcune testate locali in questi anni hanno affiancato quasi trionfalmente il Rettore attuale, dimostrando un afflato inusitato, nella storia dei rapporti tra Ateneo e sistema dei media, e facendone di volta in volta un forte innovatore, un convinto difensore della tradizione, colui che avrebbe in breve risolto i problemi dell’Ateneo lasciati dalle gestioni precedenti, sistematicamente e impietosamente avversate.

Di contro, all’interno dell’ateneo il malessere e l’ostilità nei confronti dell’attuale governance è cresciuta progressivamente. Il clima organizzativo interno, soprattutto tra il personale tecnico e amministrativo si è via via “avvelenato”: da tempo circolano accuse di clientelismo, di gestione caotica e poco trasparente delle diverse riorganizzazioni interne, di immobilismo, di mancanza di approcci meritocratici e di mancanza di una visione generale chiara e comunicata, che motivi il personale verso obiettivi condivisi. Questa cosa emerge, se pur in numeri limitati, anche dalle periodiche indagini sul benessere organizzativo.

Dalle testimonianze raccolte con questa inchiesta, la situazione si è appesantita con l’affidamento della Direzione generale – tramite bando e con successiva proposta del Rettore al CdA – all’avvocato Candeloro Bellantoni, già direttore generale dell’Università Milano Bicocca e poi dell’Università di Catania. Lungi da noi fare accuse, che non ci competono, si tratta tuttavia di riportare, da cronisti, pareri raccolti da più parti. L’attuale direttore generale, in carica dal dicembre 2019, dovrebbe rimanere fino al 31/10/2025.

Tra il personale docente si leva comune la protesta e l’insofferenza verso le lentezze burocratiche irrisolte, che rendono farraginose e caotiche le loro richieste, in ambito didattico e di ricerca, e di cui paradossalmente vengono accusati i dipendenti amministrativi. Questi ultimi sono per lo più gli incolpevoli esecutori di decisioni prese dai vertici, che a loro volta accusano le normative-capestro, senza alcun tentativo di effettuare quella “semplificazione amministrativa” che proprio le normative centrali raccomandano da oltre 20 anni. E la catena di accuse reciproche si allunga. I “muri” si alzano, le ostilità aumentano e questo paralizza l’ateneo rendendolo lento e inefficiente, a differenza di quanto avviene nelle altre università italiane.

Molto incide la questione degli stipendi. I salari sono sì bloccati da un mancato rinnovo del contratto nazionale, che vede i dipendenti universitari all’ultimo posto come retribuzione nella P.A., tuttavia ogni Ateneo integra con un salario accessorio e con il welfare aziendale.

Sul primo a Parma c’è un contenzioso in atto poiché non è chiaro se e in quale misura sarà corrisposto quest’anno. Dopo reiterate proteste nella busta paga di maggio i dipendenti hanno trovato una somma in acconto, ma non è dato sapere quando e quanto sarà il saldo totale. La questione è calda perché in molti considerano il salario accessorio “una boccata d’ossigeno” per i bilanci familiari. Detta così sembra una grossa cifra e invece si tratta di un’integrazione di 700 €, in media.

Il welfare aziendale è ai minimi termini: c’è un fondo assistenziale cui si può accedere una tantum e per importi limitati; non c’è alcuna polizza sanitaria (a differenza della gran parte delle università italiane, viene sottolineato).

Tutto questo sommato a un appesantimento delle incombenze amministrative e una rigidità formale hanno portato a una demotivazione del personale tecnico-amministrativo, tanto che la candidata Rainieri, nel dibattito promosso dai sindacati (ne parliamo dopo), ha affermato esplicitamente che vi è una “fuga del personale”. Pur non avendo ricevuto riscontro esatto sui numeri, il fenomeno è confermato da più parti, specialmente per quanto riguarda le P.O. (Posizioni Organizzative, termine burocratico che indica gli incarichi di “elevata responsabilità” nella pubblica amministrazione) che negli ultimi anni migrano verso altri enti pubblici o sono andati in pensione anticipata.
In questo contesto si dovrebbe parlare anche dei bassi salari dei ricercatori – una questione tutta italiana – che, se non altro, hanno prospettive di carriera.
Per chiudere una tabella riassuntiva, da cui si evince la stortura del binomio lavoro-retribuzione. Sono riportate le indicazioni del salario base; non sono contemplate eccezioni che pure vi sono, specialmente per gli incarichi di docenti e ricercatori.

Personale Dotazione in organico

UniPr

Stipendio medio
Tecnico-amministrativo “B” 78 1.100 €
Tecnico-amministrativo “C” 429 1.200-1.300 €
Tecnico-amministrativo “D” 271 1.500 €
Tec-am elevata professionalità 75 1.600 – 1.800 €
Ricercatore universitario 319 1.800 – 2.000 €
Docente di seconda fascia (associati) 435 2.500 – 3.500 €
Docente di prima fascia (ordinari) 248 3.500 – 6.000 €

Studenti in crescita o in calo?

Un dato che senza dubbio è un importante indicatore dello stato di salute dell’Università è quello del numero degli immatricolati: ma anche questo indicatore di base, che misura la capacità attrattiva e la vitalità dell’ateneo, è stato oggetto di curiose trasformazioni negli anni.
Un parametro di valutazione è il dato degli immatricolati (“iscritti per la prima volta al 1° anno di corso”), come da statistiche del Ministero dell’Università. A Parma dal 2017 si è deciso di comunicare non più il numero degli immatricolati, bensì il numero degli iscritti al 1° anno. Quindi, oltre alle vere “matricole”, si aggiungono coloro che per varie ragioni (burocratico-amministrative), risultano ancora iscritti al 1° anno. Tra questi, chi si trasferisce da un altro ateneo, chi non è passato al 2° anno per non aver superato esami propedeutici, ecc.
Questione di lana caprina? Non proprio.

Così facendo, il numero degli iscritti al 1° anno risulta decisamente maggiore. Di conseguenza si dà all’esterno l’immagine di un Ateneo in grande salute e fortemente attrattivo. Ma è veramente così?
Ecco allora il grafico riepilogativo, in cui si nota la differenza tra i numeri comunicati all’esterno da UNIPR (in blu – fonte sito UNIPR) e i numeri degli immatricolati come risultano nel data base del Ministero dell’Università (in arancione – fonte sito MIUR).

Come si evidenzia, fino al 2016 i dati coincidevano perfettamente. Dal 2017 la forbice si amplia.
È innegabile che ci sia stata una crescita, dal 2017 ad oggi, ma certo non così eclatante (e trionfalistica…) come la narrazione UNIPR ha voluto raccontare alla città in questi sei anni. Certo, nei dati presentati alla stampa viene sempre indicato che si tratta di iscritti al 1° anno e non di immatricolati. Ma a margine, e certamente è una informazione non raccolta dai media.

La domanda è: perché non comunicare i dati reali, dunque, così come li si comunica al Ministero? Qual è lo scopo che ci si pone, nell’aver scelto di comunicare dei numeri che non corrispondono alla categoria ufficiale delle immatricolazioni, utilizzata peraltro da tutti gli atenei italiani?

La situazione complessiva, in termini di numeri, degli studenti iscritti a UNIPR è in verità da tempo uno stato di “calma piatta”, come si evince anche dall’analisi del totale degli iscritti (dati tratti dal sito del Ministero dell’Università).

(Fonte OPEN DATA MINISTERO UNIVERSITA)

A riprova di quanto sopra affermato, si nota che in realtà il numero totale degli iscritti, in questi 20 anni, è rimasto pressochè stabile (sempre tra i 27 e i 29.000), fatto salvo il calo nel periodo 2014-2017.

Quindi, perché non affermarlo tranquillamente, invece di cercare i titoli roboanti sui giornali che dichiarano una grande crescita, sapendo che nessuno mai verificherà la corrispondenza tra le affermazioni e la realtà?

Un altro dato di grande rilievo è la capacità di attrazione degli iscritti da fuori Parma e da fuori regione: secondo gli ultimi dati, sono fortemente aumentati gli iscritti residenti a Parma, e questo rappresenta un’importante inversione di tendenza rispetto a quanto avveniva storicamente. I fuori regione iscritti al primo anno nel ‘22-’23 sono stati il 35%, un 10% secco in meno.

L’Ateneo aveva sempre fatto vanto, e giustamente, di una grande capacità di attrazione di studenti da fuori regione, e soprattutto dalle regioni meridionali. Se tanti studenti (circa 17.000 su 30.000) provenivano da fuori Parma e provincia, questo dimostrava la capacità dell’Ateneo di attrazione verso giovani che abitavano in aree distanti, i quali percepivano una forte qualità, tanto da determinare la scelta di trasferirsi dalla propria residenza per trascorrere anni a studiare in un’altra città.

In questo senso, gli atenei che esprimono caratteristiche di elevata qualità tanto da attrarre studenti da tutta Italia, e dall’estero, hanno un’utenza che li definisce di per sé “nazionali”, a differenza delle tante, piccole diverse università fondate negli ultimi decenni che raccolgono solo iscritti dalla propria provincia.

Ovviamente, questa caratteristica si traduce, dal punto di vista dell’indotto economico, in ricchezza che viene portata alla città da questi nuovi “domiciliati”, in termini di case in affitto, spese per alimentazione, abbigliamento, tempo libero, sport, cultura, ecc.
E, in ultima analisi, questo caratterizza una vera “città universitaria”, in cui una gran parte degli abitanti sono giovani che vi vivono per scelta (accademica) e non per nascita.

Ciò detto, ci si chiede: come mai quest’anno tale inversione di tendenza, cioè il pesante calo degli studenti provenienti dal sud Italia rispetto agli iscritti residenti a Parma, non abbia destato allarme, e sia passato quasi sotto silenzio. Una radicale inversione di tendenza nella storica identità dello studente UNIPR, che non ha sollevato quasi alcuna reazione.
Questi sono i numeri del 2022-23, anche solo confrontati con quelli dell’anno precedente, tratti direttamente dal sito dell’Università di Parma.

Il crollo di iscritti dal centro-sud e dalle isole (dal 22.2% al 15.1%) è ancora più evidente in quest’ultima immagine, dove si nota quanto si sia contratta la percentuale di studenti meridionali, aree dalla quale provenivano da oltre 30 anni molti degli iscritti a corsi di laurea dell’ambito medico, veterinario, ecc.
Ovviamente si tratta di un problema complesso, che presupporrebbe importanti e approfondite analisi di tipo sociale ed economico.
Sconcerta invece il silenzio successivo alla presentazione di questa sgradita situazione, quasi che non ci si renda conto di quanto tali numeri potranno influenzare lo sviluppo futuro dell’Ateneo e della città. O che li si voglia “tenere sotto traccia”, grazie anche al nessun risalto dato dai media locali sul tema.
Tuttavia sarebbe utile guardare anche al futuro che vedrà un calo demografico della popolazione giovanile e all’interno di questa una crescita dei nuovi italiani (1/6 dei bambini che nascono oggi) con i tanti addentellati che comporta, primo fra tutti, il basso reddito delle famiglie di provenienza e, dunque, una minor propensione all’iscrizione universitaria.
Questo potrebbe incidere, anche nel breve termine, sulla sopravvivenza di alcuni corsi di laurea (al momento sono 102 all’Unipr).
Si sta innestando inoltre una questione maschile, che non è solo parmigiana ma su scala nazionale e internazionale. La popolazione studentesca vede ormai una prevalenza femminile (60-40), come se i maschi avessero meno interesse a frequentare l’Università. I motivi sono da indagare e, come per altri aspetti, ci ripromettiamo di tornarci sopra. Una delle cause può essere il fatto che la laurea (o, meglio, le lauree in alcune discipline) non siano più foriere di carriera o reddito elevato.

Il problema degli alloggi: cosa è stato fatto finora?

Sul problema degli alloggi per gli studenti universitari si è aperto un ampio dibattito, a seguito delle “proteste delle tende” da parte degli studenti in tutta Italia che hanno segnalato quanto incide il costo degli affitti e quanto questo problema determini un calo nella mobilità degli studenti universitari fuorisede e, comunque, un limite al principio del diritto allo studio.

Il problema è stato segnalato anche da parte di tanti studenti universitari fuorisede che abitano a Parma, e su questo tema sono emerse posizioni molto diverse e interpretazioni opposte, circa l’impegno che l’ateneo avrebbe espresso in questi anni per affrontare il problema.

Che il tema abbia toccato un “nervo scoperto” è apparso evidente dallo scambio epistolare pubblico, insolitamente bellicoso, tra l’ex Pro rettore all’edilizia Carlo Quintelli e l’attuale Rettore Paolo Andrei sul mancato intervento al Campus.

Senza dubbio può apparire paradossale che il Campus di via Langhirano, a differenza di quanto avviene in tali contesti a livello anglosassone ma anche in Germania in Spagna e in alcuni casi in Italia non ospiti residenze per studenti, e anche magari per visiting professor (in crescita e con nessun servizio alloggio a disposizione). I pochi tentativi effettuati dal 1990 ad oggi sono naufragati, anche per l’aperta opposizione di coloro che ritengono che il Campus debba restare una cittadella dedicata solo allo studio e alla ricerca, e non sia destinata anche alla residenza di coloro che studiano in Ateneo.

Clamoroso, ma poi dimenticato, il caso della sede del Plesso di Matematica, al Campus, che a inizio anni 2000 fu progettato, costruito e addirittura arredato per essere una residenza per studenti, costituito da mini alloggi individuali (camera, angolo cottura, bagno e balconcino per ognuno) e spazi studio comuni. Mai inaugurato come residenza, gli alloggi furono poi ri-convertiti e diventarono studi per docenti dell’area di Matematica.
Segno che l’opposizione, proveniente da una parte dell’Ateneo, alla costruzione di alloggi per studenti all’interno del Campus non è certamente di oggi.

È evidente che, se è vero che l’Università di Parma vede una percentuale tuttora elevata di studenti non residenti (circa 17.000), è altresì vero che negli ultimi vent’anni il numero dei posti-letto offerti da Ergo (l’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario) è rimasto pressoché invariato (circa 650), e che questa situazione inevitabilmente fa lievitare il prezzo dei posti-letto offerti da privati.
La diminuzione degli studenti fuorisede può spiegarsi anche così. Mantenere una ragazza o un ragazzo all’Università è una spesa impegnativa per le famiglie. Se i prezzi salgono a dismisura è probabile che le famiglie del cosiddetto ceto medio non riescano più ad affrontarli.
L’argomento è stato molto dibattuto tra i tre candidati nell’unico confronto pubblico avuto, organizzato dai sindacati Cgil, Cisl e Uil, che hanno evidenziato tre piste diverse per raggiungere l’obiettivo – da raccomandazione europea – del 20% dei posti letto per gli studenti fuori sede.  A Parma vorrebbe dire 3.600 posti. Purtroppo a tutt’oggi non si intravedono soluzioni concrete né progetti a breve termine che possano risolvere questa situazione.

Sono programmati da anni i progetti relativi all’ex carcere di San Francesco (87 posti letto previsti) e l’ex convento dei Cappuccini – S. Caterina, in Oltretorrente (acquisito vantaggiosamente da un’asta. Ora c’è da affrontare la ristrutturazione. Si prevede di ricavare 61 posti letto, al costo complessivo di 13,5 milioni ma la richiesta di finanziamento statale – 8.446.000 euro – pare essere ancora in fase di valutazione da parte del Ministero). Proprio su questo aspetto si è scagliato Montepara che, citando i dati dell’ufficio tecnico, ha asserito che se “il costo è di 243mila a posto letto, allora si fa prima ad andare sul mercato ad acquistare alloggi”. Dopo aver stigmatizzato l’inconcludenza del “Fondo affitti garanzia”, una delle misure pensate da “Parma città universitaria” (ne parliamo dopo) che ha visto solo 2 appartamenti messi a disposizione da privati, Montepara ha esplicitato l’intenzione di coinvolgere Confedilizia, Ania e piccoli proprietari per affrontare di petto la questione. Per Rainieri “il Tavolo interistituzionale è da riattivare, con una progettualità per recuperare alloggi da vari enti. Chiederei con forza fondo statale per approccio diritto allo studio per studenti fuori sede. La residenza universitaria deve rimanere in gestione pubblica”. Martelli ha annunciato che l’Università ha opzionato 70 posti letto in una struttura in disuso di Ad Personam, da trasformare in studentato. E nel medio termine si sta valutando un intervento pubblico privato per ristrutturare il complesso di San Luca degli Eremitani. Tuttavia sul lungo termine Martelli ritiene che “Parma dovrebbe avere 3.600 posti letto per studenti fuori sede, il 20% secondo medie europee, e questo si può ottenere solo con interventi di privati”. Un impegno visto come necessario poiché “avremo un calo per denatalità e dobbiamo continuare ad essere attrattivi”.

Per ora il problema degli alloggi per gli studenti universitari resta un nodo insoluto, e senza avvisaglie di soluzioni a breve, per il prossimo anno accademico.

Parma città universitaria

“Parma città universitaria” è una convenzione-quadro tra Università e Comune, stipulata nel 2016 dagli allora rettore Borghi e sindaco Pizzarotti, per avviare un rapporto istituzionale tra Università e città, mai avuto prima. Si formalizzò un Tavolo periodico di confronto tra i rappresentanti delle due realtà, con il coinvolgimento attivo anche degli studenti. Venne aperto il Welcome point dell’Università, punto di informazioni per studenti, cittadini e turisti attiguo al Ponte Romano. Il progetto si ampliò coinvolgendo anche alcuni comuni limitrofi. Questo impulso è via via scemato e ora l’accordo langue.

Il sindaco Guerra non ha assegnato la delega dei rapporti con l’Università, avocando a sé questo ruolo, il che non è certamente un’impresa facile, considerando i mille impegni del vertice politico; la situazione sembra per ora ristagnare, senza proposte realmente innovative da nessuna delle due parti.

Il complicato rapporto con l’Ospedale

Dopo il terremoto dell’inchiesta Pasimafi che scosse l’Università e l’Ospedale nel maggio del 2017, in cui si susseguirono indagini della Procura, denunce, accuse di corruzione, arresti, titoloni di testate nazionali, e che di fatto si concluse con le dimissioni del Rettore Borghi e, dopo 10 mesi, con il suo suicidio, i rapporti tra università e ospedale si sono attestati in una sorta di “lavoriamo senza disturbarci reciprocamente”.

I conflitti sorti sei anni fa paiono scomparsi nel nulla, una cortina di oblio è caduta sui protagonisti di quella tragica stagione, la linea di comportamento pare essere quella di dimenticare quanto accaduto e lasciare che eventuali problemi vengano affrontati in contesti riservati. Come spesso accade nella Petite Capitale.
Eppure è una storia che andrà riscritta, perché in attesa dell’esito dell’ultimo processo (in cui peraltro i reati imputati sono fortemente ridimensionati) va registrata l’assoluzione e archiviazione dei fatti per la gran parte dei protagonisti, a partire dal professore Guido Fanelli. Qui un articolo del Dubbio del novembre scorso.

Oggi sul tavolo c’è una questione non proprio marginale. In dirittura d’arrivo ci si è accorti che la fusione tra AUSL e Azienda Ospedaliero-Universitaria non è consentita dal DLgs 517/99. Il processo avviato un anno fa dalla Regione e dagli attori locali, per addivenire ad una unica grande azienda sanitaria su base provinciale con ruolo universitario ridimensionato, ha subito uno stop semplicemente perché la legge lo impedisce. Lasciamo gli interrogativi aperti, sul come si è arrivati a questo punto, registrando come, per uscire dal buco, si pensi ad una forma di sperimentazione istituzionale.

Le attese dei docenti

L’Università italiana è sottofinanziata. Questo è il dato di fondo che emerge dall’ascolto dei docenti universitari, specialmente quando si fanno i paragoni con gli atenei esteri. Un problema cronico. Più attuale e stringente è la difficoltà crescente nel fare ricerca. A parte i fondi PNRR rivolti a sostenibilità e innovazione tecnologica, peraltro non idonei per tutti, i docenti lamentano un venir meno delle risorse strutturali dal finanziamento statale. Di converso si aprono le opportunità dei bandi europei. Tuttavia la partecipazione a tali bandi comporta un appesantimento degli oneri burocratici e, per l’ateneo parmigiano, si avverte l’assenza di una struttura di supporto ad hoc, tecnico-amministrativa interdipartimentale.

Un altro elemento, ritenuto giusto e doveroso ma vissuto con fastidio, è il sistema di valutazione nazionale dei docenti che, per molti, risponde a uno schematismo rigido, da riformare.

Tra i docenti interpellati per questa inchiesta non emergono altri aspetti prioritari e condivisi per migliorare la vita universitaria. Vi sono rimostranze, più che accuse, su carenze e stato degradato degli immobili, su presunti casi di nepotismo e sul permanere di atteggiamenti baronali. Ma il confine è labile con le maldicenze.

Sul ruolo dell’Università c’è chi lamenta un venir meno del “Pensiero critico” e un proliferare di lauree ad honorem.

Quel che è certo è che le delibere del consiglio d’amministrazione e gli atti del rettorato sono pubblici e, quando si tratta di investimenti, hanno la loro rilevanza anche sul tessuto cittadino, eppure – una volta esaurito il periodo elettorale – non finiscono quasi mai sotto la lente del dibattito.
D’altronde l’Università non è il Comune, non c’è un’opposizione e dei mass-media che svolgano attività di controllo, che pongano richieste di chiarimento, per cui tante cose rimangono sottotraccia.

I candidati in lizza

Vediamo di saperne qualcosa in più dei 3 candidati. Sul sito dell’Università potete trovare curriculum e programmi. Come detto li riportiamo qui per ordine di presentazione della candidatura.
I tre hanno visioni senz’altro molto distinte su come guidare l’ateneo verso il futuro, che derivano dall’essere docenti con una forte specificità personale, pur avendo tutti un percorso e storia professionale tutte interne all’Ateneo parmigiano. E nei programmi, ma anche nel diverso stile comunicativo dei 3 candidati, queste differenze emergono fortemente. Un dibattito che rende la diversità delle idee e degli approcci è stato organizzato dai sindacati Cgil, Cisl e Uil e la registrazione è qui .

54 anni, fidentina, marito imprenditore, 2 figlie, docente di Fisica Tecnica Industriale nel Dipartimento di Ingegneria e Architettura, Sara Rainieri ha avuto modo, dal 2013 ad oggi, di ricoprire anche rilevanti ruoli di gestione, prima come delegata all’orientamento con il Rettore Borghi, poi come prorettrice alla didattica e ai servizi agli studenti con il Rettore Andrei.
Parole d’ordine: innovazione, servizi, partecipazione, apertura, inclusione, trasparenza e ascolto.
Pro Solare ed entusiasta, conosce bene la macchina amministrativa e ha gestito in prima persona il processo di valutazione della qualità dell’Ateneo, condotta dagli esperti dell’Agenzia nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), che nell’aprile 2019 hanno accreditato UNIPR come ateneo di fascia A. Ha coordinato il progetto Parma Città Universitaria per creare un modello di comunità a misura di studente.
Contro venendo da un mandato a supporto del rettore Andrei, in diversi non colgono la reale alternativa che vorrebbe portare. Allo stesso modo è docente nel dipartimento diretto da Montepara e difficilmente può avere lì una sua base elettorale.

Paolo Martelli, parmigiano, 63 anni, 2 figli, docente di Clinica Medica Veterinaria, già Direttore del Dipartimento di Salute Animale e dell’Ospedale Veterinario Universitario, oltre a una lunga carriera di docente e una rilevante attività di ricerca (pubblicazioni e congressi) ha anch’egli avuto importanti ruoli di gestione amministrativa in Ateneo: membro del Nucleo di Valutazione, Prorettore all’Edilizia con il Rettore Ferretti, e da ultimo Prorettore vicario, a fianco del Rettore Andrei, per 6 anni.
Parole d’ordine: umiltà, equilibrio, coraggio, solida esperienza.
Pro Garantisce continuità col rettore Andrei, il cui mandato è generalmente apprezzato, essendo stato il suo più stretto collaboratore (nella convinzione che questo sia letto positivamente in certe aree dell’ateneo e della città). Ha una profonda conoscenza della macchina universitaria.
Contro Rischia di pagare scelte contestate, come quella del direttore generale, che hanno prodotto un clima teso e demotivazioni tra il personale tecnico-amministrativo.

Antonio Montepara, abruzzese, 62 anni, 2 figlie, ingegnere civile, docente di Strade, ferrovie e aeroporti alla facoltà di Ingegneria, importanti attività scientifiche e collaborazioni internazionali alle spalle. Tra le sue esperienze gestionali interne, è stato Preside della Facoltà di Ingegneria e Delegato per l’edilizia a fianco del Rettore Occhiocupo. Non è la prima volta che Montepara si candida al ruolo di rettore: nel 2013, alla tornata elettorale che vide poi la vittoria di Borghi, si presentò e raccolse 149 voti (quorum era allora 534). Si ritirò alla seconda votazione.
Parole d’ordine: internazionalizzazione, ricerca e apertura esterna, “università come motore dello sviluppo sociale, economico e tecnologico”, innovazione e capitale umano su cui investire.
Pro Caparbietà, decisionismo, e un savoir faire che al Campus trova un buon ascolto.
Contro gli viene imputata una certa sbrigatività (che Montepara rimpalla al mittente, spiegando di non aver ricevuto alcun rilievo dai revisori sull’attività del Dipartimento che dirige). Un inciampo nella sua carriera è stata la sanzione della Corte dei Conti, passata in giudicato dalla Cassazione nel 2019, per aver svolto tra il 2007 e il 2011 attività extra professionali non autorizzate dall’Ateneo. Prima si poteva non comunicarlo, poi il DL Brunetta, n. 165/2001, impose di chiedere l’autorizzazione. Questione controversa, che riguardò molti docenti in tutta Italia, con fattispecie diverse. Dopo la sentenza definitiva, Montepara sta versando all’Università i compensi ricevuti non autorizzati. Partita chiusa.

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Nuovo Tardini al bivio: rigenerazione sostenibile o cementificazione affaristica?

Cresce l’attesa per il progetto e per il piano finanziario definitivo del nuovo stadio.
Le ultime “condizioni” dettate dalla Giunta comunale al Parma Calcio: breve ripasso e considerazioni

di Marco Ferrari e Stefano Secchi

Ricapitoliamo gli ultimi principali avvenimenti

Il 23 marzo scorso viene presentata al Sindaco una petizione popolare, corredata da 8.241 firme, che chiede la conservazione e ristrutturazione dello stadio. È firmata daI Comitato Tardini Sostenibile e da una ventina di associazioni tra cui NoCargoParma, Parma città pubblica, le sezioni cittadine di Fiab, Fai, Legambiente, Italia Nostra, Fridays for Future, WWF.

Con circostanziate motivazioni si chiede che venga rimessa in discussione la dichiarazione di “pubblico interesse” in merito al progetto di riqualificazione del Tardini presentato dal Parma Calcio e già votata dal Consiglio comunale. In più, si chiede che venga garantito il mantenimento in attività della scuola Puccini-Pezzani che il precedente progetto dei vecchi padroni del Parma voleva demolire.

Il 30 marzo si riuniscono le commissioni competenti per discutere di due documenti: la petizione popolare e una mozione (datata 27 marzo) dei gruppi consiliari di maggioranza che, se approvata, impegna il Sindaco e la Giunta a fornire al Parma Calcio “alcuni precisi indirizzi per il prosieguo del procedimento, affinché il progetto definitivo, oltre a corrispondere alle condizioni e prescrizioni già emerse in Conferenza dei Servizi preliminare, si adegui alle seguenti condizioni…

Seguono 12 “condizioni” (dette anche “paletti”) che, per la maggioranza consiliare, sono una sintesi stringente delle richieste emerse dal dibattito e dal percorso partecipativo degli ultimi mesi. Per il Parma Calcio la mozione segna un definitivo stop al progetto preliminare che, anche se già in parte modificato, prevedeva la demolizione quasi completa dello stadio e un rifacimento ex novo. Adesso quello definitivo dovrà tenere in considerazione questi 12 paletti per superare le criticità emerse circa gli aspetti “architettonici, economici e di sostenibilità”.
A suscitare timori e riprovazione, che paiono condivisi dai cittadini firmatari della petizione e dai consiglieri comunali di maggioranza, è la durata di 90 anni della concessione al privato, l’americano Krause.
Il 3 aprile si riunisce il Consiglio comunale che approva la mozione a larga maggioranza. Viene però appurato in via definitiva che il “pubblico interesse” non doveva essere votato dal Consiglio, come avvenuto nel gennaio 2022, bensì dalla sola Giunta.
Il 5 aprile si riunisce in gran fretta la Giunta comunale che fa integralmente proprie le 12 “condizioni” della mozione (diventate 11 per l’accorpamento di due) e ratifica con valore retroattivo la dichiarazione di “pubblico interesse”, necessaria per far continuare l’iter amministrativo del progetto del Parma Calcio.

Analisi delle ”condizioni”

Abbiamo per comodità dato un numero progressivo agli 11 punti che nella delibera della Giunta (delibera 119 del 5/4/23) vengono elencati come “indirizzi e condizioni”.
Iniziamo con le “condizioni” più importanti ai fini di determinare gli interventi di “riqualificazione”.


Demolire o riutilizzare? Rifare o risparmiare?

Quinta condizione
sostenibilità economico-finanziaria della proposta, rifunzionalizzando gli elementi della costruzione che possano essere utilmente conservati, con conseguente riduzione del costo dell’investimento iniziale”.
Sesta condizione:
sostenibilità ambientale, con l’applicazione del principio del riuso e della rigenerazione urbana, affinché sia garantito il massimo tasso di recupero e riciclo delle acque e degli elementi della costruzione che abbiano ancora vita utile sotto il profilo strutturale, e non confliggano con il punto successivo (il neretto è nostro, ndr), non siano ingiustificatamente sottoposti a demolizione, a partire dalla tribuna del cosiddetto Petitot
Settima condizione:
sostenibilità sociale, mediante l’incremento del comfort degli spettatori, in particolare quando rivolto a garantire la piena accessibilità ad ogni nuovo servizio a tal scopo programmato ed individuare spazi idonei ad ospitare persone con ridotta capacità motoria e/o sensoriale ed i loro accompagnatori. Aumentare la distanza delle parti edificate dello stadio dagli edifici circostanti (il neretto è nostro, ndr), allo scopo di incrementare la visuale libera e migliorare il comfort abitativo dei residenti con affacci prospicienti lo stadio”.

Ottime intenzioni, ma emerge evidente una contraddizione. Come si fa ad “aumentare la distanza delle parti edificate dello stadio dagli edifici circostanti” con “l’applicazione del principio del riuso”? Non si possono “spostare” tonnellate di cemento armato come se il Tradini fosse un enorme struttura fatta con i Lego. Bisogna per forza demolire delle “parti edificate dello stadio” e ricostruirle un poco più vicine al campo.
Ci riferiamo in specifico alle curve, nord e sud, che hanno “ancora vita utile sotto il profilo strutturale”.
Ci troviamo di fronte a un cortocircuito: nella Quinta e nella Sesta condizione la Giunta si preoccupa dei costi ed esorta al risparmio: bisogna “rifunzionalizzare”, “riusare” garantire il “massimo tasso di recupero” dare “nuova vita” agli elementi strutturali esistenti dello stadio per evitare “ingiustificate demolizioni”. Ma nella Settima da il permesso di demolire con lo scopo di “migliorare il comfort abitativo dei residenti”. Quindi il miglioramento del “comfort” dei residenti per la Giunta giustifica la possibilità di demolire e giustifica di conseguenza un aumento dei costi economico-finanziari. È questa una zona d’ombra della delibera che dovrà essere chiarita dall’Amministrazione quando saranno presentate dal Parma Calcio le possibili ipotesi tecniche.

Parcheggio sotterraneo

Ottava Condizione:
garanzia delle più rigorose verifiche tecnico scientifiche circa la realizzazione di un eventuale parcheggio sotterraneo, al fine di evitare qualsivoglia interferenza negativa di tale opera”.
L’aggettivo “eventuale” significa che “può avvenire o no a seconda degli eventi” (Treccani). Il Comune fa un passo indietro, rinuncia alla decisione politica, lascia decidere ai tecnici. Nei fatti l’unica area dove si può scavare è quella tra la rotonda del Petitot/cancellata di entrata e la tribuna.
Se le ruspe non trovano resti archeologici o non si rischia di fare danni alle fondamenta delle case vicine….si può fare.
Un parcheggio nei pressi del centro storico è un attrattore di traffico. È dunque controverso e confligge con la strategia “Parma Climate Neutral 2030” che il Comune si è impegnato ad attuare puntando, tra le altre cose, alla dissuasione dell’utilizzo delle autovetture. In più significa autorizzare un’irreversibile cementificazione sotterranea in un’area monumentale della città. Una zona, quella tra l’entrata dello stadio con i suoi filari di tigli, pensata dal punto di vista architettonico-urbanistico come parte integrante della raggera di strade alberate che formano Piazzale Risorgimento e che ruota appunto attorno al Casinetto del Petitot.

Il parcheggio sotterraneo (la prima ipotesi era di 160 stalli) comporterebbe non solo l’abbattimento dei tigli secolari ma impedirebbe la piantumazione di veri alberi: si dovrebbe ricorrere ad alberelli in vasca. In più le rampe di accesso e uscita impatterebbero in un contesto di viabilità già molto critico.
Riguardo a questa zona la Sovrintendenza sta per decidere come formulare il dispositivo di vincolo, che riguarda anche l’originale tribuna d’onore (vedi foto) tuttora in parte esistente ma inglobata nella struttura della tribuna Petitot.


La concessione: il “paletto” economico che ha fatto e farà molto discutere. Quale sarà il punto di equilibrio?

Seconda condizione:
consistente e sostanziale riduzione della durata della concessione, anche con l’introduzione di clausole funzionali a contingentare eventuali correttivi che, in corso di vigenza, possano estendere la durata della stessa o incrementare gli spazi dedicati ad attività commerciali”.

Il progetto preliminare di cui si discute (del maggio del 2021), che proponeva uno Stadio completamente nuovo definito dal sindaco Guerra un’astronave (foto), è stato in parte modificato prima del Percorso partecipativo (gennaio 2023). In ogni caso si tratta di uno stadio moderno da quasi 100 milioni di euro, ma fuori misura per la città e con le caratteristiche peculiari di un investimento immobiliare privato da far funzionare tutto l’anno (negozi, parcheggi, ristoranti, concerti, eventi… eccetera). Una sola cosa è certa: più dollari spenderà Krause, più il Comune (cioè noi cittadini) dovrà restituire in contropartite per rendere appetibile/sostenibile l’investimento.

Infatti la demolizione e rifacimento ex novo ha portato alla richiesta di una concessione dalla enorme durata di 90 anni. Lunghezza purtroppo prevista dalla Legge stadi per “assicurare adeguati livelli di bancabilità” ma che aliena un bene comune per un tempo inimmaginabile (e se poi tra 50 anni lo stadio andasse in parte rifatto?). Una sua “consistente e sostanziale riduzione” è possibile solo con una rigorosa applicazione della Quinta e della Sesta condizione che invitano, come abbiamo visto, a conservare e rifunzionalizzare il più possibile l’esistente per diminuire i costi (a parte la contraddizione di cui sopra).

Quindi Il problema è: quale sarà il punto di equilibrio che rende sostenibile la spesa del Parma Calcio in rapporto alla durata della concessione? Se la concessione scendesse a 60, oppure a 40, o a 30 anni, cosa significherebbe in termini di investimento? Ad esempio: se sono 60 anni si demoliscono e ricostruiscono le curve coprendole, si scava il parcheggio e si riducono le aree commerciali…se sono 30 si fa solo il parcheggio, la copertura delle curve e un solo ristorante… Solo il progetto e il piano finanziario definitivo indicheranno le possibilità.
In questo orizzonte si è da poco inserito l’acquisto dell’ex Direzionale Parmalat di Collecchio e di vasti terreni adiacenti che, uniti al Centro sportivo rappresentano per Krause un grande investimento polifunzionale. Non sappiamo se Collecchio può, in un certo senso, controbilanciare un ridimensionato intervento sul Tardini.


Traffico, inquinamento e commercio

Terza condizione
individuazione di spazi commerciali con valenza meramente residuale rispetto all’intervento complessivo, e comunque compatiibili con le realtà commerciali già presenti nell’area circostante, nonché introduzioni di aree con funzioni complementari e specializzate, quali ad esempio medicina ed attività sportive, museo dello sport, spazi esterni attrezzati ed aperti al pubblico, con incremento dell’equipaggiamento vegetazionale , tali da rendere lo Stadio un luogo fruibile all’intera comunità, pur mantenendo salda la propria vocazione sportiva

Nona condizione
applicazione dei più moderni metodi per la produzione di energie rinnovabili affinché il nuovo Stadio non solamente sia Near Zero Energy Building, ma possa anche rappresentare il fulcro dei una comunità energetica con ricadute vantaggiose per il contesto sociale sotto il profilo della sostenibilità economico-finanziaria ed ambientale

Undicesima condizione
introduzione di strategie funzionali a ridurre l’impatto degli eventi sportivi sulle aree di transito cittadine, con gestione e controllo del flusso veicolare, residenziale e di tifoseria oltre che con regolamentazione della sosta per i mezzi di trasporto

Osservando la foto qui sopra si vede come il Piazzale Risorgimento è uno dei punti nevralgici della città. Il crocevia degli assi fondamentali della viabilità dove transitano decine di migliaia di mezzi al giorno. Il Tardini sembra essersi fatto largo a spallate tra i palazzoni.
E quando ci sono le partite la città è spezzata in due con un notevole disagio per tutti.

Sembra difficile parlare di “sostenibilità ambientale” riguardo a un progetto che vuole fare dello stadio un luogo che vorrebbe attirare migliaia di automobili per 365 giorni all’anno? Parcheggio sotterraneo, medicina sportiva, negozi, ristoranti…. (e c’è già un plesso scolastico con 630 alunni).

Il sindaco Guerra metteva al primo punto del suo programma: “Vogliamo migliorare le condizioni di vita del nostro territorio, ispirando la nostra azione alla piena sostenibilità ambientale… affrontando in maniera sempre più determinata il tema della qualità dell’aria, della transizione ecologica…”.

In quest’ottica per far diventare il nuovo Tardini un polo multifunzionale “green” dovrebbe essere istituita un’area pedonale con ztl limitrofa, piste ciclabilie un nuovo piano del traffico all’altezza della situazione, non sarà certo sufficiente dire che le coperture producono energia con il fotovoltaico.
Oltre a quel poco che si potrebbe ricavare sotto le gradinate o le tribune, la possibilità di edificare nuove strutture per trovare spazio alla parte commerciale dell’operazione, come ristoranti e negozi, sembra molto ristretta. Rimane solo la “piazza” tra i cancelli e la tribuna Petitot, adesso adibita a parcheggio “tecnico” nei giorni di gara (spazio fondamentale anche per avere la licenza Uefa). Ma per costruire bisognerebbe probabilmente realizzare il parcheggio sotterraneo.

Scuola salva

Quarta condizione
salvaguardia del plesso scolastico Puccini-Pezzani, garantendone il pieno mantenimento in servizio anche con la pianificazione dei relativi interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria”.


Cantiere molto impattante, ma si giocherà comunque al Tardini

Decima condizione
sostenibilità dell’impatto del cantiere, anche in considerazione delle peculiarità urbane del contesto, con eventuale programma di esecuzione per fasi successive che consenta il mantenimento delle manifestazioni sportive durante le fasi di cantiere nonché una riduzione dei disagi legati alla esecuzione dei lavori sulla popolazione residente e sulle attività delle strutture scolastiche collocate in prossimità dello Stadio”.
Di recente Luca Martines, il Managing Director Corporate del Parma Calcio ha detto che per la prossima stagione, sia che la squadra rimanga in serie B o sia promossa in A, le partite si giocheranno tutte al Tardini, rassicurando i tifosi riguardo ad ipotesi che prevedevano l’individuazione di stadi alternativi. Viene così confermata implicitamente l’esecuzione dei lavori a stralci.


Sobrietà, mai più astronavi!

Prima condizione:
rispetto del valore identitario dello Stadio, con la conservazione del nome “Ennio Tardini”, e della tradizione sportiva della città di Parma nonché una più organica integrazione nel contesto affinché l’architettura sia congruente con la cornice e possieda caratteri di sobrietà sia nei tratti distintivi dell’immagine complessiva dell’intervento che nell’impostazione dell’impianto tipologico”.
In Comune hanno impiegato quasi due anni per passare dallo stadio-astronave alla sobrietà. Meglio tardi che mai. Ma aspettiamo il progetto definitivo e le inevitabili discussioni che susciterà. Riusciranno alla fine i parmigiani a trovare il giusto equilibrio tra interesse pubblico e interesse privato?

Credits foto:
- foto 1 e 2: Parmacalcio – Nuovo Stadio di Parma – Dossier di progetto (dicembre 2022)
- foto 2: Progetto Stadio Tardini – Studio Zoppini Architetti (maggio 2021)
- foto 3: DerbyDerbyDerby.it

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