A Langhirano, da tre anni, un’area ex-industriale è piena di macerie. C’è un rischio ambientale?
A Langhirano, ai bordi del centro storico, (vedi su mappa) c’è un’area recintata con la presenza stimata di 24.000 tonnellate di macerie edili. (È accertato che il volume dei materiali presenti sia di 13.500 metri cubi, e la densità media del materiale da demolizione è di 1,8 tonnellate a m3). Le macerie derivano da uno stabilimento demolito nel febbraio 2023. In seguito l’area è stata sequestrata dalla Procura della Repubblica di Parma per indagini e poi dissequestrata a fine 2023. Da allora è tutto fermo.
Macerie con amianto e cromo
Il dubbio che aleggia è se queste macerie siano pericolose oppure no.
Se fossero semplici materiali inerti sarebbe solo una bruttura estetica, dato che non sono nemmeno coperte da teloni. Il problema è che, probabilmente, quelle macerie serbano ancora al loro interno amianto e cromo, due elementi ad alto potenziale tossico e cancerogeno.
Le analisi chimico-fisiche sono state fatte due anni e mezzo fa (giugno 2023) ed hanno accertato la presenza di amianto e di cromo in due dei cinque lotti in cui è stato suddiviso il materiale, bloccando di fatto il cantiere sussistente. Le analisi Arpae attestarono la presenza di crisotilo (un tipo di amianto) nel lotto 2 in quantità di 15 mg/kg e nel lotto 4 in quantità di 10 mg/kg. Inoltre, in un altro campionamento, è attestato un frammento di canna fumaria con presenza di crisotilo e crocidolite (altro minerale di amianto), dunque rilevando l’amianto in tre punti nel complesso.
Arpae nella sua scheda di analisi conclude che “per una classificazione di pericolosità il quantitativo di amianto deve essere superiore a 1000 mg/kg”. È opportuno specificare che si tratta di un valore di soglia per la contaminazione di suolo e sottosuolo e non per la salute delle persone. Le analisi furono effettuate al fine di classificare le macerie in materiali riutilizzabili o in rifiuti e non per la sicurezza sanitaria.
Lo stesso discorso vale per la presenza di cromo, rilevata dalla ditta Search, incaricata delle analisi del materiale sequestrato. Il cromo è rilevato in 127 μg/l (microgrammi ogni litro) quando il valore limite è 50 μg/l . E infatti il giudizio rilasciato attesta “Per il parametro Cromo si può affermare che il campione non rientra nei limiti di accettabilità fissati dal DM 05/04/2006 n.186” sull’individuazione di rifiuti non pericolosi. Una doppia negazione che equivale ad un’affermazione. Altre analisi, per conto di Arpae, sono state svolte dal laboratorio Stante e anch’esse rilevano valori sopra soglia di cromo.
In definitiva: le macerie dell’ex-Galbani vanno trattate come rifiuti speciali. Alcuni non pericolosi, altri pericolosi.
Sulla base di queste analisi la pm Zannini, incaricata delle indagini, ha disposto il dissequestro, senza altri provvedimenti correlati ritenendo l’area non pericolosa. Tuttavia qualche dubbio è lecito nutrirlo poiché, senza teloni di protezione, dalle macerie può disperdersi polvere ed è ormai noto in letteratura scientifica che non esiste una soglia minima di pericolosità per l’amianto. Basta inalare, anche accidentalmente, una singola fibra per innescare il rischio di una patologia tumorale.
Il cromo, invece, potrebbe percolare nelle falde acquifere, contaminandole.
Secondo il gruppo consiliare Vivere Langhirano, gruppo di minoranza in Comune, sulla base dei rilievi a campione effettuati da Arpae si può stimare una presenza di eternit dai 33 ai 50 kg e, per derivazione, di circa 5 kg di crisotilo nel cumulo R2 (il lotto con maggior presenza di amianto attestata). Se è vero che il valore limite per la contaminazione di suolo e sottosuolo è elevato (1000 mg/kg) ben più basso è il riferimento per l’inquinamento da amianto negli ambienti di vita (20 fibre/litro) e per l’esposizione dei lavoratori (0,1 fibre/cm3).
Dunque, quale è il rischio?
La vicenda Ex-Galbani
L’area delle macerie è denominata ex-Galbani e al solo nominarla, a Langhirano, si suscita irritazione. La vicenda è spinosa e ingarbugliata, proviamo a riassumerla.
Al margine dell’incrocio di via Roma con via Micheli, che porta al ponte sul torrente verso Mulazzano, negli anni Sessanta viene costruito dalla Galbani un maxi stabilimento per la lavorazione e la stagionatura dei prosciutti. Accanto c’è un altro prosciuttificio. Sull’altro lato di via Roma c’è la scuola elementare, sotto, verso il torrente, il campo da calcio della Langhiranese.

A fine anni Ottanta la produzione alimentare è dismessa e l’immobile messo in vendita. Nel 2012 l’Amministrazione Comunale di centrosinistra, che all’epoca guidava Langhirano, elabora il PSC che prevede una riqualificazione complessiva dell’area, con funzioni pubbliche, verde e bassa cubatura. La successiva Amministrazione, con il centrista-civico Bricoli (ancora in sella oggi, col centrodestra) accoglie un’osservazione alla variante urbanistica, da parte dell’imprenditore edile Bucci, e stralcia l’area Galbani dal PRU ampliando la cubatura da poter ricostruire. Arriviamo agli ultimi anni. L’area viene acquisita dalla società immobiliare Di.Bi.srl con l’intenzione, a quanto pare, di realizzare un nuovo centro commerciale. La Di.Bi. era di Bucci ma dopo la variante urbanistica è acquisita dall’imprenditrice Cattini, la quale gestisce il Conad e il centro commerciale Val Parma a Langhirano. A fine 2022 l’Amministrazione Comunale guidata da Bricoli autorizza la demolizione dell’ex complesso Galbani, pur in assenza di un progetto di ricostruzione che avrebbe dovuto essere correlato. Il cantiere è affidato dalla Di.Bi. all’impresa Bucci (a proposito, Carlo Bucci ha un incarico di prestigio: è presidente della sezione costruttori edili dell’Unione Parmense degli Industriali).
La grande esplosione
Il 25 febbraio 2023 un boato scuote Langhirano, e un nugolo di polvere ricopre i dintorni dell’ex-Galbani. Grandi felicitazioni all’esplosivista Coppe, per questa nuova demolizione in un colpo solo, grazie alle cariche esplosive sistemate a puntino. Tutto a posto? Non proprio. Alcuni cittadini appreso che si sarebbe proceduto a demolizione con esplosivi hanno scritto allarmati al sindaco; la loro denuncia è stata ripresa dagli allora consiglieri comunali di opposizione, Di Martino e Piovani, assieme al consigliere dell’Unione Montana, Cauzzi, che chiedevano lumi sul rischio amianto. Un’esplosione l’avrebbe disperso nell’aria. Il sindaco Bricoli è tranquillo: c’è una perizia che assevera l’assenza di amianto, nonostante la vetustà degli edifici. Tuttavia una stonatura balza agli occhi: l’attestazione nella Cila (comunicazione di inizio lavori asseverata) che assicura non ci sia amianto non è di un ente indipendente, ma della ditta proponente l’intervento, firmata dal direttore incaricato dei lavori, l’ingegnere Prevoli.
La scoperta dell’amianto
Posata la polvere, si installano i frantoi nel cantiere per macinare i residui e inizia un via vai di camion durato tre mesi. Gli inerti da demolizione, se sottoposti a opportuni processi di recupero, non sono più un rifiuto da smaltire ma diventano materie prime seconde (MPS). Un affare. La demolizione effettuata con esplosivo è infinitamente meno costosa rispetto alla demolizione con mezzi meccanici per l’abbattimento controllato delle strutture. Inoltre, se gli inerti si riescono a vendere, ci si guadagna pure. Sembra tutto regolare ma alla luce delle scoperte successive (presenza di amianto e cromo) le domande sorgono spontanee. I lavoratori che hanno trattato il materiale erano dotati dei dispositivi di protezione? Dove sono finite le tonnellate di macerie trattate prima del sequestro?
Tutto ciò va avanti per qualche mese fino a quando lo zelante agente della polizia municipale Geminiani (licenziato in tronco un anno e mezzo fa, ma questa è un’altra storia) nota tra i cumuli di macerie, anche sotto la vegetazione spontanea nel frattempo cresciuta, due tubi che sembrano in eternit (materiale a base di cemento e amianto). Denuncia in procura, intervengono i carabinieri forestali che accertano la veridicità e il cantiere viene sequestrato.
La controdenuncia
La scoperta di amianto desta scandalo e il direttore dei lavori, l’ingegnere Prevoli, che ne aveva asseverato l’assenza, fa una controdenuncia: a suo dire qualcuno nottetempo ha introdotto in cantiere quei tubi di eternit. Una lettera dell’Arpae avvalora questa tesi “è difficilmente spiegabile la presenza di questi manufatti, risultati pressoché integri nelle sue forme originali” . Arpae scrive anche che “dalle foto aeree antecedenti alla demolizione non si nota la presenza di camini sugli edifici”. Puntuali saltano fuori delle fotografie dell’ex stabilimento in cui, pur sfocata, la presenza dei camini sembra inequivocabile. È un giallo nel giallo, ma è un punto dirimente. Si sa che negli anni Sessanta la gran parte dei condotti e delle canne fumarie erano rivestite di cemento amianto, ignifugo per eccellenza, dato che ancora non era emersa la pericolosità dell’amianto.
Per appurare come siano le cose la Procura apre un’indagine, sequestra il cantiere e ordina delle analisi, che attestano la presenza di amianto e di cromo, come scritto sopra.
Il procedimento incagliato
Denuncia dei cittadini, cui si aggiunge un’altra denuncia dei consiglieri comunali, controdenuncia del direttore dei lavori. Le indagini si concentrano sull’appurare di chi sia la responsabilità della presenza di amianto e se vi è dolo. Dopo sei mesi il cantiere viene dissequestrato e nell’agosto 2024 la pm Zannini chiede l’archiviazione del fascicolo. I cittadini ricorrenti, difesi dall’avvocato Dalla Valle, si oppongono alla decisione di archiviazione e chiedono la prosecuzione delle indagini alla gip Orsi. Da quel momento non si sa più nulla. La gip non risulta si sia ancora pronunciata.
Il parcheggio temporaneo
Nel lotto d’angolo che affaccia sull’incrocio di via Roma, in base alle analisi Arpae, non sono state riscontrate presenze di materiali tossici e dunque, con un accordo tra impresa e Comune, nella primavera 2024 quell’area viene spianata, ricoperta di ghiaia e aperta a parcheggio pubblico temporaneo, tuttora in uso.


Consigliera Di Martino: “Non siamo tranquilli”
A sollevare il problema, reiteratamente, è stata la consigliera comunale di Langhirano, Federica Di Martino: «La presenza di amianto è stata accertata, così come il cromo sopra soglia, dagli enti deputati ai controlli. Ci sono le carte che lo dimostrano. Benché i quantitativi di queste sostanze siano stati valutati non pericolosi ai fini del trattamento delle macerie demolite con metodi tradizionali, noi non siamo tranquilli perché sono sostanze tossiche e potenzialmente cancerogene anche in minime quantità e sono state diffuse nell’ambiente circostante con un’esplosione. Non risultano verificati gli effetti sulla salute, per la quale non esistono limiti di tolleranza all’amianto, nè risultano effettuati rilevamenti delle polveri nell’aria.
E di fatto le sostanze nocive sono state rilevate presenti nelle macerie lasciate all’aria aperta. Inoltre sono stati qualificati come rifiuti, eppure dopo due anni e mezzo i cumuli sono ancora lì mentre l’area è rimasta sequestrata solo sei mesi nel 2023. Ci chiediamo: è un deposito autorizzato? Sono state fatte ulteriori analisi? E ancora, le macerie portate via tra febbraio e giugno 2023, posto che le analisi hanno riguardato solo i materiali ancora presenti in cantiere al momento del sequestro, erano anch’esse contaminate? E dove sono state portate?»
Sindaco Bricoli: “Materiale non pericoloso, eternit rimosso”
Il sindaco di Langhirano, Giordano Bricoli, da noi interpellato, ha rilasciato questa dichiarazione: «In merito all’area ex Galbani la proprietà sta predisponendo una proposta progettuale. La presenza di macerie nell’area è principalmente correlata al sequestro preventivo di cui è stato oggetto per molti mesi il cantiere e che ha impedito alla proprietà di pianificare l’intervento di riqualificazione. Diversamente da quanto lei afferma dagli accertamenti svolti dagli enti competenti nell’area è emerso che tutto il materiale campionato è da considerarsi “non pericoloso” ad eccezione di alcuni manufatti di eternit (canne fumarie integre) rinvenute in un solo punto su un cumulo di macerie la cui forma e posizionamento non sono state giudicate riconducibili alla demolizione del fabbricato. Questi ultimi manufatti sono stati comunque subito rimossi con le modalità prescritte dalle normative vigenti.
L’area è stata oggetto di diversi controlli a seguito dei quali l’autorità giudiziaria ne ha disposto il dissequestro senza prevedere alcun tipo di intervento (es. coperture) e autorizzando il libero utilizzo da parte del proprietario pertanto, si ritiene che la stessa sia in condizioni di sicurezza.
Auspico che rispetto alle errate informazioni fatte circolare da diverse fonti in merito a questa area il suo articolo possa ricondurre l’informazione ai fatti oggettivi».
Situazione in stallo. Servirebbero nuove analisi?
Abbiamo posto delle domande anche alla proprietà (Di.Bi. srl) e pubblicheremo la risposta se dovesse giungere.
Uno dei problemi starebbe nello smaltire i materiali inerti che, in base alle analisi sono contaminati da amianto e cromo e non possono essere più trattati come materia prima seconda, ma da considerare rifiuti. Il loro smaltimento in discariche speciali, dati gli ingenti quantitativi, potrebbe costare fino a qualche milione di euro.
A distanza di tempo il buon senso suggerirebbe di ripetere le analisi per accertare eventuali modifiche nella presenza di amianto e cromo, e con quali potenziali effetti, per scongiurare rischi per la salute dei cittadini e per l’integrità dell’ambiente.
Francesco Dradi




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