Comincia a serpeggiare un certo nervosismo tra i facchini scaricati da Kamila. Ieri sera si è tenuta un’altra assemblea dove i sindacalisti di Adl Cobas, Stefano Re e Tiziano Ghidelli, hanno relazionato sullo stato della situazione dopo l’ultimo incontro con Md Service (che ha in carico il personale del magazzino Kamila). Qui gli ultimi articoli (4 luglio; 26 giugno; 10 giugno)
Martedì prossimo, nuovo incontro di trattative in Regione
«C’è qualche timido segnale di apertura ma siamo ancora distanti da condizioni accettabili» ha detto Stefano Re annunciando un nuovo round di negoziati al tavolo di crisi istituzionale, «in Regione, martedì prossimo», convocato dall’assessore al lavoro, Paglia.
In assemblea si coglie la volontà dei lavoratori di arrivare ad un accordo. Ma non a tutti i costi. Non per un piatto di lenticchie. La dead line dell’8 agosto, quando scatterà il licenziamento collettivo, si avvicina e le offerte di Md – Kamila sono sempre risicate e lasciano malcontento. «Mai più lavorerò per loro» sbotta uno che evidentemente non ha intenzione di accettare l’offerta di posti di lavoro delocalizzati.
L’azienda punta sul logoramento e la divisione dei lavoratori per risparmiare il più possibile ma i manager di MD sanno che senza accordo il conto sarebbe più salato. Tanto che l’ultima offerta avanzata al tavolo è un “contributo una tantum di 1.000 euro” come supporto alla ricerca di un alloggio per quei lavoratori che accettano il posto all’hub logistico di Kamila ad Anzola. Inoltre il monte economico per le liquidazioni degli esuberi sarebbe aumentato di 80mila euro, verso i 400mila totali.
Questi operai della logistica sono tutti immigrati stranieri, ricordiamolo, e non sono avvezzi alle dinamiche contrattuali e sindacali, non riescono a cogliere con immediatezza tutti gli aspetti e le sfumature. I sindacalisti devono ripetere più volte le condizioni sul tavolo.
Le offerte dell’azienda Md-Kamila
Al momento sono queste: 22 posti ad Anzola (Bologna) più altri 8 (o 12) a Bascapé (Milano sud). Per gli altri ci sarebbe una buonuscita di 5.000 euro o, in alternativa, cassa integrazione di dodici mesi.
Le intenzioni dei lavoratori sarebbero queste: 27 disponibilità per Anzola; 22 accettazioni di buonuscita (a cifre più elevate) con prospettiva di un anno di Naspi; in 5 accetterebbero il posto da Catone (con delle garanzie più serie); 4 o 5 andrebbero in cig, mentre i rimanenti non si sono espressi. Peraltro si è colto che una dozzina di operai, che si sono defilati, avrebbero raggiunto un pre-accordo informale con il management di Md per il trasferimento al polo logistico di Bascapé, dove sarebbero già andati in sopralluogo, con un pullmino aziendale.
Questo defilarsi di un gruppetto imprecisato è vissuto come un tradimento del fronte di lotta da buona parte dei lavoratori in assemblea (circa 40 presenti ieri sera) e si ripete più volte la parola «vergogna» verso gli assenteisti e gli aziendalisti, ma Re invita a considerare l’eventuale accordo separato «di coloro che sono amici di Md» come un’opportunità: «Se le posizioni da affrontare sono 75 invece che 87 forse si riesce a ottenere qualcosa in più».
Le richieste sindacali, a quanto pare sostenute dalla Regione Emilia-Romagna, sono queste: innazitutto arrivare a 30 posti riservati ad Anzola, con un supporto concreto per la ricerca dell’alloggio (e i mille euro stanziati, cadauno, sono ben accolti ma dovrebbero essere raddoppiati, considerati i costi delle caparre per gli affitti); in secondo luogo delineare con precisione il quadro delle garanzie che possono accompagnare i posti offerti da Catone (che sta già operando in una parte affittata del magazzino Kamila e che sarebbe disposto ad assumere fino a 25 operai in prova per 3 mesi; ma è un’offerta precaria, poco circostanziata e si vorrebbe appunto che vi fosse un automatismo per tempi più lunghi, se non proprio l’indeterminato).
Lo stallo sulla buonuscita
Sulla buonuscita, che interessa a molti che rimarrebbero a Parma alla ricerca di nuovo lavoro, le parti sono distanti. Dai calcoli effettuati dai sindacalisti si tratterebbe di una somma pro-capite di 5 o 6mila euro, mentre la richiesta sindacale è molto più alta, in ragione del fatto che sei anni fa, quando chiuse per ristrutturazione il magazzino di Anzola, ai lavoratori licenziati fu garantita una buonuscita di 25mila euro. Una cifra che viene ritenuta non avvicinabile oggi. La trattativa è comunque aperta. Il sindacato vorrebbe che la Regione spingesse su Kamila e su Coop Alleanza affinché ampliassero il plafond economico, visti i recenti buoni risultati d’esercizio e di fatturato di entrambe le aziende.
L’assenza del Comune *
In tutto questo si evidenzia l’assenza completa al tavolo di crisi in Regione, benché invitati, e nelle interlocuzioni tra le parti, dell’Amministrazione Comunale di Parma. Va precisato che il Comune non gioca un ruolo diretto nelle crisi aziendali, ma si percepisce un disinteresse politico, una mancanza di sensibilità verso la situazione di 87 lavoratori, la gran parte dei quali cittadini residenti a Parma.
Da inizio luglio il magazzino Kamila allo Spip è vuoto e i lavoratori timbrano il cartellino, entrano e si siedono in attesa che finisca il turno. Fra tre settimane tutto sarà finito. C’è ancora il tempo per raggiungere un accordo che possa quantomeno alleviare l’amaro.
*Errata corrige del cronista: Esponenti del Comune di Parma hanno partecipato in call al primo e al secondo incontro del tavolo di salvaguardia in Regione. Nessuno era presente al terzo incontro, tenutosi martedì scorso. Il Comune è comunque in costante contatto con l’assessore regionale Paglia e ha avviato interlocuzioni con operatori della logistica per sondare disponibilità a offrire posizioni lavorative.
Francesco Dradi
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/07/IMG_0033.jpg10461289redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2026-07-17 09:31:192026-07-18 16:21:53Crisi Md-Kamila, trattative avanti piano. Nervosismo tra i lavoratori. Martedì nuovo round in Regione Emilia-Romagna
Lavorare per il bene comune non fa molta notizia. Specie se si tratta di azioni quotidiane di tessitura di relazioni e di iniziative non eclatanti, anche se molto partecipate. È il caso del progetto Green Lab in corso di svolgimento al San Leonardo, promosso dalla cooperativa sociale Ecole.
Un progetto dal basso che si è finora dipanato in modo molto interessante e coinvolgente. Facciamo il punto con Valeria Monaco, educatrice di Ecole e operatrice di Parmawelfare nel quartiere San Leonardo.
Quali sono gli obiettivi di Green Lab ?
Gli obiettivi sono favorire la rete di associazioni attorno al tema del verde, che è un elemento di qualità nelle relazioni sociali. San Leonardo è un quartiere molto identitario e qui più che altrove i percorsi vanno costruiti assieme, dal basso.
Come è strutturato il progetto?
Il progetto Green Lab si è strutturato su cinque macro-azioni che stanno avendo tutte un buon esito. La prima erano incontri e passeggiate nel quartiere per fare una conoscenza dei luoghi e dell’ambiente che ci circonda. Come talvolta accade, le persone abitano in un posto ma per vari motivi (si sono trasferiti da poco oppure trascorrono molto tempo fuori casa, o altre situazioni) non ne conoscono la storia e quindi creare occasioni di incontro e divulgazione è importante e restituisce o fortifica un’appartenenza.
Le altre azioni cosa prevedevano?
La seconda azione riguardava le scuole. Erano previsti 50 laboratori, sempre di conoscenza del quartiere, e li abbiamo svolti quasi tutti con un buon riscontro dagli studenti e dagli insegnanti. La terza azione era il coinvolgimento dei ragazzi per la realizzazione di messaggi creativi e altre iniziative da inserire nella cornice di Parma Capitale dei Giovani e anche qui siamo a buon punto. È stata fatta l’iniziativa Social photo, con i ragazzi della Casa nel Parco in giro per il quartiere a documentare spazi pubblici e privati in modo da poter generare altre idee.
Il quarto ambito sono le eco-azioni, ossia iniziative concrete di ecologia per coinvolgere e far partecipare i cittadini nella cura del proprio quartiere. In questo ambito si è tenuto il concorso Orto bello, svolto da Ancescao (che ha la sede in via Milano) e aperto a tutti gli orti sociali della città. Altre iniziative sono previste come Puliamo il Mondo, in collaborazione con Legambiente, che si terrà in San Leonardo il 26 settembre.
Forse l’azione più interessante è quella che apre un percorso autonomo, di cura del verde. In cosa consiste?
Il quinto punto è la costituzione dell’Osservatorio sul verde a San Leonardo, che è un po’ il punto di passaggio che serve a dare continuità alle attività quando terminerà il progetto a fine anno. Gli Amici della Biblioteca di San Leonardo, in particolare Beppe Massari, hanno censito le 23 aree verdi del quartiere con una valutazione qualitativa della situazione in cui versano. Questo è un po’ il punto di partenza, ora si tratta di integrare le nozioni raccolte con la disponibilità dei cittadini e delle aziende per la cura del verde, ragionando su idee di come farlo nel rapporto col Comune di Parma.
Uno dei temi è quello degli sfalci selettivi, in modo da lasciare l’erba un po’ alta nel periodo primaverile, per favorire gli insetti impollinatori. Tuttavia va fatto in modo sensato e coordinato con le ditte che operano in appalto. Deve essere comunicato bene, per non assecondare la narrazione fantasiosa che l’erba alta nasconda leoni e serpenti, cosa che non è, ovviamente.
Che obiettivi vi date con l’Osservatorio sul verde a San Leonardo?
L’ambizione dell’Osservatorio sul verde è di proseguire oltre il progetto Green Lab in un modo che sia integrativo e non supplettivo all’azione dell’Amministrazione Comunale. Un modello di esperienza da studiare è quello dell’Aps Parchi Urbani che cura il parco Berio a San Lazzaro. Il censimento ha evidenziato che ci sono 23 aree verdi, per un totale di circa 220mila mq . Siccome gli abitanti del quartiere sono 26.800 e dunque il calcolo vede 8,18 mq di verde a disposizione pro-capite. Ma per vari motivi la percezione è diversa, si pensa ci sia poco verde a San Leonardo.
Avete già qualche idea su come organizzarsi?
Le idee possono essere tante, bisognerà riunire le disponibilità dei cittadini e vedere come auto-organizzarsi. Ad esempio potrebbe esserci la necessità di un corso di formazione per la gestione delle aree verdi, per capire come e cosa si può fare. Il tema degli sfalci ha bisogno di essere approfondito. Ripartiremo dagli incontri fatti, in collaborazione con alcune associazioni come Legambiente, Ada , Società parmense di scienze naturali. Uno di questi incontri era col titolo “Le foglie sporcano” perché c’è la consapevolezza che va ripensato anche un aspetto culturale del verde pubblico.
Tra le azioni rimaste ci sono due passeggiate promosse dal Manifesto di San Leonardo (Urban Trail Parma): una sarà con la cornice della “Laudato Sì”, l’enciclica di Papa Francesco, che invita a un rapporto nuovo con la natura, sull’altra vedremo, potrebbe essere un tour nelle aree verdi di quartiere.
Ci sono altre esperienze da segnalare?
Tra le varie iniziative svolte una da segnalare è l’esperienza di via Bassano del Grappa. È un progetto di riqualificazione urbana, che prevede anche interventi di desigillazione, ossia togliere il cemento e ripristinare il suolo naturale, che va avanti da tempo ed ha coinvolto in quattro incontri gli abitanti, un percorso partecipato reale con i cittadini.
Un primo passo è stato togliere un filare di piante ammalorate e sostituirle con dei gincko biloba. Adesso si tratta di fare i passi successivi per il desealing del piazzale Codroipo; il progetto è stato approvato dal Comune ed è finanziato per 300mila euro dalla Fondazione Cariparma e dal Comune stesso. Il cantiere dovrebbe partire a fine anno.
(dra.fra)
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/07/IMG_9992.jpg10671128redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2026-07-11 12:05:202026-07-11 15:09:37Nasce l’Osservatorio sul verde a San Leonardo
I dati di un monitoraggio dell’Osservatorio Lupi di Fidenza
Se in estate vediamo meno lupi, e non ne sentiamo parlare allarmati per predazioni o “avvicinamenti”, non è un caso. In questi mesi, in particolare maggio e giugno, sono proprio di meno i lupi in circolazione. Sono nati i cuccioli e la famiglia del lupo vive in un’area più circoscritta, attorno alla tana. Da luglio ricomincia l’esplorazione del territorio circostante che vedrà i suoi picchi nei mesi tardo autunnali. (Qui un breve filmato).
Lo attestano in maniera empirica, ma rigorosa, secondo i principi del citizen science, i volontari dell’Osservatorio Lupi Fidenza, afferente al WWF, che ha recentemente pubblicato uno studio di osservazione biennale (2022-2024) delle “Dinamiche spazio temporali e circadiane di una famiglia di lupi” in un’area pedecollinare del parmense occidentale.
Come si evince dal grafico riportato, nei mesi di maggio-giugno vi è il minor rilevamento di lupi (3) che raggiunge il suo massimo (10) nei mesi autunnali e invernali (novembre-gennaio).
Grafico dal rapporto “Dinamiche di una famiglia di lupi”
La famiglia del lupo
A cosa è dovuta questo andamento a fisarmonica del branco? Come ormai noto ogni famiglia di lupi si insedia in un areale dai confini abbastanza ben delimitati e lì sviluppa la sua vita con un ciclo di durata annuale. Precisazione: l’anno-lupo inizia a maggio, con la nascita della prole, e termina ad aprile con la dispersione verso altri territori dei giovani adulti (senza tralasciare l’alta frequenza di morte nei lupi, per vari motivi).
Questo andamento ciclico è confermato dal rilevamento dell’Osservatorio Lupi Fidenza.
“Lo studio si è basato esclusivamente sull’analisi dei dati raccolti tramite fototrappolaggio. Le fototrappole sono state utilizzate come unico strumento di monitoraggio, consentendo la registrazione di eventi di presenza in specifiche porzioni di territorio e in determinate fasce temporali,” restituendo “una lettura relativa e indicativa delle dinamiche spazio-temporali di una famiglia di lupi”.
L’attività di monitoraggio di questa famiglia di lupi è stata condotta in un’area della pianura Padana, fino a un’altezza di circa 200 metri. Si tratta di un territorio caratterizzato da un mosaico di ambienti agricoli e fortemente antropizzati, nel quale si alternano zone umide, aree boscate e settori di prima collina.
“Questo contesto – specifica l’Osservatorio – rappresenta un esempio significativo di paesaggio a elevata presenza umana, all’interno del quale il lupo ha progressivamente ricolonizzato nuovi spazi. Per ragioni di tutela degli animali e di riservatezza dei siti sensibili, non vengono fornite indicazioni geografiche dettagliate né riferimenti che possano consentire l’identificazione puntuale delle aree monitorate”. Allo stesso modo è importante un’altra precisazione metodologica: non sono stati utilizzati metodi attrattivi di alcun genere: “In particolare, l’impiego di esche alimentari per il fototrappolaggio dei lupi è considerato una pratica non eticamente accettabile e, inoltre, altera il significato stesso dell’attività di monitoraggio, introducendo un’interferenza diretta nelle scelte spaziali e comportamentali degli animali. L’approccio adottato si basa su un’osservazione neutra, finalizzata a documentare la presenza e i movimenti dei lupi senza condizionarne il comportamento”.
L’areale
L’areale della famiglia di lupi in esame è stato suddiviso in 12 sezioni definite “stazioni”, ognuna dotata di 3 o 4 fototrappole.
“Un primo risultato – si legge nel rapporto – emerge considerando il numero di stazioni attivate, ovvero le stazioni che hanno registrato almeno una giornata di passaggio. Nel biennio 2023–2024 tale numero varia nel corso dell’anno, passando da valori elevati nei mesi autunnali e invernali fino a una contrazione marcata in primavera e inizio estate. Il massimo si osserva in novembre (12 stazioni), mentre i valori minimi si registrano tra maggio (7 stazioni) e giugno (6 stazioni); in aprile risultano attivate 9 stazioni. Questo andamento evidenzia una contrazione dell’area utilizzata nel periodo primaverile e nelle prime fasi dell’estate, seguita da una riapertura progressiva nei mesi successivi”.
“Nel loro insieme, – prosegue l’Osservatorio – questi dati indicano che tra aprile e giugno la famiglia viene intercettata meno frequentemente su un numero ampio di stazioni. Tale andamento non deve essere interpretato come una reale assenza, ma più verosimilmente come un utilizzo dello spazio più concentrato e prudente, che riduce la probabilità di rilevamento su scala territoriale”.
Siamo nel periodo della nascita dei cuccioli, che richiede lo svezzamento e la protezione parentale. Dunque minori movimenti per alcuni mesi, fino a quando i lupetti saranno in grado di muoversi in autonomia e, a questo punto, espandersi nel territorio.
Di conseguenza “nei mesi estivi avanzati, autunnali e invernali l’aumento del numero di stazioni attivate e dei giorni di passaggio si traduce in una maggiore probabilità di intercettare la famiglia anche in porzioni del territorio più distanti dall’area centrale”.
Peraltro “nel periodo estivo, i dati mostrano inoltre una distribuzione eterogenea degli eventi tra le stazioni, con una chiara predominanza di alcune di esse. In particolare, in luglio una singola stazione concentra 23 dei 50 giorni complessivi di passaggio (circa 46%); un andamento analogo si osserva in agosto, quando la stessa stazione registra 37 giorni su 97 (circa 38%). Questa prevalenza si mantiene anche nei mesi successivi (ad esempio settembre 32 su 119, ottobre 25 su 104, novembre 29 su 106, dicembre 20 su 82), indicando una frequentazione ripetuta e non episodica di specifiche porzioni di territorio”.
“Un simile addensamento delle rilevazioni – spiegano i volontari WWF – suggerisce l’utilizzo di aree funzionali caratterizzate da permanenza o passaggi ricorrenti nel tempo. Tali aree non coincidono necessariamente con il sito di tana, ma risultano compatibili con fasi successive del ciclo riproduttivo, durante le quali i cuccioli, ormai più mobili, possono essere lasciati in punti relativamente stabili mentre il resto del branco svolge altre attività (rendez-vous site, RV). Questa interpretazione è supportata anche dall’osservazione diretta dei filmati, nei quali sono stati registrati i cuccioli della famiglia”.
Ne emerge un uso dello spazio non casuale, ma modulato stagionalmente in funzione delle esigenze biologiche della famiglia.
Animali notturni
I lupi sono animali prevalentemente notturni ma questa loro abitudine ha mutamenti durante l’anno.
Grafico dal rapporto “Dinamiche di una famiglia di lupi”
Considerando l’intero triennio la maggior parte delle registrazioni ricade in fascia notturna (60,51%). La componente diurna rappresenta il 16,69%, mentre le fasce crepuscolari contribuiscono complessivamente per il 22,81% (crepuscolo mattutino 13,01%, crepuscolo serale 9,80%). Nel complesso, oltre due terzi degli eventi (notte + crepuscoli) si colloca in condizioni di luce ridotta, delineando un profilo prevalentemente notturno/crepuscolare.
In inverno e autunno prevale in modo marcato la fascia notturna (rispettivamente 77,17% e 73,27%), con una componente diurna più ridotta (7,61% in inverno; 9,91% in autunno) e contributi crepuscolari complessivamente contenuti. In primavera e estate la distribuzione risulta più “aperta” verso le fasce luminose: la quota notturna scende a valori prossimi al 50% (primavera 48,81%; estate 49,97%) e aumenta la componente crepuscolare e/o diurna (in particolare in estate, giorno 22,50%).
L’autoregolazione del lupo
“Dal punto di vista temporale, – spiega l’Osservatorio – i dati mostrano una variazione stagionale regolare del numero di individui osservati, con un andamento simile nei diversi anni analizzati. I picchi invernali e le riduzioni primaverili-estive non indicano una crescita o una contrazione strutturale della famiglia, ma riflettono fasi diverse del ciclo vitale del branco: la nascita dei cuccioli, la loro progressiva integrazione negli spostamenti e la successiva riduzione numerica legata a dispersione e mortalità. Questa dinamica mette in evidenza meccanismi di autoregolazione e contrasta l’idea di una crescita continua e incontrollata”.
“L’analisi spaziale, condotta con particolare attenzione sul biennio 2023–2024, rafforza tale lettura. – concludono i volontari WWF – Nel complesso, i risultati contribuiscono a ridimensionare l’idea, spesso presente nel dibattito pubblico, che una famiglia di lupi possa crescere in modo illimitato e privo di vincoli. L’osservazione di lungo periodo restituisce invece l’immagine di una specie che, pur adattandosi a contesti antropizzati, rimane legata a vincoli ecologici e comportamentali riconoscibili. In questo senso, la conoscenza basata su dati raccolti nel tempo rappresenta uno strumento fondamentale per superare paure e semplificazioni e per favorire una comprensione più aderente alla realtà del rapporto tra lupo, ambiente e presenza umana”.
Redazione
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/07/sshot_cuccioli_1.jpg7261516redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2026-07-11 09:26:512026-07-11 09:26:53Perché in estate vediamo meno lupi (e non fanno allarme)
Punto e a capo nella annosa vicenda della Stu Stazione. Con la delibera 3218/2026 approvata ieri dal consiglio comunale si apre un nuovo capitolo per il destino dell’area ex Boschi e dell’ex cinema Trento che tornano nelle disponibilità del Comune di Parma, aprendo, finalmente, prospettive nuove per il quadrante critico del San Leonardo.
L’operazione, molto complessa e che ha richiesto una pazienza certosina nella sua definizione legale e finanziaria, con il coinvolgimento di vari consulenti oltre che del personale delle partecipate e degli uffici comunali, è stata condotta e coordinata politicamente dal vicesindaco Lorenzo Lavagetto.
C’è chi ha parlato di “delibera dell’anno” o addirittura “delibera di mandato” per l’importanza dell’atto che mette fine a una vicenda aperta nel 2003 con la nascita della Stu (acronimo di Società di trasformazione urbana) con l’obiettivo di rifare la stazione (inaugurata nel 2014) e valorizzare tutta l’area intorno, che invece è caduta nel degrado. A latere, ma non troppo, il progetto della metropolitana che doveva trovare il suo fulcro proprio nella stazione e all’opposto è stata una vicenda sanguinosa, in termini economici e politici, incidendo non poco sul destino della stessa Stu Stazione.
La delibera è stata approvata con voto favorevole di 20 consiglieri: alla maggioranza di Partito Democratico, Prospettiva, Effetto Parma e Sinistra Coraggiosa si sono uniti i gruppi di minoranza Fratelli d’Italia, Azione e Europa Verde mentre sono stati 4 gli astenuti: il gruppo Vignali Sindaco e Civiltà Parmigiana.
Il passaggio finale, necessario per validare tutta l’operazione approvata in delibera, sarà l’omologazione del Tribunale, entro qualche mese.
Lo snodo del debito
Il nodo principale era il debito di 36 milioni di euro che gravava su Stu Stazione, la società partecipata dal Comune, da tempo in liquidazione. In più occasioni, per saldare il debito, si è cercato di valorizzare il patrimonio immobiliare rimanente, ossia l’area ex Boschi (dal nome della fabbrica di conserve le cui ciminiere un tempo svettavano nel quartiere) quei terreni desolati alle spalle della stazione, ricompresi tra via Alessandria, via Brennero e via Brenta.
L’ultima perizia ne ha certificato il valore immobiliare in 13,5 milioni ma, alla prova dei fatti, dopo diversi tentativi di aste andate deserte, le offerte pervenute in trattativa privata non superavano i 3,8 milioni. Di fatto sarebbe equivalso ad una svendita, con in più lo svantaggio di rimanere con un debito considerevole in pancia alla Stu.
Il debito chirografario dei 36 milioni era nei fatti inesigibile e nel frattempo era passato in mano ad Amco, società controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze specializzata nella gestione e nel recupero di crediti deteriorati (NPL) afferenti alla sfera della Pubblica Amministrazione. Dopo aver esperito vari tentativi si è addivenuti ad un accordo che prevede il pagamento di 7 milioni ad Amco da parte di STT (la holding delle partecipate comunali) a “saldo e stralcio” per chiudere la partita, dunque con un risparmio di oltre 28 milioni. Gli aspetti tecnico-economici sono stati spiegati nel dettaglio da Thomas Gardelli, liquidatore di STT (qui al minuto 01:22:17 nella seduta del consiglio comunale) che ha esordito con questo messaggio: “Con grande soddisfazione questo piano può mettere la parola fine a problemi nati nel 2011 che toccato trasversalmente varie Amministrazioni. E aprire una nuova pagina tutta bianca dell’Amministrazione che verrà per poter riprogettare un’area nevralgica di fianco alla stazione”.
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Il futuro dell’area Ex Boschi
In questo modo l’area ex Boschi rimane nelle disponibilità della Stu Stazione e dunque del Comune che potrà determinarne il destino, rivedendo da zero le volumetrie concesse al tempo (che in sostanza ricalcavano le dimensioni a sei piani dei palazzi a ferro di cavallo edificati nel retro della stazione e oggi sede di hotel e uffici direzionali). Nelle intenzioni dell’Amministrazione Comunale c’è l’apertura di un confronto con la popolazione del San Leonardo per raccogliere idee e suggestioni, fermo restando che l’area sarà edificata a uso residenziale o direzionale.
Nel frattempo, in via temporanea, c’è chi ipotizza possa essere destinata in parte ad area di sosta, a servizio della stazione.
Il cinema Trento e l’ex DLF
La delibera rileva anche un accordo quadro tra Stu Stazione, Comune e RFI (Reti Ferroviarie Italiane) per sistemare in via definitiva gli immobili che ospitavano il DLF (Dopolavoro ferroviario) dismessi e in stato di degrado da tempo. Si tratta del complesso che si affaccia nel tratto iniziale di via Trento che aveva nel Cinema Trento il locale di richiamo e all’ammezzato, una volta chiuso lo spaccio aziendale per le famiglie di ferrovieri, un bar ristoro , la cui insegna “Pendolino” campeggia ancora laconicamente.
L’immobile, assieme allo stradello Banchini che è una viuzza privata al termine del sottopasso della stazione, e un’altra pertinenza, passa da RFI a Stu Stazione-Comune in permuta di un’area a ridosso di via Reggio, utile per le manovre di scambio treni. A saldo RFI riceve una compensazione di 450mila euro.
L’acquisizione del cinema Trento farà riaprire l’agenda dei vari progetti presentati negli anni scorsi per il recupero della grande sala (leggi qui).
L’addentellato dei 16 milioni da investire
Inoltre, riottenendo l’area ex Boschi libera da vincoli, il Comune rientra parimenti nella disponibilità di 14,8 milioni di euro, da fondi ex metro, più 1,4 milione, che erano stati accantonati come oneri di urbanizzazione in carico all’ente pubblico per rendere l’area più appetibile ai privati. Decadendo gli obblighi, la somma torna a disposizione degli investimenti dell’Amministrazione Comunale. Un altro tesoretto, dopo quello dell’anno scorso.
La soddisfazione del vicesindaco Lavagetto
“Arriviamo a una soluzione definitiva per una parte importante della città – ha dichiarato il vicesindaco Lavagetto, presentando la delibera – liberando dai vincoli sussistenti per procedere a una nuova progettualità più legata ai fabbisogni del momento del quartiere. Nel momento in cui i creditori e il tribunale dovessero omologare il piano arriveremmo alla soluzione definitiva della vicenda che ha impedito a una parte della città di svilupparsi in maniera sensata, tra l’altro con il beneficio di recuperare una libertà assoluta non essendo più necessario rispettare gli accordi e le previsioni urbanistiche dell’epoca. E quindi restituire un’are più legata ai fabbisogni del quartiere oggi. Si apre uno spiraglio mai visto e, per questo, straordinariamente importante.
Al contempo chiuderemo l’annosa e rilevante situazione espositoria sul sistema bancario, evitiamo la liquidazione della società e la dispersione aree e soddisferemo tutti i creditori. Inoltre mettiamo a posto i rapporti incrociati con RFI in maniera definitiva.
Durante questi ultimi anni c’è stato un lavoro di grandissima intensità e concentrazione su questo tema con l’obiettivo di evitare la liquidazione giudiziale della Stu Stazione. Il contesto così bloccato era di oggettiva difficoltà. Ricordo che i lavori della stazione dovevano originariamente concludersi nel 2010. Invece si sono protratti troppo a lungo ma oggi possiamo dire che si chiude una pagina oramai incancrenita e permette di lasciarla alle spalle”. Il vicesindaco ha voluto ringraziare tutta la struttura, i professionisti e il precedente assessore al bilancio, Ferretti.
Le dichiarazioni dei consiglieri comunali
Sandro Campanini, capogruppo del Partito Democratico, ha dapprima ricordato gli “undici anni di disagi, con notevoli inconvenienti” ancora tangibili nelle “scale mobili e nelle pavimentazioni” “frutto di una programmazione sbagliata, non solo di una crisi economica” rimarcando “finalmente una svolta a una vicenda protratta per lungo tempo” peraltro “le soluzioni non saranno semplici, dato che è un’area ex industriale, ma abbiamo possibilità di chiudere questa ferita che ahimé il passato ci ha portato”.
Virginia Chiastra a nome del gruppo Vignali Sindaco ha ricordato come il progetto Stu Stazione fosse imperniato su tre stralci ma solo il primo, ossia la stazione, fu realizzato e “dal 2011 al 2024 non si è proceduto a dar seguito ai piani”. Detto questo è un “giudizio positivo sul saldo e stralcio con Amco che permette il mantenimento del patrimonio immobiliare” e, pur esprimendo il timore che anche questo piano farà la fine dei precedenti due piani di risanamento, annuncia “l’astensione del nostro gruppo” chiedendo peraltro quale progettualità c’è sull’area ex Boschi.
Manuel Marsico (Pd) ha affermato che “lo Stato (inteso come gli enti pubblici, ndr) possa investire in operazioni economiche ma quello che non deve fare è lo speculatore cosa che, invece, si vedeva nel modo di gestire la cosa pubblica in quegli anni”. Ora è il contrario, “il Comune ha fatto la formica mettendo da parte i 7 milioni, anche grazie ai dividendi dalle partecipate, e ora ci mette nelle condizioni di tornare in possesso di un’area senza più un vincolo urbanistico”. E al contempo di “riavere16 milioni” che è una cifra importante, ossia “circa la metà dei fondi di un piano triennale di lavori pubblici. Il checi permette veramente di prospettare per il quartiere una piccola rivoluzione”. “È la delibera con l’impatto generazionale più grande in questo mandato – ha concluso entusiasta Marsico – C’è la possibilità di ridisegnare il quadrante di quella zona di città con fondi pubblici sia una delle cose più belle che questa consigliatura ci lascia in dote”.
Marco Boschini (del Pd, ma nel gruppo Sinistra Coraggiosa), ha dato subito una stoccata “oggi su una delibera così importante vedo molti consiglieri di minoranza non essere presenti , in particolare l’assenza del consigliere Vignali che guardacaso quando si parla di delibere di tempi in cui lui era parte integrante di questa città, lui evapora” (ne giustificherà l’assenza per altri impegni, la consigliera Chiastra). “Da residente di San Leonardo sottolineo come l’opposizione ci rinfaccia l’insicurezza, su luoghi figli di quella bulimia urbanistica e ne paga ancora le conseguenze. Questo è in effetti un passaggio quasi storico: dà l’opportunità di riprendersi un pezzo di città e un modo diverso di fare politica”.
Michele Alinovi (Effetto Parma): “È un piacere intervenire e fare i complimenti a vicesindaco, amministrazione, Stu stazione, Rfi, a tutti quanti. È una giornata in cui potrò dire c’ero. È un cambio di passo. L’area stazione è stata oggetto per anni ostaggio del grande debito: la città cratere, altro che cantiere. Oggi è giornata epocale. La scelta fatta negli anni scorsi assieme a Stu Stazione, di non investire quei 16 milioni di euro, quando si diceva per generare il piano -1 dell’area avremmo fatto un errore madornale. La politica in quel caso è stata saggia e si è fermata”.
In “due parole” il problema si è generato, perché “l’area stazione per la sua riqualificazione aveva bisogno dei proventi dell’area a nord, dove la politica ha usato la valorizzazione immobiliare ipotetica per coprire il piano finanziario della ristrutturazione della stazione”. E invece “prima di mettere i soldi, bisognava vendere quelle aree”, cosa non avvenuta e a quel punto “il giochino si è interrotto perché ha determinato un buco di bilancio”.
Sul futuro dell’area “io penso non dobbiamo pensare al profitto, deve servire per l’interesse pubblico e collettivo”. Ad esempio “una strategia di housing sociale per gli studenti, in modo che l’Università possa in qualche modo entrare”.
“Mi associo ai complimenti: è evidente la difficoltà tecnica della risoluzione della vicenda, piena di addentellati politici” ha detto Antonio Nouvenne, capogruppo di Prospettiva. “Il fatto che arrivi adesso, appena approvato il Pug, è qualcosa di magico, perché entra in sintonia con gli interventi che si potranno fare in quell’area”.
A Serena Brandini (Azione) “bene che si sia arrivati a questa nuova convenzione” ma non valuta il momento come “epocale”: “Questa Amministrazione dovrebbe mettere più impegno nell’immaginarsi San Leonardo come sarà. Non lasciamo il tema alla campagna elettorale. Utilizziamo questo ultimo anno di consiliatura” è seguito l’intervento di Federica Ubaldi (Civiltà Parmigiana): “Riconosco elementi positivi” nella delibera per “evitare liquidazione Stu, chiudere esposizione economica, mantenere in mano pubblica un patrimonio importante” e “l’accelerazione e la svolta data in questi due anni”; senza entrare nel merito del passato (il padre Elvio, fu il sindaco fautore dei progetti legati alle Stu, ndr) “tuttavia, io aspetterei a festeggiare. Non è punto di arrivo soddisfacente” poiché “non ci dice cosa diventerà l’area stazione, era il momento di arrivare con un progetto su quest’area” anche perché “ci sono troppe aree “sospese” in città, come la piscina di via Zarotto”.
Per Enrico Ottolini (Europa Verde) “la situazione in cui ci troviamo è frutto di bolle immobiliari e di un’idea fuori scala della città” e guardando al futuro “Una compensazione per tutto quello che manca al San Leonardo è la prima indicazione”. Quindi Sebastiano Pizzigalli (Effetto Parma) per il quale questo accordo “pone le basi per il rilancio di un’area strategica e valorizzazione del patrimonio pubblico” “per quella parte di città”, ricordando l’ex assessore Capelli che “nel 2013 in maniera profetica disse “questa situazione si risolverà in quindici anni”.
A conclusione del dibattito il vicesindaco ha puntualizzato che “non dovevamo venire con un progetto” perché prima va chiusa la vicenda e va atteso il tribunale, per l’omologazione. E, inoltre, “è corretto ragionarne ad ampio spettro” in una visione futura. Lavagetto, con una punta di veleno ha aggiunto “Qui c’è qualcuno che il tema lo sta risolvendo e viceversa qualcuno che l’ha causato, poi ognuno se lo ricorderà chi è stato”. Sedici anni sono stati lunghi ma “fino a due settimane fa non eravamo sicuri che Amco lo approvasse. Nel momento in cui” si è avuto l’assenso “abbiamo portato la delibera”. “Il fatto di uscire da una situazione di questo genere consentirà a tutta la città di guardare a un luogo in modo diverso che se fosse stato messo in liquidazione e chissà come. Penso sia giusto uscire con uno sguardo positivo e non con la negatività sulle due amministrazioni succedute (sindaco Pizzarotti, ndr) che hanno cercato di salvare la situazione”.
“Noi qui apriamo una partita nuova” ha rilanciato Lavagetto.
(dra.fra)
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/07/IMG_9824.jpeg9601280redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2026-07-04 17:48:402026-07-04 18:33:52Svolta urbanistica a San Leonardo. L’area ex Boschi e il cinema Trento tornano al Comune
La vertenza Kamila potrebbe sbloccarsi la settimana prossima. Le controparti sono in attesa di una nuova convocazione del tavolo di crisi da parte dell’assessore regionale al lavoro, Giovanni Paglia che in queste ore è in contatto con i vari attori.
Molto dipenderà dalla volontà o meno di Coop Alleanza 3.0 di assumere un ruolo di interlocuzione, finora sempre negato. E rimangono un po’ criptiche da interpretare le parole del presidente di Coop, Domenico Livio Trombone rilasciate a seguito del blocco del magazzino logistico di Anzola, da parte dei lavoratori Kamila di Parma. Ma riepiloghiamo con ordine la settimana.
Martedì 30 giugno – Blocco e picchettaggio di Anzola
Fin dal primo mattino i lavoratori Md-Kamila di Parma, in circa 45, supportati dai sindacalisti di Adl Cobas hanno bloccato i cancelli in entrata e uscita del magazzino Kamila – Coop Alleanza 3.0 di Anzola Emilia, nei pressi di Bologna. Il blocco è durato 9 ore, impedendo il rifornimento dei supermercati Coop per l’intera giornata, causando un significativo disagio al principale gruppo della Gdo (Grande distribuzione organizzata). Non sono mancati momenti di tensione all’esterno dei cancelli ma le forze dell’ordine, chiamate a vigilare sulla situazione, si sono astenute dall’intervenire per non esacerbare gli animi. In un momento di pausa una delegazione dei lavoratori interni al magazzino bolognese ha portato la loro solidarietà ai manifestanti. Un delegato Cgil ha offerto dell’acqua a chi era da tante ore sotto il sole. Alla fine tutto è filato liscio. Dalle aziende Kamila e Coop nessun commento e nessun intervento, probabilmente avevano messo in conto di dover subire una giornata di blocco a causa di questa vertenza.
Nella stessa giornata anche negli altri magazzini di logistica che servono Coop Alleanza sono state incrociate le braccia in solidarietà con i lavoratori di Parma. Sciopero sia a Cesena, con qualche ora di blocco dei cancelli, e a Reggio Emilia, con adesione al 60%.
Una prova di forza
È stata una prova condotta con la forza della disperazione. Gli 87 lavoratori del Kamila non hanno nulla da perdere: lo scorso 18 maggio hanno ricevuto il preavviso di licenziamento collettivo a far data dall’8 agosto, per la chiusura del magazzino allo Spip di Parma. E al momento le alternative appaiono minime. Le proposte di ricollocazione avanzate da MD Service per i facchini, quasi tutti iscritti a un unico sindacato, Adl Cobas, sono su tre siti per 55 posti ma poco appetibili per varie ragioni.
Come già spiegato, gli operai sono in organico alla MD Service che gestisce in appalto lo stabilimento Kamila che, a sua volta, opera per un solo committente, Coop Alleanza.
È per questo che Adl Cobas punta tutte le proteste sul gruppo della GDO. Dapprima con manifestazioni e volantinaggi fuori e dentro gli ipermercati e poi alzando la conflittualità con il blocco dei magazzini che riforniscono Coop.
Mercoledì 1 luglio – Dichiarazioni di Trombone (Coop Alleanza)
“Lasciamo gestire al fornitore la vicenda“. Un dispaccio dell’Agenzia Dire riporta il commento del presidente di Coop Alleanza 3.0, Domenico Trombone sulla vicenda del magazzino Kamila di Parma, chiuso dopo che il colosso della grande distribuzione ha deciso di trasferire le attività nel magazzino di Anzola dell’Emilia. “Noi abbiamo un contratto che è scaduto da tempo, era una vicenda nota. Sappiamo che c’è una vertenza in corso, sappiamo che se ne stanno occupando gli enti preposti, con in prima fila la Regione. Capiamo le problematiche che portano queste decisioni, ma non è una decisione che è stata presa oggi, era stata già pronunciata da tempo all’inizio del contratto con il nostro fornitore“, spiega Trombone a margine dell’inaugurazione della nuova casetta dell’acqua alla Coop di piazza Gorki a Bologna.
Venerdì 3 luglio – Replica di Adl Cobas
Alla luce di queste dichiarazioni il sindacato Adl Cobas ha teso una mano per dialogare, divulgando una lettera aperta (scaricabile qui) di cui riportiamo alcuni stralci.
“Non stiamo parlando semplicemente di numeri. – si legge nella lettera – Parliamo di 87 persone che per anni hanno contribuito al funzionamento della filiera logistica di Coop Alleanza 3.0. Lavoratori che hanno costruito la propria vita in questo territorio: hanno trovato una casa, formato una famiglia, cresciuto figli, costruito relazioni e radici. Molti di loro hanno alle spalle percorsi migratori lunghi e complessi e oggi rischiano di perdere, insieme al lavoro, anche la stabilità conquistata con anni di sacrifici. Riteniamo che non sia sufficiente affermare che la vicenda debba essere “gestita dal fornitore”. Le responsabilità contrattuali seguiranno certamente i percorsi previsti dalla legge, ma esistono responsabilità che nessun contratto può cancellare”.
“Noi – scrive il sindacato – crediamo che non sia ancora troppo tardi per costruire una soluzione condivisa che eviti di scaricare interamente sulle lavoratrici e sui lavoratori il costo di una riorganizzazione annunciata da tempo. C’è ancora il tempo per dimostrare che le persone vengono prima degli appalti e che la responsabilità sociale di un’impresa non si esaurisce nei confini di un contratto. Coop Alleanza 3.0 faccia fino in fondo la propria parte.
“Allora Presidente Trombone, – è l’appello conclusivo – dimostrate quello che siete capaci di fare: mettete veramente a disposizione il peso, le risorse e l’autorevolezza di Coop per una soluzione che salvaguardi il lavoro, la dignità e il futuro di queste 87 persone. È nei momenti come questo che quei valori smettono di essere parole e diventano scelte”.
La riconvocazione del tavolo di crisi
La vicenda – che non è l’unica crisi aziendale di grandi dimensioni in Emilia-Romagna, c’è anche il caso Realco a Reggio Emilia e quello Electrolux a Forlì – è seguita con attenzione dall’assessore regionale al lavoro, Giovanni Paglia. Se le interlocuzioni informali con i vari soggetti datoriali saranno positive, l’assessore riconvocherà il tavolo di crisi per giungere a una soluzione condivisa.
Martedì prossimo, 7 luglio, è prevista una nuova assemblea dei lavoratori in cui i sindacalisti esporranno l’esito delle trattative e discuteranno nuove iniziative di lotta.
A margine c’è anche il fatto che Coop Alleanza 3.0 ha chiuso un bilancio consuntivo 2025 proiettato verso i 6 miliardi di fatturato con volumi di vendita in aumento. Tanto che il magazzino di Anzola sta lavorando a pieno ritmo, domeniche comprese e con molte ore di straordinario. Secondo alcune voci sarebbe già al limite dell’operatività e per soddisfare le esigenze di Coop servirebbe un altro centro di smistamento. Rimane improbabile però che venga riattivato il magazzino a Parma, dopo averne deciso la chiusura.
Redazione
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/07/IMG_9807.jpg7671096redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2026-07-04 09:13:112026-07-04 09:13:13Spiragli per i facchini Md-Kamila, dopo il blocco di Anzola
Sale a 55 l’offerta di posti di ricollocamento, ma con condizioni sfavorevoli
Intanto Adl Cobas incassa il sostegno di Conte (M5S)
La vertenza Kamila si inasprisce. I facchini in sciopero questa mattina hanno bloccato temporaneamente l’accesso all’Ipercoop Centro Torri, volantinando per sensibilizzare sui licenziamenti in tronco dal magazzino di Parma, gestito da Kamila-Md Service allo Spip.
In seguito si sono spostati a picchettare il magazzino Aster coop a Reggio Emilia, per impedire o perlomeno rallentare il rifornimento dei supermercati Coop Alleanza 3.0. Questo sciopero è la risposta all’ultima proposta al tavolo di trattativa con Md che offre un ricollocamento per 55 lavoratori (su 87 esuberi) ma a condizioni sfavorevoli.
La loro causa è stata accolta anche in Parlamento, in un incontro promosso dalla deputata Stefania Ascari del Movimento 5 Stelle, che ha visto anche la presenza e il supporto del leader Giuseppe Conte.
Ricapitoliamo
Lo scorso 18 maggio gli 87 facchini in forza alla cooperativa MD Service (appartenente al Consorzio Cisa) che gestisce in appalto il magazzino Kamila (gruppo Italtrans) allo Spip, ricevono una PEC di licenziamento collettivo a far data dall’8 agosto per dismissione dell’attività.
Detto per inciso: gli 87 sono tutti stranieri extracomunitari, di provenienza africana o asiatica.
Il monocommittente del magazzino Kamila è Coop Alleanza 3.0 che da inizio anno ha riaperto l’hub di smistamento merci (sempre appaltato e gestito da Kamila) ad Anzola Emilia nei pressi di Bologna che nel 2020 fu chiuso per una ristrutturazione con automazione che doveva essere realizzata in due anni ma è durata sei anni. Nel frattempo, per gestire il rifornimento dei supermercati Coop della regione, era stato aperto il magazzino Kamila a Parma. Altri due centri di smistamento merci monocommittenti Coop sono a Reggio Emilia e Forlì, gestiti da Aster coop.
Coop Alleanza 3.0 si affida per il servizio di logistica a una società terza (Kamila o Aster) e si ritiene solo cliente del servizio, legittimamente in base alla normativa. A sua volta Kamila subappalta la gestione del magazzino ad un’altra società, Md Service, che assume e gestisce la forza-lavoro. Tutto regolare ma quando il committente chiude il contratto, per ragioni anche legittime di mercato, nella catena dei subappalti chi rimane a terra, senza tanti complimenti, sono i lavoratori che rimangono in una società vuota equiparabile a un’agenzia di fornitura personale, senza dunque responsabilità commerciali. Come la si voglia leggere, è una stortura.
La vertenza
Tutti i lavoratori del magazzino Kamila sono iscritti a un unico sindacato, l’ADL Cobas, che fu pronto a intervenire, e risolvere i problemi, in occasione di vertenze precedenti tre anni fa per pesanti irregolarità contrattuali, conquistandosi così la fiducia dei facchini.
La vertenza attuale è stata impostata cercando di ottenere una ricollocazione per tutti gli 87 lavoratori, puntando al coinvolgimento “morale” di Coop Alleanza 3.0.
Il tavolo di crisi istituzionale in Regione Emilia-Romagna ha portato poco frutto, rimandando alle parti la composizione della vertenza, pur impegnandosi nella ricerca e sostegno per la cassa integrazione.
Le proposte sul tavolo
L’altro ieri, nell’ultimo incontro, Md Service ha prospettato questa soluzione: 55 posti per il ricollocamento e una buonuscita per i rimanenti. Inoltre, se verrà firmato l’accordo sindacale, scatterà la cassa integrazione per un anno, alla quale potrà poi seguire la Naspi.
Ma le proposte di ricollocamento non sono allettanti, per usare un eufemismo. 10 posti sono disponibili, in continuità di contratto, al Consorzio Cisa a Bascapè (Milano sud); altri 20 posti sono disponibili al magazzino Kamila di Anzola; ulteriori 25 posti sono offerti da Catone, operatore di logistica che sta subentrando nello stabilimento di via dell’Industria e probabilmente lo acquisirà tutto da Kamila. Catone è fuori dal perimetro aziendale e, dunque, mette sul piatto le sue condizioni che sono 2 mesi in prova e poi un contratto a tempo determinato di durata inferiore all’anno. Il tutto a condizione che il lavoratore abbia chiuso la posizione lavorativa in MD.
Infine per la buonuscita MD metterebbe a disposizione un plafond di 220mila euro netti che sarebbero circa 6mila euro pro-capite se rimanessero 32 esuberi, che si riducono a 2-3mila euro se il ricollocamento fosse rigettato dai più.
Le valutazioni
I sindacalisti di Adl Cobas hanno tenuto un’assemblea all’aperto, sotto le fronde degli alberi, davanti al magazzino Kamila per prospettare la situazione. Dalle risposte, e dai pour parler dei lavoratori, emerge che la soluzione dei 10 posti a Bascapè potrebbe essere saturata, dato che nella zona di Milano la rete dei connazionali può offrire soluzioni di appoggio; mentre le condizioni sono più difficili per Anzola, che potrebbe essere accettata da 3 o 4 lavoratori, non di più. La grande maggioranza vuol rimanere a Parma e dintorni, dove ha acceso un mutuo per la prima casa e sistemazione per la famiglia. L’offerta di Catone, per come è configurata, al momento non pare gradita da alcuno.
Le controproposte
Adl Cobas ha avanzato a Md la richiesta di una liquidazione di 35mila euro cadauno, per sottoscrivere l’accordo. La somma è stata accolta con estremo gradimento dai lavoratori (per dire, eh … nota del cronista), lasciando intendere che può essere una base di partenza per trattare una buonuscita congrua.
Ma soprattutto il sindacato chiede un coinvolgimento di Coop Alleanza. E per la prima volta sembra esserci una novità. Nel tavolo di crisi Md ha comunicato che Coop ha risposto alla sollecitazione, peraltro asserendo che non ha posizioni aperte.
Lo sciopero
La situazione è difficile. Dal 15 giugno non arriva più merce al magazzino Kamila di via dell’Industria e solo di tanto in tanto ci sono spedizioni da impacchettare, fino allo smaltimento completo della merce in deposito. Per cui i lavoratori timbrano il cartellino ma di fatto rimangono inoperosi.
Eventuali scioperi in loco dunque sarebbero del tutto inefficaci. A meno che vengano predisposte azioni di disturbo esterne, più o meno eclatanti, come il blocco degli altri magazzini in regione che riforniscono Coop. Questa azione sindacale affinché sia incisiva richiede peraltro una solidarietà attiva dei lavoratori degli altri stabilimenti che dovrebbero incrociare le braccia e, potenzialmente, anche degli addetti ai supermercati.
In tal senso lo scorso sabato Adl Cobas, con una delegazione di facchini, ha organizzato una manifestazione di protesta all’Ipercoop Centro Lame di Bologna, creando disagi alla spesa dei consumatori, nell’intento di sensibilizzare sulle ragioni della protesta.
Il sostegno di Giuseppe Conte (M5S)
Promosso dalla deputata Stefania Ascari del Movimento 5 Stelle si è svolto, nella sala stampa della Camera dei deputati, un incontro sul caso del magazzino Kamila a Parma. “Continueremo a sostenere questa vertenza in ogni sede istituzionale, – scrive Ascari – chiedendo il ritiro dei licenziamenti, la partecipazione ai tavoli di salvaguardia occupazionale del committente, in questo caso Coop Alleanza 3.0, e la cancellazione delle norme del decreto sicurezza che criminalizzano scioperi, picchetti e mobilitazioni sociali. Perché difendere il lavoro significa anche difendere il diritto di organizzarsi e di lottare collettivamente per salari e condizioni di vita dignitose”.
A margine c’è stato anche un momento di confronto con Giuseppe Conte, leader del M5S, che ha incontrato le delegazioni sindacali di Adl Cobas e USB per approfondire i contenuti della vertenza e le preoccupazioni legate all’attacco ai diritti del lavoro e alla criminalizzazione delle proteste sociali. Conte ha promesso di venire a Parma, se le condizioni lo consentiranno, per sostenere direttamente la lotta dei facchini.
Una città abbastanza muta
Una delegazione di operai e sindacalisti era stata accolta in Comune il 28 maggio, ascoltati dagli assessori Brianti e De Vanna, poi presenti anche al tavolo di crisi in Regione. Al momento non risultano altri passi compiuti, ma ci sarebbe un lavoro sottotraccia per reperire altre soluzioni lavorative.
Certo è che la politica cittadina è rimasta finora abbastanza silente. Non vi è stata alcuna comunicazione in consiglio comunale.
Nelle immediatezze della lettera di licenziamento era intervenuta la consigliera regionale di Alleanza Verdi Sinistra, Simona Larghetti, con un’interrogazione in Regione.
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/06/Image-2026-06-26_15.jpeg12041600redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2026-06-26 12:04:572026-06-26 15:33:41La vertenza Kamila si inasprisce. Facchini in picchetto
Acqua pubblica: in teoria tutti la vogliono ma, appena si affronta il tema, ci si scontra sulla remora della fattibilità economica dell’unificazione del servizio con un gestore al 100% pubblico.
Si avvicina la scadenza del 2027 che porterà all’accorpamento da tre (Iren, Emiliambiente, Montagna 2000) ad un unico gestore del servizio idrico (ne abbiamo parlato qui e qui) e a spronare la politica ci pensa il Coordinamento Acqua Pubblica, che mette assieme tante associazioni. Il coordinatore è Antonio Bodini, docente universitario. Lo abbiamo intervistato.
Bodini, nei giorni scorsi avete completato il giro di incontri istituzionali, cosa è emerso?
Sabato scorso abbiamo avuto l’incontro con i capigruppo della maggioranza in consiglio comunale a Parma. Hanno ammesso il valore alto dell’opzione di passare a una gestione interamente pubblica del servizio idrico, anteponendo però il discorso della fattibilità economica dell’operazione. Nei fatti abbiamo capito che c’è un dibattito in seno nella maggioranza, che rimane sottotraccia.
Quale sarà il prossimo passo?
La maggioranza si è impegnata a tenere un’audizione in commissione consiliare ambiente in cui il Coordinamento Acqua Pubblica esporrà le idee a favore del ritorno a una società di gestione al 100% pubblica. Anche la minoranza si era espressa favorevolmente a questa audizione, con il consigliere Bettati (Lega) che aveva espresso una forte condivisione del modello a gestione completamente pubblica. Confidiamo che questa audizione possa tenersi a inizio settembre.
Negli altri incontri cosa avete appreso?
Anche negli incontri con i sindaci c’è un consenso all’idea di una società pubblica per l’acqua. Tuttavia nell’incontro con i sindaci della Pedemontana è emerso che la nuova società pubblica dovrebbe sborsare a Ireti (società del gruppo IREN in carico del servizio idrico integrato) intorno ai 300 milioni di euro, ma si tratta di una cifra da valutare bene e il cui calcolo contempla diverse voci… Si tratta del valore residuo (o valore di subentro) ossia l’indennizzo che il gestore subentrante (o l’ente pubblico) deve corrispondere al gestore uscente del Servizio Idrico Integrato alla cessazione della concessione. Il valore residuo è strettamente legato agli investimenti realizzati direttamente dal gestore uscente.
Il problema quale sarebbe?
Il problema è che questa cifra spaventa molto i Comuni, tuttavia ci sono considerazioni che vanno fatte. Intanto è una cifra che può essere restituita per gradi, non tutto subito. La disponibilità finanziaria deve essere garantita dagli istituti di credito che poi rientrerebbero delle cifre attraverso la bolletta. Infatti il calcolo delle bollette è basato sul principio del full recovery cost, cioè non si paga solo l’acqua consumata, ma anche gli investimenti e gli oneri finanziari a carico del gestore, che includono anche ciò che prima era chiamato remunerazione del capitale investito e Arera ha reintrodotto in barba agli esiti del referendum. Infine va tenuto conto che le società pubblico-privato hanno spesso una maggioranza dei soci pubblici che, in quanto tali, non devono restituire a loro stessi delle quote. Si tratta solo di restituire ai privati la quota per gli investimenti già realizzati e in funzione della quota azionaria da essi detenuta in ambito societario. Va inoltre tenuto presente che tali investimenti avrebbero comunque essere risarciti al gestore attraverso la bolletta.
Tutto questo dovrebbe essere rappresentato nello studio di fattibilità che l’Amministrazione Comunale di Parma ha commissionato alle Università di Parma e Modena. Cosa ne pensa?
Sicuramente la situazione si chiarirà quando sarà pronto lo studio di fattibilità, però anche qui bisogna stare attenti. C’è una bella inchiesta sul sito del Forum nazionale Acqua pubblica che evidenzia come gli studi di fattibilità non sono imparziali.
All’incontro del 7 febbraio scorso l’assessore Borghi aveva parlato di due studi di fattibilità, commissionati a Università di Parma e Unimore. Il tutto sembra per calcolare il residuo da pagare al gestore uscente, quale che sia.
Ma il punto è che non è nota la domanda di partenza a motivazione degli studi. In pratica si può chiedere uno studio finalizzato a una società 100% pubblica; oppure uno studio per una gara a doppio oggetto (prima si sceglie il socio privato per una società mista e poi si affida il servizio); oppure ancora uno studio in cui si valutino le implicazioni gestionali ed economiche dei diversi scenari. Diciamo che c’è una mancanza di chiarezza su questi aspetti.
A prescindere da questo, quando usciranno i risultati, cercheremo di avere le competenze, come Coordinamento Acqua Pubblica, per capire se effettivamente ci sono tutte le condizioni che obbligano ad andare verso un progetto pubblico-privato invece che ad una società in house che invece a noi sta a cuore e per la quale ci batteremo. Ma questi tecnicismi mi portano a una considerazione.
Quale?
A mio modesto parere la politica locale, ma anche quella nazionale, manca di coraggio. Intendo dire che il mantra della sostenibilità economica è spesso una foglia di fico dietro cui giustificare scelte poco coraggiose. Sostanzialmente prima dovrebbe essere operata una scelta politica e solo successivamente una valutazione tecnica. Altrimenti si corre il rischio che i tecnici si sostituiscano alla politica.
Siamo sicuri che la soluzione giusta sia una società in house, ossia 100% pubblica?
Intanto non dimentichiamo che il referendum del 2011 sancì la volontà dei cittadini affinché l’acqua sia riconosciuta come bene comune e, per tutelare questo aspetto, sia gestita da una società pubblica. E in Italia, e anche in provincia di Parma, ci sono molti esempi positivi in tal senso.
Quali sarebbero i vantaggi?
Con l’azienda in house c’è la governance diretta; gli enti locali in questo caso esercitano un controllo analogo a quello che esercitano sui propri uffici. Gli organi di indirizzo sono espressione diretta del territorio e non semplicemente di un’amministrazione, quindi derivano dall’azione dei cittadini.
L’equilibrio economico è importante come per qualsiasi azienda; non può gestire un servizio senza che vi sia sostenibilità economica, però per la società in house non è un fine, ma è uno strumento, perché se funziona bene, funziona anche il resto. Invece chi si preoccupa solo del funzionamento economico per staccare i dividendi degli azionisti, chiaramente non si pone il problema della gestione territoriale e dei bisogni dei cittadini.
L’in-house soprattutto ha una virtù, cioè può essere coordinata con le politiche locali. Pensate ad esempio un piano urbanistico esso non è separato dalla gestione dei servizi pubblici, perché ovviamente il territorio è un unico complesso in cui le interazioni devono essere conosciute, ma può capitare invece che le interazioni provocano dei cortocircuiti perché la gestione è vista in maniera separata, settoriale; . Con la società in house si ha la possibilità di gestire in maniera coerente non solo i servizi pubblici ma anche tutte le altre reti che ne derivano o comunque che sono associate alla gestione dei servizi pubblici locali. Il servizio idrico diventa parte integrante e può essere coordinata come pianificazione territoriale, politiche ambientali, soprattutto, politiche sociali e protezione civile.
Nei servizi pubblici locali poi il ruolo e l’efficienza non è solo una questione di posti, ma la capacità di gestire qualità, investimenti mirati e risposta alle specificità locali. Nei servizi a rete la prossimità decisionale e la conoscenza del contesto possono generare risultati migliori in termini di qualità. E poi non è detto che le grandi dimensioni facilitino gli investimenti. Facilitano certamente l’accesso al credito, ma non sono una condizione necessaria per investire.
Tutto sommato però Iren rimane una società mista a maggioranza pubblica, con la presenza dei Comuni come azionisti. Dunque perché non fidarsi?
Sulla rivista Altraeconomia di giugno c’è una bella inchiesta del giornalista Luca Martinelli che fa il punto sulle attività delle multiutility Hera, Iren e Acea e nota come il livello degli investimenti sia andato progressivamente calando nel corso del tempo. Inoltre Martinelli fa notare come nel 2011 il 60,8% delle azioni di Hera, che non è la nostra società ma è poco distante (a Bologna, ndr), era controllato dal pubblico, cioè dai Comuni. Nel 2025 la quota è scesa al 45,82% quindi non c’è più neanche la maggioranza dei soci pubblici. E questo è effettivamente un rischio e tra i soci privati di Hera vi sono Black Rock e Vanguard, fondi di investimento globali con un grosso potere di indirizzo. Quindi attenzione che non è solo una questione di investimenti e di sostenibilità economica sostanziale. Tra l’altro Black Rock è anche azionista di Iren con l’1%.
Noi abbiamo la certezza che, dal punto di vista degli obiettivi, quello della coesione sociale del controllo del territorio, della aderenza ai principi di solidarietà sociale, non staranno al primo posto dell’agenda degli investitori privati, quindi secondo me ci sono ragioni valide per tornare a ciò che dicevamo all’epoca del Referendum ossia che l’attribuzione del servizio a doppio oggetto porta ad aumentare le tariffe, ovviamente a favore dei privati, lontani dai cittadini, con i servizi sempre più scadenti e una prossimità territoriale che non esisterà e ancor meno la capacità di colloquiare tra utenti e gestore.
Avete iniziative in programma per sensibilizzare i cittadini, oltre che la politica?
Dedicheremo una giornata all’acqua in settembre. Ci saranno momenti di riflessione e divulgazione, tra cui la presentazione del libro “L’acqua di Emilio” con gli scritti di Emilio Molinari, grande esponente del movimento per l’acqua pubblica, scomparso un anno fa. Ma avremo anche uno spazio festa con giochi per bambini e altre attività.
Francesco Dradi
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/06/acqua-pubblica.jpg7201280redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2026-06-26 11:06:002026-06-26 16:27:46Acqua pubblica, il nodo dell’indennizzo multimilionario
Per il momento sono salvi i 18 alberi (meno uno, già tagliato) vicini alle mura farnesiane, al Parco Ducale. Lo ha comunicato l’assessore Francesco De Vanna alla Consulta del Verde, riunitasi appositamente nei giorni scorsi. A chiedere l’incontro era stata anche Parma Città Pubblica assieme ad altre associazioni, che aveva mandato una lettera di protesta.
De Vanna, dopo aver ribadito che l’abbattimento del tiglio è stato dovuto ad un errore della ditta incaricata dei lavori di riqualificazione di quell’area del Parco Ducale, ha annunciato la sospensione del progetto di valorizzazione delle mura farnesiane che prevedeva l’eliminazione di 18 alberi per ripristinare al loro posto lo storico terrapieno di epoca ducale.
L’assessore ha detto che verrà studiata una soluzione alternativa per la conservazione delle mura in laterizio, un tratto lungo 117 metri che è l’unico rimasto in città, nell’intento di preservare gli alberi sorti nel dopoguerra.
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_9423-scaled.jpeg19202560redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2026-06-26 10:50:262026-06-26 10:50:28Mura farnesiane e alberi: progetto sospeso
Le vicissitudini riguardo il “cratere” di Borgo Valorio sembrano finite, con l’avvento di Parma80 e le intenzioni di edificare un condominio di lusso che apre questo quadrante popolare del centro all’ipotetica veste di nuovo “salotto buono” della città.
Venendo da via Corso Corsi in lontananza si vedrà un’enorme torricella che non è un nuovo monumento in centro storico bensì una trivella per palificazioni, strumento che serve per creare fondazioni profonde o per la messa in sicurezza di scavi. Questa trivella simboleggia la ripresa del cantiere di Borgo Valorio. Ripresa che ha visto in queste ultime settimane un ingente via vai di lavoratori che popolano l’enorme voragine che per lunghi cinque anni ha preso il posto di quella che un tempo era la sede della congregazione delle suore Domenicane della Beata Imelda.
Ma andiamo per ordine: la Doser, storica ditta edile di Parma specializzata in rifiniture di pregio, acquista dalla congregazione l’area per farne un condominio di lusso chiamato “Vita Nova”: “in una posizione privilegiata che consente alla nuova e avveniristica struttura, nobilitata dalla costante dialettica con l’architettura rinascimentale del chiostro con cui confina, di godere di un panorama a dir poco ammaliante” come si legge sul sito dell’azienda. Questa proposta di altissimo livello prevedeva la costruzione di trilocali, quadrilocali e attici, con la massima classe energetica: immobili rivolti prevalentemente ad una clientela facoltosa.
Peccato che Doser nel 2020 fallisca e per risanare i propri debiti debba mettere all’asta le proprietà tra cui quella di borgo Valorio. In attesa di tribunali e carte bollate ciò che resta sono gli 800 metri quadrati di voragine in cui presto ha trovato spazio l’incuria con la presenza, così come denunciata dai residenti più volte, di animali selvatici dalle simpatiche anatre ai meno affabili ratti. Tra i buchi della recinzione talvolta trovavano riparo anche i clochard, soprattutto in estate.
Il problema fu che i cantieri Doser si fermarono poiché in quell’area sono stati rinvenuti resti della più antica civiltà padana di cui si abbia testimonianza “ La Terramara”, villaggi sorti in piena età del bronzo tra Parma e Piacenza tra la fine del XVII e il XVI secolo a.C . E a Parma si estendevano in un’area compresa tra l’attuale barriera Repubblica e proprio Borgo Valorio. Con questo rinvenimento il cantiere vede, insieme agli operai anche la presenza di archeologi che protetti dal sole dagli ombrelloni hanno svolto accurati scavi archeologici, scavi che hanno permesso di rinvenire importanti reperti tutt’ora custoditi e studiati dalla soprintendenza. Poi il fallimento Doser che ha bloccato tutto per anni.
Fino a quando, pochi mesi fa, la storica società cooperativa edile Parma80 acquisisce l’intera area all’asta e insieme alla Buia Nereo ricomincia i lavori. In sostanza, secondo fonti consultate da Parma Parallela, per il cantiere di via Corso Corsi è stata presentata una nuova Scia nel 2025 da parte del nuovo soggetto attuatore (Parma 80). La Conferenza dei Servizi ha verificato la conformità con la concessione edilizia originaria del 2021. L’unica variazione di rilievo sarebbe l’ampliamento del piano interrato.
Il Comune avrebbe chiesto a Parma 80 una rivisitazione degli spazi aperti con la posa di alberature aggiuntive e incremento del verde. Va ricordato che era stato concesso l’abbattimento di 5 su 6 alberi preesistenti.
La Soprintendenza dei Beni Culturali di Parma e Piacenza, dopo gli ultimi scavi, ha ritenuto opportuno la continuazione dei lavori di costruzione. Anni fa, dopo il rinvenimento di una nidiata di sette cuccioli di Germano reale, una petizione popolare online aveva proposto che quel cratere venisse acquisito dal Comune, per farne un parco per gli abitanti del quartiere, magari potenziando questo angolo con l’esposizione dei ritrovamenti archeologici, sebbene riguardassero una piccola parte del cantiere.
La petizione non è andata a buon fine e i lavori sono ripresi.Il progetto di Parma80 e Buia Nereo, come detto, non si discosta molto da quello della Doser: costruire un palazzo di pregio costituito da 17 appartamenti e 35 autorimesse. Il focus della nuova struttura pare proprio quello di attrarre gente facoltosa in un’area che, pur essendo in pieno centro storico, versa in condizioni abbastanza critiche viste le decine di sacchi dell’immondizia riversi quotidianamente sui marciapiedi, segno di scarsa civiltà ma anche di locazioni irregolari, senza bidoncini dei rifiuti.
Che questo richiamo ai facoltosi possa portare ad uno smantellamento di come conosciamo Corso Corsi oggi? Come si inserirà il nuovo condominio di pregio? Comporterà a cascata un probabile aumento degli affitti e dei prezzi di vendita degli appartamenti della via, cosa che non favorirebbe l’attuale popolazione che vede una massiccia presenza di immigrati? Ai posteri l’ardua sentenza.
Intanto Parma80 va avanti e le parole del suo presidente, Alessio Stefani, mostrano una dichiarazione d’intenti ambiziosa (reperita qui): “Consideriamo questo investimento strategico, proprio per restituire decoro a un’area che da tempo rappresentava una ferita aperta per la città. Con questo intervento portiamo i benefici della nostra filosofia delle Oasi Urbane in un quartiere che ha sofferto molto: non costruiamo solo abitazioni, ma creiamo spazi dove le persone possano convivere in armonia con il contesto urbano, mantenendo saldo il legame con la comunità in cui siamo nati.” E riguardo alla scoperta del sito archeologico continua con “Il completamento delle indagini archeologiche sulla Terramara ci consegna un sito pronto per una nuova vita. Il nostro compito ora è trasformare quella che era diventata una zona problematica in un esempio di eccellenza costruttiva. Lavoreremo con finiture di pregio e tecnologie d’avanguardia per garantire che la nuova palazzina sia all’altezza del contesto storico circostante. Il nostro impegno è massimo per rispettare i tempi e minimizzare i disagi per i residenti del comparto.”
Di terra ce n’è ancora da scavare, di amaro per i residenti ancora non è dato sapere.
Stefano Frungillo
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-18-at-18.26.391.jpeg15302040redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2026-06-19 09:16:352026-06-19 09:16:36Fine del “cratere” in borgo Valorio. Arriva un condominio di lusso
Parma ospita venerdi 19 maggio, un convegno dedicato alla presentazione degli esiti del piano di rinaturazione del fiume Po, uno dei progetti ambientali più ambiziosi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), finanziato dall’Europa con oltre 350 milioni di euro. Quella che sulla carta viene annunciata come una tappa fondamentale per il più grande progetto di ripristino degli ecosistemi mai visto in Italia, rischia però di rivelarsi la celebrazione di un’occasione perduta.
Rispetto al disegno originario, la sensazione è netta: la montagna ha partorito un topolino. Eppure, gli inizi erano stati folgoranti. Il progetto era nato sulla scorta di tanti anni di ricerche del WWF Italia che era riuscito a stringere un’alleanza sorprendente ma efficace con Anepla, l’associazione delle aziende del settore estrattivo. Questo approccio aperto, dialogante e multidisciplinare, che univa biologi, naturalisti e agronomi a una forte politica di ascolto delle comunità locali, aveva convinto al punto da dare il via all’enorme finanziamento europeo.
I problemi sono iniziati proprio quando si è palesata questa appetitosa dotazione di fondi. Complice un “incidente mediatico” non gestito al meglio, il WWF e Anepla sono stati bruscamente estromessi dalla cabina di regia, spostando la gestione nella mani di Aipo e Autorità di Bacino, enti portatori di una cultura tecnica e di dinamiche organizzative decisamente meno inclini alla partecipazione pubblica. Le preziose fasi di ascolto e condivisione sono state ridotte a semplici presentazioni, senza reali momenti di confronto.
Questo errore esiziale ha favorito la dura alzata di scudi dei pioppicoltori, preoccupati di perdere le lucrose pluridecennali concessioni di coltivazione all’interno delle golene. La totale incapacità delle Istituzioni di dialogare e rassicurare i territori ha prodotto un drastico ridimensionamento del piano, sia quantitativo che qualitativo. A parità di finanziamento europeo (i famosi 350 milioni), si è passati dai 56 interventi iniziali alla quindicina o poco più di cui si ha notizia ad oggi (su questo il convegno fornirà sicuramente notizie più dettagliate). Non solo: l’approccio è scivolato dall’iniziale strategia di riduzione dell’artificialità del fiume e recupero delle funzionalità ecologiche e idrauliche, a una massiccia campagna di messa a dimora di alberi e di (tentata) eradicazione di specie aliene.
Oggi il progetto appare come una copia dell’originale sbiadita e priva di futuro. Oltre ai costi altissimi a fronte di meno della metà delle opere realizzate, resta l’incognita della continuità: ad oggi non c’è traccia di chi si occuperà di monitorare e mantenere negli anni quanto fatto, né di come proseguire i costosi quanto velleitari interventi di contenimento delle specie vegetali aliene. Quella di oggi a Parma si preannuncia come la celebrazione di un’occasione storica irripetibile che è stata purtroppo sprecata, trasformando un potenziale modello d’eccellenza in un mezzo fallimento burocratico.
Rolando Cervi
https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/06/1781792584596-scaled.jpg19202560redazionehttps://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.pngredazione2026-06-18 16:51:172026-06-18 16:51:19Piano di rinaturazione del Po: un’occasione sprecata
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