In fuga dall’Iran sotto le bombe. La storia di Somaya, esule di guerra, che ricomincia da Parma


L’imprevedibilità e la crudeltà di ogni guerra scompagina le vite delle persone. Anche, e soprattutto, dei “civili”, inermi. Il pericolo concreto di morire sotto i bombardamenti induce chiunque a pensare e tentare la fuga, pur dovendo, d’improvviso, abbandonare tutto, portando a fare scelte fino a quel momento impensabili.

È la storia rocambolesca di Somaya Aouichaoui, esule a Parma, scappata dalla guerra in Iran, arrivata nella nostra città venti giorni fa, per ricongiungersi con la sorella, portandosi dietro solo una valigia di… poesie.

La incontriamo in piazzale Picelli, così lontana eppure così vicina al quartiere armeno di Teheran dove viveva relativamente tranquilla fino al 28 febbraio scorso, quando Israele e gli USA hanno scatenato l’inferno sopra l’Iran. (In apertura fotogramma ripreso da video sul web, attacco a Teheran).

Andiamo per ordine che già di suo la vita di Somaya ha dello straordinario: donna con doppia cittadinanza, italiana e iraniana, una sorta di avanguardista di un mondo globale dove l’identità non sarà più definita dai confini, un’utopia alla faccia dei nazionalismi.

Somaya Aouichaoui

Per iniziare, Somaya, raccontaci la tua bio, come si dice oggi.

Ho trent’anni, sono nata in Puglia da padre tunisino e madre pugliese. Subito dopo venimmo a Parma, dove ho vissuto fino ai 17 anni. Nel 2012 mio padre trovò un’occasione di lavoro in Iran e, con essa, la notizia che mi sarei dovuta trasferire là, con la mia famiglia, i miei genitori e mia sorella piccola.

Che impatto ebbe questa notizia?

Quando ho capito che sarei andata a vivere con la mia famiglia in Iran ho sentito come prime emozioni stress e paura: vivere in un nuovo paese, provare l’incertezza del futuro riguardo ciò che sarei andata a fare veramente. Non sapevamo ancora in quale città saremmo andati di preciso. Ho dovuto interrompere gli studi. Avevo finito il terzo anno del Liceo Romagnosi. Col tempo però sentivo di essere anche emozionata poiché andavo a sperimentare qualcosa di diverso, con la speranza e voglia di conoscere qualcosa di nuovo. Anche se lasciare le cose che avevo qua mi ha fatto soffrire.

Qui cosa hai lasciato?

Ho lasciato mia sorella, che era già grande, e un’altra cosa che non pensavo all’epoca fosse così importante per me: la mia patria, l’Italia. Fin quando vivevo qui non era così importante, non ci pensi tanto. Io, figlia di papà tunisino e mamma italiana, sono sempre stata scissa, avevo parenti arabi, mi reputo una persona con identità mista composta da tantissime parti e aspetti e, con questa consapevolezza, lasciare l’Italia non pensavo potesse essere un dolore così grande. Vivendo in Iran invece mi sono accorta di quanto veramente amassi il mio Paese e Parma.

I primi tempi in Iran come sono stati?

Per un anno ho dovuto fermare il percorso di studi; ho dovuto studiare esclusivamente il persiano per apprendere la lingua, poiché lì non hanno un metodo di accoglienza migratorio come qui in Italia. Poi, frequentando la scuola, pian piano ho creato la mia rete sociale.

Quando ti sei trasferita eri consapevole del contesto socio politico che avresti trovato?

Sì, molte cose le sapevo, ma ovviamente da persona che non c’era mai stata. Vivendoci ho capito che il raccontato è diverso dal vissuto. Passare da una visione di vita occidentale a quella orientale, per una ragazza di 17 anni, è stato difficile abituarsi. Più che per la concezione politica o di vita è stato proprio per la cultura persiana che è molto diversa da quella europea in generale. È un cultura ricca di rituali, di formule. Loro fanno tantissimi complimenti, sono molto cerimoniosi, sono sempre molto ospitali e queste sono formule di rapporto con gli altri che devi imparare ad utilizzare per risultare persona educata e gentile. Imparare questo è stato abbastanza difficile. Probabilmente per anni io mi comportavo da straniera che non conosceva la cultura e quindi non sapeva bene cosa dire o fare con gli altri. Ci è voluto un bel po’ per risultare una persona inserita nella loro società. Per me questo è stato l’aspetto più difficile.

Quindi col tempo hai costruitouna tua rete sociale. Com’è strutturata?

La struttura sociale in Iran è molto incentrata sulla famiglia; ovviamente ci sono anche amicizie all’esterno della famiglia, ma rispetto all’Italia la rete sociale e personale è incentrata sulla famiglia allargata.
Entrando in contatto con altri iraniani, diventandone amica, la mia rete sociale ha cominciato ad includere anche i parenti di queste persone. Attraverso i miei amici, le mie relazioni affettive, entravo nella loro cerchia di parenti. Lì ci sono famiglie abbastanza grandi seppur anche lì la cultura sta cambiando e cominciano a fare meno figli. La maggior parte delle famiglie hanno relazioni strettissime con gli altri componenti, ad esempio zie e zii e cugini sono considerati familiari stretti.

La visione politica-religiosa in Iran è davvero così imperante nella vita quotidiana?

Io credo che dipende da che tipo di persona sei, di cosa ti occupi, di che stile di vita hai, e in base a questo senti più o meno l’influenza politico religiosa. Ad esempio negli ultimi anni mi sono avvicinata molto all’ambiente artistico, attraverso la musica e il teatro. Non era il mio lavoro ma direi che l’influenza l’ho sentita, nel senso che per un artista, un musicista non ci sono tutte le opportunità e liberta di esprimersi come in un paese europeo. Nonostante questo ho trovato i miei spazi dove esprimermi. Ho cambiato diverse città, e potevo trovare più o meno libertà d’espressione. Ad esempio non c’era problema nell’essere donna e cantante a Teheran, che è un discorso a parte per quanto riguarda le città iraniane dato che è molto grande e come tale ha proprie caratteristiche e lì ho avuto molte più possibilità.

Come è andato il tuo percorso scolastico?

Ho conseguito una laurea in teologia e filosofia e poi un attestato per diventare guida turistica che ho svolto per un certo periodo, prima di fare altro. Per lo più ho sempre lavorato con turisti orientali, ma fino a due-tre anni fa ho visto tantissimi turisti europei, soprattutto a Teheran ed è capitato di ritrovarmici a parlare. C’erano molti italiani, francesi e anche russi.

Tre anni fa le prime rivolte, a seguito dell’uccisione di Masha Amini, una ragazza che non portava il velo. Come hai vissuto quel periodo? Eri preoccupata per la tua incolumità?

Non ho avuto tanta paura per la mia incolumità. È stato un periodo difficile sotto tanti punti di vista. I racconti dei miei conoscenti, dei miei amici in quel periodo mi hanno influenzato molto e mi hanno reso molto triste. Allo stesso tempo però vorrei dire che tutto questo male ha portato ad un risvolto positivo: prima di queste proteste era davvero pericoloso girare nella maggior parte delle città senza velo, senza niente sulla testa, era sempre un rischio. Dopo queste proteste è diventata una cosa molto più normale. A Teheran potevi girare molto liberamente. Sono successe varie cose brutte ma hanno avuto il loro effetto sulla società.

Qual è la differenza tra un giovane iraniano che nonostante la paura di una repressione brutale riesce a cambiare la società, riempiendo le piazze, e un giovane europeo che secondo recenti ricerche “scende” meno in piazza per protestare rispetto a qualche decennio fa?

I giovani iraniani hanno una grande rabbia, credo dovuta a mancanza di fiducia nelle istituzioni. Prima i giovani iraniani avevano più fiducia in un cambiamento dall’interno. Ora sono mossi dall’intenzione di fare dei cambiamenti nel loro paese. Tra i giovani europei forse c’è un accontentarsi al minimo indispensabile. Gli iraniani in generale invece non si accontentano.

Credi che questo sia anche dovuto alla storia millenaria dell’Iran? Ti è mai capitato di parlare con qualcuno che paragonava l’era dello Scià con quella degli Ayatollah?

Tutti gli iraniani fanno questo paragone tra il prima e il dopo e ovviamente in Iran ci sono entrambi gli schieramenti. Quando si parla di politica in Iran c’è sempre questo paragone tra il prima, con lo Scià e il dopo, con la repubblica islamica, e ci sono quelli che pensano che con la repubblica islamica sia migliorato e chi invece è nostalgico del periodo dello Scià.

Come è stato questo 2026, quando dopo le vibranti proteste di piazza si è palesata la minaccia di un attacco militare dagli USA?

L’ingresso dell’America nel conflitto che già c’era tra l’Iran e Israele ha accelerato molto le cose. Gli ultimi mesi in Iran son stati molto stressanti, tra le proteste, il blocco di internet, le notizie di una guerra alle porte, il dolore che ho visto tra tutti i miei amici e amiche iraniane. Ricordo che dopo le proteste di piazza sono tornata alle prove di teatro dove andavo e le mie amiche si sono messe a piangere. La cosa più difficile di quei giorni era la capacità di capire e analizzare la situazione poiché con il blocco di internet non arrivava nessuna notizia e quelle poche che arrivavano non sapevamo se fossero vere oppure no. Soprattutto quelle che venivano dall’estero. La situazione pian piano poi è diventata poco sicura, io per alcuni giorni ho evitato d’uscire. La morte di tanti giovani e la sofferenza di un’intera generazione e la loro perdita di speranza io l’ho vista e vissuta soprattutto attraverso le persone che mi stavano attorno. La loro afflizione partiva dal presupposto del “Noi le abbiamo provate tutte ma non è bastato”. Tra i miei conoscenti ho avuto persone che hanno perso i loro parenti durante le proteste: è stato un periodo difficile.

Quando è stato il giorno in cui hai davvero pensato che restare era così pericoloso, da decidere di tornare in Italia?

Dopo le proteste questo periodo di incertezza è continuato: ogni giorno sentivamo notizie riguardo la volontà di Trump di attaccare. Tra le tante analisi che ognuno faceva, io ho sempre pensato che questa guerra non conveniva a nessuno, da entrambe le parti. Tra le persone che avevo accanto tantissime invece erano sicure di questo attacco: mi chiamavano per dirmi di comprare provviste, bombole del gas, di prepararmi alla guerra. Io non volevo crederci. Purtroppo così è stato.

E poi arriva il 28 febbraio, il giorno dell’attacco.

Il giorno in cui hanno attaccato io stavo facendo lezione online con la mia alunna quando ho sentito un boato. La mia coinquilina è uscita dicendomi che Trump aveva attaccato. Io non volevo crederci e le ho risposto che era qualcos’altro. Finita la lezione abbiamo letto le notizie che erano state sganciate le bombe nel centro di Teheran. Dopo qualche ora sono uscita ho visto la gente per strada e le colonne di fumo che si alzavano. E da li abbiamo sentito per tutto il giorno boati a seguito delle bombe sganciate. Quella notte è stata davvero difficile dormire. Mi sono svegliata con il blocco di internet. Chiamavo le mie amiche per sincerarmi come stavano. Ho lasciato Teheran perché la situazione era troppo pericolosa, la città era piena di posti di blocchi di militari. Era una situazione surreale: una cosa così non l’avevo mai vista. Quando hanno cominciato a bombardare molto vicino a dove mi ero da poco trasferita, al punto che ho visto i palazzi distrutti, vetri ovunque, è stato lì che mi sono detta che non potevo più aspettare. Ho provato fino all’ultimo di restare sperando che la situazione si sistemasse ma non è stato cosi. La prima guerra tra Israele ed Iran mesi fa, le continue proteste e, infine, il secondo attacco mi hanno fatto pensare che non potevo più restare.

E hai deciso di venire a Parma da tua sorella.

Mia sorella Zeinab era preoccupatissima. Sono passate circa tre settimane. Da cittadina italiana mi sono rivolta all’ambasciata italiana a Teheran e mi aspettavo qualche informazione riguardo a come arrivare al confine in sicurezza. Purtroppo non ho ricevuto alcun aiuto, mi è stato detto di muovermi in autonomia, di contattare personalmente qualche agenzia iraniana di viaggi. Speravo in un aiuto nel guidarmi verso il passaggio più sicuro. La maggior parte dei miei amici a cui avevo chiesto consiglio non sapevano come fare. Non c’erano certezze. La mia paura era quella che seppur fossi riuscita a prendere qualche mezzo di non sapere se fossi sulla via giusta: essere vittima di un bombardamento durante il tragitto o arrivare al confine e non passare. Non avevo accesso libero ad internet, non era possibile capire se i confini erano aperti. Sono riuscita nonostante tutto, tra mille paure e timori ad arrivare a Khoy, l’ultima cittadina iraniana al confine con la Turchia. Mi sono un po’ tranquillizzata perché lì ho visto altre persone iraniane che vivevano all’estero e volevano espatriare. Da li ho attraversato il confine e un pullmino ci ha portato a Van, la prima città turca. Prima di arrivare ho dovuto superare quattro controlli da parte della polizia turca. Da Van ho preso un aereo per Istanbul e da Istanbul per l’Italia.

Sull’aereo per l’Italia cosa provavi?

Ero stanchissima. Purtroppo sono riuscita a portare pochissime cose: una valigia e uno zaino. La guerra livella e rivede le proprie priorità, al momento di decidere cosa portare con me ho scelto cose che ritenevo davvero importanti: ho preferito anziché mettere abiti o scarpe portare i miei libri di poesie persiane, soprattutto di Hafez, ricordi dell’infanzia, le lettere che mi scrivevo con le mie amiche, il mio diario delle elementari. Ricordo il momento in cui davanti ai miei libri, alle cose dell’infanzia mi sono trovata a decidere e a scegliere quali di questi per me erano importanti. Un momento in cui mi sono detta: il libro di poesie di Rumi posso lasciarlo o no? Quale mi sta più a cuore? La guerra dà il vero valore delle cose. Con la guerra si ricalibra la scala delle priorità. Purtroppo mi sono ritrovata a lasciare tante cose. In questa esperienza mi consolo pensando che spesso nella mia vita mi sono dovuta reinventare, cambiare tante città, cambiare percorso di vita e anche in queste circostanze mi sono ritrovata a dover lasciare cose indietro. Quando ci penso mi dico “Somaya, Però ricordati che tu hai sempre tutto nel cuore. I veri ricordi sono quelli che porti dentro di te, non legati alla materialità degli oggetti”.

Libri di poesia?

Gli iraniani sono molto attaccati alla poesia.In Iran nel solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno, che in Iran chiamano “la Notte di Yalda” gli iraniain si ritrovano attorno ad un tavolo e leggono le poesie di Hafez. Loro danno molto importanza ad Hafez: in ogni casa persiana c’è sempre un libro del Corano e uno di Hafez e sono sempre uno accanto all’altro. Si fa anche la divinazione col libro di Hafez: fai una domanda, apri il libro e la poesia che ne viene fuori ti da un messaggio preciso di quel momento della tua vita.
Nella notte di Yalda preparano il Korsi, una tavola bassa ricoperta con una grossa tovaglia e sotto questa tavola viene messo qualcosa per riscaldare, il Korsi è addobbato con frutta secca, cocomero, melograno e altro cibo e le persone sedute sui tappeti con le gambe sotto questa tovaglia si riscaldano e tutti insieme si mangia e si leggono poesie. È una festa antichissima.

Il ricongiungimento con tua sorella come è stato?

Quando ho passato l’ultimo controllo all’aereoporto di Bergamo lì ho pensato che era veramente successo. Fino all’ultimo ero molto stressata. Quando ho sentito il vociare italiano mi sono detta: è davvero finita. Con mia sorella ci siamo viste in stazione a Milano e ci siamo abbracciate a lungo. Il primo “pranzo” italiano è stata una focaccia. Arrivata a casa, dopo settimane e mesi, ho dormito finalmente in tranquillità. Mi sono addormentata senza più pensare a nulla, senza più pensare al fatto che poteva cadermi una bomba in testa, del mio futuro in mezzo ad una guerra.

E adesso?

Adesso posso pensare a un lavoro da cercare o se riprendere gli studi o altre attività. Pensare finalmente a cose a cui pensa la gente normale, anziché pensare se domani mattina sarò ancora viva oppure no. Negli ultimi tempi in Iran dovevo pensare “ma stanotte io se dormo qui ,coi vetri, è sicuro oppure no?
Ho cambiato tante volte vita e città e anche dopo questo cambiamento pensare che non è facile a 30 anni ricominciare da capo in un altro Paese, con una nuova vita, nuove amicizie. Quello che mi rende speranzosa è che mi dico che l’ho fatto tante altre volte, e che è vero che è difficile ma ce l’ho sempre fatta.
Quando sarò vecchia avrò tantissime cose da raccontare.

Come vedi il tuo futuro? In Iran o altrove? E cosa ti manca dell’Iran?

Dell’Iran mi mancano le amicizie, le comunicazioni ad ora sono difficoltose tra di noi. Mi mancano i progetti di vita e professionali che ho dovuto lasciare. Mi manca il mio quartiere, le strade il cibo, la cordialità delle persone.
Il futuro lo vedo ad ora in Italia ma mi piacerebbe che un giorno la situazione in Iran si aggiustasse e che ci fosse la possibilità di tornarci tranquillamente. Provo solo dolore, pena e tristezza per quello che sta succedendo attualmente in Iran.

Quante cose,

atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,

ci servono come taciti schiavi,

senza sguardo, stranamente segrete!

Dureranno piú in là del nostro oblio;

non sapran mai che ce ne siamo andati.

(Jorge Luis Borges)

Stefano Frungillo

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