Potere al Popolo assieme al Pd, indagati per l’occupazione dei binari

La manifestazione Pro Pal e Sumud Flotilla lo scorso 1° ottobre

C’è anche Andrea Bui, coordinatore di Potere al Popolo, tra gli indagati “in concorso” per il reato di “interruzione di pubblico servizio” tramite occupazione dei binari ferroviari, lo scorso 1° ottobre, in occasione della manifestazione in solidarietà pro Palestina e la Global Sumud Flotilla. Assieme a Bui hanno ricevuto l’avviso di garanzia altri 3 iscritti a Pap. Come già noto, nel registro degli indagati vi sono anche 4 esponenti di primo piano del Partito Democratico: gli assessori Francesco De Vanna e Caterina Bonetti, le consigliere comunali Gabriella Corsaro e Victoria Oluboyo.

Chiamatela coincidenza, curiosità, comunanza, strategia processuale dell’accusa… come che sia, si fa notare questa abbinata Potere al Popolo – Partito Democratico.

L’occupazione e le indagini

Sorge l’interrogativo sull’intento del pm Alfonso D’Avino, procuratore della repubblica, al di là delle ipotesi di reato, ossia se voglia dimostrare una saldatura politica tra le diverse anime della sinistra. Oppure nell’individuare i “concorrenti” al reato di interruzione di pubblico servizio abbia volutamente cercato persone note per suscitare un “processo mediatico”; obiettivo che non sarebbe stato raggiunto se l’avviso di garanzia fosse giunto ai soli occupanti dei binari i cui nomi sono sconosciuti ai più. Va detto, peraltro, che esponenti di rilievo di altri partiti, pur presenti alla manifestazione, sono rimasti fuori, non indagati.

A quanto appreso anche in altre città, dove vi è stata occupazione di binari, la notte del 1° ottobre o nei giorni seguenti, le Procure si sarebbero mosse per le relative indagini e avrebbero già emesso avvisi di garanzia, ma senza nomi “eccellenti”, e sarebbe il caso di Reggio Emilia.

«Io quella sera c’ero e penso fosse il posto giusto dove stare – afferma Andrea Buiper la necessità di manifestare il dissenso rispetto ai 75mila morti causati dall’aggressione israeliana nella striscia di Gaza, assediata senz’acqua e luce. Quel pomeriggio avevamo tenuto un presidio in piazza, fino alle 20 e tornai a casa esausto.In serata vi fu l’arresto illegale degli equipaggi della Flotilla da parte dell’esercito israeliano e fui avvisato da diverse persone del corteo spontaneo , decisi così di unirmi e mi diressi verso la stazione che il corteo era praticamente arrivato. Un corteo grosso, TV Parma, non certo una testata a noi vicina, parlerà di 1500 persone, le persone applaudivano dalle finestre, si respirava un’atmosfera molto diversa dalla descrizione di assalti e violenze che vedo girare in questi giorni. Mi piacerebbe aggiungere altre considerazioni, ma per il momento preferisco non dire altro poiché il procedimento giudiziario è aperto».

La strategia del pm

Ci sono quattro indagati principali per l’occupazione dei binari 1, 2 e 3. A scendere sulle traversine sono stati almeno in 50 su un totale di 350-400 persone entrate in stazione (così è accertato dalle indagini, in realtà le cronache parlano di una manifestazione con 1.500 partecipanti. Nella foto il corteo in via Mazzini quella sera). E la prima cosa che balza all’occhio nel leggere la lista degli indagati è che ognuno dei 4 è qualificato per l’appartenenza a un gruppo (o “collettivo”, come scritto nell’atto giudiziario): Rete Diritti in Casa, Art Lab, Fronte della Gioventù Comunista, Udu (Unione degli Universitari, sindacato studentesco). Sembrano scelti col lanternino: uno di questi, una di quelli, e così via, per identificarli con una sigla diversa. Ce n’era bisogno?

È la stessa domanda che possiamo porre a riguardo dei quattro esponenti Pd, qualificati per il ruolo politico che ricoprono. Ovvio che la risonanza mediatica sia più elevata.

Prima di arrivare a loro, ci sono le posizioni intermedie di due indagati che “oltrepassavano abbondantemente la linea gialla di sicurezza”: qui, nell’ipotesi di reato, c’è già il giudizio insito del pm che quelle “gambe sporgenti” ostruiscono l’eventuale passaggio del treno, anziché poter essere tirate prontamente indietro. Insomma, pare un processo alle intenzioni. Sarà ovviamente oggetto di contestazione. Anche queste due persone sono qualificate una come Diritti in casa e sindacato ADL Cobas, l’altra genericamente come facente parte dell’area della sinistra antagonista e anarchica.

Dal punto di vista legale e giudiziario possono essere elementi di banale circostanza, dal punto di vista politico e mediatico specificare queste qualificazioni hanno un effetto volano. Sono supposizioni, ma risuonano così e d’altronde i titoli sui giornali e tv nazionali parlano da soli.

Le ipotesi di reato

Chiariamo subito: i nuovi decreti sicurezza del governo Meloni non c’entrano. I reati contestati sono agli art. 340 (interruzione di pubblico servizio) con le aggravanti del 110 e 112 e risalgono al “Codice Rocco” del 1930 poi inglobato nel Codice Penale. In più il Pm contesta il mancato rispetto dell’art. 18 del RD del 773/1931 che prevede il preavviso all’Autorità di pubblica sicurezza dell’effettuazione di un corteo. Questo preavviso dev’essere di almeno tre giorni, ma se il corteo nasce spontaneo sull’onda di fatti immediati e urgenti, come si fa a preavvisare? Materia per avvocati e giudici.

L’importante – da cronisti – è ribadire che il Pm non contesta la manifestazione in sé, cosa che non potrebbe fare poiché manifestare la libertà di pensiero è un diritto costituzionale (art. 21). Quindi parlare come fa qualcuno di “manifestazione non autorizzata” è improprio. Si tratta dunque di vedere le modalità, e il corteo , secondo il Pm, andava “preavvisato”. In questo caso la pena prevista è un’ammenda pecuniaria.

Per l’interruzione di pubblico servizio (art. 340) le pene previste prevedono la reclusione fino a 2 anni se ci sono le aggravanti (art. 110 e 112). Per i capi o i promotori della protesta la pena sale fino a 5 anni di carcere. Tuttavia nelle sue indagini il Procuratore D’Avino non è riuscito a individuare nessun promotore o, almeno, non è indicato nell’informazione di garanzia.

Il concorso

Ben 17 persone sono indagate perché “pur senza scendere materialmente sui binari, stazionavano lungo i marciapiedi ferroviari; concorrendo nella attività illecita di invasione dei binari i quali -con la loro perdurante presenza all’interno della stazione ferroviaria e nelle immediate vicinanze dei binari- di fatto approvavano, incoraggiavano e collaboravano con i materiali invasori dei binari, fornendo loro supporto e contribuendo -con la loro presenza ed il loro appoggio- a rafforzare il proposito criminoso dei primi sette” (in realtà sei, errore formale, ndr).

Si rileva facilmente che si tratta di supposizioni del Pm, poiché non vi è alcuna prova addotta a carico dei 17, tra cui appunto Bui, De Vanna, Corsaro, Oluboyo, Bonetti, che abbiamo materialmente agito supportando gli occupanti dei binari.

La strategia difensiva

Gli indagati hanno venti giorni per circostanziare la propria posizione. Alcuni non hanno ancora ricevuto l’informazione di garanzia pertanto si può prevedere che il procedimento finirà davanti al Gup (Giudice dell’udienza preliminare) non prima di metà aprile. In questo momento le bocche sono cucite, la strategia difensiva è in via di definizione per tutti. L’assessore De Vanna e la consigliera Corsaro sono difesi dall’avvocato Salvatore Tesoriero (foro di Bologna), l’assessora Bonetti dall’avvocato Sergio Ghiretti. Gli altri indagati stanno vagliando un pool di legali.

La sensazione è che in prima battuta, davanti al Gup, gli indagati in concorso chiederanno l’archiviazione perché il reato non sussiste o per tenuità del fatto. Inoltre, a quanto pare, ci sono un paio di persone, riprese dalle videocamere di sorveglianza in via Garibaldi, che poi giunte in stazione non si sono recate sulla banchina, e dunque la loro posizione dovrebbe essere facilmente stralciata.

Se poi il procedimento giudiziario dovesse instaurarsi, cosa praticamente certa per i quattro occupanti dei binari, si dovrà dibattere su quanto il “blocco ferroviario” a Parma abbia influito sui ritardi dei treni (otto convogli passeggeri e nove treni merci).

È presumibile che poi sarà invocato l’art. 62 del codice penale per chiedere le attenuanti per motivi di particolare valore morale e, in questo senso, protestare pacificamente contro il genocidio in Palestina dovrebbe essere riconosciuto.

L’Oltretorrente

Una curiosità è constatare che almeno la metà degli indagati abita o frequenta quotidianamente l’Oltretorrente, che si conferma essere un quartiere ribelle e solidale.

I precedenti illustri

A proposito di treni bloccati per proteste pacifiste a Parma abbiamo due precedenti. Il più illustre, riguarda Guido Picelli. La sera del 28 giugno 1920 Picelli, conducendo un gruppo di “Guardie Rosse”, risalì la massicciata ferroviaria dalle parti di via Trieste. L’intento era di fermare un treno di soldati granatieri inviati in Albania. Già in stazione era in corso un presidio pacifico. Picelli non si accontentò e col suo gruppo srotolò sui binari un carico di legname, per obbligare i treni a fermarsi. Per poco non avvenne un guaio. Fu arrestato qualche giorno dopo e trascorse in carcere dieci mesi, prima di venir eletto in Parlamento. Da lì la sua ascesa politica e il ruolo di comandante delle Barricate. Nota bene: da quelle accuse per l’assalto al treno, Picelli fu prosciolto.

Il secondo precedente riguarda i giorni nostri. Nel febbraio 2003, Roberto Bernardini, allora sindaco di San Secondo Parmense, si unì a un’azione dimostrativa per fermare un convoglio carico di armi destinate alla guerra in Iraq. Anche lui fu assolto. Al proposito potete leggere qui l’intervista a Bernardini.

Le reazioni

L’obiettivo mediatico è stato raggiunto, quello politico di perpetrare la divisione tra le parti, pure. Era questo quanto voleva raggiungere il procuratore D’Avino?

Nelle immediatezze della “fuga di notizie” sui nomi degli indagati del Pd si è scatenata la ridda di dichiarazione pro e contro, come se l’avviso di garanzia fosse già una sentenza di condanna.

Lo stravolgimento pieno di quello che dovrebbe essere un equo processo di giustizia. Casi già visti, purtroppo.

Le richieste di dimissioni (per un avviso di garanzia, vale la pena di ribadirlo nuovamente) sono giunte da Priamo Bocchi (FDI), Agoletti (Forza Italia), Seletti (Gruppo Vignali), Missione Parma, appena più prudente la deputata Laura Cavandoli (Lega) .

Più ragionata la posizione di Marco Adorni per ChiAmaParma (movimento promosso da Federica Ubaldi) che richiama le “responsabilità politiche” degli assessori che, in estrema sintesi, in quanto amministratori dovrebbero avere la “prudenza” di non partecipare a manifestazioni politiche. Qui il suo intervento integrale.

Dall’altro lato, gli occupanti e gli indagati in concorso sembrano già assurti a “eroi del popolo”.

La posizione del Pd è inevitabilmente asciutta (e imbarazzata): “Il partito democratico di Parma è certo dell’estraneità ai fatti contestati ai due assessori comunali Bonetti e De Vanna e alle due consigliere Corsaro e Oluboyo, sicuri che chiariranno la loro posizione e dimostreranno la correttezza dei loro comportamenti durante la manifestazione alla quale hanno partecipato” ha dichiarato Andrea Bernardi, segretario provinciale del Pd.

Su Voladora potete leggere tutte le posizioni in solidarietà agli indagati espresse da Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, Alleanza Verdi Sinistra, Usi-Cit e Gruppo Anarchico “Cieri”, Casa delle Donne e , in chiusura, la posizione del Ciac con altre quindici associazioni che già avevamo pubblicato (Un’indagine che colpisce tutti noi).

Una riflessione, sulle indagini e le ipotesi di reato avanzate del procuratore della repubblica Alfonso D’Avino, l’ha scritta Luca Marola, imprenditore del Canapaio Ducale reduce nell’estate scorsa dall’assoluzione completa per il processo “cannabis light”, intentato proprio da D’Avino, un processo durato cinque anni.

Gran clamore per un’inchiesta che sembra tutto fuorché un’inchiesta”, scrive Marola (qui potete leggere l’intervento integrale) che imputa D’Avino di essersi “appena inventato nuovi fantasmagorici reati”. “Il mio preferito – prosegue – è quello di interruzione di traffico ferroviario per mezzo di… gamba perché, e cito dallo scritto del D’Avino stesso, “oltrepassavano abbondantemente la linea gialla di sicurezza posta sul marciapiedi antistante il binario, sedendosi su detto marciapiedi con le gambe sporgenti verso i binari … Per cui il reato di interruzione di traffico ferroviario attraverso coscia (propria, a quanto pare non valgono i prosciutti) pare possa avere una sua specifica gradazione: se si compie con oltrepassamento abbondante, pena piena!

L’altro fanta reato – ironizza Marola – è il concorso in interruzione di traffico ferroviario mediante telepatia. … Con la sola presenza stabile, perdurante (a proposito, come si calcola la perduranza nella fanta giurisprudenza?) ma ben al di qua della linea gialla, fissi, immobili, muti, con entrambe le gambe non utilizzate per bloccar treni, di fatto… Alt. “Di fatto”?!? Quindi il solo star in piedi, zitti e buoni, su un marciapiedi per un tempo che il Nostro giudica un po’ troppo, DI FATTO, ti fa compiere una serie di azioni come, in ordine cronologico: approvare, incoraggiare, collaborare, supportare, contribuire, appoggiare, rafforzare, quindi concorrere a determinare il perturbare del circolare”.

Vi auguro il processo, – dice Marola agli indagati – perché quest’esperienza surreale è giusto che venga vissuta fino in fondo consapevoli che una roba del genere può capitare solo una volta nella vita e poi vi guadagnerete l’attenzione, e un certo numero di bicchieri offerti ad ogni bancone di bar, ogni volta che racconterete l’eventuale fanta processo. E allo stesso tempo vi auguro che ve lo viviate con leggerezza, con irriverenza e con la giusta dose di rabbia per il disturbo che l’uso distorto di un potere sta arrecando alle vostre vite”.

(dra.fra)

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