«Occorre uno scatto di coraggio negli enti per assumersi la responsabilità, quando avvengono casi di violenza»


Intervista a Marco Deriu, sociologo, cofondatore di Maschi che si immischiano

La Giornata internazionale della Donna, 8 marzo, quest’anno vede sul tavolo due temi rilevanti, uno di spessore nazionale (Disegno di legge di contrasto alla violenza sessuale), l’altro di livello locale se pur anch’esso con riflessi nazionali (la vicenda del Teatro Due).

È interessante ascoltare il punto di vista maschile, alla luce dell’esperienza dell’associazione Maschi Che Si Immischiano. Ne parliamo con Marco Deriu, sociologo, docente con vari incarichi presso l’Università di Parma, autore e saggista di studi sulla mascolinità e relazioni di genere (foto in riquadro).

Partiamo dal DDL di contrasto alla violenza sessuale, che approvato all’unanimità alla Camera prevedeva l’esplicito consenso ai rapporti sessuali. Consenso che invece, nella discussione in Senato, è stato espunto dalla modifica apportata dalla senatrice e, nota avvocata penalista, Bongiorno, che ha inserito invece il “dissenso”. È più tutelante o è un arretramento, rispetto al contrasto degli stupri?

È un arretramento rispetto alla convenzione di Istanbul che l’Italia ha ratificato nel 2013, che già riconosceva la violenza a fronte di atti sessuali compiuti su una persona senza il suo consenso libero e volontario. Quella era già una legge dello Stato e si trattava di perfezionare e migliorare, di certo non di tornare indietro. Al di là dell’aspetto normativo è nei fatti un arretramento perché parlare di volontà contraria all’atto sessuale è qualcosa di più riduttivo che non riconoscere pienamente il consenso come diritto all’autodeterminazione della donna nel rapporto sessuale. È un po’ come se si dicesse che la donna e il suo corpo sono disponibili per il piacere maschile “fino a prova contraria”. In un processo cambia la dinamica, perché nell’ipotesi del consenso chi viene accusato di un atto di violenza sessuale deve spiegare cosa gli ha fatto credere che la donna fosse consenziente, invece nell’ipotesi del dissenso è la donna che dovrà dimostrare di aver espresso la propria “volontà contraria” fuori da ogni possibile dubbio.

L’onere della prova si inverte?

Esatto, e in più rischia di rafforzare le forme di vittimizzazione secondaria, perché sposta tutto l’onere della prova sulla persona che subisce. Se guardiamo questo arretramento dal punto di vista di chi si impone, emerge un interrogativo su che idea hanno i maschi della sessualità, del piacere, della corporeità. Questo è un tema che si fatica ad affrontare fino in fondo, cioè esprime una sessualità come forma di piacere che non è costruita sulla libertà, sul desiderio di entrambi, sulla fiducia, sull’appagamento reciproco, ma è costruita su un’affermazione unilaterale o addirittura su un godimento del predominio. Questo è un sintomo della cultura nella quale siamo immersi e che fatichiamo a mettere in discussione.

La Fondazione Giulia Cecchettin ha diffuso uno spot con quattro giovani uomini a tavola che chiacchierano del loro rapporto con le donne dicendo “comunque non si può più dire niente”, “io ho solo fatto così”. Come valuti questo spot? È efficace? Può incidere sulla cultura patriarcale?

Lo giudico interessante perché fa parte di una trasformazione che c’è stata nell’ambito della pubblicità sociale sul tema della violenza che per tanti anni si è concentrata sulla vittima, con effetti un po’ paradossali. In questa campagna ci sono alcune cose molto buone, in particolare la critica della banalizzazione e della normalizzazione di una serie di comportamenti a partire dal linguaggio, e poi il tema della collusione o della complicità maschile in molti di questi atteggiamenti.

C’è il tema dell’escalation perché si parte dal commento, poi il non vestirsi in un certo modo, il controllo del telefono, la diffusione delle foto, il pugno sul muro fino alla minaccia di femminicidio. Infine il focus sul cambiamento maschile. Questi sono gli aspetti interessanti. Credo che in queste campagne la cosa più difficile sia lavorare sull’insight, cioè sulla capacità di questi spot di entrare nel modo di pensare dell’interlocutore, in questo caso di giovani uomini, per trovare un aggancio e introdurre uno spunto per modificare il pensiero, l’atteggiamento. In questo caso l’aggancio sembra l’invito a riflettere sull’escalation, non so se è sufficiente.

Venendo a Parma, al caso del Teatro Due, del regista condannato per violenza sessuale su due attrici dal tribunale del lavoro, con la correità del Teatro per non aver fatto tutto quello che poteva per evitare gli atti compiuti dal regista. La ferita è ancora aperta?

Penso che la ferita sia ancora aperta per vari motivi. La sentenza riconosceva una responsabilità primaria dell’autore ma contemporaneamente anche quella del teatro per mancata vigilanza o mancato accertamento. Ha pesato l’oscuramento, la non pubblicazione, nella sentenza del nome dell’autore. Questo ha contribuito a rendere più difficile la discussione e anche a spingere più al centro della scena il Teatro. Il fatto che l’autore sia rimasto nell’ombra è comunque un problema pubblico. Per esempio recentemente questa persona ha ottenuto un riconoscimento con un incarico da parte di un soggetto politico. Fatico a credere che i responsabili di quel partito non fossero a conoscenza di quelle sentenze. In tutti i modi viene da chiedersi se la dirigenza di quel partito politico non sapeva o se ha voluto non solo legittimare o sostenere una persona, ma anche in qualche modo sdoganare un certo tipo di cultura e di comportamenti.

Parliamo della DC, un partitino…

Certo, però è significativo perché viene troppo a ridosso dei fatti, quindi questa cosa fa pensare.

Un altro elemento che lascia aperta la ferita è il fatto che il CDA del Teatro ha esplicitamente affermato di voler far ricorso, almeno per la parte che riguarda la responsabilità del teatro, quindi questo farà sì che la questione si trascinerà per lungo tempo. Questo ha una ricaduta anche sulle persone che hanno subito, sulla comunità, e accresce i dubbi sulla rielaborazione da parte del teatro di questa faccenda. Il nodo da mettere a fuoco è che questa vicenda, come altre analoghe, segnala la difficoltà di aprire un percorso di riflessione sul perché queste violenze continuano ad accadere e quali elementi culturali, sociali, o quali dinamiche di potere, permettono o addirittura favoriscono questo tipo di condotta portando all’isolamento delle persone abusate e ostacolando l’emersione e il contrasto di questi crimini.

Occorre evidenziare la fatica dei “contesti” – intesi come enti, aziende, istituzioni – nell’affrontare adeguatamente questo genere di problematiche. Nel caso del Teatro penso che sia stato un errore da parte della direzione non assumersi immediatamente una responsabilità in termini concreti. Quando avviene qualcosa di grave dentro un’istituzione che si dirige, e questa cosa non è semplicemente un evento isolato ma una condotta o addirittura un costume, occorre immediatamente riconoscere la gravità del fatto, rimettere il proprio mandato e dire onestamente: non abbiamo fatto a sufficienza, non abbiamo riconosciuto, non abbiamo capito la gravità, però ci assumiamo la nostra responsabilità e così apriamo la possibilità di una riflessione su cosa non ha funzionato e su come evitare che si ripeta. Non è una questione personale ma un atto di responsabilità istituzionale.

A mio avviso, il fatto di avere rifiutato questo passaggio, paradossalmente ha messo il Teatro più al centro della discussione. Perché le associazioni del territorio e l’opinione pubblica, hanno visto nella postura del CdA una forma di negazione delle proprie responsabilità e degli aspetti contestuali che hanno permesso queste situazioni. Evidentemente c’è stato un timore, la paura di una perdita di immagine, la paura di perdere la faccia. Però questo, in realtà, ha peggiorato la situazione.

Alla fine la direttrice del Teatro Due ha dato le dimissioni, con la maschera dell’autosospensione. E a giugno ci sarà il rinnovo del cda. Che riflessione si può fare in vista di quel passaggio?

Ribadisco, secondo me, è emersa una fragilità del contesto, al di là delle persone e delle responsabilità che molto laicamente ci si dovrebbe assumere. E devo dire che anche con l’iniziativa delle lettere di sostegno alla Direzione, e con le dichiarazioni pubbliche – comprese quelle degli ultimi giorni del Direttore ad Interim – il Teatro continua a dare l’idea di voler chiudere la faccenda, normalizzare la situazione, pensare ad altro e allontanare qualsiasi tentativo di una riflessione più aperta e profonda che farebbe maturare il teatro e la città.

Ma ci tengo a dire che non stiamo parlando di un caso isolato, ma di una dinamica relativa alle violenze di genere che abbiamo visto in tanti contesti diversi anche nella nostra città. Quando la violenza avviene vicino a noi nei contesti di vita, di lavoro, di formazione, di impegno politico è difficilissimo parlarne pubblicamente e liberamente. Scattano tutta una serie di meccanismi di tutela, di autotutela, di prudenza. Si cerca di svicolare, di nascondersi, di tenere il profilo più basso possibile. È una forma di “diniego”: sappiamo ma non vogliamo saperne, non vogliamo interrogarci. Ma questo non ci fa maturare: né le persone che si trovano direttamente coinvolte, né le istituzioni, né la comunità. Occorre davvero uno scatto di coraggio nel provare a riconoscere che cosa avviene in queste situazioni, cosa blocca la discussione, come evitare le negazioni e le proiezioni, e quali percorsi si possono costruire per migliorare la risposta della comunità in termini di prevenzione, ma anche in termini di rielaborazione e maturazione collettiva. Su questo tema ci siamo interrogati con alcune colleghe in università e prossimamente proporremo un percorso laboratoriale di riflessione coinvolgendo diverse realtà del territorio.

Nel 2026 sono dieci anni di Maschi Che Si Immischiano (MCSI). C’è la sensazione di aver cambiato qualcosa nell’approccio culturale maschile alle relazioni con il femminile?

Qualcosa io credo che sia cambiato, e non solo per merito di Maschi che si immischiano o di altri gruppi di uomini, ma in generale; cioè credo che negli ultimi dieci anni sia diventato patrimonio un pochino più diffuso il fatto che in questa vicenda del contrasto alla violenza, del contrasto al sessismo, al machismo, alle forme di cultura patriarcale, si è colto che il ruolo degli uomini è determinante in termini di autoconsapevolezza e di cambiamento, ma anche in termini di capacità di sviluppare strumenti e percorsi che danno vita a forme di maschilità e a forme di relazione tra i generi più libere, non solo nelle relazioni personali, ma anche appunto nei differenti contesti sociali.

Credo che anche dentro la città questa cosa un po’ sia avvenuta, tant’è che Maschi che si immischiano è chiamata a partecipare ad incontri pubblici, a scuola, nelle imprese, nei luoghi dello sport. È richiesta una collaborazione, una forma di alleanza per un cambio di civiltà. Non è sempre facile ma ci si prova. Tutto questo avendo ben presente cosa sta succedendo a livello internazionale con il proliferare delle guerre, il diffondersi della violenza e della legge del più forte come forma di gestione dei rapporti al proprio interno e tra Stati. Anche la distruzione dell’ambiente e del vivente ci dice che un certo tipo di cultura della violenza non solo non è scomparsa, ma sta assumendo forme nuove e quindi occorre migliorare la nostra capacità di lettura e di intervento.

Credo che la cosa però importante da dire è che il lavoro con il mondo maschile a tutti i livelli è una partita determinante e che occorre da questo punto di vista certamente riconoscere e definire delle responsabilità, ma anche riconoscere e valorizzare le risorse e le opportunità che si aprono quando gli uomini scelgono di mettersi in gioco, piuttosto che nascondersi. Quando provano a lavorare sulle proprie relazioni e portare così un contributo a questa trasformazione culturale.

Francesco Dradi

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