«Vorrei un 8 marzo noioso. La normalità è la vera rivoluzione per le donne»
Intervista a Emma Nicolazzi Bonati, presidente del comitato per Parma European Youth Capital 2027
Secondo una ricerca internazionale effettuata su 23.000 persone in 29 paesi di tutto il mondo la Generazione Z (i nativi digitali, tra il 1997 e il 2012) ha posizioni molto conservatrici rispetto al ruolo della donna nella società e nel proprio nucleo familiare. Insomma sembra proprio che la donna debba ancora dover lottare contro gli stereotipi che si porta da secoli. Partiamo da questo spunto nell’intervistare Emma Nicolazzi Bonati, presidente del comitato per Parma European Youth Capital 2027 (foto in riquadro).

Come ci si sente nel festeggiare l’8 marzo (link alle iniziative a Parma) per la prima volta sotto le luci della ribalta visto il suo impegno civico, sociale, culturale negli ultimi mesi? Com’è rappresentare una fetta di società?
La parola “rappresentare” mi mette un po’ in crisi: io non sono una bandiera, e soprattutto non voglio parlare “a nome di”. Se c’è una cosa che cambia, è che quando ti ascoltano ti accorgi di una responsabilità semplice: dire meno cose “giuste” e fare più cose utili. L’8 marzo non è una passerella, è un promemoria del fatto che non possiamo permetterci di archiviare certi temi nel ristretto di una “giornata speciale”. Parma EYC 2027, nel mio piccolo, mi aiuta proprio a stare su questo: concretezza, comunità, e niente eroismi.
Possiamo definirla astro nascente nelle comunità parmigiana?
“Astro nascente” è bellissimo, ma io sono più da… lampadina: funziona se c’è corrente, e la corrente è la rete. Scherzi a parte: non mi riconosco molto nelle etichette. Mi riconosco nel lavoro, nel tempo, nella costanza. Se Parma EYC 2027 sta costruendo qualcosa, è perché c’è un “noi” che si rimbocca le maniche — non perché qualcuno brilla. E a me va benissimo restare una parte del coro, purché la canzone sia quella giusta.
Per anni si è detto che in Italia la politica non era una questione per donne: con un premier donna e la leader donna del principale partito d’opposizione crede che il gap sia diminuito? È sufficiente avere un premier donna per avere un paese votato alle tematiche del femminismo storico italiano?
Sì, il gap si è mosso — sarebbe disonesto negarlo. Vedere donne ai vertici rompe un immaginario e sposta l’asticella del “possibile”. Però l’immagine non basta. Perché il punto non è “una donna al comando”: è che idea di potere portiamo dentro le istituzioni. Se il potere resta identico e cambia solo il volto, rischiamo di fare la parità come certe ristrutturazioni: nuova facciata esterna, ma dentro gli impianti continuano a perdere. Il femminismo storico italiano ci ha insegnato che la misura del cambiamento dev’essere concreta: autonomia economica, lavoro, servizi, sicurezza, libertà reale, tempo di vita, possibilità. Insomma: non basta chi governa. Conta come e per chi.
E a proposito, visto che tra un anno ci saranno le comunali lo vede un suo futuro in politica? (Emma Nicolazzi Bonati è già stata candidata alle scorse elezioni amministrative, ndr)
Io non ho il culto della carriera, ho il culto dell’impatto. Se per “politica” intendiamo i palazzi, non lo so. Se intendiamo prendersi cura della polis, allora sì: ci sono già dentro, come tante e tanti, in forme diverse.
Mi piacerebbe che Parma EYC 2027 fosse anche questo: una generazione che non chiede permesso per partecipare, ma impara a farlo bene. E se un domani servirà entrare nelle istituzioni per cambiare le regole del gioco, non mi tirerò indietro. Però con una premessa: non voglio diventare “la giovane promessa” di qualcuno. Voglio restare una persona libera.
Cosa pensa quando nel parlare delle donne sia in ambito familiare, che civico e politico, si ricorre sempre ad una categorizzazione di genere?
Ho avuto la fortuna di nascere e crescere in un contesto familiare in cui le donne sono sempre state libere ed indipendenti e, di conseguenza, in quanto donna non ho mai sentito di avere dei limiti. Per me si va verso un appiattimento mentale e sociale considerare le donne in tante e diverse categorie: ad esempio la donna che vuole avere figli quindi è sotto il patriarcato, oppure la donna consapevole di non volerne, allora considerarla una donna libera. Per me è molto importante il contesto, è la cornice che da il significato a tutto. Credo che bisogna normalizzare il ruolo della donna in posizioni apicali e che non si debba considerarlo un traguardo raggiunto grazie ad “aiutini”, ad esempio le cosiddette quote rosa, che è una concezione che personalmente non condivido. Finché ci saranno queste formule che giustificano l’ascesa delle donne in posizioni importanti e strategiche nella vita sociale di questo Paese allora rimarrà sempre la sensazionalità della questione che pone un’ombra su ciò che una donna è e che può dare e fare.
Da figlia degli anni Duemila, come percepisce il divario tra generazione Z e le donne delle generazioni che si sono succedute?
Lo percepisco come un dialogo tra due forme di coraggio. Le millennials, ad esempio, spesso hanno dovuto “entrare” in spazi che non le aspettavano: hanno imparato il codice, hanno resistito, hanno pagato il prezzo della credibilità. Noi Gen Z siamo cresciute con più parole per dire le cose — consenso, gaslighting, carico mentale — e con più strumenti per organizzarci, anche se a volte ci accusano di essere “troppo sensibili”.
La verità è che siamo due capitoli dello stesso libro: loro hanno aperto porte, noi proviamo a tenere aperte anche le finestre. E Parma EYC 2027 può essere il posto dove smettiamo di fare la “gara tra generazioni” e iniziamo a fare alleanze intelligenti: meno giudizi, più ponti.
Ha fatto riferimento alla parola “consenso” e il riferimento non può che andare al DDl Bongiorno, la proposta di riforma della norma sulla violenza sessuale.
La Gen Z ha la fortuna di avere parole per potersi esprimere: le parole che diventano di uso comune concretizzano qualcosa e le parole sono fondamentali in questo cambiamento visto che grazie anche alle parole si riesce a costruire la speranza. La speranza va costruita tutti i giorni. Due anni fa ad un corso di linguistica generale all’università il nostro professore aveva deciso di fare lezione sul linguaggio e sul genere e prese ad esempio la parola sindaca spiegandoci che l’utilizzo di un parola deve associarsi alla realtà. Se la parola “consenso” esiste, e si fanno delle battaglie in merito, e in un contesto così delicato come quello della violenza sessuale si decide di eliminare questa parola significa che stai cercando di togliere dalla realtà qualcosa per cui alcune persone hanno lottato per affermarla. Fino a qualche anno fa la parola consenso non era correlata a questo tipo di lotta, cosa che invece oggi è. L’inversione nel DDl Bongiorno è un qualcosa che mi fa rabbia ma allo stesso tempo mi rincuora perché vedo che le piazze si riempiono.
Parma negli ultimi tempi è salita alla cronaca per vicende legate a violenze sulle donne da parte di personaggi del mondo culturale e istituzionale locale: cosa ne pensa?
Penso che la cosa peggiore, oltre alla violenza, sia il riflesso automatico di una parte della società: minimizzare, spostare l’attenzione, cercare il “però”. Quando la violenza attraversa ambienti culturali o istituzionali fa ancora più male, perché tocca luoghi che dovrebbero essere educativi, non intimidatori. E ci ricorda una cosa scomoda: la violenza non è “un mostro lontano”, è spesso una normalità tollerata.
Per questo mi interessa una risposta adulta, non teatrale: ascolto delle vittime, responsabilità, procedure chiare, prevenzione, educazione affettiva e sessuale, e una rete che funzioni davvero. Se no restiamo alla cronaca; io preferisco che si parli di cambiamento.
Cosa augurarsi in questo 8 marzo, che non sia un messaggio sterile e che scada nel cliché?
Mi auguro una cosa poco poetica, ma rivoluzionaria: normalità. La normalità di poter tornare a casa senza dover adottare strategie di sopravvivenza. La normalità di non dover essere “eccezionale” per essere ascoltata. La normalità di non dover scegliere tra voce e serenità. E poi mi auguro una comunità che faccia una cosa semplice: quando una donna parla di violenza o discriminazione, smettiamo di chiederle di essere perfetta nel racconto.
Chiediamo piuttosto a chi ascolta di essere responsabile. Se devo chiuderla con un sorriso: mi auguro che in futuro l’8 marzo sia un giorno noioso. Il che significherebbe che il resto dell’anno funziona. Di questo approccio alla normalità ce ne ricorderemo fino al prossimo 8 Marzo?
Stefano Frungillo



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