Acqua pubblica, il nodo dell’indennizzo multimilionario
Acqua pubblica: in teoria tutti la vogliono ma, appena si affronta il tema, ci si scontra sulla remora della fattibilità economica dell’unificazione del servizio con un gestore al 100% pubblico.
Si avvicina la scadenza del 2027 che porterà all’accorpamento da tre (Iren, Emiliambiente, Montagna 2000) ad un unico gestore del servizio idrico (ne abbiamo parlato qui e qui) e a spronare la politica ci pensa il Coordinamento Acqua Pubblica, che mette assieme tante associazioni. Il coordinatore è Antonio Bodini, docente universitario. Lo abbiamo intervistato.

Bodini, nei giorni scorsi avete completato il giro di incontri istituzionali, cosa è emerso?
Sabato scorso abbiamo avuto l’incontro con i capigruppo della maggioranza in consiglio comunale a Parma. Hanno ammesso il valore alto dell’opzione di passare a una gestione interamente pubblica del servizio idrico, anteponendo però il discorso della fattibilità economica dell’operazione. Nei fatti abbiamo capito che c’è un dibattito in seno nella maggioranza, che rimane sottotraccia.
Quale sarà il prossimo passo?
La maggioranza si è impegnata a tenere un’audizione in commissione consiliare ambiente in cui il Coordinamento Acqua Pubblica esporrà le idee a favore del ritorno a una società di gestione al 100% pubblica. Anche la minoranza si era espressa favorevolmente a questa audizione, con il consigliere Bettati (Lega) che aveva espresso una forte condivisione del modello a gestione completamente pubblica. Confidiamo che questa audizione possa tenersi a inizio settembre.
Negli altri incontri cosa avete appreso?
Anche negli incontri con i sindaci c’è un consenso all’idea di una società pubblica per l’acqua. Tuttavia nell’incontro con i sindaci della Pedemontana è emerso che la nuova società pubblica dovrebbe sborsare a Ireti (società del gruppo IREN in carico del servizio idrico integrato) intorno ai 300 milioni di euro, ma si tratta di una cifra da valutare bene e il cui calcolo contempla diverse voci… Si tratta del valore residuo (o valore di subentro) ossia l’indennizzo che il gestore subentrante (o l’ente pubblico) deve corrispondere al gestore uscente del Servizio Idrico Integrato alla cessazione della concessione. Il valore residuo è strettamente legato agli investimenti realizzati direttamente dal gestore uscente.
Il problema quale sarebbe?
Il problema è che questa cifra spaventa molto i Comuni, tuttavia ci sono considerazioni che vanno fatte. Intanto è una cifra che può essere restituita per gradi, non tutto subito. La disponibilità finanziaria deve essere garantita dagli istituti di credito che poi rientrerebbero delle cifre attraverso la bolletta. Infatti il calcolo delle bollette è basato sul principio del full recovery cost, cioè non si paga solo l’acqua consumata, ma anche gli investimenti e gli oneri finanziari a carico del gestore, che includono anche ciò che prima era chiamato remunerazione del capitale investito e Arera ha reintrodotto in barba agli esiti del referendum. Infine va tenuto conto che le società pubblico-privato hanno spesso una maggioranza dei soci pubblici che, in quanto tali, non devono restituire a loro stessi delle quote. Si tratta solo di restituire ai privati la quota per gli investimenti già realizzati e in funzione della quota azionaria da essi detenuta in ambito societario. Va inoltre tenuto presente che tali investimenti avrebbero comunque essere risarciti al gestore attraverso la bolletta.
Tutto questo dovrebbe essere rappresentato nello studio di fattibilità che l’Amministrazione Comunale di Parma ha commissionato alle Università di Parma e Modena. Cosa ne pensa?
Sicuramente la situazione si chiarirà quando sarà pronto lo studio di fattibilità, però anche qui bisogna stare attenti. C’è una bella inchiesta sul sito del Forum nazionale Acqua pubblica che evidenzia come gli studi di fattibilità non sono imparziali.
All’incontro del 7 febbraio scorso l’assessore Borghi aveva parlato di due studi di fattibilità, commissionati a Università di Parma e Unimore. Il tutto sembra per calcolare il residuo da pagare al gestore uscente, quale che sia.
Ma il punto è che non è nota la domanda di partenza a motivazione degli studi. In pratica si può chiedere uno studio finalizzato a una società 100% pubblica; oppure uno studio per una gara a doppio oggetto (prima si sceglie il socio privato per una società mista e poi si affida il servizio); oppure ancora uno studio in cui si valutino le implicazioni gestionali ed economiche dei diversi scenari. Diciamo che c’è una mancanza di chiarezza su questi aspetti.
A prescindere da questo, quando usciranno i risultati, cercheremo di avere le competenze, come Coordinamento Acqua Pubblica, per capire se effettivamente ci sono tutte le condizioni che obbligano ad andare verso un progetto pubblico-privato invece che ad una società in house che invece a noi sta a cuore e per la quale ci batteremo. Ma questi tecnicismi mi portano a una considerazione.
Quale?
A mio modesto parere la politica locale, ma anche quella nazionale, manca di coraggio. Intendo dire che il mantra della sostenibilità economica è spesso una foglia di fico dietro cui giustificare scelte poco coraggiose. Sostanzialmente prima dovrebbe essere operata una scelta politica e solo successivamente una valutazione tecnica. Altrimenti si corre il rischio che i tecnici si sostituiscano alla politica.
Siamo sicuri che la soluzione giusta sia una società in house, ossia 100% pubblica?
Intanto non dimentichiamo che il referendum del 2011 sancì la volontà dei cittadini affinché l’acqua sia riconosciuta come bene comune e, per tutelare questo aspetto, sia gestita da una società pubblica. E in Italia, e anche in provincia di Parma, ci sono molti esempi positivi in tal senso.
Quali sarebbero i vantaggi?
Con l’azienda in house c’è la governance diretta; gli enti locali in questo caso esercitano un controllo analogo a quello che esercitano sui propri uffici. Gli organi di indirizzo sono espressione diretta del territorio e non semplicemente di un’amministrazione, quindi derivano dall’azione dei cittadini.
L’equilibrio economico è importante come per qualsiasi azienda; non può gestire un servizio senza che vi sia sostenibilità economica, però per la società in house non è un fine, ma è uno strumento, perché se funziona bene, funziona anche il resto. Invece chi si preoccupa solo del funzionamento economico per staccare i dividendi degli azionisti, chiaramente non si pone il problema della gestione territoriale e dei bisogni dei cittadini.
L’in-house soprattutto ha una virtù, cioè può essere coordinata con le politiche locali. Pensate ad esempio un piano urbanistico esso non è separato dalla gestione dei servizi pubblici, perché ovviamente il territorio è un unico complesso in cui le interazioni devono essere conosciute, ma può capitare invece che le interazioni provocano dei cortocircuiti perché la gestione è vista in maniera separata, settoriale; . Con la società in house si ha la possibilità di gestire in maniera coerente non solo i servizi pubblici ma anche tutte le altre reti che ne derivano o comunque che sono associate alla gestione dei servizi pubblici locali. Il servizio idrico diventa parte integrante e può essere coordinata come pianificazione territoriale, politiche ambientali, soprattutto, politiche sociali e protezione civile.
Nei servizi pubblici locali poi il ruolo e l’efficienza non è solo una questione di posti, ma la capacità di gestire qualità, investimenti mirati e risposta alle specificità locali. Nei servizi a rete la prossimità decisionale e la conoscenza del contesto possono generare risultati migliori in termini di qualità. E poi non è detto che le grandi dimensioni facilitino gli investimenti. Facilitano certamente l’accesso al credito, ma non sono una condizione necessaria per investire.
Tutto sommato però Iren rimane una società mista a maggioranza pubblica, con la presenza dei Comuni come azionisti. Dunque perché non fidarsi?
Sulla rivista Altraeconomia di giugno c’è una bella inchiesta del giornalista Luca Martinelli che fa il punto sulle attività delle multiutility Hera, Iren e Acea e nota come il livello degli investimenti sia andato progressivamente calando nel corso del tempo. Inoltre Martinelli fa notare come nel 2011 il 60,8% delle azioni di Hera, che non è la nostra società ma è poco distante (a Bologna, ndr), era controllato dal pubblico, cioè dai Comuni. Nel 2025 la quota è scesa al 45,82% quindi non c’è più neanche la maggioranza dei soci pubblici. E questo è effettivamente un rischio e tra i soci privati di Hera vi sono Black Rock e Vanguard, fondi di investimento globali con un grosso potere di indirizzo. Quindi attenzione che non è solo una questione di investimenti e di sostenibilità economica sostanziale. Tra l’altro Black Rock è anche azionista di Iren con l’1%.
Noi abbiamo la certezza che, dal punto di vista degli obiettivi, quello della coesione sociale del controllo del territorio, della aderenza ai principi di solidarietà sociale, non staranno al primo posto dell’agenda degli investitori privati, quindi secondo me ci sono ragioni valide per tornare a ciò che dicevamo all’epoca del Referendum ossia che l’attribuzione del servizio a doppio oggetto porta ad aumentare le tariffe, ovviamente a favore dei privati, lontani dai cittadini, con i servizi sempre più scadenti e una prossimità territoriale che non esisterà e ancor meno la capacità di colloquiare tra utenti e gestore.
Avete iniziative in programma per sensibilizzare i cittadini, oltre che la politica?
Dedicheremo una giornata all’acqua in settembre. Ci saranno momenti di riflessione e divulgazione, tra cui la presentazione del libro “L’acqua di Emilio” con gli scritti di Emilio Molinari, grande esponente del movimento per l’acqua pubblica, scomparso un anno fa. Ma avremo anche uno spazio festa con giochi per bambini e altre attività.
Francesco Dradi



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