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«Vorrei un 8 marzo noioso. La normalità è la vera rivoluzione per le donne»

6 Marzo 2026/0 Commenti/in News, Interviste/da redazione

Intervista a Emma Nicolazzi Bonati, presidente del comitato per Parma European Youth Capital 2027

Secondo una ricerca internazionale effettuata su 23.000 persone in 29 paesi di tutto il mondo la Generazione Z (i nativi digitali, tra il 1997 e il 2012) ha posizioni molto conservatrici rispetto al ruolo della donna nella società e nel proprio nucleo familiare. Insomma sembra proprio che la donna debba ancora dover lottare contro gli stereotipi che si porta da secoli. Partiamo da questo spunto nell’intervistare Emma Nicolazzi Bonati, presidente del comitato per Parma European Youth Capital 2027 (foto in riquadro).

Come ci si sente nel festeggiare l’8 marzo (link alle iniziative a Parma) per la prima volta sotto le luci della ribalta visto il suo impegno civico, sociale, culturale negli ultimi mesi? Com’è rappresentare una fetta di società?

La parola “rappresentare” mi mette un po’ in crisi: io non sono una bandiera, e soprattutto non voglio parlare “a nome di”. Se c’è una cosa che cambia, è che quando ti ascoltano ti accorgi di una responsabilità semplice: dire meno cose “giuste” e fare più cose utili. L’8 marzo non è una passerella, è un promemoria del fatto che non possiamo permetterci di archiviare certi temi nel ristretto di una “giornata speciale”. Parma EYC 2027, nel mio piccolo, mi aiuta proprio a stare su questo: concretezza, comunità, e niente eroismi.

Possiamo definirla astro nascente nelle comunità parmigiana?

“Astro nascente” è bellissimo, ma io sono più da… lampadina: funziona se c’è corrente, e la corrente è la rete. Scherzi a parte: non mi riconosco molto nelle etichette. Mi riconosco nel lavoro, nel tempo, nella costanza. Se Parma EYC 2027 sta costruendo qualcosa, è perché c’è un “noi” che si rimbocca le maniche — non perché qualcuno brilla. E a me va benissimo restare una parte del coro, purché la canzone sia quella giusta.

Per anni si è detto che in Italia la politica non era una questione per donne: con un premier donna e la leader donna del principale partito d’opposizione crede che il gap sia diminuito? È sufficiente avere un premier donna per avere un paese votato alle tematiche del femminismo storico italiano?

Sì, il gap si è mosso — sarebbe disonesto negarlo. Vedere donne ai vertici rompe un immaginario e sposta l’asticella del “possibile”. Però l’immagine non basta. Perché il punto non è “una donna al comando”: è che idea di potere portiamo dentro le istituzioni. Se il potere resta identico e cambia solo il volto, rischiamo di fare la parità come certe ristrutturazioni: nuova facciata esterna, ma dentro gli impianti continuano a perdere. Il femminismo storico italiano ci ha insegnato che la misura del cambiamento dev’essere concreta: autonomia economica, lavoro, servizi, sicurezza, libertà reale, tempo di vita, possibilità. Insomma: non basta chi governa. Conta come e per chi.

E a proposito, visto che tra un anno ci saranno le comunali lo vede un suo futuro in politica? (Emma Nicolazzi Bonati è già stata candidata alle scorse elezioni amministrative, ndr)

Io non ho il culto della carriera, ho il culto dell’impatto. Se per “politica” intendiamo i palazzi, non lo so. Se intendiamo prendersi cura della polis, allora sì: ci sono già dentro, come tante e tanti, in forme diverse.

Mi piacerebbe che Parma EYC 2027 fosse anche questo: una generazione che non chiede permesso per partecipare, ma impara a farlo bene. E se un domani servirà entrare nelle istituzioni per cambiare le regole del gioco, non mi tirerò indietro. Però con una premessa: non voglio diventare “la giovane promessa” di qualcuno. Voglio restare una persona libera.

Cosa pensa quando nel parlare delle donne sia in ambito familiare, che civico e politico, si ricorre sempre ad una categorizzazione di genere?

Ho avuto la fortuna di nascere e crescere in un contesto familiare in cui le donne sono sempre state libere ed indipendenti e, di conseguenza, in quanto donna non ho mai sentito di avere dei limiti. Per me si va verso un appiattimento mentale e sociale considerare le donne in tante e diverse categorie: ad esempio la donna che vuole avere figli quindi è sotto il patriarcato, oppure la donna consapevole di non volerne, allora considerarla una donna libera. Per me è molto importante il contesto, è la cornice che da il significato a tutto. Credo che bisogna normalizzare il ruolo della donna in posizioni apicali e che non si debba considerarlo un traguardo raggiunto grazie ad “aiutini”, ad esempio le cosiddette quote rosa, che è una concezione che personalmente non condivido. Finché ci saranno queste formule che giustificano l’ascesa delle donne in posizioni importanti e strategiche nella vita sociale di questo Paese allora rimarrà sempre la sensazionalità della questione che pone un’ombra su ciò che una donna è e che può dare e fare.

Da figlia degli anni Duemila, come percepisce il divario tra generazione Z e le donne delle generazioni che si sono succedute?

Lo percepisco come un dialogo tra due forme di coraggio. Le millennials, ad esempio, spesso hanno dovuto “entrare” in spazi che non le aspettavano: hanno imparato il codice, hanno resistito, hanno pagato il prezzo della credibilità. Noi Gen Z siamo cresciute con più parole per dire le cose — consenso, gaslighting, carico mentale — e con più strumenti per organizzarci, anche se a volte ci accusano di essere “troppo sensibili”.

La verità è che siamo due capitoli dello stesso libro: loro hanno aperto porte, noi proviamo a tenere aperte anche le finestre. E Parma EYC 2027 può essere il posto dove smettiamo di fare la “gara tra generazioni” e iniziamo a fare alleanze intelligenti: meno giudizi, più ponti.

Ha fatto riferimento alla parola “consenso” e il riferimento non può che andare al DDl Bongiorno, la proposta di riforma della norma sulla violenza sessuale.

La Gen Z ha la fortuna di avere parole per potersi esprimere: le parole che diventano di uso comune concretizzano qualcosa e le parole sono fondamentali in questo cambiamento visto che grazie anche alle parole si riesce a costruire la speranza. La speranza va costruita tutti i giorni. Due anni fa ad un corso di linguistica generale all’università il nostro professore aveva deciso di fare lezione sul linguaggio e sul genere e prese ad esempio la parola sindaca spiegandoci che l’utilizzo di un parola deve associarsi alla realtà. Se la parola “consenso” esiste, e si fanno delle battaglie in merito, e in un contesto così delicato come quello della violenza sessuale si decide di eliminare questa parola significa che stai cercando di togliere dalla realtà qualcosa per cui alcune persone hanno lottato per affermarla. Fino a qualche anno fa la parola consenso non era correlata a questo tipo di lotta, cosa che invece oggi è. L’inversione nel DDl Bongiorno è un qualcosa che mi fa rabbia ma allo stesso tempo mi rincuora perché vedo che le piazze si riempiono.

Parma negli ultimi tempi è salita alla cronaca per vicende legate a violenze sulle donne da parte di personaggi del mondo culturale e istituzionale locale: cosa ne pensa?

Penso che la cosa peggiore, oltre alla violenza, sia il riflesso automatico di una parte della società: minimizzare, spostare l’attenzione, cercare il “però”. Quando la violenza attraversa ambienti culturali o istituzionali fa ancora più male, perché tocca luoghi che dovrebbero essere educativi, non intimidatori. E ci ricorda una cosa scomoda: la violenza non è “un mostro lontano”, è spesso una normalità tollerata.

Per questo mi interessa una risposta adulta, non teatrale: ascolto delle vittime, responsabilità, procedure chiare, prevenzione, educazione affettiva e sessuale, e una rete che funzioni davvero. Se no restiamo alla cronaca; io preferisco che si parli di cambiamento.

Cosa augurarsi in questo 8 marzo, che non sia un messaggio sterile e che scada nel cliché?

Mi auguro una cosa poco poetica, ma rivoluzionaria: normalità. La normalità di poter tornare a casa senza dover adottare strategie di sopravvivenza. La normalità di non dover essere “eccezionale” per essere ascoltata. La normalità di non dover scegliere tra voce e serenità. E poi mi auguro una comunità che faccia una cosa semplice: quando una donna parla di violenza o discriminazione, smettiamo di chiederle di essere perfetta nel racconto.

Chiediamo piuttosto a chi ascolta di essere responsabile. Se devo chiuderla con un sorriso: mi auguro che in futuro l’8 marzo sia un giorno noioso. Il che significherebbe che il resto dell’anno funziona. Di questo approccio alla normalità ce ne ricorderemo fino al prossimo 8 Marzo?

Stefano Frungillo

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_8076-scaled.jpg 1256 2560 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-03-06 10:06:032026-03-06 10:10:51«Vorrei un 8 marzo noioso. La normalità è la vera rivoluzione per le donne»

Referendum Magistratura, gli incontri pubblici del SI e del NO (27 febbraio – 5 marzo)

27 Febbraio 2026/0 Commenti/in News/da redazione

Capire per scegliere

Dibattito tra il Si e il No. Intervengono Gherardo Colombo (ex magistrato) e Giorgio Pagliari (avvocato). Introduce: Monica Cocconi ( Direttivo Il Borgo e Responsabile Osservatorio Legalità di UniPR), modera Luca Ponzi, giornalista Rai. Incontro organizzato da Il Borgo.

Sabato 28 febbraio ore 16.30, Circolo Castelletto, via Zarotto 39, Parma – Info in link – Locandina


I Comitati per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere nella magistratura promuovono una serie di incontri pubblici in diversi comuni della provincia di Parma.

Questo il calendario degli incontri in programma:

Sabato 28 febbraio, ore 16.00 – Borgo Val di Taro, Biblioteca Comunale (Piazza Prospero Manara 7)

Sabato 28 febbraio, ore 17.30 – Tornolo, Palestra Comunale di Tarsogno

Mercoledì 4 marzo, ore 21.00 – San Secondo, Scuderie della Rocca

Giovedì 5 marzo, ore 19.00 – Fidenza, Ridotto Teatro Magnani (Piazza Verdi)

Giovedì 5 marzo, ore 21.00 – Lesignano de’ Bagni, Sala Civica (Piazza San Michele 2)


Il Comitato per il No organizza i seguenti incontri:

Appuntamenti a Parma Città

Venerdì 27 febbraio, ore 20:30 Sala Assistenza Pubblica, via Gorizia 2/A – Incontro con Francesco Pallante⁠ (UniTo) e Francesco Maria Caruso, Giudice, (Comitato per il NO) — Locandina

Lunedì 2 marzo, ore 16:30 Hotel Parma & Congressi, via Emilia Ovest 281, Incontro con Pier Luigi Bersani in dialogo con la giornalista Francesca Schianchi. Introducono Lisa Gattini, Valentina Anelli, Massimo Bussandri.

Mercoledì 4 marzo ore 21:00 Gagarin, str. Inzani 3/a, incontro “Le ragioni del No davanti a un drink” con alcuni magistrati e UDU Parma – – Locandina

Giovedì 5 marzo ore 18.30 circolo ARCI Golese, strada Baganzola 119/A Baganzola (Pr) Incontro con Gennaro Mastroberardino magistrato, già presidente sezione dibattimento penale presso il tribunale di Parma. A seguire ci sarà la possibilità di mangiare la pizza. Organizza il Comitato per il No locale.

Appuntamenti in provincia

Martedì 3 marzo, ore 18 Circolo Il Cervo, Collecchio Incontro con Ludovico Valotti e Concetta Varalla.

Giovedì 5 marzo, ore 20:45 Monticelli Terme, Circolo Arci Verdi, Via Monte Pelato Sud, Incontro con il Giudice Francesco Magnelli.

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png 0 0 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-02-27 08:33:112026-02-27 08:33:14Referendum Magistratura, gli incontri pubblici del SI e del NO (27 febbraio – 5 marzo)

Diga o non diga… se incombono le frane

25 Febbraio 2026/0 Commenti/in News/da redazione

Una domenica mattina sul torrente Enza, dopo aver letto le Osservazioni dell’Ordine dei Geologi

La Stretta di Vetto, sul torrente Enza, è un ambiente naturale con un fascino selvaggio.

Domenica mattina di fine inverno: soleggiata, aria frizzante. Gli alberi, salici e querce in gran parte, sono spogli: predominano il marrone della terra e il bianco-grigiastro dei ciottoli di fiume. Qui e là macchie gialle vivide: spuntano le primule che preannunciano la primavera, il ritorno della vita.

Arrivando dalla città, appena prima dell’abitato di Vetto (400 m. slm) si svolta in giù verso Lido Enza, o Lido di Vetto, per scendere ai bordi del torrente. Frequentato in estate da chi cerca ristoro dal caldo, in questo periodo è pressocché deserto. Giusto un paio di persone con il cane a sgambare.

Il punto esatto ove è previsto lo sbarramento, la “famosa” diga, non si può raggiungere, né in basso, a livello del fiume, né in alto sui declivi, alquanto impervi. Però ci si può avvicinare abbastanza, sotto e sopra, per rendersi conto “de visu” dell’impatto, anzi, diciamolo proprio, dello sconvolgimento che comporterebbe un invaso da 86 milioni di metri cubi d’acqua (equivalgono a 86 miliardi di litri).

Il punto della Stretta di Vetto sul torrente Enza

Il torrente Enza scorre tranquillo, lo scroscio calmo dell’acqua riverbera come un suono armonico, che si spande nei due versanti scoscesi. A Lido Enza ci accolgono due immagini: di fronte, sulla sponda parmense, il “Flysch”, fasce di roccia a strati sedimentari che digradano verso il corso d’acqua, sono depositi geologici sovrapposti, risalenti a milioni di anni fa. L’altra immagine, più prosaica, è un grande pannello posato dall’ente dei Parchi Emilia Centrale che informa che qui siamo nel Sic-Zps (Sito di importanza comunitaria, zona speciale di conservazione) del “Fiume Enza da La Mora a Compiano” , un tratto di 13 km che ospita “15 habitat di interesse comunitario dei quali 4 prioritari: un vero campionario di ambienti ripariali e annessi”. Il pannello elenca in particolare le specie vegetali (un tipo di orchidea) e animali di pregio tra cui il “Rinofolo maggiore e minore”. Chi sarà mai costui? Lasciamo l’interrogativo al motore di ricerca.

Ad ogni modo in un baleno ci rendiamo conto dell’evidenza: se si dovesse realizzare un invaso questa area naturale protetta (sic-zps) sarebbe spazzata via. E anche il Lido Enza coi suoi bagnanti non rimarrà, sotto un muraglione che dovrebbe essere alto 80 metri.

Dopo aver perlustrato la sponda, proviamo ad andare a vedere dall’alto. Ci ha spinti qui a Vetto, oltre alla curiosità da cronisti di documentare sul campo le situazioni e non basandosi solo sulle dichiarazioni pro e contro, la lettura delle Osservazioni dell’Ordine dei Geologi dell’Emilia-Romagna (Oger) al docfap (Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali) prodotto dai Consorzi di Bonifica dell’Emilia Centrale e Parmense e fatto proprio dal Commissario straordinario per la Diga di Vetto che pone rilievi non piccoli. Qualcuno li ha tacciati di catastrofismo. Qui il link al documento.

Oltrepassato Vetto si prende a destra il bivio per Ramiseto. Dopo un paio di curve accostiamo in uno slargo e a piedi, seguendo la traccia di un sentiero tra i prati, arriviamo sul limitare della Stretta, sopra il punto ideale della diga. Guardando a monte si comprende il “disegno” dell’invaso: la valle dell’Enza è larga, morbida prima di restringersi. Sulla sinistra si immette un altro torrentello, il Lonza. In effetti qui un invaso pieno d’acqua ci starebbe anche bene, paesaggisticamente. Non ci sono case nei dintorni (l’unico abitato a rischio, e che per sicurezza andrebbe sgombrato, è Atticola, un piccolo borgo, con una dozzina di edifici, a ridosso del Lonza, un po’ più in su).

La Stretta di Vetto vista dall’alto. L’invaso occuperebbe quest’area, risalendo verso monte.

Tuttavia balza agli occhi l’osservazione del versante parmense. In diversi tratti il pendio è nudo, con leggere forme calanchive, friabili. Anche a un profano dà l’idea di un terreno instabile, franoso.

Diamo lettura alle carte dell’Oger. I geologi – dopo aver ricordato che occorre “rispettare il cosiddetto principio del DNSH (“non arrecare un danno significativo all’ambiente”) stabilito dalla UE e che le stesse linee guida del Ministero Infrastrutture escludono “la fattibilità di dighe di qualsiasi tipo se, sulle spalle dell’opera di sbarramento, anche a quote superiori al coronamento della diga, esistono condizioni di prevedibile pericolo di frane tali da costituire pregiudizio per la sicurezza del serbatoio” – avvisano: “Esistono evidenze geomorfologiche di un possibile fenomeno di dissesto posto circa cento metri di quota al di sopra del coronamento della diga in progetto”. E con tanto di foto e cartina georeferenziata documentano nel versante parmense l’esistenza della grotta “Giulia da Neda”, profonda 34 metri, che “fa parte di un sistema di cavità conosciute localmente come “Buche di Giola”. Si tratta di fratturazioni, trincee, voragini nel terreno e scarpate di frana” che “termina in corrispondenza del versante che andrà a costituire la spalla sinistra … circa 100/150 m sopra al manufatto”.

A un’indagine visiva profana il sistema di cavità non appare. Facendo attenzione si può intravvedere una linea di trincea a metà del monte.

Riproduciamo qui le mappe prodotte dall’Oger e, anche, le tabelle che evidenziano 66 movimenti franosi tra Enza e Lonza. (Altre frane insistono anche sull’alternativa progettuale, alla Stretta delle Gazze, qualche chilometro a monte).

Su uno di questi movimenti franosi è in corso un lavoro di consolidamento, per evitare che ostruisca la strada provinciale 57 che collega Vetto con Ramiseto. Svoltati nella valletta del Lonza notiamo che la parete di roccia si sta sbriciolando. In un tratto è già protetta da una rete metallica. In altri punti i lavori sono in corso, per un importo di 600mila euro. Sarà poca roba, pensando all’invaso da 86 milioni di metri cubi, tuttavia le immagini parlano da sole, come si suol dire.

Ne serviranno di opere di consolidamento e contenimento sui due versanti.

Nota bene

La Diga di Vetto promette, o minaccia, a seconda dei punti di vista, di essere l’opera infrastrutturale più rilevante del prossimo decennio nelle province di Parma e Reggio Emilia (soprattutto).

Data l’importanza, in termini di risorse (si stima un costo di 20 milioni di euro per il progetto e di almeno mezzo miliardo di euro per la realizzazione dell’opera) e di impatto sui territori cercheremo di approfondire e spiegare tutte le sfaccettature, dando spazio alle ragione dei pro e dei contro. Lo faremo a partire dalla scientificità dei dati. Perché tutto serve tranne una decisione ideologica per realizzare un’infrastruttura. Occorre che l’esigenza da risolvere (in questo caso, prioritariamente, la crisi idrica estiva, in pianura) sia accertata acclaratamente e le soluzioni siano tecnicamente e scientificamente sostenibili. Non pare, invece, che gli organi amministrativi, dal commissario straordinario ai consorzi di bonifica, stiano seguendo questa linea di rigorosità.

Analizzeremo documenti, sentiremo esperti per sciogliere interrogativi e dare a lettrici e lettori gli elementi per farsi un’idea compiuta sull’eventualità della diga di Vetto.

Intanto qui trovate la relazione finale del commissario straordinario Orlandini .

E qui il sito con l’avvio delle iniziative del Comitato Salviamo l’Enza.

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/02/IMG_8647-scaled.jpeg 1920 2560 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-02-25 18:15:282026-02-25 18:15:30Diga o non diga… se incombono le frane

Appuntamenti week-end 20 e 21 febbraio

20 Febbraio 2026/0 Commenti/in News/da redazione


La selezione di Parma Parallela

Pipistrelli tra noi, false credenze e nuove conoscenze

ADA associazione donne ambientaliste e SPSN Società Parmense di Scienze Naturali ti aspettano

per un’interessante incontro di divulgazione scientifica con la biologa Denise Trombin

Venerdì 20 febbraio ore 17.30 Sala conferenze dell’Assistenza Pubblica – Info in link


Dalla radio al tuo cuore: mezzo secolo di emittenti private a Parma

Nell’ambito di “Mangia come scrivi” presentazione del libro di Giancarlo Ceci e Gian Luca Zurlini.

Venerdì 20 febbraio ore 18:30, Corale Verdi – Info in link


Concerto di Andrea Cubeddu

Cantautore sardo del ‘93. Girovago instancabile, canta le sue canzoni in lungo e in largo per la penisola.
Dal suo repertorio che comprendono “Nostos” (2020), “Eudaimonia” (2021) e “Terraferma” (2024), Andrea canterà di sentieri tortuosi dell’anima, fitti di sogni, dubbi e speranze che quotidianamente ci vibrano in cuore.

Venerdi 20 Febbraio 21:30 al circolo Arci Oca Morta in via Costituente – Info in link


Giulia Mei in concerto

Rassegna Barezzi Off

Venerdì 20 Febbraio dalle 22:30 al The Hub di via Zerbini – Info in link


Mostra Fotografica: Parma Città della Natura: Il tratto urbano del Torrente Parma e i Fontanili di Beneceto e San Donato

Dal 21 febbraio al 7 marzo, una mostra fotografica dedicata agli ecosistemi acquatici della città e dell’area periurbana di Parma.

Sabato 21 febbraio ore 10 – Palazzo Giordani – Info in link


Capodanno Cinese

Si festeggia il capodanno cinese con l’arrivo dell’anno del Cavallo di fuoco, combinazione astrologica che non avveniva da circa sessant’anni.

Per i curiosi tante specialità tipiche cinesi e voglia di festeggiare. Consigliata la prenotazione al 327 2885710
Sabato 21 Febbraio dalle 19. Bar Centauro, via San Leonardo – Info in link


“Lonely hearts club parade: Selected Works of New Personal Expression”

Selezione di lavori di autori che continuano a lavorare in pellicola e a sporcarsi le mani.

Evento unico per scoprire il lavoro di autori, amatori e debuttanti provenienti dai contesti più disparati: in riserva ci sono stampe, diapositive, disegni, cinediari, travelogues, lunghi, home movies, love movies e lavori personali

Sabato 21 Febbraio, ore 18 e ore 20 – Ballroom di Borgo Santa Brigida – Info in link



Lieto Fine con Alessandro Benvenuti

L’attore Alessandro Benvenuti mette in scena “Lieto Fine” un viaggio immaginario trapunto di comica realtà. Il desiderio di un comico di offrire al pubblico, con grande affetto e totale sincerità, quasi tutte le sue fragilità.

Sabato 21 febbraio ore 21 – Teatro del Cerchio – Info in link

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/02/WhatsApp-Image-2026-02-17-at-07.34.16.jpeg 1350 1080 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-02-20 10:19:502026-02-20 10:19:53Appuntamenti week-end 20 e 21 febbraio

Goodbye Horses, la potenza del sogno scenico in una notte di metà inverno

16 Febbraio 2026/1 Commento/in News/da redazione


Lo spettacolo di Dalila Cozzolino ha debuttato in anteprima nazionale al Teatro al Parco

Sul palco, reso mercato, ci sono un cavallo, un asino, la Grazia e un banditore.

Si apre così “Goodbye Horses”, spettacolo al debutto nazionale, prodotto da Solares Fondazione delle Arti – Teatro delle Briciole, in collaborazione con Compagnia Ragli.

“Il mondo si divide in cavalli e non cavalli”.

La battaglia di Traente del 510 a.C si è conclusa da poco e i Crotonesi vincitori vendono al mercato, fieri, il loro bottino di guerra di cui il pezzo più pregiato è il leggendario Cavallo danzatore Sibaritico. Poco più in là un asino che non interessa nessuno, proprio perché “non è un cavallo”.
E mi chiedo quanti cavalli e quanti asini saranno seduti con me in sala che si chiedono la stessa cosa.
Il banditore è la figura che diventa cronaca di ciò che è successo in battaglia, di come Crotone, simbolo di sobrietà e moralità, abbia vinto proprio grazie a queste due peculiarità diametralmente opposte a quelle di Sibari, uomini dediti alla stravaganza, così stravaganti che hanno insegnato ai loro cavalli a danzare.

“I cavalli servono per fare la guerra”
Crotone si effigia dello sterminio di tutti i danzatori di Sibari, di tutti gli attori, di tutti i musicisti. Perché queste figure allora, come ora, non servono. Finché non diventano utili allo scopo del potente di turno. La Grazia, con le sembianze di un domatore, di un guitto che col suo gramelot, tra francese e calabrese, vede nel cavallo danzatore le proprie luci della ribalta: l’iper performance è l’unica strada seguita, la bellezza del cavallo prende vita agli occhi della Grazia, figlia di un ambizione smisurata che non vede altro che sé stessi e il corpo altrui mezzo per giungere ai giardini pensili del proprio ego.

In questo scambio vaneggiato tra la Grazia e il corpo del cavallo, i ragli dell’asino sono la sola cosa che riporta alla realtà e per questo motivo mal visto. Quando, nel crescendo narrativo, il bellissimo cavallo si trova a ripercorrere la battaglia che lo ha visto diventare bottino di guerra, lo spettatore non si trova innanzi la bruttura dello scontro ma la bellezza di una pala d’altare in cui il fumo, le luci che non mostrano ma celano, la coreografia curata da Luna Cenere, grazie alla quale ogni movimento degli attori diventa significato leggero, ci porta dentro un ricordo di un sogno dove il cavallo rivive gli ultimi suoi istanti dove, vittima della sua stessa natura, non gli viene inferto il colpo fatale da un’arma ma dal flauto di un musico che, nota dopo nota, lo portano a danzare e a disarcionare il suo fante.

A morte i musici Sibariti stravaganti e cultori del bello, lunga vita ai musici Crotonesi eroi di guerra asserviti al potere dello Stato. Sfumato il ricordo la realtà appare quella che è: la donna cavallo resta esanime, carcassa a causa della guerra, svilita dal rapporto malato con l’altrui sesso.


«L’idea di scrivere questo testo l’ho avuta al museo archeologico nazionale Sibaritide in cui su una targhetta ho letto della leggenda dei cavalli danzatori. Dietro c’è tanta ricerca storiografica». Sul volto, nella voce di Dalila Cozzolino autrice, attrice e regista dello spettacolo, restano i filari della potenza sprigionata dal palco qualche minuto prima.

Goodbye Horses tocca e smuove poiché rappresenta uno stigma riguardo la guerra, il rapporto che sfocia in possessione, la consapevolezza di ciò che è un artista nell’Italia del 2026: “la maison è lo palcoscenico” urla Mario Russo, coprotagonista insieme a Gianfranco de Franco, attore e musicista che crea il tappeto sonoro presente in tutta la durata dello spettacolo. Quando l’artista sveste gli abiti teatrali torna ad essere invisibile agli occhi dello Stato. «È come il cavallo al mercato, senza acquirenti. L’attore teatrale, l’artista nella società di oggi non ha mercato, per usare un gioco di parole. L’attore, lo dice l’etimologia della parola stessa è colui che agisce, sul palco e nella realtà in cui purtroppo questa nostra componente ci viene privata. Ed è anche per questo che dico nello spettacolo “Da questo palco non voglio scendere” perché il palco rappresenta l’ultimo baluardo in cui io in quanto attrice posso agire e agendo modifico la realtà.
La bellezza se si presta all’efficienza e all’iper performance votata all’utile serve fin quando resiste ed è utile. La Grazia che ho immaginato e di cui ho scritto, e che Mario Russo ha portato in scena egregiamente, è una Grazia maledetta, narcisista. Vede soltanto sé stessa e chi può manipolare per i suoi scopi.
La guerra tra Sibari e Crotone è una guerra in realtà mai finita; ha cambiato solo luoghi, epoca storica e città ma purtroppo resta. L’infallibilità che si coltiva oggi giorno, sia come artista, che come persone, e nell’amore, porta a rapporti che snaturano la nostra persona a più livelli senza prendere in considerazione ciò che si è. Bisogna riconoscere chi ci vuole infallibili ed evitarli».


Fuori, sugli scalini, mi chiedo sempre quante città al mondo avranno un teatro nel parco, alla stravaganza di questa scelta, e rifletto che il tendere all’inusuale resista sempre, e per sempre, alla sobrietà e alla morale che viene imposta da chi è al potere, da chi semplicemente pensa sia giusto imporlo, anche fosse chi amiamo. E mi viene in mente Nietzsche, parafrasandolo con lo spettacolo appena guardato “bisogna avere una stravaganza in sé, per divenire un cavallo danzante”.

Credit foto: Daniela Annino

Stefano Frungillo

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/02/goodbye_horses_foto-Daniela-Annino_MG_0157-1-scaled.jpeg 1707 2560 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-02-16 09:45:562026-02-16 09:45:58Goodbye Horses, la potenza del sogno scenico in una notte di metà inverno

Il quadrilatero smart e green che rimodella San Leonardo

13 Febbraio 2026/0 Commenti/in Inchieste, News/da redazione

Martedì l’inaugurazione del rinnovato parco Vilma Preti in via Verona

Si rafforzano le presenze storiche dell’Asd San Leo e della Casa nel Parco. E in futuro sarà Chiesi Gardens

C’è un quadrilatero che può cambiare volto, e narrazione, al San Leonardo: da quartiere difficile potrebbe diventare nel prossimo futuro un approdo tra i più gettonati della città. I quattro caposaldi sono l’Associazione sportiva San Leo e la Casa nel Parco del Naviglio, che si consolidano come presenze storiche, il rinato parco Vilma Preti che sarà inaugurato martedì prossimo, e infine il Chiesi Gardens, che sarà pronto nel 2028.

Che sia il momento in cui gli abitanti della Cittadella o del centro storico, zone nobili della città, possano col tempo trovare in San Leonardo la loro nuova abitazione mettendo le basi per una possibile gentrificazione? Ai posteri l’ardua sentenza.

Dopo aver scandagliato la porta del San Leonardo (leggi il primo reportage) – quella via Trento e dintorni, con i suoi edifici vuoti, con i problemi che comporta, di frequentazioni e di spazi abbandonati e di riaperture attese (il Wopa, che si chiamerà Manzini Off) – torniamo nel cuore del San Leonardo dove le cose girano diversamente.

Asd San Leo

Cominciamo da via Guastalla, dove sorgono i campi dell’Associazione sportiva San Leo che quest’anno festeggia 80 anni. Fondata nel 1946 da Don Ferdinando Azzali, vicario della parrocchia di San Leonardo insieme ai giovani Egisto Corradi e Luciano Porcari, è da sempre un punto di riferimento calcistico per i bambini del quartiere. Un libro celebrativo, appena pubblicato, con un ricco apparato fotografico, e tanti eventi in primavera ed estate onoreranno l’anniversario.

«Non ci sono ancora date o eventi precisi. Sicuramente a maggio ci sarà un grande evento nella nostra sede col quale coinvolgere, oltre i nostri 280 tesserati e le loro famiglie anche tutto il quartiere. Sono previste delle mostre fotografiche, esposizioni di magliette storiche, premiazione dei tesserati e una maglia celebrativa con il logo degli ottant’anni». A parlare è Antonio Lopardo, attuale presidente della San Leo. «Questa è la società di calcio dilettantistico più longeva di Parma e se siamo arrivati a tagliare questo traguardo è perché abbiamo capito che col tempo le esigenze cambiano. Se fino a qualche anno fa si badava esclusivamente a far giocare a calcio i bambini, negli ultimi anni abbiamo cercato di essere molto più attenti, oltre che nell’insegnare calcio, ad avere un focus diverso che ci ha portato ad un approccio che va aldilà del gioco». Non c’è cosa più seria del gioco diceva un vecchio detto e questo ha portato la San Leo a fare dell’aggregazione una metafora di vita, in cui il rispetto delle regole, la convivenza multietnica, l’associazionismo, diventano basi su cui sviluppare le relazioni quotidiane. «Non voglio essere presuntuoso – aggiunge Lopardo – ma per l’offerta data siamo il terzo polo educativo ,dopo la famiglia e la scuola. Sentiamo questa responsabilità e la percorriamo. Abbiamo voluto cogliere ed ampliare questa esigenza e grazie ai volontari la stiamo portando avanti. Fare volontariato all’interno di una struttura organizzata come la nostra fa bene agli altri e a sé stessi». In un tempo storico in cui gli oratori non ci sono più la San Leo diventa cuore pulsante del quartiere. «Noi ci poniamo come contraltare, grazie al quale mostrare l’enorme potenzialità di un quartiere che purtroppo nella narrazione comune viene visto sempre come centro di delinquenza e disordine». La fortuna di San Leonardo è «quella di essere multietnico in anticipo rispetto ad altre zone della città e in virtù di questo di essersi abituato prima a convivere con realtà differenti e questo porta San Leonardo un passo avanti. Nonostante ciò sono consapevole che altri problemi restano».

Casa nel Parco

Ci spostiamo di poco. Superato lo storico circolo dei “Molèn Bass”, oltrepassiamo via Naviglio Alto e andiamo a scoprire un centro aggregativo e ricreativo che mette a disposizione spazi in cui i ragazzi possono esprimere se stessi, le loro idee, la loro fantasia; un contenitore di opportunità in cui i giovani sono messi al centro del progetto: la Casa nel Parco, oggi gestita dalla cooperativa sociale Ecole.

È un centro giovani speciale, forse tra i più innovativi di Parma per la sua poliedricità, grazie alla stretta sinergia con le Officine On/Off e il FabLab Parma, già presenti presso la Casa nel Parco con diverse attività focalizzate sugli ambiti del coworking e della fabbricazione digitale. I laboratori digitali e creativi e le attività che sono rivolte alle scuole durante le mattine e nei pomeriggi di apertura uniscono il mondo digitale con quello manuale, la creatività con il sapere tecnico, l’espressività con il saper stare insieme. Casa nel Parco è un’offerta importante per ragazze e ragazzi di San Leonardo, specie per quelli cosiddetti di “seconda generazione”, ossia nati in Italia da genitori stranieri.

Oltre a queste attività c’è anche spazio per eventi, attività sportive e ludico-motorie, musicali, oltre a momenti conviviali, gite, uscite di gruppo. E in estate, nel giardino antistante, va in scena la rassegna “Sul Naviglio” organizzata da Loft (Libera organizzazione forme teatrali) che richiama pubblico da tutta la città.

C’è un “ma” sul futuro della Casa nel Parco, dato che non sono chiare le idee in proposito dell’Amministrazione Comunale. Tutti stanno con le bocche cucite, ma si mormora di screzi e dissapori nell’ultimo anno che, al momento, paiono rientrati.

Parco Vilma Preti

Attraversiamo via Venezia e ci dirigiamo in via Verona. Qui, martedì mattina, sarà inaugurato il lotto sud della riqualificazione del parco Vilma Preti, già noto come parco dei “Vecchi Mulini” poiché al di sotto scorrono le acque del canale Naviglio. Un tempo c’era la fabbrica Oreste Luciani: a seguito della chiusura e dismissione negli anni Novanta sono state costruite palazzine residenziali, il polo sanitario e realizzata un’area verde. Negli anni scorsi, per realizzare la nuova Casa della Comunità è stata sventrata una fetta del parco ma il cantiere dell’Ausl si è presto arenato lasciando una voragine. Anche per questo motivo il parco è diventato mal frequentato e sede di traffici loschi.

Il progetto di riqualificazione del parco è stato avviato da un percorso partecipativo nel 2016/17 con l’iniziativa “San Leonardo – Il parco che vorrei”, promossa dall’associazione culturale Manifattura Urbana, in collaborazione con i Servizi sociali del Comune di Parma e dell’Ausl, la cooperativa sociale Fiorente, il Laboratorio Famiglia San Martino San Leonardo e il Consorzio Solidarietà Sociale. Dopo una pausa, il progetto è ripreso nel 2020/21, in forma di World Café: incontri pubblici nel parco, all’aria aperta, a causa dell’emergenza Covid-19. Vi hanno preso parte privati cittadini, dodici tra associazioni e gruppi di quartiere, la Parrocchia di San Leonardo e rappresentanti del Comune di Parma. I progettisti coinvolti sono Giulia D’Ambrosio e Francesco Fulvi con il Consorzio Forestale KilometroVerdeParma e il supporto del gruppo Chiesi Farmaceutici. Il desiderio che accomuna enti, associazioni e cittadini coinvolti nel progetto è quello di offrire al quartiere San Leonardo uno spazio verde completamente rinnovato di incontro, di gioco, di condivisione in una prospettiva intergenerazionale.

Esiste la consapevolezza del rischio che, a distanza di pochi mesi dall’inaugurazione, il parco torni a essere in uno stato di incuria e degrado. Per questo motivo dovrebbe essere individuata una figura di coordinatore delle reti associative per una programmazione delle attività e un monitoraggio del parco. Dopo un primo periodo di sostegno da parte del Gruppo Chiesi, sarà il Comune di Parma a dover assumersi l’impegno della manutenzione ordinaria e straordinaria.

Per l’apertura completa del parco, nel lato nord, si attende l’estate per la fine dei lavori alla Casa della Comunità, lavori in dirittura d’arrivo grazie anche al fondo del PNRR.

Chiesi Gardens

Scendendo dal lato di via Bologna si arriva in via Palermo e svoltando a sinistra incontriamo lo storico stabilimento Chiesi Farmaceutici che è in corso di trasformazione in Chiesi Gardens la cui apertura è prevista nel 2028.

L’esigenza nella creazione del Chiesi Gardens nasce nel voler adeguare un sito industriale nato a metà degli anni Cinquanta alle esigenze di business di un’azienda che oggi opera in un contesto internazionale, su una scala completamente diversa rispetto a quella del passato. La diversificazione d’utilizzo dello storico stabilimento Chiesi, visto che oggi non ha più necessità di ospitare alcune funzioni, poiché nel tempo trasferite e scorporate in altre sedi, sempre in San Leonardo, tra cui ci sono un Centro Ricerche per le attività di ricerca e sviluppo, uno stabilimento produttivo, affiancato da un Biotech Center of Excellence, e l’Ead Quarter, ha visto la volontà di cambio di paradigma rispetto al passato. Uno spazio privato, chiuso nei confronti dell’esterno, si trasforma in così in uno spazio che mantiene una vocazione business ma che si apre alla città e alle comunità esterne (accademici, startupper, innovatori, terzo settore) e alla città di Parma. La componente verde avrà un rilievo particolare, da qui il nome Chiesi Gardens. In questa volontà d’intenti Chiesi Gardens diventa un progetto di respiro internazionale che tende ad avvicinare la città ad una vocazione europea. Non a caso la progettazione, dopo una consultazione che ha coinvolto più studi di architettura, è stata affidata allo studio belga 51N4E e allo studio svizzero-serbo Ten. Due realtà specializzate in progetti di rigenerazione urbana. Se si vuole paragonare Chiesi Gardens ad un possibile modello è quello del campus Novartis a Basilea, in Svizzera, dove spazi business e pubblici convivono: la differenza sarà l’assenza di uno spazio museale/espositivo.

Ad un primo sguardo tutto questo potrebbe essere inteso come una sorta di mecenatismo 3.0 da parte della famiglia Chiesi; in realtà l’intenzione, nonché le parole chiave sono “valore condiviso”. Si parla di valore condiviso quando una certa idea di business sceglie di procedere pari passo con il progresso della comunità, grazie al quale ne beneficia. Il Chiesi Gardens rappresenta la volontà di un’azienda che decide di evolvere insieme al territorio che la ospita, accompagnandone i cambiamenti e sostenendone le energie positive.

Come nel caso del parco Vilma Preti, all’inaugurazione che probabilmente avverrà nel 2028, seguirà un impegno costante del gruppo Chiesi nel prendersi cura, insieme con altre realtà pubblico/private del quartiere San Leonardo, affinchè quest’ultimo possa finalmente incamminarsi verso la sua rinascita.

Stefano Frungillo

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/02/parcovilmapreti-e1770969492908.jpg 1010 1904 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-02-13 09:11:482026-02-13 09:11:51Il quadrilatero smart e green che rimodella San Leonardo

L’indebitamento netto di Iren sale a 4,3 miliardi. È preoccupante?

6 Febbraio 2026/1 Commento/in News/da redazione

Deve preoccupare l’indebitamento netto del gruppo Iren che, in base all’ultima trimestrale disponibile (settembre 2025), è salito a 4,3 miliardi di euro?

Inoltre, l’indicatore del rapporto tra posizione finanziaria netta (pfn) ed Ebitda (ossia il margine operativo lordo, la redditività della gestione caratteristica di un’azienda) nel bilancio 2024 è di 3,2 quando la soglia critica è 3. Quanto è rischioso?

Le domande, e qualche considerazione in risposta, le ha esposte Francesco Fantuzzi, che potremmo definire un economista dal basso. Esperto di finanza solidale, autore del libro “La società dell’emergenza”, piccolo azionista di Iren, reggiano, Fantuzzi sembra essere l’unico a spulciare i conti della multiutility che nel parmense gestisce servizi essenziali, ereditati dalle municipalizzate. Di tanto in tanto è invitato a Parma, in piccoli palcoscenici, ad esporre la situazione economica in una contro narrazione che, nei fatti, è l’accensione di una luce sugli affari e i servizi di Iren.

Inciso: non sarebbe male un’audizione di Fantuzzi in consiglio comunale (o perlomeno in una commissione).

L’occasione di ascoltarlo, giovedì sera, è stata un incontro organizzato dalla sezione di Parma di Ancora Italia, introdotto da Raoul Ray e Roberto Antognarelli.

(Nella foto: da sinistra Ray, Fantuzzi, Antognarelli)

«Premetto – dice Fantuzzi – che il nemico non è Iren, ma chi l’ha creata, ossia la politica che mantenendo l’azionariato pubblico sopra il 50% consente tutto questo. Non condivido questo modo di gestire i beni comuni, ma non possiamo incolpare chi lavora in azienda. Di fronte alle trimestrali del bilancio di Iren, i quotidiani si limitano a pubblicare i comunicati stampa aziendali. Ma fate qualche domanda, invece».

«L’azionariato è pubblico al 50,8% – spiega l’economista, inquadrando la situazione – trovate sul sito del gruppo le percentuali e i patti parasociali. I settori nei quali opera Iren sono energia (produzione), mercato (vendita di energia e gas), reti (servizio idrico, distribuzione energia) settore ambiente (raccolta rifiuti).

La distribuzione territoriale non è omogenea e, a distanza di 15 anni, stento ancora a capire quali fossero le intenzioni. Sappiamo che l’operazione di fusione a freddo nel 2010, mise assieme territori diversi: l’Emilia occidentale, delle province di Piacenza, Parma e Reggio Emilia, con Torino e Genova, e forse aveva finalità di altra natura.

L’ultimo dato è la trimestrale di fine settembre. Quando uscirà il bilancio ufficiale 2025 potremo fare meglio i raffronti. Non mi soffermerei ad analizzare il fatturato perché, come l’ex ad Bianco sosteneva sempre nelle assemblee, non era significativo raffrontarlo per via delle fluidità di costi e ricavi nei settori gas ed energia. Anche se va detto che i ricavi contano: più cala il prezzo della materia prima, minore è la forza di coprire i costi fissi, quindi tenere d’occhio il fatturato comunque va fatto».

«Quello che interessa è il debito. E vediamo che ogni anno, da 15 anni , la posizione finanziaria netta continua ad aumentare (a fine settembre ha toccato i 4 miliardi e 287 milioni, ndr); il piano industriale al 2030 ha previsto 4,9 miliardi di indebitamento, significa che la leva del debito è fondamentale per continuare la strategia industriale. Personalmente lo reputo un fatto preoccupante. Abbinato al rapporto tra posizione finanziaria netta / ebitda che se supera valore di 3 deve preoccupare. Attualmente è di 3,1 (fine settembre, ndr). Il dovere mio, da piccolo azionista, è sollevare il tema».

«Iren fino al 2023 pubblicava un grafico a torte, che consentiva di capire al volo l’impatto dei vari settori nei risultati economici, sarà un caso ma le torte sul sito Iren non ci sono più. Allora le ho impaginate io. Confrontate la prima e la seconda torta con la precisazione che il fatturato “acqua” è una presunzione perché l’azienda non fornisce i dati precisi. Vediamo che nella torta fatturato la fetta Mercato è al 40% e l’Energia al 29,7%. Guardando la slide successiva, sui margini (ossia la redditività, ndr) notiamo che le fette di torta si sono spostate».



«Il Mercato – illustra Fantuzzi – che garantisce un fatturato 40%, precipita a poco meno del 20% di margine. Anche l’energia cala da 29 a 20. I rifiuti danno un colpetto interessante, ma la parte del leone, con un margine del 23,6%, la fa il servizio idrico su cui invece non si dovrebbe fare profitto. Abbiamo votato 14 anni fa un referendum affinché il bene comune acqua restasse in mano pubblica. L’acqua dovrebbe essere disponibile per tutte le persone, anche le più bisognose magari con tariffe agevolate. Non dovrebbe essere venduta sulla base di una fatturazione e non dovrebbe essere sprecata. Invece tutto questo, purtroppo, nella gestione in una multiservizi quotata in Borsa ahimè non si pone. E, vedete, nel fatturato l’acqua è al 7% e il margine lordo 23,6%. Significa che il margine lordo del gruppo Iren per quasi un quarto si compone della gestione del servizio idrico, che lo dico con grande convinzione, essendoci stato un referendum nel 2011, non dovrebbe dare profitto».

«L’azienda è quotata in Borsa – prosegue l’economista – e dovrebbe gestire tutto a mercato, in realtà le cose sono cambiate. I prezzi che applica Iren all’80% sono decisi in settori regolamentati, controllati, da Autorità di Garanzia. La tariffazione è benevola, punta alla copertura dei costi. È la stessa Iren che ce lo dice.

Perché la politica è così timida nei confronti del gruppo? Il fatto è che comunque Iren ha garantito negli anni dividendi sempre più alti. E a chi vanno? Ai Comuni che hanno sempre più bisogno di risorse. Ma il dividendo dalla gestione di acqua, gas, rifiuti dovrebbe migliorare quei servizi che sta gestendo Iren. Non a coprire le buche nelle strade. Manca una capacità di visione di una classe politica che non ha il coraggio di assumersi una decisione fondamentale ed economicamente rilevante. Se i margini su acqua e rifiuti sono questi, perché non si ripubblicizzano questi servizi? Si guadagna pure, accidenti.

Perché i beni comuni dovrebbero essere pubblici, e perché invece hanno fatto questa fine, è un tema troppo importante per essere lasciato solo a serate che guardano ai bilanci dal punto di vista tecnico».

La relazione di Fantuzzi tocca anche altri aspetti (il debito del Comune di Torino verso Iren, il rigassificatore Olt svenduto, la tempistica di pagamento dividendi ai Comuni) fino a rifocalizzarsi sull’andamento economico di Iren. «I margini lordi sono statici o in riduzione fino al 2023. Solo negli ultimi due anni sono in crescita di decimali di punto a fronte di un raddoppio dell’indebitamento. Ne vale la pena?»

Ulteriori precisazioni: «Iren si è indebitata a tasso fisso a lungo termine. Il forte indebitamento iniziale sul breve termine si è spostata sul lungo. Non so se sia una gran bella idea, se i risultati economici sono questi. E ripeto l’obiettivo non è parlar male del gruppo ma parlare dei fatti. Ricordiamo che il Piano Industriale 2014-20 , prevedeva al 2020 1,920 miliardi di pfn, e invece nei fatti risultò 1 miliardo in più di debito. Possiamo porre la domanda e chiedere perché?

Nelle ultime pagine delle slide l’ho definito anatomia di un fiasco. – conclude l’economista – Un altro dato: in 14 anni Iren ha avuto 7 amministratori delegati. Non è un modello di gestione e stabilità costante nel tempo. L’azionariato pubblico dovrebbe spiegare un turn over così elevato.

Ecco perché allora parlo di tasche di cittadini. Tecnicamente non sarà correttissimo, ma qui chi risponde della gestione dell’azienda? Chi si farà carico del debito? Il piano industriale 2024-2030 dice che l’indebitamento netto arriverà a 4,9 – 5 miliardi. Il vero convitato di pietra siamo noi».

dra.fra

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/02/IMG_8549_2-scaled.jpeg 1407 2560 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-02-06 13:25:542026-02-06 13:25:55L’indebitamento netto di Iren sale a 4,3 miliardi. È preoccupante?

A Langhirano, da tre anni, un’area ex-industriale è piena di macerie. C’è un rischio ambientale?

31 Gennaio 2026/0 Commenti/in News, Inchieste/da redazione

A Langhirano, ai bordi del centro storico, (vedi su mappa) c’è un’area recintata con la presenza stimata di 24.000 tonnellate di macerie edili. (È accertato che il volume dei materiali presenti sia di 13.500 metri cubi, e la densità media del materiale da demolizione è di 1,8 tonnellate a m3). Le macerie derivano da uno stabilimento demolito nel febbraio 2023. In seguito l’area è stata sequestrata dalla Procura della Repubblica di Parma per indagini e poi dissequestrata a fine 2023. Da allora è tutto fermo.

Macerie con amianto e cromo

Il dubbio che aleggia è se queste macerie siano pericolose oppure no.

Se fossero semplici materiali inerti sarebbe solo una bruttura estetica, dato che non sono nemmeno coperte da teloni. Il problema è che, probabilmente, quelle macerie serbano ancora al loro interno amianto e cromo, due elementi ad alto potenziale tossico e cancerogeno.

Le analisi chimico-fisiche sono state fatte due anni e mezzo fa (giugno 2023) ed hanno accertato la presenza di amianto e di cromo in due dei cinque lotti in cui è stato suddiviso il materiale, bloccando di fatto il cantiere sussistente. Le analisi Arpae attestarono la presenza di crisotilo (un tipo di amianto) nel lotto 2 in quantità di 15 mg/kg e nel lotto 4 in quantità di 10 mg/kg. Inoltre, in un altro campionamento, è attestato un frammento di canna fumaria con presenza di crisotilo e crocidolite (altro minerale di amianto), dunque rilevando l’amianto in tre punti nel complesso.

Arpae nella sua scheda di analisi conclude che “per una classificazione di pericolosità il quantitativo di amianto deve essere superiore a 1000 mg/kg”. È opportuno specificare che si tratta di un valore di soglia per la contaminazione di suolo e sottosuolo e non per la salute delle persone. Le analisi furono effettuate al fine di classificare le macerie in materiali riutilizzabili o in rifiuti e non per la sicurezza sanitaria.

Lo stesso discorso vale per la presenza di cromo, rilevata dalla ditta Search, incaricata delle analisi del materiale sequestrato. Il cromo è rilevato in 127 μg/l (microgrammi ogni litro) quando il valore limite è 50 μg/l . E infatti il giudizio rilasciato attesta “Per il parametro Cromo si può affermare che il campione non rientra nei limiti di accettabilità fissati dal DM 05/04/2006 n.186” sull’individuazione di rifiuti non pericolosi. Una doppia negazione che equivale ad un’affermazione. Altre analisi, per conto di Arpae, sono state svolte dal laboratorio Stante e anch’esse rilevano valori sopra soglia di cromo.

In definitiva: le macerie dell’ex-Galbani vanno trattate come rifiuti speciali. Alcuni non pericolosi, altri pericolosi.

Sulla base di queste analisi la pm Zannini, incaricata delle indagini, ha disposto il dissequestro, senza altri provvedimenti correlati ritenendo l’area non pericolosa. Tuttavia qualche dubbio è lecito nutrirlo poiché, senza teloni di protezione, dalle macerie può disperdersi polvere ed è ormai noto in letteratura scientifica che non esiste una soglia minima di pericolosità per l’amianto. Basta inalare, anche accidentalmente, una singola fibra per innescare il rischio di una patologia tumorale.

Il cromo, invece, potrebbe percolare nelle falde acquifere, contaminandole.

Secondo il gruppo consiliare Vivere Langhirano, gruppo di minoranza in Comune, sulla base dei rilievi a campione effettuati da Arpae si può stimare una presenza di eternit dai 33 ai 50 kg e, per derivazione, di circa 5 kg di crisotilo nel cumulo R2 (il lotto con maggior presenza di amianto attestata). Se è vero che il valore limite per la contaminazione di suolo e sottosuolo è elevato (1000 mg/kg) ben più basso è il riferimento per l’inquinamento da amianto negli ambienti di vita (20 fibre/litro) e per l’esposizione dei lavoratori (0,1 fibre/cm3).

Dunque, quale è il rischio?

La vicenda Ex-Galbani

L’area delle macerie è denominata ex-Galbani e al solo nominarla, a Langhirano, si suscita irritazione. La vicenda è spinosa e ingarbugliata, proviamo a riassumerla.

Al margine dell’incrocio di via Roma con via Micheli, che porta al ponte sul torrente verso Mulazzano, negli anni Sessanta viene costruito dalla Galbani un maxi stabilimento per la lavorazione e la stagionatura dei prosciutti. Accanto c’è un altro prosciuttificio. Sull’altro lato di via Roma c’è la scuola elementare, sotto, verso il torrente, il campo da calcio della Langhiranese.

A fine anni Ottanta la produzione alimentare è dismessa e l’immobile messo in vendita. Nel 2012 l’Amministrazione Comunale di centrosinistra, che all’epoca guidava Langhirano, elabora il PSC che prevede una riqualificazione complessiva dell’area, con funzioni pubbliche, verde e bassa cubatura. La successiva Amministrazione, con il centrista-civico Bricoli (ancora in sella oggi, col centrodestra) accoglie un’osservazione alla variante urbanistica, da parte dell’imprenditore edile Bucci, e stralcia l’area Galbani dal PRU ampliando la cubatura da poter ricostruire. Arriviamo agli ultimi anni. L’area viene acquisita dalla società immobiliare Di.Bi.srl con l’intenzione, a quanto pare, di realizzare un nuovo centro commerciale. La Di.Bi. era di Bucci ma dopo la variante urbanistica è acquisita dall’imprenditrice Cattini, la quale gestisce il Conad e il centro commerciale Val Parma a Langhirano. A fine 2022 l’Amministrazione Comunale guidata da Bricoli autorizza la demolizione dell’ex complesso Galbani, pur in assenza di un progetto di ricostruzione che avrebbe dovuto essere correlato. Il cantiere è affidato dalla Di.Bi. all’impresa Bucci (a proposito, Carlo Bucci ha un incarico di prestigio: è presidente della sezione costruttori edili dell’Unione Parmense degli Industriali).

La grande esplosione

Il 25 febbraio 2023 un boato scuote Langhirano, e un nugolo di polvere ricopre i dintorni dell’ex-Galbani. Grandi felicitazioni all’esplosivista Coppe, per questa nuova demolizione in un colpo solo, grazie alle cariche esplosive sistemate a puntino. Tutto a posto? Non proprio. Alcuni cittadini appreso che si sarebbe proceduto a demolizione con esplosivi hanno scritto allarmati al sindaco; la loro denuncia è stata ripresa dagli allora consiglieri comunali di opposizione, Di Martino e Piovani, assieme al consigliere dell’Unione Montana, Cauzzi, che chiedevano lumi sul rischio amianto. Un’esplosione l’avrebbe disperso nell’aria. Il sindaco Bricoli è tranquillo: c’è una perizia che assevera l’assenza di amianto, nonostante la vetustà degli edifici. Tuttavia una stonatura balza agli occhi: l’attestazione nella Cila (comunicazione di inizio lavori asseverata) che assicura non ci sia amianto non è di un ente indipendente, ma della ditta proponente l’intervento, firmata dal direttore incaricato dei lavori, l’ingegnere Prevoli.

La scoperta dell’amianto

Posata la polvere, si installano i frantoi nel cantiere per macinare i residui e inizia un via vai di camion durato tre mesi. Gli inerti da demolizione, se sottoposti a opportuni processi di recupero, non sono più un rifiuto da smaltire ma diventano materie prime seconde (MPS). Un affare. La demolizione effettuata con esplosivo è infinitamente meno costosa rispetto alla demolizione con mezzi meccanici per l’abbattimento controllato delle strutture. Inoltre, se gli inerti si riescono a vendere, ci si guadagna pure. Sembra tutto regolare ma alla luce delle scoperte successive (presenza di amianto e cromo) le domande sorgono spontanee. I lavoratori che hanno trattato il materiale erano dotati dei dispositivi di protezione? Dove sono finite le tonnellate di macerie trattate prima del sequestro?

Tutto ciò va avanti per qualche mese fino a quando lo zelante agente della polizia municipale Geminiani (licenziato in tronco un anno e mezzo fa, ma questa è un’altra storia) nota tra i cumuli di macerie, anche sotto la vegetazione spontanea nel frattempo cresciuta, due tubi che sembrano in eternit (materiale a base di cemento e amianto). Denuncia in procura, intervengono i carabinieri forestali che accertano la veridicità e il cantiere viene sequestrato.

La controdenuncia

La scoperta di amianto desta scandalo e il direttore dei lavori, l’ingegnere Prevoli, che ne aveva asseverato l’assenza, fa una controdenuncia: a suo dire qualcuno nottetempo ha introdotto in cantiere quei tubi di eternit. Una lettera dell’Arpae avvalora questa tesi “è difficilmente spiegabile la presenza di questi manufatti, risultati pressoché integri nelle sue forme originali” . Arpae scrive anche che “dalle foto aeree antecedenti alla demolizione non si nota la presenza di camini sugli edifici”. Puntuali saltano fuori delle fotografie dell’ex stabilimento in cui, pur sfocata, la presenza dei camini sembra inequivocabile. È un giallo nel giallo, ma è un punto dirimente. Si sa che negli anni Sessanta la gran parte dei condotti e delle canne fumarie erano rivestite di cemento amianto, ignifugo per eccellenza, dato che ancora non era emersa la pericolosità dell’amianto.

Per appurare come siano le cose la Procura apre un’indagine, sequestra il cantiere e ordina delle analisi, che attestano la presenza di amianto e di cromo, come scritto sopra.

Il procedimento incagliato

Denuncia dei cittadini, cui si aggiunge un’altra denuncia dei consiglieri comunali, controdenuncia del direttore dei lavori. Le indagini si concentrano sull’appurare di chi sia la responsabilità della presenza di amianto e se vi è dolo. Dopo sei mesi il cantiere viene dissequestrato e nell’agosto 2024 la pm Zannini chiede l’archiviazione del fascicolo. I cittadini ricorrenti, difesi dall’avvocato Dalla Valle, si oppongono alla decisione di archiviazione e chiedono la prosecuzione delle indagini alla gip Orsi. Da quel momento non si sa più nulla. La gip non risulta si sia ancora pronunciata.

Il parcheggio temporaneo

Nel lotto d’angolo che affaccia sull’incrocio di via Roma, in base alle analisi Arpae, non sono state riscontrate presenze di materiali tossici e dunque, con un accordo tra impresa e Comune, nella primavera 2024 quell’area viene spianata, ricoperta di ghiaia e aperta a parcheggio pubblico temporaneo, tuttora in uso.

Consigliera Di Martino: “Non siamo tranquilli”

A sollevare il problema, reiteratamente, è stata la consigliera comunale di Langhirano, Federica Di Martino: «La presenza di amianto è stata accertata, così come il cromo sopra soglia, dagli enti deputati ai controlli. Ci sono le carte che lo dimostrano. Benché i quantitativi di queste sostanze siano stati valutati non pericolosi ai fini del trattamento delle macerie demolite con metodi tradizionali, noi non siamo tranquilli perché sono sostanze tossiche e potenzialmente cancerogene anche in minime quantità e sono state diffuse nell’ambiente circostante con un’esplosione. Non risultano verificati gli effetti sulla salute, per la quale non esistono limiti di tolleranza all’amianto, nè risultano effettuati rilevamenti delle polveri nell’aria.

E di fatto le sostanze nocive sono state rilevate presenti nelle macerie lasciate all’aria aperta. Inoltre sono stati qualificati come rifiuti, eppure dopo due anni e mezzo i cumuli sono ancora lì mentre l’area è rimasta sequestrata solo sei mesi nel 2023. Ci chiediamo: è un deposito autorizzato? Sono state fatte ulteriori analisi? E ancora, le macerie portate via tra febbraio e giugno 2023, posto che le analisi hanno riguardato solo i materiali ancora presenti in cantiere al momento del sequestro, erano anch’esse contaminate? E dove sono state portate?»

Sindaco Bricoli: “Materiale non pericoloso, eternit rimosso”

Il sindaco di Langhirano, Giordano Bricoli, da noi interpellato, ha rilasciato questa dichiarazione: «In merito all’area ex Galbani la proprietà sta predisponendo una proposta progettuale. La presenza di macerie nell’area è principalmente correlata al sequestro preventivo di cui è stato oggetto per molti mesi il cantiere e che ha impedito alla proprietà di pianificare l’intervento di riqualificazione. Diversamente da quanto lei afferma dagli accertamenti svolti dagli enti competenti nell’area è emerso che tutto il materiale campionato è da considerarsi “non pericoloso” ad eccezione di alcuni manufatti di eternit (canne fumarie integre) rinvenute in un solo punto su un cumulo di macerie la cui forma e posizionamento non sono state giudicate riconducibili alla demolizione del fabbricato. Questi ultimi manufatti sono stati comunque subito rimossi con le modalità prescritte dalle normative vigenti.

L’area è stata oggetto di diversi controlli a seguito dei quali l’autorità giudiziaria ne ha disposto il dissequestro senza prevedere alcun tipo di intervento (es. coperture) e autorizzando il libero utilizzo da parte del proprietario pertanto, si ritiene che la stessa sia in condizioni di sicurezza.

Auspico che rispetto alle errate informazioni fatte circolare da diverse fonti in merito a questa area il suo articolo possa ricondurre l’informazione ai fatti oggettivi».

Situazione in stallo. Servirebbero nuove analisi?

Abbiamo posto delle domande anche alla proprietà (Di.Bi. srl) e pubblicheremo la risposta se dovesse giungere.

Uno dei problemi starebbe nello smaltire i materiali inerti che, in base alle analisi sono contaminati da amianto e cromo e non possono essere più trattati come materia prima seconda, ma da considerare rifiuti. Il loro smaltimento in discariche speciali, dati gli ingenti quantitativi, potrebbe costare fino a qualche milione di euro.

A distanza di tempo il buon senso suggerirebbe di ripetere le analisi per accertare eventuali modifiche nella presenza di amianto e cromo, e con quali potenziali effetti, per scongiurare rischi per la salute dei cittadini e per l’integrità dell’ambiente.

Francesco Dradi

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_8477-scaled.jpeg 1285 2560 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-01-31 10:50:042026-02-01 17:46:44A Langhirano, da tre anni, un’area ex-industriale è piena di macerie. C’è un rischio ambientale?

Vannacci, il mondo dalla sua parte. I “Maga” si preparano alle elezioni comunali

26 Gennaio 2026/2 Commenti/in News/da redazione

Eccoli i “Maga” parmigiani venire allo scoperto ad accogliere entusiasti l’emulo nostrano sfoggiamuscoli: Roberto Vannacci. E non basta. Sull’onda del successo della serata, la coordinatrice locale del team Vannacci, Caterina Galli, annuncia che si stanno preparando alle elezioni municipali tra un anno, dove saranno presenti nella lista della Lega. Vista la folla, e le posizioni contigue, c’è da presumere che si sgomiterà per ottenere i favori degli elettori di centrodestra.

Domenica sera in cinquecento, da città e provincia, si sono riversati ad ascoltare l’europarlamentare della Lega all’Hub di via Zerbini (esimio poeta dialettale nonché comunista amico di Picelli, che se lo sapesse… ci scherzerebbe sopra) un capannone industriale riconvertito a sala polivalente (tra i soci che gestiscono l’Hub vi è un politico cittadino notissimo, ora imprenditore, e gli affari sono affari).

L’evento sotto l’egida “Patrioti per l’Europa” dell’ex generale Vannacci, coordinati sul territorio dall’associazione Team Vannacci Maria Luigia, affiliata al movimento “Mondo al contrario”, con a capo appunto Caterina Galli, fa parte di un tour politico e promozionale per promuovere il libro “Ipocriti” del giornalista Giuseppe Cruciani. Il titolo: “Sicurezza, Green Deal, Politicamente corretto”, temi molto cari ai due, da affrontare per mostrarne attraverso il metodo dialogico tutte le contraddizioni. I giornali per il generale, «non dicono la verità» detto tra l’altro ai suoi interlocutori, giornalisti per professione (a introdurre l’intervistatore televisivo locale, Federico Casanova, presto relegato a comparsa).


L’inverno è lasciato fuori dalle porte, la sala è composta da giovanissimi – alcuni di loro con indosso il cappello trumpiano “Make america great again”, più che per credo per strizzare l’occhio a Cruciani che nel suo programma radio lo ha indossato più volte, mentre stasera nessun accenno a Trump, al board of peace o alla violenza dell’Ice, si preferisce solidarizzare con Massimo Boldi, tedoforo deposto per una battuta sessista – e tanti adulti dai capelli bianchi che applaudono calorosi alle parole di Vannacci. In platea non c’è l’ombra di volti da nuovi italiani o di immigrati di seconda o terza generazione, sono tutti bianchi caucasici (come si dice, e come ci si aspetta).

L’ex generale parla alla pancia delle persone. Ribadisce varie volte di essere stato l’europarlamentare italiano più votato (oltre mezzo milione di voti; due anni fa in provincia di Parma prese 6.108 preferenze, di cui 2.216 in città). Non si esce dalla scaletta degli argomenti da trattare, anche perché i temi toccano i nervi scoperti della città e del Paese. Al primo posto la sicurezza, con la variabile dell’immigrazione di massa incontrollata (ma nessuna critica al governo Meloni-Salvini, of course) e il green deal, contro il quale si è parlato dell’immobilismo causato dall’ «ambientalismo feroce e acritico», che ha soppiantato «l’ecologia consapevole, perché essere ambientalisti è un lusso per ricchi». L’esempio la diga di Vetto: opera contestata dagli ambientalisti che in realtà «porterebbe solo dei gran benefici che si riverserebbero in primis sul territorio reggiano parmigiano» e qui Vannacci cita l’ex consigliere regionale leghista, Emiliano Occhi, presente in sala insieme all’attuale consigliere regionale del Carroccio, Tommaso Fiazza.


Nessun simbolo della Lega in sala, ma alla domanda riguardo la fondazione di un nuovo partito Vannacci ha risposto con un secco no.

Parole confermate e ribadite a fine incontro da Caterina Galli (in foto col leader) che, raggiante per il successo della serata, «Non ci aspettavamo così tanta gente», ha anticipato l’intenzione di “correre” alle prossime elezioni comunali: esponenti del team Vannacci saranno presenti nella lista della Lega. «Abbiamo organizzato questo evento ascoltando le richieste di tantissimi cittadini. Sul territorio noi siamo complementari alla Lega, poiché non ci poniamo in una posizione di alternanza, che non è necessaria, ma come una presenza che presentando le proprie diverse sfaccettature vuole ricoprire le esigenze di più persone. Complementarietà è la parola giusta.» Parole confermate da Paola Zanichelli, segretaria cittadina e da Patrizia Caselli segretaria provinciale della Lega che aggiunge «Nel nostro partito a Parma tre sono le parole che seguiamo: addizione, moltiplicazione, mai divisione.» A fine dell’incontro tutto sommato autocelebrativo, in un’atmosfera da Tolasudolsa, in tanti fanno la fila per un selfie e scambiare due chiacchiere con il generale e col giornalista. Il mondo sta andando dalla loro parte.

Stefano Frungillo

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/01/Image-2026-01-25-at-20.49.06.jpeg 1148 2040 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-01-26 12:06:482026-01-26 13:57:44Vannacci, il mondo dalla sua parte. I “Maga” si preparano alle elezioni comunali

Il fascino indiscreto del lupo, un vicino ingombrante

24 Gennaio 2026/0 Commenti/in News/da redazione

Non c’è dubbio che l’argomento sia sexy, di quelli che garantiscono la sala piena (150 posti) anche alle cinque e mezza di un piovoso pomeriggio feriale. Se poi ci aggiungiamo il tempismo, visto che il giorno prima, con una certa eco mediatica, è uscita in Gazzetta Ufficiale la legge sul declassamento della specie, ecco che il successo dell’incontro “Vita selvaggia del lupo in pianura” non può che essere una certezza. (foto in apertura da Osservatorio Lupi WWF Fidenza).

L’evento, organizzato dall’Associazione Donne Ambientaliste (ADA) e dalla Società Parmense di Scienze Naturali, è incentrato sulla relazione di Daniele Ecotti, dell’associazione Io Non ho Paura del Lupo, che da dieci anni opera in Alta Valtaro con attività di ricerca, monitoraggio sul territorio e divulgazione scientifica, con l’obiettivo di promuovere la convivenza tra l’uomo e il superpredatore. Ne risulta un momento finalmente basato sui dati e sull’ascolto, per riportare il tema del lupo fuori dal sensazionalismo politico – mediatico, con una riflessione seria sulla convivenza tra Uomo e Natura.

Ad aprire la serata, dopo i saluti della padrona di casa Laura Dello Sbarba di ADA, sono i brevi interventi di Donato Grasso, zoologo dell’Università di Parma, di Franca Zanichelli della Società Parmense di Scienze Naturali, del tenente Claudio Strippoli dei Carabinieri Forestali, tutti concordi nel sottolineare la necessità di diffondere una corretta conoscenza sul lupo per ridurre la conflittualità, contrastando una narrazione spesso urlata e distorta, che alimenta paure più che fornire informazioni.

Particolarmente affascinante l’approccio di Zanichelli, che ci ricorda come in qualche modo il lupo «ci rimette al nostro posto», costringendo a ripensare il modo in cui abitiamo l’ambiente, un vicino ingombrante che ci obbliga a riconsiderare la nostra convivenza con gli altri elementi degli ecosistemi di cui facciamo parte.

È il momento di Daniele Ecotti, che affronta in chiave divulgativa i principali aspetti legati alla biologia e al comportamento del lupo: che tipo di animale è, come e dove vive, qual è la sua struttura sociale, come si muove sul territorio e quali elementi vanno presi in considerazione quando emergono conflitti – reali o percepiti – con le attività umane.

Un passaggio cruciale è quello dedicato all’ascolto delle comunità locali. Ecotti, che in montagna vive e lavora, sottolinea l’importanza di mettersi nei panni di chi vive quotidianamente la presenza dei lupi come una minaccia per le proprie attività, per i propri animali non solo d’allevamento, ma spesso anche quelli da affezione. Timori che non possono essere liquidati con superficialità, pena l’impossibilità di una vera convivenza.

A completare il quadro, l’intervento di Chiara Alessandrini, volontaria della stessa associazione, che presenta splendidi video di lupi ripresi anche in contesti fortemente antropizzati: strade, quartieri periferici, aree ai margini – e talvolta all’interno – dell’abitato di Parma. Immagini suggestive, ma anche capaci di sollevare interrogativi concreti sulla gestione della specie in ambienti così diversi da quelli nei quali considereremmo “normale” incontrarli.

Ed è proprio su questo punto che si accende il dibattito finale con il pubblico, dando voce a posizioni anche molto distanti. Da un lato chi, pur vivendo in zone di pianura ormai stabilmente abitate dai lupi, li descrive come animali affascinanti e totalmente innocui per l’uomo, criticando aspramente l’uso politico e mediatico della paura. Dall’altro, cittadini che abitano in frazioni o quartieri periferici e raccontano situazioni vissute con preoccupazione: esemplari avvistati vicino a scuole dell’infanzia, o a breve distanza durante una passeggiata con il cane.

Alle varie posizioni gli esperti presenti rispondono con un doppio messaggio. Da un lato, il riconoscimento che il timore è comprensibile e merita risposte più tempestive e proattive da parte delle istituzioni: monitoraggi, presenza di tecnici sul territorio, valutazioni attente di ogni singola situazione. In casi particolari anche interventi di dissuasione o, in circostanze estreme, di rimozione (cattura o abbattimento) degli animali, possono essere funzionali alla convivenza e quindi preziosi ai fini della conservazione della specie.

Viene però anche ribadito con chiarezza che la presenza del lupo non è ad oggi da ritenere una minaccia concreta per l’uomo: la probabilità di attacchi non è pari a zero, ma è estremamente bassa e i danni complessivi causati dalla specie restano limitati. Solo per fare qualche esempio, i rimborsi a livello regionale per danni da cinghiale sono il triplo di quelli da lupo, e perfino gli impatti di specie come il picchio o il piccione richiedono indennizzi economici superiori. Proprio per questo, se è fondamentale che la questione non venga sottovalutata, è altrettanto importante evitare allarmismi e affrontare il tema con equilibrio, evitando approcci “di pancia” e affidandosi ai dati di fatto e alle evidenze tecniche.

Due ore di incontro senza risposte semplici, incentrato su un’esigenza sempre più urgente: ricostruire una convivenza consapevole, basata su conoscenza, ascolto e responsabilità condivisa.

Rolando Cervi

Avevamo parlato anche noi di lupi in questo video

https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2026/01/lupi_oss-fidenza.jpg 1124 2444 redazione https://parmaparallela.it/wp-content/uploads/2025/04/LOGO-PARMA-PARALLELA_2-300x156.png redazione2026-01-24 13:10:382026-01-24 18:07:46Il fascino indiscreto del lupo, un vicino ingombrante
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