Da Parma a Sarajevo per il “safari umano”

9. Parma

Il nome della nostra città compare così, laconico, al capitolo 9 nell’indice del libro “I cecchini del week-end” in cui lo scrittore e giornalista freelance Ezio Gavazzeni ricostruisce con dovizia di testimonianze la storia raccapricciante dei “turisti” italiani che andavano a uccidere per divertimento donne, bambini e chiunque si muovesse nella Sarajevo assediata durante la guerra in Bosnia dal 1992 al 1996.

Il libro di Gavazzeni è uscito da due settimane e sta facendo scalpore. In estrema sintesi: la vicenda dei cecchini del week-end è rimasta coperta per trent’anni fino all’uscita del docufilm “Sarajevo Safari” che ha aperto uno squarcio, nel 2022 (l’immagine di copertina è tratta da un fotogramma del film). Lì si è infilato Gavazzeni andando a fondo nella raccolta di testimonianze, coadiuvato dagli avvocati Guido Salvini e Nicola Brigida .

Nell’autunno scorso, col materiale raccolto, hanno fatto un esposto alla Procura della Repubblica di Milano che ha aperto un fascicolo. Le indagini sono affidate al sostituto procuratore Alessandro Gobbis. Le ipotesi di reato sono crimine contro l’umanità e omicidio volontario. Al momento gli indagati sono otto ma la stima del numero totale di cecchini, seconda una testimonianza attendibile raccolta da Gavazzeni, sarebbe di 230 italiani e altrettanti da altri paesi europei: Germania, Francia e anche Russia.

Scoprire che dalla nostra città i cecchini del week-end partivano alla volta delle colline di Sarajevo per quello che è stato definito “safari umano” trasmette una sensazione di inquietudine. Ancor di più se, come soffia una voce, c’era una o più persone con un ruolo organizzativo e il nome che spunta è quello di Parmatour, l’agenzia di viaggi della galassia Tanzi, finita nel ciclone del crack Parmalat nel 2003.

Qui siamo dieci anni indietro, periodo 1992-95, e da quel che si desume dalla testimonianza fornita a Gavazzeni, è ipotizzabile che Parmatour fosse utilizzata come paravento (con o senza il coinvolgimento di uno o più manager della società di Tanzi) per organizzare il viaggio in aereo dall’aeroporto Giuseppe Verdi di Parma all’aeroporto Ronchi dei Legionari con il trasbordo fino a Trieste. Nel capoluogo giuliano c’era la base operativa, una sorta di centro di smistamento per il trasferimento a Belgrado e poi a Sarajevo. Non è escluso che alcuni viaggi abbiano seguito altre rotte: Albania, Ungheria. Il trasporto avveniva in aerei executive, aerei privati per il trasporto di gruppetti di cinque-sei persone.

Le testimonianze raccolte da Gavazzeni a riguardo di Parma non sono dirette, la prima è di un autista che in quegli anni conduceva i convogli della solidarietà in Bosnia, con beni di sussistenza raccolti nelle parrocchie e donati in beneficenza. La seconda di un operatore televisivo.

Si tratta di persone bene informate, che hanno sentito conversazioni in Bosnia e in altri luoghi, e fissato nella memoria circostanze precise. Dunque sono testimonianze da ritenere attendibili e che collocano a Parma lo “snodo” emiliano di questa organizzazione criminale clandestina che aveva i suoi centri a Milano e Trieste.

Le domande sorgono spontanee: chi c’era dietro? Chi partiva da Parma? C’erano parmigiani coinvolti? Questi turisti, con tute mimetiche e scarponi, portavano con sé imbarcando sugli aerei i propri fucili, per la caccia grossa, o li trovavano sul posto forniti dall’organizzazione? Sono spunti da approfondire in via giudiziaria, prima di tutto.

Chi erano i cecchini? Gavazzeni è stringato: imprenditori e professionisti. Sicuramente persone amanti delle armi, molto probabilmente cacciatori, e con una cospicua disponibilità economica. Per poter sparare ai bersagli umani pagavano cifre non banali. Il solo viaggio “turistico” per il safari costava sui 30 milioni. Il tariffario della morte è agghiacciante: 100 milioni di lire per uccidere un bambino o una ragazza, 70 milioni per una donna e, a scendere di prezzario, uomini e anziani.

La guerra in Bosnia fece 100mila morti; solo a Sarajevo 14mila di cui la metà civili. In tutto furono 1.601 i bambini uccisi durante la guerra, il 10% dai cecchini. Numerosi gli episodi di granate lanciate verso i bambini che giocavano. Uccisi senza pietà in ogni occasione. Come accade oggi in Ucraina, in Palestina e in tanti altri teatri di guerra.

Altrettanto sicuramente i cecchini hanno goduto di copertura istituzionale che ha portato a un oscuramento delle loro posizioni, benché sospetti e anche articoli di giornali fossero usciti, al tempo. Il Sismi ne bloccò 5 sulle alture di Sarajevo nel 1994, dopo una segnalazione delle forze militari bosniache. Di questa operazione non uscì niente.

È una delle pagine più squallide e densa di orrore, che manda definitivamente in soffitta la frase fatta degli “Italiani, brava gente”.

Ci sono altre domande da porsi. Tra cui queste, avanzate da un operatore della solidarietà, parmigiano:

1. Com’è possibile che i serbo bosniaci che erano militarmente di gran lunga superiori ai bosniaci non occuparono mai Sarajevo per 4 anni e la tennero assediata? Domanda che Paolo Rumiz si pose e scrisse in numerosi articoli e libri.

2. Come si autofinanziavano l’assedio? Vedendo le tariffe è logico supporre che il business del “safari” giustificasse la cosa.

In attesa degli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria milanese per approfondire la storiaccia dei cecchini del week-end potete vedere:

– la puntata di Presa Diretta su Raiplay, dal minuto 10’30”

– l’intervista a Ezio Gavazzeni realizzata da Telereggio, che si sofferma sullo snodo emiliano di Parma

– un articolo del Post riassuntivo sulla Guerra in Bosnia e dei bombardamenti Nato che la fecero terminare

E naturalmente potete leggere il libro “I cecchini del week-end” (Paper First edizioni) che trovate in libreria.

dra.fra

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