Brian Eno accende la luce e getta i semi di una Parma internazionale


In calce, intervista ad Alessandro Albertini, curatore e produttore delle mostre My Light Years e Seed


È un altro livello.

Il giudizio sull’arte contemporanea, di solito, non ha mezzi termini: piace o provoca rifiuto (estetico).

Ma le due mostre di Brian Eno (My Light Years all’Ospedale Vecchio e Seed ai Giardini di San Paolo, fino al 2 agosto) alzano decisamente il livello, intersecando più fattori sensoriali.

Portano a Parma un respiro internazionale come, in altro ambito, fu nel lontano 1993 andare a giocare a Wembley la finale di Coppa delle Coppe (vinta).

Solo che questa volta è Londra che rende visita a Parma e lo fa, appunto, con Brian Eno, artista e performer poliedrico che nel vernissage, davanti a un nutrito pubblico di autorità e invitati, lo scorso 30 aprile, si è lanciato in un’invettiva contro la sua Londra, definita “capitale mondiale dell’evasione fiscale”, lodando al contrario l’Italia (e Parma) per l’ospitalità e l’attenzione alla cultura e all’arte. Se pensiamo a quel che sta avvenendo alla Biennale a Venezia… con quel che è successo con il padiglione Russia, c’è fin troppa apertura, vien da dire.

L’artista impegnato, secondo Brian Eno

E la risposta Brian Eno l’ha data, in senso lato, nell’introdurre all’inaugurazione di Seed, nata dalla fascinazione per i racconti della scrittrice turca Ece Temelkuran, costretta all’esilio. Quasi dieci anni fa, Temelkuran stava scrivendo un libro difficile – Come sfasciare un paese in sette mosse – sull’erosione della democrazia nella sua terra natia, la Turchia, e sul lento avanzare del fascismo nel mondo.

«Il fascismo lo sa benissimo questo – ha detto Eno, attualizzando ai giorni nostri – e opera cercando di creare divisioni perché attraverso la divisione è in grado di controllare la storia, ti dice ciò che deve piacere oppure no e come fare a sbarazzarti di quelli che non ti piacciono. La democrazia è l’opposto: la democrazia è collaborazione, è amicizia ,è dialogo tra persone che magari anche non hanno la stessa opinione all’inizio o mai. Ecco questo è quello che vorremmo fare con questo progetto. Stare sul piatto della democrazia e non sull’altro piatto della bilancia. 
Noi vogliamo promuovere un futuro in cui gli esseri umani non si ammazzano l’uno con l’altro e questo lo vogliamo fare creando uno spazio speriamo bello in cui le persone si possono incontrare si possono vedere si possono parlare e si possono rispettare».

Questo è il messaggio bello spiano che ha lasciato Brian Eno; musica per le orecchie degli amministratori parmigiani. «Seed è un progetto che sta dentro la stessa filosofia che abita My Light Years, – ha detto il sindaco Michele Guerracioè l’idea di poter sostare in questo splendido giardino e ascoltare la poesia sonora che è stata costruita per il visitatore dentro quel messaggio che Brian Eno ha spiegato così bene, che è anche un invito a resistere a quella che è la furia del nostro tempo e a cominciare ad opporre una resistenza che sta dentro anche quella che è la fruizione estetica di occasioni come questa».

Le due mostre sono state fortemente volute dal Comune di Parma (in specifico dall’Assessorato alla Cultura, delega del vicesindaco Lorenzo Lavagetto) e abbinano il respiro internazionale di Brian Eno alla riapertura di due luoghi storici della città che trovano finalmente una loro collocazione nell’offerta culturale. Fondamentale, in questa occasione, il supporto garantito da Fondazione Cariparma e Davines. Seed è anche risultata vincitrice di un bando del Ministero della Cultura.

Le info per visitare My Light Years e Seed le trovate qui. Le mostre valgono il prezzo del biglietto, come si suol dire, e non di meno va ricordato che il terreno (ossia la capacità di apprezzare l’arte contemporanea) a queste rappresentazioni è stato ampiamente preparato dalla rassegna Parma 360, Festival della creatività contemporanea, giunto al traguardo decennale, e con tante proposte in giro per la città, fino al 2 giugno.

My Light Years – Ospedale Vecchio

L’esposizione ha un grande impatto visivo e sembra davvero ritagliata su misura per i ciclopici spazi della crociera dell’ospedale vecchio. Le installazioni visive di Brian Eno sbarluccichano come fossero una pop art 4.0. Un mix tra staticità, video e digitale in un caleidoscopio di forme e colori che mutano lentamente, quasi impercettibilmente, a sfidare la velocità strizzacervelli delle clip da social media.

Seed – Giardini di San Paolo

La combinazione tra il luogo dei Giardini (perfettamente ripuliti coi vialetti ridisegnati a puntino, le chiome maestose di tigli e querce, il terreno ricoperto da una pacciamutare di cortecce, tutto marrone senza un filo d’erba verde) nidi sonori che rilasciano cinguettii musicali composti digitalmente da Brian Eno, abbinati ai racconti (leggibili tramite qr-code) di uccelli immaginari e fantastici di Ece Temelkuran, nella quiete racchiusa dalle alte mure di San Paolo, porta a pensare a un futuro distopico della natura nell’Antropocene: un terreno brullo dove ascolteremo il suono degli uccelli riprodotto, potendone leggere le caratteristiche, vere o inventate. Quasi una premonizione sul futuro che ci attende, se l’umanità non cambierà rotta.

Intervista ad Alessandro Albertini, curatore e produttore

Alessandro Albertini, produttore e curatore indipendente classe 1978, si dedica dapprima (dal 2006) all’organizzazione di rassegne e festival musicali, per poi concentrarsi sulle attività di rappresentanza, produzione e curatela artistica, privilegiando la collaborazione con video e sound artist internazionali.

Albertini, come è nata l’idea di questa doppia mostra (My Light Years e Seed) ?

Nasce principalmente dal fatto che io già lavoravo con Brian e quindi gli sottoponevo delle idee e ce le “rimpallavamo” un po’. Ho pensato che Parma fosse il contesto giusto per ospitare la sua arte, le sue opere, la sua creatività. 
Abbiamo fatto dei sopralluoghi e si è innamorato abbastanza presto dei Giardini di San Paolo che lui ha visto in uno stato completamente diverso, abbastanza fatiscente. Però è l’aspetto di questo luogo chiuso nel centro cittadino, un luogo che comunque tutto sommato non è piccolissimo, ma intimo.

Un luogo stendhaliano…

Sì pare che effettivamente sia citato anche nella Certosa di Parma, non si sa con certezza. Quindi abbiamo iniziato a lavorare su un’installazione che avesse luogo qua. 
Ed è poi da questa creazione che è partita anche l’idea di fare la retrospettiva all’Ospedale Vecchio. Ragionando sull’installazione all’interno del giardino, è nata in lui la suggestione di adottare i racconti di Ece Temelkuran, di questi uccelli immaginari che abitassero il giardino… Al di là di tutto la trovo molto poetica questa installazione.

Ho avuto l’occasione di sentirla quasi in completa solitudine ed è veramente fantastica.

Mi sembra che il valore di questa operazione culturale sia anche la dimensione della città che la ospita, al di là che sia Parma. In una grande città forse si sarebbe diluita tra mille iniziative.

Un giornalista mi ha chiesto: perché non l’avete fatta a Milano? Ritengo che non avrebbe avuto senso in una grande città, innanzitutto perché comunque probabilmente non sarebbe riuscita a valorizzare effettivamente l’opera artistica.

Quante mostre di Brian Eno sono state ospitate in Italia?

Se ci riferiamo a “My Light Years” (la mostra ospitata presso l’Ospedale Vecchio), nessuna. È la prima retrospettiva europea di Eno e la più completa di sempre. “SEED”, invece, è la prima installazione outdoor totalmente site specific
presentata in Italia; è
totalmente pensata per questo luogo: questa installazione vive qui e non potrà vivere altrove. Una cosa abbastanza importante è che che il progetto Seed ai Giardini di San Paolo è stato premiato col primo posto del PAC 2025 del Ministero della Cultura, sia per il punteggio ricevuto sia per entità del finanziamento erogato.
Oltre alla realizzazione di un’installazione site specific, il progetto ne prevede
la registrazione e il riversamento sul vinile: l’installazione sarà oggetto di field recording (registrazione sul campo) e sarà incisa su un vinile in unica copia. Eno ne curerà tutti i passaggi compreso l’artwork, e il risultato finale sarà acquisito in maniera permanente dalla Casa del Suono e lì rimarrà testimonianza della collaborazione con la città, quindi rimarrà traccia di questa collaborazione non dico in eterno, però comunque a lungo.

Quali sono state le difficoltà da superare?

Quando ne abbiamo cominciato a parlare si stava uscendo dalla pandemia del covid; si iniziava a parlare di riaperture, c’era una grande vitalità con l’intenzione di portare la gente fuori.

L’idea era già tutta “confezionata” ma c’era il problema della disponibilità dei luoghi. Il PNRR ha interessato altri luoghi cittadini e anche questo sito ma abbiamo dovuto attendere, peraltro questa attesa ha permesso di includere altro. C’è da dire che ogni volta che ci siamo trovati di fronte a un ostacolo io ho sempre cercato di rilanciare con qualcosa di più grosso, ancora più prezioso e quindi tutto sommato il tempo non è passato infruttuosamente ed anzi ha permesso di concretizzare questo progetto artistico che è unico, fondamentalmente concentrato sull’opera di Eno. La sua opera poi diventa l’occasione per riscoprire luoghi della città che da anni erano chiusi, quindi è bello associare comunque un progetto artistico alla restituzione di certi luoghi simbolici alla comunità.

Il profilo internazionale di queste due mostre è molto marcato. C’è qualcosa che avete preso altrove con l’intenzione di portarla qui, a parte che c’è un’anima turca che mi sembra che sia venuta fuori in modo molto evidente?

Ece Temelkuran, oltre ad essere una donna molto coraggiosa, un intellettuale molto vivace e anche una persona deliziosa. L’idea di associare un’installazione di Brian Eno ai Giardini di San Paolo mi è nata qualche tempo fa, negli anni del covid, quando Brian aveva presentato “IN A GARDEN”, installazione audio realizzata su commissione di Serpentine Galleries e con la direzione artistica di Hans Ulrich Obrist, per il Serpentine Pavilion 2021 progettato da Sumayya Vally di Counterspace ad Hyde Park a Londra. Non era stata tanto l’installazione in sé a muovere qualcosa in me, ma era stato un piccolo saggio che lui aveva scritto ad accompagnamento dell’installazione, nel quale offrira una sua interpretazione della creazione artistica e dell’arte.

Di solito, diceva Brian, si tende ad associare l’arte all’architettura, dove al centro della creazione c’è il designer, l’archistar, quindi il genio di Renzo Piano piuttosto che Philip Stark o altri grandi nomi. Brian, di contro, tende ad osservare l’arte più come una forma di giardinaggio: tu metti un seme che poi prende forme che tu magari nemmeno ti aspettavi. Non governi mai pienamente la tua creazione, che tende a prendere le sue forme in maniera quasi autonoma. Parti con un’idea e nel tempo capita che essa cambi, magari anche totalmente. SEED è il nome che ho proposto a Brian. Era come se osservassi Parma, la città nella quale sono nato, in un momento un po’ faticoso, come se avesse bisogno di un’occasione di rinnovamento. E mi sembrava che quest’immagine del gettare un seme e vederlo germogliare fosse un’immagine molto efficace e mi ha sedotto. E quindi l’idea che io ho voluto poi trasferire a Brian è stata proprio quella, cioè Parma aveva proprio bisogno di un seme e, ad inaugurazione avvenuta, ho la sensazione che possa attecchire, poi dopo dipende dalla comunità, proteggerlo, farlo germogliare e crescere.

Il suo rapporto con Brian Eno mi sembra di capire sia molto intrecciato ma con notevole autonomia. È così?

Sì, perché comunque abbiamo ruoli completamente diversi. 
Io non mi arrogo alcuna velleità artistica e penso che lui non abbia nessuna velleità di carattere meramente organizzativo, insomma produttivo.
Indubbiamente c’è dialogo, c’è fiducia; la mia nasce dalla profonda conoscenza dell’artista, che amo e rispetto profondamente. È un artista che mi ha in qualche modo educato a una condotta di vita e a un’attività nella quale ingaggio me stesso quotidianamente, ossia la ricerca della semplicità. Il cercar di viaggiare quanto più possibile leggeri. E poi l’amore verso gli altri, che penso che sia la più grande energia che un essere umano possa avere.

Da quanti anni collaborate?

Cinque, sei anni.

Quindi non è molto; si può dire che questo progetto, Seed e My Light Years, sia venuto fuori quasi spontaneo, all’inizio del vostro rapporto?

Sì. In realtà mi sono avvicinato a lui con un bagaglio pieno, pieno di progetti, e quindi ci vorrà tempo per metterli tutti a frutto.

Francesco Dradi

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