Parma, uscio di servizio per il gran ballo a Reggio
Caro Diario,
che bizzarro destino quello della mia diletta Parma! Una città che si pettina e si imbelletta ogni mattina davanti allo specchio della storia, convinta che il mondo intero le dedichi ognora pensieri e sospiri, per poi scoprire — ah, l’umiliazione! — di essere stata ridotta al rango di una misera stazione di posta.
Pare che Catherine, la giovane consorte dell’erede al trono britannico — una Middleton, mi dicono, casata le cui radici fatico a rintracciare nei sacri almanacchi del Gotha — sia atterrata quest’oggi con un vascello alato proveniente dalle lande d’Albione. Ha posato il suo regale piede sul selciato del tribolato aeroporto Ducale non per ammirare le cupole del Correggio o per respirare l’aria della mia nobile Capitale, ma per fuggire seduta stante verso le lande reggiane!
Sì, verso Reggio! Ricordo bene che i miei sudditi hanno sempre guardato oltre l’Enza con la sufficienza che si riserva a un borgo del contado. Eppure, mentre Parma si bea dei suoi ricordi e delle sue vanità, i vicini reggiani paiono aver imparato l’arte del presente, attirando principesse con la seduzione della modernità e di filosofie per gli infanti che qui, tra un ponte sul nulla e un’ordinanza sui coriandoli, sbalordiscono come misteri arcani.
Per non dire dell’amaro sorriso che increspa le mie labbra alla lettura dei cronisti locali: Invece di riconoscere con onestà il sorpasso, ammettendo che la Capitale è ormai diventata un mero “scalo di transito”, si affannano a celebrare l’evento con il petto gonfio. Esultano perché la Principessa è scesa qui! È come se un oste si vantasse del prestigio della sua locanda perché un Imperatore vi ha cambiato i cavalli prima di correre a banchettare nel castello del vicino.
“È arrivata alle 12:32”, scrivono con la precisione di un orologiaio svizzero, quasi a voler trattenere quei minuti di gloria riflessa. Ma la verità, caro Diario, brucia più del sole d’agosto: Parma è stata declassata a uscio di servizio, il corridoio che conduce al salotto altrui.
Mentre a Reggio si sventolano bandiere e si discute di futuro, qui ci si accontenta di aver visto passare il convoglio delle carrozze semoventi, nere e funeree come uffici di inquisizione. La superbia provinciale dei decaduti: credere che il solo essere stati grandi un tempo basti a giustificare la erre moscia di oggi.
Svegliati, mia cara Parma! Se continui a guardarti l’ombelico convinta di essere al centro del mondo, finirai per veder passare molti altri sovrani, tutti diretti altrove, mentre tu rimarrai a lucidare le maniglie di una porta che nessuno ha più voglia di varcare.
Maria Luigia Asburgo Lorena



Beh veramente stupendo e salace commento sulla nostra grandeur parmigiana e sulla attrattività concreta dei vituperati cugini reggiani
E anche questa volta Reggio ha fatto le scarpe (o, addirittura, la corona) alla Petite Capitale, restata, miseramente, solo petite.
Meno male che abbiamo, a suo tempo, optato per l’Aeroporto , sennò nemmeno su un piede regale avevamo la possibilitá di rimarcare le nostre nobili origini, delle quali, però, nessuno ci ha chiesto conto.
Grande! Bravi