Quattrocento insulti razzisti a Victoria Oluboyo
Quattrocento insulti razzisti. Quattrocento commenti che sono al vaglio dei legali, passibili di denuncia e risarcimento danni.
Victoria Oluboyo sul suo profilo Threads (social network di Meta) è stata bersaglio di una shit-storm (letteralmente: tempesta di merda) sotto un post dove celebrava il 25 aprile con un suo ritratto in corteo, definendosi “la faccia fiera di chi si dichiara antifascista da oramai 32 anni 🇮🇹” .
La “colpa” di Victoria non è tanto di aver celebrato la Festa di Liberazione dell’Italia dal nazifascismo (anche quello, eh) quanto di essere una giovane donna di pelle nera, per giunta italiana.
A Parma è abbastanza conosciuta: consigliera comunale nel Partito Democratico, di cui fa parte della Direzione nazionale, sostenitrice della segretaria Schlein. Italiana dalla nascita, la sua famiglia è di origine nigeriana. Laureata in giurisprudenza all’Università di Parma, ha vinto un concorso ed è funzionaria nella Pubblica Amministrazione.
Lo scorso 1° ottobre Oluboyo manifestò a favore della Global Sumud Flotilla e per la Palestina. Per questo motivo, a seguito di un esposto, è stata indagata dal procuratore D’Avino, assieme ai compagni di partito Bonetti, Corsaro e De Vanna e ad altre 17 persone, per concorso nel reato di interruzione di pubblico servizio, conseguente all’occupazione dei binari ferroviar. Qui il riassunto della vicenda. Per inciso, se ve lo state chiedendo: sono trascorsi due mesi dall’avviso di garanzia e tutto è fermo. Gli indagati hanno le memorie difensive pronte ma non sono ancora stati chiamati dai magistrati per chiarire la loro posizione.
L’ingiuria a sfondo razziale è stata depenalizzata dieci anni fa, ma resta un illecito civile che permette di chiedere il risarcimento danni. Ed è quello che farà Oluboyo, anzi sta già facendo. Il suo avvocato ha sporto denuncia e la questura, in collegamento con la polizia postale, è già al lavoro per individuare, una ad una, le persone fisiche che si nascondono dietro i profili social.
Oltre la metà degli insulti provengono da profili anonimi, ma in diversi non si sono fatti problemi a utilizzare il profilo personale per lasciare impropri e invettive. Da una rapida analisi emerge questa profilazione media dei “leoni da tastiera”: maschio, bianco, di mezza età, tendenzialmente di destra, sparsi sul territorio nazionale. Pochi quelli di Parma, ma ci sono.
A quanto pare alcuni, resisisi conto, hanno cancellato i commenti, perlomeno quelli più ignobili. Ma gli screenshot erano già stati fatti e le attività di indagine permetteranno di risalire alla gran parte, se non a tutti.
Lo stesso post di Victoria Oluboyo su Instagram è passato quasi inosservato, mentre non è stato pubblicato su facebook. Viene da chiedersi cosa sarebbe stato sul social network più popolare, visto il tenore dei commenti indignati, e alcuni inqualificabili, sotto il post su facebook della testata Parma Today, indignati sì, ma contro la solidarietà espressa dal sindaco Guerra a Oluboyo. E in questo caso la gran parte sono commenti di parmigiani.
Ma d’altronde non diciamo nulla di nuovo. In questa deriva ci sono precise responsabilità di Meta (la società dei più diffusi social network) e dai responsabili degli account che non esercitano alcune moderazione sui commenti, per ignavia o per la ricerca di qualche clic in più.
Da rimarcare anche che le vittime degli insulti sono in larga prevalenza donne, specie coloro che prendono posizione pubbliche.
Dunque, quando la soglia della sopportazione viene superata (sempre che sia accettabile considerare che vi sia una soglia) è giusto procedere con la richiesta di risarcimento economico per danni morali.
“L’odio si paga, ho voluto denunciare per questo motivo. – ha detto Victoria Oluboyo in un’intervista – La gente anche per questi commenti d’odio si toglie la vita; io ho le spalle larghe, ma dobbiamo essere attenti ai messaggi che mandiamo online, dobbiamo essere un esempio per le seconde generazioni”.
(dra.fra)



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