L’assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna il 28 maggio ha approvato la legge sulle aree idonee per gli impianti da fonti rinnovabili. Ospitiamo due interventi giunti in redazione prima dell’approvazione, uno favorevole (del consigliere regionale Andrea Massari) e uno contrario, di Legambiente Emilia-Romagna e altre associazioni.
Andrea Massari (PD), vicepresidente della Commissione Ambiente e Territorio : “Proviamo a correggere storture pesanti della norma nazionale”
La Commissione Territorio e Ambiente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna ha dato il via libera al progetto di legge sulle aree idonee all’installazione di impianti da fonti rinnovabili. Un provvedimento atteso, complesso, che arriva dopo settimane di lavoro intenso, un’udienza conoscitiva partecipata e l’approvazione di una quarantina di emendamenti che hanno rimodulato il testo originario presentato dalla Giunta.
Tra le novità principali introdotte con gli emendamenti figura la riscrittura dell’articolo 4, che fissa i limiti per l’installazione di impianti su suolo agricolo: non oltre l’1,5% della superficie agricola utilizzata regionale e non oltre il 2,5% per ciascun Comune. Introdotto anche un nuovo articolo 4-bis che definisce con precisione i criteri di calcolo della superficie agricola occupata per ogni tipologia di impianto. Rivisti i criteri per gli impianti agrivoltaici, con l’obbligo di mantenere almeno l’80% della produzione lorda vendibile e verifiche triennali, nonché nuove norme per gli impianti flottanti, eolici e fotovoltaici a terra.
“Questa legge regionale è il frutto di un lavoro corposo, serio e responsabile, reso necessario da una norma nazionale fatta male, molto male. Il Governo ha legiferato togliendo ai Comuni ogni minimo potere di pianificazione del proprio territorio. Stiamo parlando degli stessi enti che decidono dove costruire scuole, ospedali, quartieri residenziali, zone produttive e infrastrutture. Eppure sulle fonti rinnovabili, su dove e come installarle, i Comuni non hanno alcuna voce in capitolo. È un errore grave, che non ha precedenti nella storia della pianificazione territoriale italiana. Si è sottratta ai sindaci la capacità di governare le trasformazioni del loro territorio, consegnando di fatto le decisioni al mercato. E in più la legge nazionale riscritta ben due volte! Tratta tutti i territori italiani allo stesso modo, come se non fosse palese che le norme per la Sicilia forse hanno poco a che vedere con l’Emilia Romagna“.
“E non è tutto. La legge nazionale non contiene un solo meccanismo serio a favore dell’autoconsumo, né prevede strumenti che portino i benefici economici sul territorio dove gli impianti verranno installati. Chi ospita un parco fotovoltaico o un impianto eolico non riceve energeticamente nulla in cambio. È una scelta politica precisa, e a nostro avviso profondamente sbagliata. Con il lavoro fatto in Commissione abbiamo cercato di correggere almeno in parte queste storture, introducendo meccanismi premianti l’autoconsumo, limiti sull’uso del suolo agricolo e un sistema di monitoraggio serio. Ma è evidente che la responsabilità politica delle lacune più gravi resta in capo a chi ha scritto, ben due volte!, la norma nazionale.”
Legambiente, Coordinamento FREE, Energia per l’Italia e Italia Solare: “Legge aree idonee, un passo falso”
La nuova versione della legge regionale per le aree idonee alla produzione di energia da fonti rinnovabili non è in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione dell’Emilia-Romagna. Ne sono convinte Coordinamento FREE, Energia per l’Italia, Legambiente e Italia Solare dopo un’attenta lettura del testo uscito dal confronto della Commissione Territorio dell’Assemblea legislativa della Regione.
“A fronte di un riconfermato obiettivo del ‘Patto per il Lavoro, il Clima e l’Economia sociale’ per la produzione della totalità del fabbisogno elettrico da fonti rinnovabili entro il 2035, fabbisogno peraltro in crescita grazie alla progressiva elettrificazione dei consumi”, sottolineano le associazioni, “la proposta di legge regionale sulle aree idonee continua a prevedere un limite al quantitativo di potenza installata in area agricola, limite dal nostro punto di vista illegittimo rispetto alle previsioni delle norme sovraordinate (che consentono una limitazioni alle aree idonee definite dalla Regione in aggiunta rispetto alla norma nazionale, non certo un tetto assoluto ai nuovi impianti) e palesemente contraddittorio rispetto all’obiettivo regionale.”
Con “area idonea” si indicano porzioni di territorio nelle quali il procedimento di autorizzazione per i nuovi impianti avviene con tempistiche più brevi; in tutte le altre aree, fatte salve quelle escluse da norme nazionali, l’installazione di impianti è consentita con iter autorizzativo ordinario.
La legge regionale specifica, rispetto alla versione precedente, la metodologia di calcolo dell’occupazione di suolo agricolo rispetto alle superfici occupate degli impianti.
“L’introduzione della metodologia è oggettivamente utile, ma risulta evidente dal dibattito pubblico in corso in queste settimane che l’obiettivo finale di questo approccio non sia il raggiungimento degli obiettivi di riduzione dell’impiego delle fonti fossili, ma la creazione di un blocco tout court alla realizzazione di impianti in zone agricole; peraltro, si tratta dello stesso suolo agricolo che non è mai stato difeso dal vero consumo, quello che deriva da poli logistici e nuove autostrade, opere decisamente meno utili alla transizione ecologica e per le quali non sono mai stati posti limiti quantitativi. D’altra parte, il sostegno alla sinergia tra agricoltura e produzione di energia non deve essere limitato: al contrario, la coesistenza di entrambe le attività può diventare un fattore determinante per la sopravvivenza delle attività agricole in un territorio vocato all’agricoltura come quello dell’Emilia-Romagna, e le esperienze di impianti agrivoltaici ben progettati si stanno moltiplicando sul territorio regionale.”
Nella legge sono rimasti elementi che, secondo le associazioni, saranno oggetto di ricorso perché in contraddizione con la legge nazionale (quando ulteriormente vincolanti rispetto ad essa, il che non è consentito) e con la giurisprudenza consolidata.
“Si tratta di una misura poco coerente con l’obiettivo dichiarato della legge, ovvero quello di avvicinare il luogo di produzione dell’energia ai consumatori finali: chi vorrà realizzare impianti in autoconsumo nei comuni con più alta densità abitativa e minore superficie agricola disponibile, che sono i comuni con maggior fabbisogno energetico complessivo, si troverà svantaggiato rispetto ad altre aree” commentano le associazioni.
Contraddittorie sono poi le previsioni applicate nel caso dei data center, per i quali si definiscono aree idonee entro i 50 metri di distanza dagli stessi, e per gli impianti industriali e stabilimenti, che vengono considerati tali solo se producono emissioni in atmosfera e per i quali la fascia idonea è pari a 350m di distanza dagli stessi.
“Il paradosso è che si garantisce una superficie di aree idonee maggiore per le attività che emettono in atmosfera, quindi comunque utilizzatrici di sostanze fossili, mentre si restringono le possibilità per i data center, estremamente energivori. Il vantaggio poi si annulla per le imprese che hanno azzerato le emissioni in atmosfera, ad esempio passando a tecnologie interamente elettrificate, e avrebbero bisogno di molta più energia elettrica!”, rilevano.
Permangono il blocco alla realizzazione di impianti nelle aree buffer delle zone UNESCO e il vincolo delle 2300 ore equivalenti per gli impianti eolici.
“In quest’ultimo caso, si tratta di un elemento tecnico che non qualifica la capacità di un impianto di produrre energia, come sostiene chi lo propone, ma che avrà il solo risultato di danneggiare la produttività del singolo aerogeneratore e comportare un maggior consumo di suolo, perché serviranno più rotori per produrre la stessa quantità di energia”, sottolineano le associazioni. “Se l’obiettivo è la riduzione del consumo di suolo, questa è una scelta che va nel senso opposto.”
Si rilevano anche elementi di miglioramento rispetto alle versioni precedenti della proposta di legge, come l’istituzione del tavolo di coordinamento a livello regionale per il monitoraggio dello sviluppo di impianti a rinnovabili e reti di distribuzione elettrica e l’approfondimento dei parametri monitorati.
“Non v’è dubbio che il confronto sui territori debba proseguire: di questo passo, il raggiungimento degli obiettivi regionali al 2035 è molto lontano.”