I 90 licenziamenti a Parma pagano il conto di appalti e automazione nella logistica

Pubblichiamo ampi stralci di una riflessione di Adl Cobas

Il 22 maggio scorso è stata annunciata la chiusura del magazzino Kamila di Parma, centro logistico per la rete di distribuzione dei supermercati Coop Alleanza 3.0, con il conseguente licenziamento collettivo di circa 90 lavoratori. Una vicenda grave e pesante dal punto di vista delle ricadute occupazionali, che rischia però di essere raccontata come una delle “tante” vertenze della logistica. Sarebbe un errore. Quello che sta accadendo non riguarda soltanto un appalto che termina o un magazzino che chiude: riguarda il modo in cui vengono gestiti l’innovazione tecnologica, l’occupazione e le responsabilità lungo la filiera degli appalti.

Per comprendere la vicenda bisogna tornare al 2020, quando il polo logistico Coop di Anzola dell’Emilia (BO) venne interessato da un importante processo di ristrutturazione e ammodernamento, con l’introduzione di sistemi di automazione per la preparazione dei pallet e lo stoccaggio intensivo. (…) Nell’ottobre 2020 il magazzino chiuse coinvolgendo oltre 300 lavoratori e per garantire la continuità della distribuzione alimentare della rete Coop in Emilia-Romagna venne quindi attivato e poi potenziato il sito di Parma, gestito da Kamila srl attraverso una filiera di appalti che ha coinvolto il Consorzio CISA e la consorziata Cooperativa MD Service.

(…)

Oggi, una volta completata la riorganizzazione e riportati progressivamente i volumi sul sito automatizzato di Anzola, la storia si ripete: il magazzino di Parma chiude e circa 90 lavoratori vengono espulsi a loro volta, in apparenza senza alcuna alternativa.

La domanda che emerge è semplice: se questa evoluzione era prevista da anni, perché non è stato predisposto alcun serio piano di ricollocazione? Perché non sono stati costruiti percorsi di riassorbimento verso Anzola o altre soluzioni alternative?

Non contestiamo l’innovazione tecnologica in sé, né sosteniamo che i processi produttivi debbano restare immutati.
La questione è un’altra: chi beneficia dell’innovazione tecnologica? Se i lavoratori sono stati indispensabili per anni, perché diventano improvvisamente sacrificabili nel momento in cui la nuova organizzazione entra a regime?

Per i lavoratori, l’innovazione potrebbe e dovrebbe significare meno fatica, meno infortuni, meno malattie professionali e una migliore qualità della vita.
Se invece l’automazione dei processi rimane ad esclusivo appannaggio dei datori di lavoro, l’effetto concreto non può che essere l’aumento dei ritmi, della pressione produttiva, dell’usura fisica e mentale, fino alla perdita del posto di lavoro o alla sua sostituzione con manodopera più precaria e dequalificata.

(…)

C’è poi il contesto in cui tutto questo accade. La logistica è diventata una delle infrastrutture fondamentali dell’economia contemporanea, eppure è anche il settore in cui si sono concentrate negli ultimi anni numerose inchieste su appalti, subappalti, intermediazione di manodopera e compressione dei diritti. Non si può liquidare questa vicenda sostenendo che “nella logistica funziona così”. Se certe dinamiche si ripetono con regolarità, non siamo di fronte a eccezioni ma a problemi strutturali.

Vi è inoltre un elemento che non può essere ignorato. La maggioranza dei lavoratori coinvolti è di origine straniera. Persone che da anni lavorano, versano contributi, sostengono famiglie, hanno mutui e partecipano alla vita economica del territorio. Eppure questa vertenza ha ricevuto scarsa attenzione politica e mediatica, a differenza di altre crisi occupazionali che giustamente creano allarme e dibattito nel territorio. I diritti del lavoro non cambiano in base alla nazionalità. Non esistono lavoratori di serie A e lavoratori di serie B, e non può esistere una diversa sensibilità pubblica a seconda dell’origine delle persone coinvolte.

Tanto più perché non stiamo parlando di una multinazionale senza volto o di un fondo speculativo privo di radicamento territoriale. Stiamo parlando di Coop Alleanza 3.0, una delle principali realtà della cooperazione italiana, con migliaia di lavoratori, centinaia di punti vendita e un’enorme influenza economica e sociale nei territori in cui opera. Chi determina la struttura della filiera, la distribuzione dei volumi e l’organizzazione del lavoro non può scaricare ogni responsabilità sugli ultimi anelli della catena degli appalti. (…)

È necessario aprire un confronto che coinvolga tutti gli attori della filiera, a partire da Coop Alleanza 3.0 e Kamila. Ma anche le Amministrazioni pubbliche e sindacati che non possono lavarsene le mani.

Occorre mettere in campo tutte le possibilità disponibili: il riassorbimento in attività logistiche esistenti, l’utilizzo di posizioni aperte presso altri siti produttivi, la costruzione di percorsi di formazione e riqualificazione professionale, fino alla ricerca di opportunità occupazionali presso altre imprese del territorio.

L’obiettivo non può essere la gestione di 90 licenziamenti. L’obiettivo deve essere la tutela di 90 posti di lavoro.

Ci batteremo per questo — e per qualcosa di più grande. Perché se oggi passa l’idea che chi ha lavorato per anni possa essere semplicemente sostituito e dimenticato, domani nessun lavoratore sarà davvero al sicuro. Per questo ci batteremo non soltanto per noi, ma per tutte e tutti.

(Qui la versione integrale del documento)

Adl Cobas

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