Il Trianon ritrovato e la maggioranza silenziosa
Caro Diario,
dopo un’attesa da far parere brevi i cantieri della Cattedrale, l’isolotto del mio amato Giardino ha finalmente ritrovato la sua legittima sovrana. La Fontana del Trianon, che al tempo del mio regno troneggiava all’ombra dell’augusta magione di Colorno, è tornata a zampillare, restituendo l’antico aspetto a quella peschiera che per troppi mesi è parsa un desolato acquitrino in secca.
Certo, la cerimonia ha brillato per quella mesta sobrietà che i moderni governanti, non più avvezzi all’arte della celebrazione, scambiano per virtuosa discrezione: nessun nastro da recidere, brindisi o effetti pirotecnici, i sudditi si sono accontentati delle solite, fortunatamente brevi e puntualmente dimenticabili, orazioni delle autorità: dal Primo Cittadino ai suoi solerti Assessori, fino al Comandante dei Carabinieri, acquartierati tra le avite mura che dominano il Giardino. Ma la vera notizia, caro Diario, non stava su quel modesto palco. Era riposta sulle sponde del laghetto, tra le centinaia di persone accorse per vedere l’acqua tornare a fluire.



Vi erano, è vero, i soliti volti noti della politica, maestranze e scrivani municipali e alcuni notabili cittadini. Ma la folla era per lo più composta da plebe e borghesia di ogni età, giunta al solo scopo di rimirare la fontana risorta. Un momento di appartenenza, giacché per questa città il Trianon non è una semplice opera del Settecento, nata dall’ingegno artistico che solo quei secoli hanno saputo donare, ma un custode di ricordi. Dai rampolli del Gotha al più umile dei parmigiani, ognuno conserva la memoria di un pomeriggio d’infanzia trascorso a gettar briciole ai pesci o a giocare tra i vialetti sotto le fronde ombrose.
In questa piccola adunata, tuttavia, ho notato un dettaglio ancor più prezioso. A sentire le quotidiane lamentazioni che corrono su quelle “reti sociali” dove demagoghi e aspiranti tribuni – gretti come carrettieri e reazionari quanto un nobile della Restaurazione – strepitano di “degrado”, “emergenze” e ruina imminente, parrebbe che Parma sia una nave alla deriva. Sia chiaro, persino dall’empireo il mio augusto sguardo scorge le magagne su cui chi governa dovrebbe profondere ben altro impegno. Eppure ieri attorno alla peschiera si è palesata la vera città, quella maggioranza discreta che non bercia nei baccanali digitali: cittadini che sanno indignarsi quando le cose non funzionano, ma che conservano ancora la grazia di fermarsi, riconoscere e applaudire un lavoro ben eseguito, con una semplicità d’altri tempi, che temevo smarrita per sempre. Il restauro del Trianon non era forse l’urgenza precipua per le sorti del Ducato, e ammetto che i ritardi accumulati avrebbero meritato qualche frustata ai capomastri, ma la giornata di ieri ha dimostrato che la bellezza ritrovata e la memoria sono un collante potente per il popolo che mi fu suddito.
Maria Luigia d’Asburgo Lorena
Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla




Ben scritto, Duchessa!