Sei licenziato! La lotta per il lavoro nel ginepraio della logistica

Intervista a Sekou Coulibaly, delegato sindacale in MD Service – Kamila

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro (articolo 1 della Costituzione).

In questo 2 giugno, in cui ricorre l’80esimo del referendum che vide gli italiani scegliere la repubblica rispetto alla monarchia, e che vide il primo voto delle donne, scegliamo di focalizzarci sul lavoro, perché a Parma è in atto una crisi aziendale nella logistica che appare senza via d’uscita.

È a rischio il posto di lavoro di 87 persone, che hanno ricevuto il preavviso di licenziamento collettivo. Si tratta del magazzino Kamila, allo Spip. La vicenda è raccontata qui e qui.

Per non fermarci ai numeri, e alle manifestazioni di protesta, abbiamo voluto approfondire la storia di vita di uno dei lavoratori più esposti alla Kamila, uno dei quattro delegati sindacali che all’improvviso si ritrova a svolgere un ruolo di primo piano nella lotta per il lavoro.

Mercoledì alle 16 ci sarà il primo round di incontri tra azienda (la cooperativa Md Service, che ha in appalto la gestione del magazzino Kamila) e sindacati. E Sekou Coulibaly (al centro nella foto sopra) sarà al tavolo.

Ci dica qualcosa di lei, si presenti.

«Mi chiamo Sekou Oumar Coulibaly. Sono senegalese, ho 34 anni. Sono sposato, e ho due figli: una bambina di 4 anni e un bambino di 2. La mia famiglia vive in Senegal. Ho chiesto il ricongiungimento familiare ma è lunga».

Quando è arrivato in Italia?

«Sono in Italia da dieci anni, per la precisione dall’agosto 2016. Non so se festeggerò questo anniversario a causa del possibile licenziamento ma sì, sono contento di essere qui. Il mio viaggio è stato quello di tanti: dal Senegal alla Libia via strada e poi sulle barche verso l’Italia. Ci hanno sbarcati a Catania, da lì a Bologna e poi smistati a Baganzola e quindi nel centro di accoglienza a Tabiano, vicino Salsomaggiore. Lì ho atteso circa tre anni e poi ho ricevuto il permesso di soggiorno per protezione speciale».

Come ha trovato lavoro?

«Ho trovato lavoro come magazziniere, per quattro mesi. Poi una pausa di disoccupazione, fino a quando sono stato assunto da MD Service per il magazzino Kamila, nel 2020. Sono sei anni che lavoro lì. All’inizio c’erano molti problemi: le malattie non erano coperte, gli straordinari erano pagati solo la metà delle ore che facevi in più. Ci sono state molte vertenze e scioperi e il sindacato ADL Cobas ci ha aiutato molto. La situazione adesso è regolare però le contestazioni disciplinari arrivano per la minima cosa e ti seguono anche in bagno per vedere che tu non perda tempo; e poi c’è continua richiesta di straordinari e non puoi dire di no».

Come è il contratto e lo stipendio?

«Il nostro contratto prevede 39 ore alla settimana e lo stipendio base è di 1.550 euro, più tredicesima e quattordicesima. Lavoriamo su sei giorni, da lunedì a sabato. Si comincia il turno alle 6 di mattina e spesso chiedono di fare straordinari, di fermarsi fino alle 17».

Ci racconti il suo lavoro, in cosa consiste.

«È un lavoro faticoso. Dopo aver timbrato il cartellino ti rechi alla tua posizione, che è un carrello elettrico con un computerino, dai un comando ed esce la missione da preparare, ossia i bancali che devi comporre con i colli da inviare ai supermercati Coop di Parma e della regione. Questo carrello viene chiamato “papalino”. È un nome buffo, non so perché venga soprannominato così. Ti rechi nelle corsie e componi il bancale, caricando la merce. Ci sono scatoloni di pasta che pesano 25 chilogrammi e li devi spostare con la forza delle braccia.

Io ho preso anche il patentino per guidare il carrello elevatore, quello che preleva e sposta bancali e merci dagli scaffali alti. Ma qui non c’è possibilità per quella mansione di lavoro».

Ma davverso siete solo tutti immigrati, alla Kamila?

«Siamo tutti stranieri di origine africana e asiatica. Ci sono senegalesi, nigeriani, gambiani, maliani e di altri Paesi. Era venuto un ragazzo italiano, ma dopo tre giorni è sparito. Gli italiani sono su, negli uffici.

Noi pensiamo che se c’erano degli italiani anche nella forza lavoro non ci trattavano così. I diritti dei contratti non sono sempre rispettati. Il passaggio di livello, quando ti spetta, non lo concedono mai in automatico, devi sempre chiedere e chiedere. Anzi, prima di rivolgerci al sindacato non ci ascoltavano neanche. Abbiamo imparato che dobbiamo fare rumore, altrimenti non rispondono. Il primo sciopero fu il 20 maggio 2022».

E lei è diventato delegato sindacale, come mai?

«Sono stato eletto delegato sindacale ma non mi ero proposto. Penso che i miei compagni abbiano visto che sono determinato e forse perché parlo abbastanza bene l’italiano, rispetto ad altri. Comunque mi impegno a fondo per cercare di rappresentare bene tutti i lavoratori».

E adesso vi vogliono licenziare e chiudere lo stabilimento. È così?

«Il preavviso di licenziamento è arrivato tramite Pec. Dall’8 agosto siamo licenziati. È stato un brutto colpo. Siamo determinati a lottare per conservare il posto di lavoro. La nostra prima richiesta è la revoca dei licenziamenti; chiediamo al datore di lavoro di trattare con il committente per tenere aperto il sito e anche di trovare nuovi clienti. In secondo luogo chiediamo che venga almeno attivata la cassa integrazione lunga, considerata la situazione».

Cosa significa perdere il lavoro?

«Perdere il lavoro sarebbe pesantissimo. Molti di noi, direi almeno la metà, nel giro di un anno dovrà rinnovare il permesso di soggiorno e senza lavoro non lo concedono e questo causa molti problemi.

Il mio scade a febbraio 2027, ma la pratica va avviata già a novembre. Nel mio caso passerei al permesso di soggiorno a lungo termine, sarei a posto. Invece se perdo il lavoro… non so cosa pensare».

Ma se le proponessero di conservare il posto di lavoro però trasferendosi ad Anzola, vicino Bologna?

«Non accetterei di trasferirmi ad Anzola o Bologna, se anche venisse l’offerta dal nuovo magazzino Kamila. Il motivo è semplice: ho comprato casa a Parma e vorrei fermarmi qui. Ho comprato nel quartiere San Leonardo, è un buon quartiere, mi trovo bene. E poi ho il mutuo da pagare, una rata mensile di 410 euro. Spostarsi renderebbe tutto difficile».

Quindi, comprando casa, vuol dire che è stabile qui in Italia, come si trova?

«Io penso di vivere qui in Italia e vorrei far venire la mia famiglia. Non ho intenzione di tornare in Senegal per due motivi: uno è che là il lavoro scarseggia e l’altro sono motivi familiari. Io vengo dalla campagna, facevo lavori saltuari in agricoltura e anche nel commercio. Mi piacerebbe ottenere la cittadinanza italiana, so che è un procedimento lungo e complesso, e non è nei miei pensieri adesso, anche se mi trovo bene in Italia. Il mio desiderio è il ricongiungimento con mia moglie e i figli».

Le piace il calcio?

«Sì, mi piace e ho capito cosa vuole chiedermi. Ma no, non sono parente dell’ex calciatore del Napoli: lui è del nord e io del sud del Senegal. In realtà Coulibaly è un cognome molto diffuso in tanti paesi dell’Africa occidentale. Però sì il calcio lo seguo ed è un motivo di orgoglio. Lui, (Kalidou Koulibaly, ndr) è una persona seria ed è il capitano della nazionale e adesso c’è attesa per la prima partita ai Mondiali, che sarà contro la Francia».

Visto che si trova bene a Parma, cosa pensa del sindaco Guerra?

«Qualche giorno fa, negli incontri istituzionali (in Prefettura e poi in Comune, con gli assessori De Vanna e Brianti, ndr) abbiamo incontrato il sindaco Guerra, è venuto a salutarci due minuti. È stato un gesto importante, lo abbiamo apprezzato. Speriamo davvero che come ha detto l’assessore De Vanna, parlino anche loro con Md Service, con Kamila e anche con Coop Alleanza, per aiutarci a risolvere questa situazione. Confidiamo anche sul loro impegno».

Segue la politica?

«Ammetto che non seguo la politica, conosco solo i nomi dei partiti principali e quindi non dico niente a riguardo, però voglio ringraziare la deputata Stefania Ascari (Movimento 5 Stelle, risiede a Modena, ndr) che ci ha aiutato molto nel 2023 e di nuovo anche adesso. È importante sapere che nel Parlamento nazionale c’è qualcuno che si impegna per noi».

Francesco Dradi

4 commenti
  1. Laura
    Laura dice:

    Non capisco perchè fuori luogo. La frase in questione, la dicitura nazista, è stata utilizzata negli anni, in ambito filosofico, politico e persino nei testi di musica leggera, sempre per parlare del tema del lavoro. E la mia è una riflessione, che prende spunto dal caso specifico, per sottolineare che, in Italia, esistono lavoratori che subiscono ingiustizie che vanno ben oltre il licenziamento senza giusta causa. Evito di citare i recenti casi di cronaca, di operai, uccisi o lasciati morire, perchè nemmeno contrattualizzati.
    Casi che parlano di disumanità nel mondo del lavoro.
    Se ho urtato la sensibilità di qualcuno me ne dispiaccio e chiedo scusa
    In caso contrario l’affermazione: il suo commento forse è un pò troppo caustico mi sorprende.
    Chi definisce quanto un’opinione sia giustamente caustica?
    È il mio stile di scrittura. Sono una lettrice che esprime il proprio parere, non sono parte della redazione, non devo rispondere ad una linea o ad uno stile editoriale. L’importante è che non manchi di rispetto, che non sia offensiva nei confronti di nessuno e non scada in volgarità e violenza. Non mi pare questo il caso.
    Laura

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  2. Laura
    Laura dice:

    La scritta “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi) svetta all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz
    Le “tre parole della derisione” per citare Primo Levi.
    Oggi 2 giugno, a 80 anni dalla nascita della Repubblica, ripetiamo, col petto gonfio di orgoglio, le parole della Costituzione all’Articolo 1 : “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo [ ] ”
    Sono passati 80 anni, sono cambiati 12 presidenti, si sono succeduti governi di diverse e opposte parti politiche, eppure poco o nulla è cambiato sul tema del lavoro
    Assistiamo sempre alle stesse dinamiche, cambiano i nomi delle aziende e degli operai, ma non cambia la dinamica che vede contrapporsi “oppressori” e “opressi”
    Leggere la storia di Coulibaly equivale a leggere la storia di un qualunque Mario Rossi, possibile che non si possa fare nulla, oltre che fare rumore, per tutelare i lavoratori e rendere dignitoso il lavoro?
    Se il lavoro non è fonte di realizzazione, rende veramente liberi?
    Mi viene in mente il motivetto di una canzone ( A bocca chiusa di Daniele Silvestri) e l’intono nell’illusione che sia utile la strada della pacifica protesta e della partecipazione, ma dentro di me, risuonano le tre parole della derisione

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    • redazione
      redazione dice:

      Gentilissima Laura, il suo commento è forse un po’ troppo caustico. Se è vero che le difficoltà nella promozione e nella difesa del lavoro sono una costante nel nostro Paese – basti pensare alla negazione del salario minimo – il richiamo alla dicitura nazista ci appare fuori luogo. Buona festa della Repubblica

      Rispondi

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