Diga o non diga… se incombono le frane

Una domenica mattina sul torrente Enza, dopo aver letto le Osservazioni dell’Ordine dei Geologi

La Stretta di Vetto, sul torrente Enza, è un ambiente naturale con un fascino selvaggio.

Domenica mattina di fine inverno: soleggiata, aria frizzante. Gli alberi, salici e querce in gran parte, sono spogli: predominano il marrone della terra e il bianco-grigiastro dei ciottoli di fiume. Qui e là macchie gialle vivide: spuntano le primule che preannunciano la primavera, il ritorno della vita.

Arrivando dalla città, appena prima dell’abitato di Vetto (400 m. slm) si svolta in giù verso Lido Enza, o Lido di Vetto, per scendere ai bordi del torrente. Frequentato in estate da chi cerca ristoro dal caldo, in questo periodo è pressocché deserto. Giusto un paio di persone con il cane a sgambare.

Il punto esatto ove è previsto lo sbarramento, la “famosa” diga, non si può raggiungere, né in basso, a livello del fiume, né in alto sui declivi, alquanto impervi. Però ci si può avvicinare abbastanza, sotto e sopra, per rendersi conto “de visu” dell’impatto, anzi, diciamolo proprio, dello sconvolgimento che comporterebbe un invaso da 86 milioni di metri cubi d’acqua (equivalgono a 86 miliardi di litri).

Il punto della Stretta di Vetto sul torrente Enza

Il torrente Enza scorre tranquillo, lo scroscio calmo dell’acqua riverbera come un suono armonico, che si spande nei due versanti scoscesi. A Lido Enza ci accolgono due immagini: di fronte, sulla sponda parmense, il “Flysch”, fasce di roccia a strati sedimentari che digradano verso il corso d’acqua, sono depositi geologici sovrapposti, risalenti a milioni di anni fa. L’altra immagine, più prosaica, è un grande pannello posato dall’ente dei Parchi Emilia Centrale che informa che qui siamo nel Sic-Zps (Sito di importanza comunitaria, zona speciale di conservazione) del “Fiume Enza da La Mora a Compiano” , un tratto di 13 km che ospita “15 habitat di interesse comunitario dei quali 4 prioritari: un vero campionario di ambienti ripariali e annessi”. Il pannello elenca in particolare le specie vegetali (un tipo di orchidea) e animali di pregio tra cui il “Rinofolo maggiore e minore”. Chi sarà mai costui? Lasciamo l’interrogativo al motore di ricerca.

Ad ogni modo in un baleno ci rendiamo conto dell’evidenza: se si dovesse realizzare un invaso questa area naturale protetta (sic-zps) sarebbe spazzata via. E anche il Lido Enza coi suoi bagnanti non rimarrà, sotto un muraglione che dovrebbe essere alto 80 metri.

Dopo aver perlustrato la sponda, proviamo ad andare a vedere dall’alto. Ci ha spinti qui a Vetto, oltre alla curiosità da cronisti di documentare sul campo le situazioni e non basandosi solo sulle dichiarazioni pro e contro, la lettura delle Osservazioni dell’Ordine dei Geologi dell’Emilia-Romagna (Oger) al docfap (Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali) prodotto dai Consorzi di Bonifica dell’Emilia Centrale e Parmense e fatto proprio dal Commissario straordinario per la Diga di Vetto che pone rilievi non piccoli. Qualcuno li ha tacciati di catastrofismo. Qui il link al documento.

Oltrepassato Vetto si prende a destra il bivio per Ramiseto. Dopo un paio di curve accostiamo in uno slargo e a piedi, seguendo la traccia di un sentiero tra i prati, arriviamo sul limitare della Stretta, sopra il punto ideale della diga. Guardando a monte si comprende il “disegno” dell’invaso: la valle dell’Enza è larga, morbida prima di restringersi. Sulla sinistra si immette un altro torrentello, il Lonza. In effetti qui un invaso pieno d’acqua ci starebbe anche bene, paesaggisticamente. Non ci sono case nei dintorni (l’unico abitato a rischio, e che per sicurezza andrebbe sgombrato, è Atticola, un piccolo borgo, con una dozzina di edifici, a ridosso del Lonza, un po’ più in su).

La Stretta di Vetto vista dall’alto. L’invaso occuperebbe quest’area, risalendo verso monte.

Tuttavia balza agli occhi l’osservazione del versante parmense. In diversi tratti il pendio è nudo, con leggere forme calanchive, friabili. Anche a un profano dà l’idea di un terreno instabile, franoso.

Diamo lettura alle carte dell’Oger. I geologi – dopo aver ricordato che occorre “rispettare il cosiddetto principio del DNSH (“non arrecare un danno significativo all’ambiente”) stabilito dalla UE e che le stesse linee guida del Ministero Infrastrutture escludono “la fattibilità di dighe di qualsiasi tipo se, sulle spalle dell’opera di sbarramento, anche a quote superiori al coronamento della diga, esistono condizioni di prevedibile pericolo di frane tali da costituire pregiudizio per la sicurezza del serbatoio” – avvisano: “Esistono evidenze geomorfologiche di un possibile fenomeno di dissesto posto circa cento metri di quota al di sopra del coronamento della diga in progetto”. E con tanto di foto e cartina georeferenziata documentano nel versante parmense l’esistenza della grotta “Giulia da Neda”, profonda 34 metri, che “fa parte di un sistema di cavità conosciute localmente come “Buche di Giola”. Si tratta di fratturazioni, trincee, voragini nel terreno e scarpate di frana” che “termina in corrispondenza del versante che andrà a costituire la spalla sinistracirca 100/150 m sopra al manufatto”.

A un’indagine visiva profana il sistema di cavità non appare. Facendo attenzione si può intravvedere una linea di trincea a metà del monte.

Riproduciamo qui le mappe prodotte dall’Oger e, anche, le tabelle che evidenziano 66 movimenti franosi tra Enza e Lonza. (Altre frane insistono anche sull’alternativa progettuale, alla Stretta delle Gazze, qualche chilometro a monte).

Su uno di questi movimenti franosi è in corso un lavoro di consolidamento, per evitare che ostruisca la strada provinciale 57 che collega Vetto con Ramiseto. Svoltati nella valletta del Lonza notiamo che la parete di roccia si sta sbriciolando. In un tratto è già protetta da una rete metallica. In altri punti i lavori sono in corso, per un importo di 600mila euro. Sarà poca roba, pensando all’invaso da 86 milioni di metri cubi, tuttavia le immagini parlano da sole, come si suol dire.

Ne serviranno di opere di consolidamento e contenimento sui due versanti.

Nota bene

La Diga di Vetto promette, o minaccia, a seconda dei punti di vista, di essere l’opera infrastrutturale più rilevante del prossimo decennio nelle province di Parma e Reggio Emilia (soprattutto).

Data l’importanza, in termini di risorse (si stima un costo di 20 milioni di euro per il progetto e di almeno mezzo miliardo di euro per la realizzazione dell’opera) e di impatto sui territori cercheremo di approfondire e spiegare tutte le sfaccettature, dando spazio alle ragione dei pro e dei contro. Lo faremo a partire dalla scientificità dei dati. Perché tutto serve tranne una decisione ideologica per realizzare un’infrastruttura. Occorre che l’esigenza da risolvere (in questo caso, prioritariamente, la crisi idrica estiva, in pianura) sia accertata acclaratamente e le soluzioni siano tecnicamente e scientificamente sostenibili. Non pare, invece, che gli organi amministrativi, dal commissario straordinario ai consorzi di bonifica, stiano seguendo questa linea di rigorosità.

Analizzeremo documenti, sentiremo esperti per sciogliere interrogativi e dare a lettrici e lettori gli elementi per farsi un’idea compiuta sull’eventualità della diga di Vetto.

Intanto qui trovate la relazione finale del commissario straordinario Orlandini .

E qui il sito con l’avvio delle iniziative del Comitato Salviamo l’Enza.

Francesco Dradi

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