CSAC chiuso e dimenticato da 9 mesi

Nove mesi di chiusura per il CSAC, nel silenzio generale.

E ancora non si sa quando potrà riaprire al pubblico. Manca l’autorizzazione antincendio da parte dei Vigili del Fuoco.


Era la notte fra il 19 e il 20 ottobre 2024 quando, a seguito di piogge copiose (anvedi oh, il cambiamento climatico, ndr) il canale in zona Paradigna esondò mandando sott’acqua la centrale termica e tecnologica del Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC), centro di ricerca dell’Università di Parma che dal 2007 ha sede presso l’abbazia di Valserena.

Da quel giorno il Csac è off limits.

L’ultima comunicazione pubblica è del gennaio scorso. Sul sito web del Csac campeggia, virtualmente scolorito, un avviso di chiusura: “siamo spiacenti di comunicare che, in seguito ad un evento calamitoso che ha colpito il complesso di Valserena lo scorso ottobre, non vi sono le condizioni di sicurezza e agibilità sufficienti a garantire la tutela e il comfort delle persone; pertanto è stata disposta la sospensione di tutte le attività in presenza e dei servizi erogati dal Centro e dal museo. Gli uffici tecnici dell’Università stanno lavorando per ripristinare la situazione, tuttavia al momento non abbiamo tempistiche certe sulla fine dei lavori. Ci scusiamo per il disagio recato. Staff CSAC”.

Il Csac — fondato dal professor Arturo Carlo Quintavalle nel 1968, si spostò negli anni Ottanta al padiglione Nervi (oggi Workout Pasubio) e da lì all’abbazia di Valserena — è strutturato in cinque sezioni – Arte, Fotografia, Media, Progetto, Spettacolo – nelle quali sono conservati circa 12 milioni di pezzi. All’attività didattica e al servizio dell’Archivio e del Centro di Ricerca rivolto agli studiosi, si integra quella del museo e delle mostre a rotazione nell’abbazia di Valserena, destinate a un pubblico generalista. Ogni anno erano circa 15mila i visitatori.

Il Csac è un’istituzione di spessore internazionale ma la sua chiusura sembra non interessi a nessuno a Parma e, di conseguenza, nemmeno altrove, pur essendo considerato il più importante archivio italiano sul tema (infinito) della Comunicazione. Non una voce – politica, culturale, della società civile – che abbia chiesto conto all’Università come mai la chiusura si protragga così a lungo.

A volte bastano interrogazioni in Comune, in Regione per sollevare il caso, sollecitare gli enti e la comunità a fare pressioni per un’accelerazione nelle procedure di riapertura.

Dunque quando riaprirà il Csac? Alla nostra domanda da cronisti, il rettore dell’Università di Parma, Paolo Martelli, sfoggia un sorriso speranzoso: «Spero presto, ora siamo nelle condizioni di una ripresa completa, mancano solo le verifiche sull’impianto antincendio. Specificando che è una ripresa funzionale, tramite generatori esterni. Per la nuova centrale tecnologica i tempi sono più lunghi».

Quanto lunghi? E qui il rettore allarga le braccia sconsolato: «Se fosse la nostra casa privata avremmo già risolto. Ma siamo un ente pubblico, dobbiamo seguire le regole: c’è un appalto da fare e prima dell’appalto ci sono vincoli da rispettare, progetti da redigere. Ora siamo a buon punto: le prescrizioni della Sovrintendenza sono state affrontate. Il progetto è nelle mani di un professionista che sta interloquendo con la Sovrintendenza. La progettazione è in fase avanzata, poi arriverà in consiglio d’amministrazione e valuteremo i costi, a carico dell’Università. Il danno è stato ingente, siamo assicurati però va ripristinato tutto quanto andato completamente distrutto».

Insomma tempistiche ufficiali per la riapertura al pubblico del Csac non ce ne sono. Considerando che tra poco arriva agosto, inscalfibile mese di ferie, è presumibile che “l’antincendio” slitterà a settembre. Mentre per la nuova centrale tecnologica ci vorrà almeno un anno.

Ma perché la centrale termica e tecnologica era sottoterra?

«Era sotto il piano di campagna – risponde il rettore – perché la Sovrintendenza, ai tempi della ristrutturazione, aveva imposto di metterla sottoterra per ragioni di mitigazione ambientale. Sulla zona di Paradigna c’è un vincolo paesaggistico e, ragionevolmente, non si può edificare. Purtroppo con l’allagamento è saltato tutto quello che c’era dentro: la componente elettrica e la componente riscaldamento e raffrescamento. Tutto questo con un danno che vi lascio immaginare.Una situazione di emergenza che abbiamo risolto con gruppi elettrogeni esterni per dare un minimo di funzionalità e, soprattutto, per rendere agibili gli impianti di sicurezza, ovviamente. Sotto questo aspetto tutti i pezzi del Csac sono stati mantenuti in buona conservazione. Vorrei rassicurare sul fatto che l’Archivio non ha risentito minimamente. Si è fermata la fruibilità di quel patrimonio, perché senza riscaldamento non si poteva svolgere attività di studio, non si poteva aprire al pubblico. Ora in questo periodo di chiusura forzata si è provveduto a sistemare altri aspetti, ad esempio riordinare spazi in cui era accatastato del materiale, migliorare la disposizione dei pezzi».

Il personale del Csac, dopo un iniziale periodo di disorientamento, si è dedicato alla digitalizzazione dei materiali e riconvertendo l’accoglienza degli studiosi in modalità da remoto, con la trasmissione a distanza di disegni e progetti. Tra smart working, prima, e successivamente sparpagliati in altri settori amministrativi, gli addetti del Csac hanno fra l’altro continuato a gestire la ricezione e spedizione dei materiali dell’Archivio per mostre temporanee. Paradossalmente, riuscendo ad affrontare con più dedizione la convenzione tra Csac e Assessorato Cultura del Comune di Parma che ha visto ospitare, a Palazzo Pigorini da marzo a maggio scorsi, la mostra “Intorno ai ’70: ideologie, progetti, linguaggi nelle collezioni CSAC”.

La convenzione triennale prevede un’esposizione doppia, in città e nell’abbazia di Valserena. Quella lato Università, relativa agli Anni Settanta, in teoria sarebbe prevista in autunno. Ma la chiusura prolungata del Csac rende incerte le tempistiche organizzative e non è detto che si possa allestire.

Vedremo se nel 2026, quando in mostra ci saranno i materiali degli anni ‘80, il Csac potrà riaprire oppure si troverà una diversa sede universitaria, ad affiancare l’esposizione al palazzo Pigorini.

A quanto noto, la nuova centrale tecnologica dello Csac dovrebbe sorgere nello stesso punto della precedente, vicino al parcheggio visitatori. Si svilupperà sul piano stradale e dovrebbe essere celata alla vista da una cortina di arbusti.

Forse questa chiusura forzata poteva essere l’occasione di ripensare la funzione e la fruizione del Csac, in ottica del grande pubblico, e allo stesso modo innescare una riflessione sugli spazi dell’abbazia di Valserena, dotata di aule convegni e foresteria, in disuso da tempo. (dra.fra)

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