Perché in estate vediamo meno lupi (e non fanno allarme)
I dati di un monitoraggio dell’Osservatorio Lupi di Fidenza
Se in estate vediamo meno lupi, e non ne sentiamo parlare allarmati per predazioni o “avvicinamenti”, non è un caso. In questi mesi, in particolare maggio e giugno, sono proprio di meno i lupi in circolazione. Sono nati i cuccioli e la famiglia del lupo vive in un’area più circoscritta, attorno alla tana. Da luglio ricomincia l’esplorazione del territorio circostante che vedrà i suoi picchi nei mesi tardo autunnali. (Qui un breve filmato).
Lo attestano in maniera empirica, ma rigorosa, secondo i principi del citizen science, i volontari dell’Osservatorio Lupi Fidenza, afferente al WWF, che ha recentemente pubblicato uno studio di osservazione biennale (2022-2024) delle “Dinamiche spazio temporali e circadiane di una famiglia di lupi” in un’area pedecollinare del parmense occidentale.
Come si evince dal grafico riportato, nei mesi di maggio-giugno vi è il minor rilevamento di lupi (3) che raggiunge il suo massimo (10) nei mesi autunnali e invernali (novembre-gennaio).

La famiglia del lupo
A cosa è dovuta questo andamento a fisarmonica del branco? Come ormai noto ogni famiglia di lupi si insedia in un areale dai confini abbastanza ben delimitati e lì sviluppa la sua vita con un ciclo di durata annuale. Precisazione: l’anno-lupo inizia a maggio, con la nascita della prole, e termina ad aprile con la dispersione verso altri territori dei giovani adulti (senza tralasciare l’alta frequenza di morte nei lupi, per vari motivi).
Questo andamento ciclico è confermato dal rilevamento dell’Osservatorio Lupi Fidenza.
“Lo studio si è basato esclusivamente sull’analisi dei dati raccolti tramite fototrappolaggio. Le fototrappole sono state utilizzate come unico strumento di monitoraggio, consentendo la registrazione di eventi di presenza in specifiche porzioni di territorio e in determinate fasce temporali,” restituendo “una lettura relativa e indicativa delle dinamiche spazio-temporali di una famiglia di lupi”.
L’attività di monitoraggio di questa famiglia di lupi è stata condotta in un’area della pianura Padana, fino a un’altezza di circa 200 metri. Si tratta di un territorio caratterizzato da un mosaico di ambienti agricoli e fortemente antropizzati, nel quale si alternano zone umide, aree boscate e settori di prima collina.
“Questo contesto – specifica l’Osservatorio – rappresenta un esempio significativo di paesaggio a elevata presenza umana, all’interno del quale il lupo ha progressivamente ricolonizzato nuovi spazi. Per ragioni di tutela degli animali e di riservatezza dei siti sensibili, non vengono fornite indicazioni geografiche dettagliate né riferimenti che possano consentire l’identificazione puntuale delle aree monitorate”. Allo stesso modo è importante un’altra precisazione metodologica: non sono stati utilizzati metodi attrattivi di alcun genere: “In particolare, l’impiego di esche alimentari per il fototrappolaggio dei lupi è considerato una pratica non eticamente accettabile e, inoltre, altera il significato stesso dell’attività di monitoraggio, introducendo un’interferenza diretta nelle scelte spaziali e comportamentali degli animali. L’approccio adottato si basa su un’osservazione neutra, finalizzata a documentare la presenza e i movimenti dei lupi senza condizionarne il comportamento”.
L’areale
L’areale della famiglia di lupi in esame è stato suddiviso in 12 sezioni definite “stazioni”, ognuna dotata di 3 o 4 fototrappole.
“Un primo risultato – si legge nel rapporto – emerge considerando il numero di stazioni attivate, ovvero le stazioni che hanno registrato almeno una giornata di passaggio. Nel biennio 2023–2024 tale numero varia nel corso dell’anno, passando da valori elevati nei mesi autunnali e invernali fino a una contrazione marcata in primavera e inizio estate. Il massimo si osserva in novembre (12 stazioni), mentre i valori minimi si registrano tra maggio (7 stazioni) e giugno (6 stazioni); in aprile risultano attivate 9 stazioni. Questo andamento evidenzia una contrazione dell’area utilizzata nel periodo primaverile e nelle prime fasi dell’estate, seguita da una riapertura progressiva nei mesi successivi”.
“Nel loro insieme, – prosegue l’Osservatorio – questi dati indicano che tra aprile e giugno la famiglia viene intercettata meno frequentemente su un numero ampio di stazioni. Tale andamento non deve essere interpretato come una reale assenza, ma più verosimilmente come un utilizzo dello spazio più concentrato e prudente, che riduce la probabilità di rilevamento su scala territoriale”.
Siamo nel periodo della nascita dei cuccioli, che richiede lo svezzamento e la protezione parentale. Dunque minori movimenti per alcuni mesi, fino a quando i lupetti saranno in grado di muoversi in autonomia e, a questo punto, espandersi nel territorio.
Di conseguenza “nei mesi estivi avanzati, autunnali e invernali l’aumento del numero di stazioni attivate e dei giorni di passaggio si traduce in una maggiore probabilità di intercettare la famiglia anche in porzioni del territorio più distanti dall’area centrale”.
Peraltro “nel periodo estivo, i dati mostrano inoltre una distribuzione eterogenea degli eventi tra le stazioni, con una chiara predominanza di alcune di esse. In particolare, in luglio una singola stazione concentra 23 dei 50 giorni complessivi di passaggio (circa 46%); un andamento analogo si osserva in agosto, quando la stessa stazione registra 37 giorni su 97 (circa 38%). Questa prevalenza si mantiene anche nei mesi successivi (ad esempio settembre 32 su 119, ottobre 25 su 104, novembre 29 su 106, dicembre 20 su 82), indicando una frequentazione ripetuta e non episodica di specifiche porzioni di territorio”.
“Un simile addensamento delle rilevazioni – spiegano i volontari WWF – suggerisce l’utilizzo di aree funzionali caratterizzate da permanenza o passaggi ricorrenti nel tempo. Tali aree non coincidono necessariamente con il sito di tana, ma risultano compatibili con fasi successive del ciclo riproduttivo, durante le quali i cuccioli, ormai più mobili, possono essere lasciati in punti relativamente stabili mentre il resto del branco svolge altre attività (rendez-vous site, RV). Questa interpretazione è supportata anche dall’osservazione diretta dei filmati, nei quali sono stati registrati i cuccioli della famiglia”.
Ne emerge un uso dello spazio non casuale, ma modulato stagionalmente in funzione delle esigenze biologiche della famiglia.
Animali notturni
I lupi sono animali prevalentemente notturni ma questa loro abitudine ha mutamenti durante l’anno.

Considerando l’intero triennio la maggior parte delle registrazioni ricade in fascia notturna (60,51%). La componente diurna rappresenta il 16,69%, mentre le fasce crepuscolari contribuiscono complessivamente per il 22,81% (crepuscolo mattutino 13,01%, crepuscolo serale 9,80%). Nel complesso, oltre due terzi degli eventi (notte + crepuscoli) si colloca in condizioni di luce ridotta, delineando un profilo prevalentemente notturno/crepuscolare.
In inverno e autunno prevale in modo marcato la fascia notturna (rispettivamente 77,17% e 73,27%), con una componente diurna più ridotta (7,61% in inverno; 9,91% in autunno) e contributi crepuscolari complessivamente contenuti. In primavera e estate la distribuzione risulta più “aperta” verso le fasce luminose: la quota notturna scende a valori prossimi al 50% (primavera 48,81%; estate 49,97%) e aumenta la componente crepuscolare e/o diurna (in particolare in estate, giorno 22,50%).
L’autoregolazione del lupo
“Dal punto di vista temporale, – spiega l’Osservatorio – i dati mostrano una variazione stagionale regolare del numero di individui osservati, con un andamento simile nei diversi anni analizzati. I picchi invernali e le riduzioni primaverili-estive non indicano una crescita o una contrazione strutturale della famiglia, ma riflettono fasi diverse del ciclo vitale del branco: la nascita dei cuccioli, la loro progressiva integrazione negli spostamenti e la successiva riduzione numerica legata a dispersione e mortalità. Questa dinamica mette in evidenza meccanismi di autoregolazione e contrasta l’idea di una crescita continua e incontrollata”.
“L’analisi spaziale, condotta con particolare attenzione sul biennio 2023–2024, rafforza tale lettura. – concludono i volontari WWF – Nel complesso, i risultati contribuiscono a ridimensionare l’idea, spesso presente nel dibattito pubblico, che una famiglia di lupi possa crescere in modo illimitato e privo di vincoli. L’osservazione di lungo periodo restituisce invece l’immagine di una specie che, pur adattandosi a contesti antropizzati, rimane legata a vincoli ecologici e comportamentali riconoscibili. In questo senso, la conoscenza basata su dati raccolti nel tempo rappresenta uno strumento fondamentale per superare paure e semplificazioni e per favorire una comprensione più aderente alla realtà del rapporto tra lupo, ambiente e presenza umana”.
Redazione




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