Piccola storia di Enzo Baldassi, partigiano Bragadin
Il reading di Fabio Pasini verso il 25 aprile, 81° anniversario della Liberazione
Chi se lo ricorda, Enzo Baldassi? Il suo ruolino recita: classe 1924, partigiano dall’ottobre 1943, combatte nel piacentino e in Liguria, nome di battaglia “Bragadin”, commissario di brigata, partecipa alla liberazione di Genova il 25 aprile 1945. In seguito sindaco di Parma per 7 anni (1963-1970) e deputato del PCI per tre legislature.

“Vincenzo Baldassi, detto Enzo, ci siamo dimenticati di lui” dice sornione Fabio Pasini, narratore e documentarista, alla platea che gremisce la sala dei concerti della Casa della Musica, per ascoltare il reading spettacolo. Un anteprima dell’81esimo anniversario del 25 aprile, della Festa di Liberazione, ed è anche un evento anteprima del Festival della Parola, giunto alla tredicesima edizione.
Forse è proprio per contrastare l’oblìo che il pubblico è numerosissimo, perché vuole sapere, rinfrescare la memoria e si identifica nell’esercizio maieutico che enuncia Pasini: “Faccio parte di quella schiera di persone che si emoziona quando sente storie partigiane”.
E allora via con il racconto, accompagnato dalle note al pianoforte di Alberto Leoni.
Pasini spiazza d’acchito: è il 6 aprile 1941 e l’Italia attacca il regno di Iugoslavia, 29 mesi di occupazione fascista: 12 mila civili e 3mila partigiani slavi uccisi. Si dilunga Pasini, snocciola date, circostanze, non cita mai, mai le foibe, ma sono lì sullo sfondo a venire e le provocazioni e le responsabilità appaiono chiare.
Il nesso lo scopriamo sul Monte Nero bedoniese: il primo comandante di quel nucleo di Resistenza sarà Ernesto Poldrugo, già partigiano comunista italiano tra Venezia Giulia e Slovenia che, stretto tra i fascisti e i titini, sceglierà l’appennino emiliano-ligure, portandosi il soprannome di “Istriano” quale comandante di una brigata mista e atipica, in cui entrerà il 19enne Baldassi, dopo varie vicissitudini.
Diplomatosi al liceo classico Romagnosi nel luglio 1943, influenzato dalle idee antifasciste del padre, capostazione a Pola, in Istria appunto, e dagli insegnanti cattolici Vignali e don Cavalli, Enzo accetta suo malgrado di arruolarsi nell’esercito della RSI per assecondare l’incarico di fare propaganda ai commilitoni, a disertare e unirsi ai partigiani. Quando c’è il rischio di venire intruppato verso la Germania, scappa e sale a Compiano e da qui al Monte Nero, spartiacque di val Ceno, val Nure e Liguria. I compagni gli affibiano il nome di battaglia “Bragadin”, per le sue origini venete. Il comandante, come detto, è l’Istriano.
In maggio e in giugno gli attacchi ai presidi fascisti nella val Nure, la liberazione dei paesi, l’autogoverno, i rastrellamenti nazisti: lo sviluppo di una coscienza di lotta. Lui, Baldassi, si è autodefinito comunista fin dai tempi della scuola, pur non avendo mai letto testi marxisti, né conoscendo alcun iscritto al PCI clandestino. Affinerà idee e pensieri di libertà in montagna, tanto che dopo essere diventato comandante del Sip (servizio informazione polizia partigiana) diverrà commissario politico della 59^ Brigata Garibaldi “Caio”, operante a scavalco tra appennino piacentino e genovese. Intitolata a “Caio”, Ferdinando Guerci, coetaneo di Enzo, operaio alla Bormioli, che scelse i monti per sfuggire a Salò. Coraggioso e temerario, Guerci, perì nel giugno ‘44, nella liberazione del paese di Farini.
Sale sul palco Riccardo Dodi e strimpallando la chitarra canta la canzone della brigata, dedicata a Caio, col suo motto: “Dai, dai, dai”.

“L’inverno ‘44-’45 fu gelido e funesto – ricorda Pasini – ma a febbraio la 59^ Brigata contava su 150 elementi, di cui 50 sovietici e uno di Capo Verde. La primavera in Liguria arriva prima, e si comincia a pensare anche all’amore, ma a metà aprile ecco l’ordine: organizzarsi che c’è da liberare Genova”.
Dal 23 al 26 aprile la popolazione insorge e le brigate partigiane costringono alla resa il comando nazifascista: “A sfilare nella centralissima via De Ferrari in prima fila c’è il commissario Bragadin: Vincenzo Baldassi!”.
Pasini, già autore della biografia di Giacomo Ferrari “Arta”, spiega a margine: “Capire l’antifascismo significa capire da dove veniamo e chi dobbiamo ringraziare, non c’era un confine geografico per la libertà. Ben vengano tutte le piccole grandi storie dei nostri eroi normali, tutti uguali, tutti fratelli. La mia paura è che qualcuno venga dimenticato, Enzo Baldassi forse lo è stato”.
Pasini centra il punto. Al di là dell’impegno nelle ricorrenze di istituzioni, enti e associazioni, ora che vengono a mancare i testimoni diretti, i partigiani e le staffette, tocca alle persone comuni “divenire” narratori, alimentare la fiammella del racconto, riscoprendo le storie di chi si oppose, i luoghi impervi e nascosti, nelle montagne e nelle città, dove attraverso la Resistenza si è rifondata l’Italia, libera e democratica. I valori e gli ideali si colgono meglio se incarnati nelle storie personali di quei giovani di ottanta anni fa, tra sacrifici, eroismi o banalmente nella scelta da che parte stare.
Bella, Ciao.
(dra.fra)




Purtroppo non ho potuto assistere per motivi di lavoro a questo “spettacolo” di Fabio Pasini, ma conoscendolo posso sicuramente immaginare la perizia e la qualità del lavoro.
Per fortuna ci sono persone, che come Lui (Pasini ndr), ci ricordano da dove veniamo e ci impediscono di dimenticare chi ha messo le basi per il nostro Paese.