Goodbye Horses, la potenza del sogno scenico in una notte di metà inverno
Lo spettacolo di Dalila Cozzolino ha debuttato in anteprima nazionale al Teatro al Parco
Sul palco, reso mercato, ci sono un cavallo, un asino, la Grazia e un banditore.
Si apre così “Goodbye Horses”, spettacolo al debutto nazionale, prodotto da Solares Fondazione delle Arti – Teatro delle Briciole, in collaborazione con Compagnia Ragli.
“Il mondo si divide in cavalli e non cavalli”.
La battaglia di Traente del 510 a.C si è conclusa da poco e i Crotonesi vincitori vendono al mercato, fieri, il loro bottino di guerra di cui il pezzo più pregiato è il leggendario Cavallo danzatore Sibaritico. Poco più in là un asino che non interessa nessuno, proprio perché “non è un cavallo”.
E mi chiedo quanti cavalli e quanti asini saranno seduti con me in sala che si chiedono la stessa cosa.
Il banditore è la figura che diventa cronaca di ciò che è successo in battaglia, di come Crotone, simbolo di sobrietà e moralità, abbia vinto proprio grazie a queste due peculiarità diametralmente opposte a quelle di Sibari, uomini dediti alla stravaganza, così stravaganti che hanno insegnato ai loro cavalli a danzare.
“I cavalli servono per fare la guerra”
Crotone si effigia dello sterminio di tutti i danzatori di Sibari, di tutti gli attori, di tutti i musicisti. Perché queste figure allora, come ora, non servono. Finché non diventano utili allo scopo del potente di turno. La Grazia, con le sembianze di un domatore, di un guitto che col suo gramelot, tra francese e calabrese, vede nel cavallo danzatore le proprie luci della ribalta: l’iper performance è l’unica strada seguita, la bellezza del cavallo prende vita agli occhi della Grazia, figlia di un ambizione smisurata che non vede altro che sé stessi e il corpo altrui mezzo per giungere ai giardini pensili del proprio ego.

In questo scambio vaneggiato tra la Grazia e il corpo del cavallo, i ragli dell’asino sono la sola cosa che riporta alla realtà e per questo motivo mal visto. Quando, nel crescendo narrativo, il bellissimo cavallo si trova a ripercorrere la battaglia che lo ha visto diventare bottino di guerra, lo spettatore non si trova innanzi la bruttura dello scontro ma la bellezza di una pala d’altare in cui il fumo, le luci che non mostrano ma celano, la coreografia curata da Luna Cenere, grazie alla quale ogni movimento degli attori diventa significato leggero, ci porta dentro un ricordo di un sogno dove il cavallo rivive gli ultimi suoi istanti dove, vittima della sua stessa natura, non gli viene inferto il colpo fatale da un’arma ma dal flauto di un musico che, nota dopo nota, lo portano a danzare e a disarcionare il suo fante.
A morte i musici Sibariti stravaganti e cultori del bello, lunga vita ai musici Crotonesi eroi di guerra asserviti al potere dello Stato. Sfumato il ricordo la realtà appare quella che è: la donna cavallo resta esanime, carcassa a causa della guerra, svilita dal rapporto malato con l’altrui sesso.
«L’idea di scrivere questo testo l’ho avuta al museo archeologico nazionale Sibaritide in cui su una targhetta ho letto della leggenda dei cavalli danzatori. Dietro c’è tanta ricerca storiografica». Sul volto, nella voce di Dalila Cozzolino autrice, attrice e regista dello spettacolo, restano i filari della potenza sprigionata dal palco qualche minuto prima.
Goodbye Horses tocca e smuove poiché rappresenta uno stigma riguardo la guerra, il rapporto che sfocia in possessione, la consapevolezza di ciò che è un artista nell’Italia del 2026: “la maison è lo palcoscenico” urla Mario Russo, coprotagonista insieme a Gianfranco de Franco, attore e musicista che crea il tappeto sonoro presente in tutta la durata dello spettacolo. Quando l’artista sveste gli abiti teatrali torna ad essere invisibile agli occhi dello Stato. «È come il cavallo al mercato, senza acquirenti. L’attore teatrale, l’artista nella società di oggi non ha mercato, per usare un gioco di parole. L’attore, lo dice l’etimologia della parola stessa è colui che agisce, sul palco e nella realtà in cui purtroppo questa nostra componente ci viene privata. Ed è anche per questo che dico nello spettacolo “Da questo palco non voglio scendere” perché il palco rappresenta l’ultimo baluardo in cui io in quanto attrice posso agire e agendo modifico la realtà.
La bellezza se si presta all’efficienza e all’iper performance votata all’utile serve fin quando resiste ed è utile. La Grazia che ho immaginato e di cui ho scritto, e che Mario Russo ha portato in scena egregiamente, è una Grazia maledetta, narcisista. Vede soltanto sé stessa e chi può manipolare per i suoi scopi.
La guerra tra Sibari e Crotone è una guerra in realtà mai finita; ha cambiato solo luoghi, epoca storica e città ma purtroppo resta. L’infallibilità che si coltiva oggi giorno, sia come artista, che come persone, e nell’amore, porta a rapporti che snaturano la nostra persona a più livelli senza prendere in considerazione ciò che si è. Bisogna riconoscere chi ci vuole infallibili ed evitarli».
Fuori, sugli scalini, mi chiedo sempre quante città al mondo avranno un teatro nel parco, alla stravaganza di questa scelta, e rifletto che il tendere all’inusuale resista sempre, e per sempre, alla sobrietà e alla morale che viene imposta da chi è al potere, da chi semplicemente pensa sia giusto imporlo, anche fosse chi amiamo. E mi viene in mente Nietzsche, parafrasandolo con lo spettacolo appena guardato “bisogna avere una stravaganza in sé, per divenire un cavallo danzante”.
Credit foto: Daniela Annino
Stefano Frungillo




Elogio allo spettacolo! “ Nessuno scorderà i suoi modi affabili: erano il genuino, primo aspetto del suo buon cuore, l’autentico segno di un’anima limpida come il giorno. Neppure scorderò la coraggiosa serenità, il fine volto energetico le luci della gloria e della morte, la mano che arpeggia alla chitarra. Come nel puro sogno di uno specchio ( tu la realtà, io il riflesso) ti vedo lungo calle Quintana conseversare con noi. Sei ancora lì magico e morto. Adesso è tua. Riccardo, l’infinità pampa di ieri, l’alba dei puledri “.J. luis Borges